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Autobiografia giovanile - Cap. 40 - Verso l'età adulta

 A metà primavera circa del 1979,interruppi, dopo pochi mesi che avevo iniziato, di praticare il buddismo di Nichiren Daishonin e di frequentare i nuovi amici della Soka Gakkai. Per qualche giorno avevo pensato che avrei potuto continuare pur mantenendo il mio stile di vita sregolato e, sotto certi aspetti, ormai sempre più anche autolesionista. Ma alla fine cedetti e archiviai quell’esperienza come una delle diverse vissute negli anni precedenti. Avevo già smesso, dopo pochi mesi, anche di frequentare la palestra di yoga. Non mi sembrava di fare progressi in quella disciplina: in particolare, quando alla fine dovevamo passare molti minuti sdraiati in uno stato di rilassamento, io non riuscivo a raggiungere questo stato: per lo meno non come avrei voluto. 

Fra i temi che avevo archiviato già nella seconda metà del 1978 c’era la politica. Dopo non più di due o tre cortei, a cui avevo preso parte nella prima metà, portandomi dietro qualcuno degli amici del Collettivo Politico Vigentino (Cpv), che avevo fondato nelle seconda metà del 1977 con l’idea di creare un punto di riferimento dell’area dell’Autonomia anche nel mio quartiere (ma in realtà non fu mai un soggetto politico bensì una compagnia di amici), dalla primavera del 1978 la militanza politica aveva smesso di fare parte del mio bagaglio esperienziale. Non frequentai più il Circolo Giovanile Romana-Vigentina di Corso Lodi. 

Fra la fine del 1978 e l’inizio del 1979, quando ormai gli amici con cui mi vedevo erano nuovamente gli ex-Cpv (dopo che per qualche mese mi avevano emarginato), i nuovi amici del quartiere con cui avevo iniziato a uscire quell’anno, e i miei due nuovi amici fra i compagni di scuola all’Unione Professori, ebbi solo una volta l’occasione di rivedere delle persone del Circolo Giovanile Romana-Vigentina a un concerto di gruppi rock studenteschi che si tenne nell’aula magna del Settimo liceo scientifico. In particolare, nell’atrio dell’aula magna, mentre eravamo entrambi su di giri, fui avvicinato ad uno di questi miei ex compagni di attività politica, che mi rinfacciò di avere smesso di andare alla casa occupata di Corso Lodi 6 in un momento in cui l’impianto elettrico che avevo installato (peraltro, devo avere aggiunto io, con l’intervento decisivo di un altro di loro, che di lavoro faceva l’elettricista) aveva cominciato a saltare spesso. E si lamentò per il fatto che loro si trovavano in varie occasioni a cercare di risolvere queste interruzioni di corrente, che non colpivano solo la loro sede al piano terreno, ma anche gli appartamenti delle famiglie dei piani soprastanti. Trovai questo ragazzo particolarmente arrabbiato con me, il che mi colpì relativamente perché, anche in passato, non era mai stato uno che mi sembrava avermi in simpatia, tranne forse qualche rara occasione. Ma dietro quel parlarmi in tono così esasperato, quella sera mi sembrò esserci anche un malessere psicologico che non c’entrava con me ma che riguardava lui solo. Diversi mesi più tardi mi ritornò, questo mi tornò in mente quando seppi la notizia che quel ragazzo si era suicidato lanciandosi da un terrazzino condominiale a un piano molto alto del palazzo in cui viveva in zona Corvetto.

Fra il 1977 e il 1979, comunque, io ero uno dei tanti adolescenti che si erano avvicinati alla militanza politica, nelle formazioni più estreme, nell’”ultima coda” del ‘68 (così me la definì, qualche anno dopo, un giornalista che poteva essere mio padre) e che poi si erano progressivamente disimpegnati per perseguire stili di vita differenti in cui la ricerca di sensazioni forti, a costo di infrangere limiti imposti dal buon senso comune e dal rispetto della salute, faceva la parte del leone. E questo avveniva tanto a sinistra quanto a destra. Lo posso affermare perché, agli inizi della primavera 1979, più o meno nello stesso periodo in cui stavo ancora sperimentando la pratica del buddismo, mi ritrovai ad aggiungere alla mia cerchia di amicizie anche ragazzi della mia età che, solo fino a un paio d’anni prima, erano stati militanti dell’estrema destra. Giovani con cui, noi dell’altra parte, ci odiavamo e che in qualche occasione avremmo potuto scontrarci fisicamente al punto da causare delle tragedie. Devo però dire che, nonostante io allora mi ritrovassi con persone che ce l’avevano “a morte” con i fascisti, dentro di me non ho mai sentito realmente il desiderio di fare del male a qualcuno per via di idee politicamente opposte. E non ho mai giustificato, per esempio, l’uccisione, nel 1975, di Sergio Ramelli, un giovane di destra di Milano. Il suo omicidio, così come quelli, da parte di neofascisti, dei “compagni” Claudio Varalli (1975) e Gaetano Amoroso (1976; cugino di un mio compagno di classe delle medie), mi sembravano tutti assurdi. 

Ma in quegli anni frequentavo ugualmente chi la pensava in maniera diversa sull’inutilità e l’atrocità di certi atti violenti, perché comunque condividevo con loro altri obiettivi della lotta politica. Il giorno in cui rapirono Aldo Moro, così, durante un’assemblea studentesca straordinaria al Donatelli, intervenni giustificando l’azione delle Brigate Rosse e fui sommerso di fischi. Ma sicuramente, qualche settimana più tardi, non approvai l’uccisione del politico. Su questo punto condivisi il titolo di prima pagina, a caratteri cubitali, dell’edizione del giorno dopo di Lotta Continua (quotidiano che acquistavo quasi tutti i giorni in quel periodo), che condannava senza appello l’omicidio di Moro.

Come iniziai a frequentare degli ex potenziali nemici da combattere? Un sabato pomeriggio della primavera 1979 mi ritrovai con uno dei miei due amici compagni di classe con cui uscivo ogni tanto. Ci trovavamo in Piazza Vetra, allora già in realtà una parte del Parco delle Basiliche, che era un luogo noto per la presenza di spacciatori di droghe di ogni tipo. Io e il mio amico venimmo all’improvviso accerchiati da un gruppo di militanti di estrema sinistra con i fazzoletti rossi a coprire parte della faccia e i classici manici di piccone con un pezzo di stoffa rossa arrotolati a mo’ di bandiera. Fra i primi di loro che notai ci fu una ragazzina apparentemente di prima liceo, ma che poteva dimostrare anche dodici anni. Aveva uno sguardo determinato ma non feroce. Forse mi sembrò come potevo essere io un po’ di anni prima, nel 1975. Lui era in prima fila ma non parlò. Si rivolsero a noi altri più grandi, i quali qualificarono il gruppo come una ronda contro lo spaccio dell’eroina. Io invece dissi che ero un compagno, e feci qualche nome di un gruppo antifascista che avevo frequentato negli anni precedenti e che loro conosceva. Così ci lasciarono andare. 

Dopo un po’ di passi, vidi che il mio amico aveva gli occhi arrossati. Mi disse che era stato fortunato che ci fossi io e che, se ci avessero chiesto di mostrare i nostri documenti, lui forse sarebbe stato picchiato. Mi spiegò che, prima di allora, non mi aveva raccontato del suo passato nel Fronte della Gioventù perché, sapendo che io ero stato un compagno e forse lo ero ancora, non voleva “rovinare la nostra amicizia”. Io gli dissi subito che perché quello che era passato era passato, che noi potevamo essere amici anche se avevamo avuto esperienze diverse. Dopo quell’episodio continuammo il pomeriggio e la sera insieme ad altri suoi amici, tutti “ex fasci”, maschi, della nostra età. Alcuni, come me e il mio amico, erano impegnati a prepararsi per la “matura” (l’esame di maturità). 

Tutti divennero miei amici da quel giorno. Quella sera decidemmo di girare per Milano ammassati nella macchina dei miei (la Opel Kadett familiare). A una certa ora, all’incrocio fra via Ferrari e via Farini, facemmo un piccolo incidente stradale con un’altra macchina. In quel momento scoprii il carattere ancora focoso di alcuni di loro, che collegai anche con il tipo di militanza politica che avevano praticato. Prima di me scesero subito dalla mia macchina e andarono a litigare con il guidatore dell’altra. Quasi certamente aveva torto lui, ma anch’io ero stato piuttosto distratto. Comunque sia, io e l’altro guidatore ci scambiammo i dati e, nei giorni successivi l’assicurazione di mio padre ci mandò i fogli della constatazione amichevole da compilare. I miei nuovi amici si offrirono come testimoni a mio favore pochi giorni dopo ci rivedemmo per firmare tutti insieme il documento. 

Da quel weekend iniziai a trascorrere tutti i fine settimana con quella compagnia, mentre nello stesso periodo smettevo di frequentare i buddisti e di praticare. Ricordo che - memore del “tradimento” della nostra amicizia effettuato nei miei confronti l’anno prima da alcuni dei miei amici ex-Cpv e altri che si erano uniti a noi nel 1978 - un giorno chiesi al mio compagno di classe e amico di dirmi che cosa avevano detto di me i suoi amici. Lui mi disse che erano contenti di avermi conosciuto. Nelle settimane successive anch’io feci conoscere qualche mio amico al mio compagno di classe. Infatti, nei giorni infrasettimanali continuavo a frequentare il bar Frison, dove mantenevo i miei rapporti di amicizia con diversi giri di persone con cui mi uscivo dagli anni precedenti e qualcuno nuovo. Un giorno presentai a questo compagno di scuola anche il mio migliore amico di sempre. Per l’occasione menzionai il fatto che tutti e tre avevamo in comune la passione per l’elettronica. Per la verità io non mi dedicavo più a questo hobby, così come a quello della radio CB. Anzi, un giorno chiesi e ottenni dal mio compagno di scuola che prendesse lui tutti i componenti elettronici che mi erano rimasti, compresi quelli che mi aveva regalato l'ingegnere parente acquisito che, in passato, mi aveva fatto ripetizioni di matematica.

Fra i nuovi amici che mi feci in quei mesi in quartiere, ce ne furono alcuni che negli anni passati erano stati simpatizzanti per l’estrema destra, ma che ora vivevano anche loro una vita sregolata. Un pomeriggio uscimmo insieme io, uno di questi e il mio compagno di classe, che si affezionò alla persona che avevo portato io. Ma poi avemmo poche occasioni di uscire di nuovo tutti insieme. Intanto era riapparso anche quello del quartetto della fine 1976 che, agli inizi del 1978, era rimasto nel gruppo Cpv, o ormai ex-Cpv, e che poi non avevo più visto per lungo tempo. Con lui avevo sempre avuto un legame personale molto forte, soprattutto da dopo la festa contro il Concordato al Palalido nel febbraio 1978.

Però nei fine settimana uscivo sempre con la compagnia del mio compagno di scuola, e qualche volta ci raccontavamo a vicenda qualche episodio accaduto in passato, quando militavamo su fronti politici opposti. Un pomeriggio accadde un’altra volta un episodio simile a quello che era successo a me e al mio compagno di classe in Piazza Vetra. Questa volta ci trovavamo nei giardinetti di Piazzale Susa. Arrivò un gruppo di compagni, impegnati credo in una ronda antifascista, che riconobbero alcuni dei miei amici. Prima che potesse avvenire qualcosa di brutto, io dissi ai compagni che io avevo frequentato un comitato antifascista, feci il nome di alcuni di quel comitato che loro conoscevano bene e li assicurai che ora i ragazzi con cui ero lì non facevano più parte di nessun gruppo di estrema destra. Tutto si risolse e ci lasciarono in pace. 

Un giorno di una settimana, il mio compagno di classe mi disse che lui e altri nostri amici avevano deciso che dovevo conoscere una loro amica con cui tutti avevano fatto l’amore (forse il termine fu “sesso”) la prima volta. Mi disse che proprio in quei giorni c’era stato un altro dei nostri amici, che era anche lui vergine come me. Così, il sabato sera successivo, andammo a casa di questa loro amica, i cui genitori erano fuori per il fine settimana, e iniziammo a festeggiare. Io e il mio compagno di classe, mentre eravamo entrambi su di giri, ci sdraiammo sul letto matrimoniale con questa ragazza, che aveva anche lei la nostra età e che io avevo già identificato come una ragazza tranquilla e verso la quale io non nutrivo un giudizio negativo per il fatto che avesse scelto di avere rapporti promiscui con più ragazzi, anche contemporaneamente. Anche gli altri nostri amici erano nella stessa stanza seduti su alcune poltrone. C’era un giradischi e io proposi di ascoltare l’album Ummagumma dei Pink Floyd con le luci spente. Ero curioso di vedere quale reazione avrebbero avuto gli altri, ma soprattutto la ragazza sotto le lenzuola con me e il mio amico più intimo in quel periodo, ascoltando il punto del brano Careful with that axe, Eugene in cui avviene l’assalto con l’ascia e la vittima urla. E forse desideravo anche che, grazie alle luci spente, si raggiungesse la situazione giusta perché la ragazza iniziasse a fare qualcosa con me. 

Come infatti accadde. Mentre andava la musica sentii che con il suo piede sinistro iniziò a carezzare il mio destro. Anch’io risposi facendo lo stesso movimento nei suoi confronti. Poi iniziammo a praticare del petting, durante il quale una volta urtai con la mia mano quella del mio amico, e lui si scusò e mi lasciò campo libero. Quindi con molta fatica, dato che non ero lucidissimo, riuscimmo ad avere un rapporto completo. Già dal giorno successivo o un paio dopo la ragazza mi telefonò a casa per dirmi che si era trovata molto bene con me, che ero stato molto dolce, e che le sarebbe piaciuto rivedermi. Io accampai qualche scusa per non fissare un appuntamento. Anch’io le volevo bene e le ero anche grato per avermi fatto vivere quella prima esperienza, ma non mi sentivo attratta da lei. La rividi solo un pomeriggio insieme agli altri nostri amici, ma non accennammo più a quanto era avvenuto.

Intanto si avvicinavano gli esami di maturità. Gli scritti erano previsti per i primi giorni di luglio 1979. Qualche settimana prima, il mio compagno di classe e amico mi invitò ad andare nella casa in montagna della sua famiglia a studiare insieme. Nei primi giorni ci fu anche la sua ragazza, poi restammo da soli. Avevamo anche portato su due chitarre, e così continuai a insegnargli qualche nuovo accordo e ogni tanto potemmo suonare insieme. Io improvvisavo e lui mi accompagnava. Devo dire che allora - come si era dimostrato quando suonavo sulle gradinate della chiesa con il mio amico chitarrista blues - non avevo imparato a suonare scale e riff. E così le mie improvvisazioni erano molto limitate. Ricordo che mangiavamo quasi sempre pasta aglio e olio e peperoncino o pasta alla carbonara come primi e cotolette come secondo. Studiavamo molte ore, ma soprattutto di notte fino a poco prima dell’alba. Lui si impegnava soprattutto con matematica, io invece con italiano. Mi rilessi, forse tutti i tre volumi del Compendio di storia della letteratura italiana di Natalino Sapegno, che ancora conservo gelosamente. 

Al nostro rientro affrontammo gli esami di quarta e quinta da privatisti presso il Liceo Scientifico L. Bottoni di Milano. Trovai quel periodo come un tunnel che non finiva mai. Per lo scritto di italiano scelsi una traccia di attualità incentrata sul problema della crisi energetica di quell’anno (nota come seconda crisi petrolifera). Esordii affermando che il problema mi preoccupava relativamente ,perché auspicavo un modello di società diversa, in cui non ci sarebbe stato molto bisogno di carburanti fossili. Una società non capitalista e molto ambientalista. Scrissi così tanto che non feci in tempo a copiare in bella tutto il testo e invitai la commissione a finire la lettura dalla brutta. Il giorno dopo ci fu lo scritto di matematica. La mia preparazione migliore si fermava al programma di terza liceo. Avevo sì studiato qualcosa, ma non ero preparato a fondo sugli argomenti relativi alle funzioni trascendenti (esponenziali, logaritmi, trigonometria) e all’analisi (derivate e integrali). Per riuscire a finire un po’ più di metà del compito riuscii a farmi aiutare un pochino dal mio amico nei bagni, così come io gli avevo dato dei suggerimenti il giorno prima durante lo scritto di italiano. Gli orali andarono più facilmente, anche se due materie che erano state estratte per me per l’orale - storia dell’arte e geografia astronomica - non mi ero preparato bene. Lo dissi sinceramente subito prima delle interrogazioni. Trovai per fortuna due commissari comprensivi. Il professore di storia dell’arte mi chiese di parlargli di un argomento che mi piaceva e io scelsi l’Impressionismo, sul quale avevo un po’ di conoscenze, acquisite più che altro per interesse personale. Il docente di geografia astronomica, invece, mi chiese la forza gravitazionale. Per fortuna ebbi l’intuizione che avesse qualche analogia con la legge di Coulomb, che avevo studiato bene nel programma di fisica, e riuscii così a dirgli la formula giusta. Finiti tutti gli orali ebbi la bella sorpresa di essere stato promosso, anche se con un voto basso (38/60), ma non il più basso (36/60) con cui si diplomò qualche altro nostro amico. Il mio amico con cui mi ero preparato e l’altro nostro compagno di classe con cui eravamo usciti quell’anno scolastico furono promossi anche loro con due votazioni leggermente superiori alla mia. Noi tre fummo gli unici promossi di tutta la classe, il che mi dispiacque per gli altri che si erano dati da fare ma non erano riusciti a diplomarsi.

Dopo gli esami ripresi a frequentare sia il mio compagno di classe e i suoi amici, sia il gruppetto dell’ex-Cpv. Con quest’ultimo, l’11 luglio 1979, andai a sentire un concerto di B.B. King al velodromo Vigorelli di Milano. Uno dei nostri amici, quello con cui avevo sempre legato di meno, anche se ci conoscevamo dall’infanzia e abitavamo nello stesso condominio, rimase così entusiasta che ci trascinò tutti alla ricerca dei camerini dopo potevamo trovare B.B. King e la sua band. Li trovammo e riuscimmo ad entrare, senza essere fermati da nessuno, in una saletta dove erano tutti riuniti. B.B. King fu molto gentile e forse anche divertito. Ci facemmo scattare da qualcuno delle foto insieme al bluesman e agli altri musicisti. Mi sono sempre chiesto se da qualche parte del mondo esistono ancora quelle foto o almeno i loro negativi.

Qualche giorno dopo, il mio amico del quartetto di amici del 1976, un altro di quelli che si erano aggiunti a noi più tardi,  e con cui avevamo fondato il Cpv, ed io ci recammo in una casa sul lago di Como del primo. Poche ore dopo che ci eravamo sistemati io ho iniziato ad avere un disturbo neurologico. Non ricordavo più dove eravamo, chi c’era effettivamente (un mio amico si accorse che dicevo che c’era mio padre in un’altra stanza) e poi chi fossi io e chi erano loro. Ero cosciente solo che erano bravi con me. Uno o due giorni dopo mi tornò la memoria e rientrammo a Milano. 

Poi, come tutti gli anni, raggiunsi la mia famiglia al Camping Grigna di Ballabio. Lì mi rilassai e mi ripresi bene. C’erano gli amici di tutti i sessi, tutte le età, tutte le provenienze e tutti i modi di vivere diversi di sempre. Per qualche giorno portai su un amico del gruppo del mio compagno di classe, che aveva avuto dei diverbi in famiglia ed era voluto andarsene via di casa. Di giorno stava con me e la mia compagnia, mangiava con noi, e di notte dormiva nella nostra macchina. Poi tornò a Milano dalla famiglia. Io mi rimisi - sempre per modo di dire, ossia quasi esclusivamente platonico - con la ragazza di cui ero sempre stato un po’ innamorato. Un’altra, più grande, invece, una sera mi propose di andare a dormire nella sua roulotte con lei ma io declinai l’invito perché ero troppo perso per quella con cui, però, non combinavo molto. 

Forse, essendomi già tolto la soddisfazione di aver avuto un rapporto sessuale completo prima dell’estate - anche se l’esperienza era stata molto pregiudicata dal mio stato mentale del momento - non mi interessava fare di nuovo sesso. Sospinto anche dalla malinconia per l’avvicinarsi dei rientri dalle vacanze (e la mia ragazzina non mi aveva assicurato che ci saremmo rivisti prima dell’estate successiva) quei giorni scrissi anche una poesia, un sonetto, triste, in cui associavo l’arrivo dell’autunno e del maltempo con la fine della giovinezza e l’incombere dell'età adulta. Questa era simboleggiata, più che dalla fine del liceo e l’inizio dell’università, dal fatto che il 10 gennaio 1980 avrei compiuto 20 anni. Le poche persone a cui fece leggere la poesia - che peraltro non era l’unica scritta su un certo quadernetto in quegli anni - la trovarono abbastanza ben scritta ma ingenua.

Al rientro a Milano, la vita riprese esattamente come l’avevo lasciata prima, con le stesse abitudini e le stesse frequentazioni. Aumentarono quelle con gli amici del quartiere che si erano uniti al quartetto iniziale con la nascita del Cpv. Con alcuni di loro, il 9 settembre, andammo in auto a Bologna a sentire un concerto di Patti Smith. Riuscimmo a trovare un posto nel prato dello stadio molto vicino al palco. Il concerto mi piacque, e mi restai estasiato soprattutto durante una canzone in cui Patti Smith eseguì, a pochi metri da dove mi trovavo, dei lunghi assoli con il sax soprano. Quello strumento mi piaceva molto. E per la cronaca non era la prima volta che lo sentivo suonare dal vivo, poiché nel 1978, poco tempo dopo che avevo conseguito la patente di guida, insieme a mio fratello e al mio caro amico con cui abbiamo passato molto tempo insieme da soli fra la fine del 1976 e gli inizi del 1977, eravamo andati una sera a Cremona ad ascoltare un concerto del jazzista Steve Lacy. Ma, mentre quest’ultimo avevo fatto molta fatica ad ascoltarlo, perché si trattava di free jazz, gli assoli di sax soprano di Patti Smith mi penetrarono nella testa e nel cuore con piacere, e non mi sarei mai stancato di ascoltarli.

Durante il resto del mese, il gruppo di amici ex Cpv cominciò a sciogliersi. Mio fratello era già tornato a frequentare dei nostri amici di infanzia. Io continuai a verdermi con gli altri e un giorno chiesi, all’amico con cui avevo sempre legato di meno, come mai prima dell’estate mi avevano cercato, dopo un periodo in cui mi avevano emarginato. Lui mi rispose che si erano accorti che io stavo incamminandomi su una strada pericolosa con altri miei amici e che temevano che avrei compiuto qualche passo eccessivo che poi avrebbero potuto iniziare a compiere anche loro. Insomma, in qualche modo avevano cercato di stringere nuovamente i nostri legami per cercare tutti insieme di salvarci da un destino fatale. Io presi atto di questa confessione, che però non ritenni una conferma di un disamore nei miei confronti. Mi resi conto che anch’io avevo posto delle cause per il comportamento scostante che loro avevano avuto verso di me. A partire da quello di ritenermi un po’ più colto e intelligente. 

Purtroppo, però, verso quella strada pericolosa io avevo continuato ad andare ugualmente e anche loro avevano iniziato a incamminarsi. Dopo quel dialogo, io continuai ancora per un po’ di tempo a frequentare il mio ex compagno di scuola e altri ragazzi del quartiere. Intanto mi ero iscritto alla facoltà di Fisica dell’Università Statale di Milano, con l’obiettivo di diventare un astrofisico e scoprire i misteri dell’universo. Sia il mio ex compagno di scuola con cui avevo passato buona parte dell’anno, sia il mio migliore amico dall’infanzia (che andavo a trovare di tanto in tanto a casa sua la sera tardi), si iscrissero invece a Ingegneria Elettronica al Politecnico di Milano. 

Una sera, mentre mi trovavo seduto a un tavolino del bar Frison in attesa di qualche amico con cui passare la serata, arrivò da solo uno dei miei amici più grandi con i quali avevo iniziato a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin fra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Mi chiese se volevo andare con lui alla birreria La Clinica di via Torricelli, sui Navigli. Accettai l’invito. Quando fummo là, si fece raccontare da me come stavo vivendo in quel periodo. Chiunque mi avesse guardato bene capiva che non scoppiavo di salute, né fisicamente né psicologicamente. Mi disse che se volevo risolvere una volta per tutte la situazione l’unica alternativa era ricominciare a praticare. Accettai anche questa proposta e dal giorno dopo inizia a frequentare lui e gli altri buddisti della zona tutti i giorni. Questo mio amico mi disse anche che, se mi sentivo in pericolo se fossi uscito di casa durante il giorno, era meglio se restavo a casa e poi uscissi con loro nel tardo pomeriggio e la sera. Così smisi per qualche tempo di vedere gli amici di prima. 

Una sera, il nostro amico chitarrista blues mi portò a casa della persona che gli aveva parlato per la prima volta del buddismo e a me sembrò che fosse quasi un buddha in persona, tanto era felice e convinto delle cose che diceva. Sempre a casa di quel ragazzo, che allora aveva 28 anni come il mio amico chitarrista, una di quelle sere incontrai un giapponese di trentasei anni, che praticava circa sedici anni. Abitava da qualche anno in Italia e risiedeva a Bergamo. Spesso, prima di tornare dalla sua famiglia, si fermava a Milano per incontrare dei giovani praticanti. Il giapponese mi lasciò parlare a lungo, mi fece alcune domande, si prese anche qualche appunto, e alla fine, con una voce calma e in grado di toccare il cuore mi disse: “Devi avere più rispetto di te”. Quelle parole mi fecero capire quale era stato il mio problema più grande di quegli ultimi anni. Qualche settimana più tardi, portai sempre in quella casa il mio ex compagno di classe, con cui ogni tanto avevamo iniziato a incontrarci all’università fra una lezione e un’altra: Fisica non era distante dal Politecnico. Anche in quell’occasione c’era il responsabile giapponese. Per almeno una mezz’ora recitammo Daimoku (la frase che riteniamo rappresentare la Legge mistica universale). Anche il mio amico lo fece con noi. Poi il giapponese parlò un po’ anche con lui. Lui però non decise di iniziare a praticare e dopo di allora ci rivedemmo sempre meno frequentemente, anche se ho continuato a pensare a lui molto spesso. (fine)

(pubblicazione riservata - Riccardo Cervelli 2022)



Autobiografia giovanile - Cap. 39 - Anno mistico

 Nella classe dei biennio quarta-quinta in cui mi ritrovai nell’autunno 1978, all’Unione Professori di via Torino, feci inizialmente conoscenza con il mio compagno di banco. Durante una delle prime chiacchierate che facemmo gli raccontai qualcosa del mio viaggio in Marocco. Il giorno stesso, o quello successivo, mi avvicinò un altro compagno il quale mi disse che, stando in un banco dietro il nostro, aveva sentito del mio viaggio in Marocco e che anche lui era interessato a certi argomenti che avevo toccato a proposito di questa esperienza. Diventammo così amici. 

Intanto, con alcuni dei vecchi amici del Cpv e qualche altro amico che non ne aveva fatto parte, alcuni pomeriggi ci trovavamo nella casa occupata. Però non utilizzavamo più i due locali storici del primo piano, ma andavamo in un appartamento del terzo che, l’anno prima, era occupato dai fricchettoni che erano stati mandati via dal Mls. Anche quest’ultima ormai non si faceva più vedere alla casa occupata; del resto i suoi membri venivano tutti da fuori zona. Quando andavamo alla casa occupata passavamo lì solo del tempo a divertirci e sentirci raccontare qualcosa da qualche amico più grande. Poi, verso Natale, io, mio fratello, e altri due del gruppo che si era unito a me e ai miei tre amici dalla fine del 1976 (ricordo anche che ci conoscevamo già dalle elementari) decidemmo di passare il capodanno ad Amsterdam. 

Arrivammo ad Amsterdam in treno il giorno di Santo Stefano e alloggiammo in un ostello vicino a piazza Dam in una camerata molto grande. Di notte eravamo in tanti a dormire sui letti a castello, ma non facemmo amicizia con nessuno. Preferimmo stare fra di noi. Passammo le giornate passeggiando per la città. Un fatto divertente che ci capitò fu quello di entrare in un pub, stare per ordinare della birra, ma accorgerci subito che nel locale c’erano solo uomini che ci fissavano e ci lanciavano occhiate ammiccanti. Fu quella la mia scoperta dell’esistenza di luoghi riservati ai gay. Siccome ci sentimmo a disagio, perché in quegli anni non era così frequente conoscere e frequentare persone con un orientamento omosessuale (ne conoscevamo tutti solo uno, che veniva qualche volta alla casa occupata), non ordinammo, salutammo e andammo a cercare un altro locale. Ogni sera andavamo invece in un club grande che si chiamava Paradiso. Esternamente sembrava una casa occupata. All’interno c’era una grande sala dove si tenevano dei concerti. Ovviamente c’era anche un bancone per ordinare da bene e, in un pianerottolo delle scale, c’era una piccola rivendita di hashish e marijuana, con tanto di listino prezzi appese sulla parete. Al Paradiso, una sera, ascoltammo un concerto di Jim Capaldi, l’ex batterista dei Traffic, uno dei complessi che avevo iniziato a conoscere nel 1974 ascoltando il programma Popoff alla radio sul canale Rai Radio 2. Non ho moltissimi ricordi di quel viaggio.

Amsterdam Paradiso
Sulla destra il club Paradiso di Amsterdam nell'inverno 1978-1979

In seguito formammo un trio affiatato anche con un altro compagno di classe. Tutti e tre avevamo diversi interessi comuni. Il primo che avevo conosciuto (dopo il mio compagno di banco), proveniva da un’altra scuola privata e abitava vicino a viale Argonne, non lontano dal liceo da cui arrivavo io: il liceo scientifico Donatelli di viale Campania. Il secondo, invece, abitava al Gallaratese e non ricordo quale scuola avesse frequentato prima. La famiglia era - almeno in parte - marchigiana. Tutta la famiglia, o uno dei genitori, erano proprietari di un albergo sulla costa, a nord di Ancona. Tutti e tre amavamo la musica e fra le prime cose che facemmo insieme fu quella di andare a suonare in una sala prove: io, che in quel periodo stavo riavvicinandomi al piano, anche se senza più il ricorso al materiale didattico ma “andando a orecchi”, scelsi di suonare un organo; il compagno del Gallaratese si mise alla batteria e l’altro alla chitarra. Per la verità non sapeva ancora suonarla, ma gli insegnai un po’ di accordi che poteva fare senza difficoltà. Non suonammo molto e ci limitammo per lo più a provare gli strumenti e a improvvisare per capire quale genere di musica era più nelle nostre corde. L’amico che abitava al Gallaratese ci aveva proposto di chiamarci Mystic Lay Brotherhood; io e l’altro accettammo ma già nei giorni successivi non parlavamo più di questo nome. Riuscimmo a inventare un pezzo che ci tenne impegnati almeno una decina di minuti. Quella fu l’unica volta che suonammo tutti e tre insieme.

Cominciammo anche a uscire qualche pomeriggio dopo la scuola. Almeno una o due volte ci recammo al Parco Lambro. Due o tre volte andai a dormire a casa del compagno del Gallaratese, che mi fece ascoltare alcuni dischi di Max Roach, il batterista che preferiva. Era un musicista jazz e anche a me piacque quello che ascoltai. Uscendo con l’altro amico che abitava vicino viale Argonne, ebbi modo di conoscere la sua ragazza, con cui stava da diverso tempo. L’amico mi raccontava delle cose che facevano insieme e che io non avevo ancora iniziato a fare con nessuna. L’altro non ricordo se avesse una ragazza. In caso positivo non abitava a Milano, ma forse nelle Marche. Con quest’ultimo facemmo qualche giorno in montagna da me in roulotte.

Parco Lambro 1979 montagnetta
Foto scattata da me al Parco Lambro fra l'inverno e la primavera del 1979

Sempre in quei primi mesi del 1979 continuavo a uscire anche con gli amici del quartiere che avevo iniziato a frequentare nel 1978. I miei tre amici con cui, alla fine del 1976, avevo iniziato ad andare alla casa occupata, e con cui avevamo deciso di sistemare un appartamento per trovarci a suonare e svolgere altre attività di tipo artistico, non li vedevo più. Uno, forse, era andato a svolgere il servizio militare in anticipo, non so per quali strade, ma comunque era entrato nella squadra sportiva dell’esercito perché era un bravo sciatore da quando era bambino. Dico che doveva essere partito in anticipo perché, nella primavera e estate 1979 era di nuovo a Milano e mi raccontava alcune esperienze del periodo militare. E lui aveva circa due anni meno di me: quindi, a conti fatti, forse era partito volontario minorenne. Di certo non era un militarista, a forse aveva compiuto questa scelta per qualche ragione particolare, fra quali potrebbe esserci stata quella di levarsi il pensiero di dover partire per la leva più avanti. Nel 1978, del resto, anche lui come me non stava frequentando regolarmente la scuola, e forse i suoi gli avevano prospettato quella possibilità in un momento in cui però non ci stavamo frequentando. 

Quando arrivò la bella stagione, con un grosso gruppo di amici e conoscenti che avevano gravitato intorno alla casa occupata e che ora si incontravano al bar Frison, la sera cominciai ad andare spesso sulle gradinate della chiesa Madonna di Fatima. Qualcuno portava la chitarra, fra cui io, e una di quelle disponibili la suonava quel ragazzo grande che era tornato da Londra un anno, un anno e mezzo prima, e che aveva iniziato a suonare con una band abbastanza famosa di Milano. 

Dopo che era tornato da Londra, quel ragazzo aveva iniziato a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin, a cui era stato convertito da un ragazzo della sua età che abitava a San Donato Milanese. Allora i praticanti di questo buddhismo giapponese, che facevano capo all’organizzazione laica Soka Gakkai, in tutta Italia erano poche centinaia. Diverse decine abitavano a Milano o nei dintorni. Ma si era creato soprattutto un grande gruppo a San Donato, e in particolare nel suo quartiere Metanopoli, dove abitavano soprattutto famiglie di impiegati e dirigenti di aziende del gruppo Eni, che lì aveva la sua sede. Nel 1975 o 1976, un giovane di Metanopoli, anche lui di circa otto anni più grande di me, era stato convertito al buddismo di Nichiren Daishonin da un batterista jazz afroamericano che veniva spesso in Italia. Subito lui parlò di questa pratica a tutti i suoi amici, e molti iniziarono a praticare anche loro. Intanto, altre persone, venute a conoscenza di questo buddismo per altre strade, avevano iniziato in altre città italiane. Ma fu soprattutto a Metanopoli che ci fu un rapido sviluppo, perché ragazzi e ragazze sempre più giovani, molti dei quali frequentavano le scuole dell’istituto omnicomprensivo di San Donato, si misero a praticare. 

Personalmente, già dal 1978 circa, io avevo iniziato ad interessarmi di filosofie orientali. Per qualche mese, fra il 1978 e il 1979, con qualche altro ragazzo della casa occupata avevo iniziato a frequentare un corso di yoga. Ogni tanto mi compravo qualche libro sullo yoga e sul buddismo. La sera che, davanti alla chiesa di Fatima, dopo aver suonato per circa un’ora la chitarra, il ragazzo tornato da Londra e convertito al buddismo di Nichiren Daishonin iniziò a parlarne a me, come aveva fatto le altre sere con altri, io gli dissi: “Non c’è bisogno che cerchi di convincermi. Ti ho ascoltato già le altre sere. Voglio provare a praticare anch’io”. Così iniziai a dire tutti i giorni, mattina e sera, le preghiere (consistenti nella recitazione continua di una frase, che rappresenta la Legge Mistica dell'universo, e nella lettura di parti di due capitoli del Sutra del Loto del Budda Shakyamuni) e ad andare a qualche riunione organizzata nelle case di alcuni praticanti a Milano. Ma dopo un paio di mesi, lo stile di vita che avevo intrapreso in quel periodo con alcuni amici, si dimostrò troppo in conflitto con quello di un serio praticante buddista e così smisi di praticare e di andare alle riunioni. Ciò nonostante, spesso, mentre mi ritrovavo a guidare il motorino per le vie di Milano, mi ritornavano nella mente delle parti del Sutra che ormai avevo imparato a memoria. Non c’era niente da fare: si erano come incarnate nella mia mente. Allora mi mettevo a cantare qualche canzone, fra le quali, mi ricordo chiaramente, c’era L’anno che verrà di Lucio Dalla, pubblicata sull’omonimo album uscito all’inizio del 1979. 

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 34 - Politico e fricchettone

 


Ritornato a Milano dal viaggio in Sicilia per la tumulazione di mio nonno materno Matteo a Cinisi, ha ripreso la vita di studente di terza liceo scientifico, neo 17enne, con nuove amicizie e con uno stile di vita sempre meno militante politico e sempre più fricchettone.

Da febbraio 1977 ho iniziato a vivere esperienze che in futuro penserò che sarebbe stato meglio non fare. Da buddhista, quale sono diventato due anni dopo quel periodo (e cioè nel 1979), devo però dire che quello che è avvenuto faceva parte del mio karma con cui sono nato in questa vita, e che il karma può “essere trasformato in missione”. Questi principio significa che, attraverso la pratica buddista, le esperienze negative si possono superare e trasformare in una saggezza e una capacità specifica di empatia che ci consente di capire di più e aiutare chi inizierà a vivere quelle esperienze dopo di noi. È ovvio che anche chi non è passato attraverso determinate storie, e non è buddista può offrire valido aiuto a chi invece le stato vivendo. Ma chi le ha vissute, ne è uscito vincitore, e sta praticando il buddhismo che ho abbracciato io (quello di Nichiren Daishonin e propagato dalla Soka Gakkai) può “trasformare il (suo) karma (passato) in missione”, e donare sia un aiuto morale e concreto, sia la conoscenza di una filosofia e una pratica che poi si è liberi di accettare o meno.

Alcune esperienze che ho iniziato a vivere dal febbraio 1977 fino al settembre 1979, pur se non esclusivamente, mi hanno qualificato in quel periodo anche in quel genere di persone che oggi sono considerate soggetti devianti. Se oggi non rimpiango di aver iniziato, alla fine del 1976, a fumare canne - anche perché almeno al momento in cui scrivo sono favorevole alla liberalizzazione della cannabis anche per utilizzo ricreativo - se non vedo la cosa come un fatto che avrei dovuto vivere e che poi mi ha stimolato a praticare il buddhismo con la Soka Gakkai in modo serio - mi sarei volentieri evitato di andare oltre con altri tipi di sostanze che invece oggi considero dannose per la salute e pericolose per la vita. Sicuramente qualcuno dirà che le canne sono una droga e che si parte da lì e poi non si sa dove si va a finire. Ebbene, non posso negare che la mia esperienza dimostri che ciò possa effettivamente avvenire, ma conosco moltissime persone che, per molti decenni hanno utilizzato la cannabis per divertimento o per rilassarsi e non hanno mai provato - o se lo hanno fatto non hanno continuato a assumerle - altri tipi di sostanze. E il loro utilizzo della cannabis non è diverso da quello di bersi, qualche volta, tre bicchieri bicchieri di alcolici vino o birra, sentire necessariamente un cambiamento dello stato mentale, ma non andare incontro a grossi problemi a meno che non si diventi alcolizzati o non ci si metta a guidare con un tasso alcolemico fuori dalla norma.

Un problema della cannabis e che non ha l’alcool è che la prima è considerata una “droga” e il secondo no, anche se anche quest’ultimo porta a una modificazione dello stato di coscienza. Questo fatto, che si può spiegare con il costume millenario della nostra società occidentale di bere alcolici, ma non di fumare la cannabis, ha fatto sì che quando io ero giovane - ma ritengo che per molte persone anche oggi sia così - dal momento in cui una persona iniziava a fumare hashish o marijuana e continuava a farlo anche in seguito, veniva considerato un “drogato”. È come se in un certo senso chi inizia a bere alcolici, e lo fa in un modo che lo rende “allegro” quando si trova in compagnia con amici a casa loro o in discoteca, viene etichettato come alcolista. Comunque lungi da me ora mettermi a discutere se le canne siano da considerare “droga” e se siano da legalizzare o meno. Non credo di avere nessuna verità in tasca su queste due questioni. Torno invece ai fatti.

Una sera del febbraio 1977 si è tenuta al Palalido di Milano una festa organizzata dal Partito Radicale per sostenere una proposta di referendum per abolire il Concordato fra Stato e Chiesa. In quell’occasione mi sono recato anch’io, con amici con cui avevo iniziato a uscire frequentemente da quale mese, alla festa. Lì abbiamo trovato altri nostri amici della casa occupata del Vigentino e, personalmente, molti miei nuovi amici conosciuti al liceo scientifico Donatelli (o Sesto liceo scientifico) da quando i miei genitori mi avevano trasferito lì dal liceo scientifico Einstein, come ho già raccontato in una puntata precedente. In quella occasione, mi sono, per metterla sullo scherzo, messo in pari con il famoso ragazzo olandese conosciuto in campeggio a Brunico nell’estate 1975, che mi aveva raccontato di aver provato l’Lsd. (continua)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 32 - Classe mista

 Verso la fine del 1976, come ho già scritto, cambiai scuola perché così era stato anche consigliato ai miei genitori. Fu una scelta azzeccata, perché il mio futuro all’Einstein ormai era compromesso e io stesso non so come avrei potuto resistere in quell’ambiente sotto il profilo disciplinare. Certamente mi dispiacque lasciare alcuni compagni con i quali si era stretta amicizia nei due anni scolastici precedenti, ma con alcuni restai amico anche negli anni successivi. 

Sempre negli ultimi mesi del 1976 avevo, come ho già accennato, girato diversi luoghi di ritrovo dei giovani della sinistra extraparlamentare, spesso anche con visioni con diversi punti di contrasto fra loro. Ero proprio un cane sciolto. A un certo punto iniziai anche a frequentare la “casa occupata” di piazza dell’Assunta, di fronte all’oratorio che era stata la mia seconda casa fino ai primi mesi dell’anno. Qui cominciai a conoscere persone, la maggior parte delle quali le conoscevo di vista fin da quando ero piccolo. Quelle che conobbi inizialmente avevano visioni di sinistra a livello politico, ma non erano militanti. In quella palazzina disabitata (vi abitava solo una signora in un appartamento al piano terreno) e in stato di degrado, nel 1975 avevano fondato un Circolo giovanile. Ricordo che ci avevo fatto una visita veloce poche settimane dopo che era nato e in occasione di una festa che avevano organizzato in giardino. Alcuni di loro mi erano piaciuti per il modo di fare aperto, gentile e per l’abbigliamento vagamente hippie. Quando, agli inizi dell’inverno 1976-1977 entrai di nuovo in quella casa occupata, il Circolo giovanile non c’era già più come entità organizzata, ma i ragazzi che lo avevano fatto nascere continuavano a ritrovarsi lì. 

Andai in quella casa occupata con dei miei nuovi amici, e in quel momento la mia intenzione era ancora quella di coinvolgere più persone possibili in attività di tipo politico. Invece, fui io ad essere attratto verso una nuova dimensione più culturale che politica. Dopo che nei primi giorni avevo detto ai miei amici che la ritenevo una cosa sbagliata, un pomeriggio provai a fumare una canna. I miei amici che già lo facevano da un po’, dopotutto, stavano bene, erano intellettualmente impegnati, non mi sembravano delle persone da salvare. Scoprii che il fumo non aveva effetti sconvolgenti, rendeva solo più euforici e disinibiti nel parlare, accentuava alcune percezioni, lasciava intatto l’autocontrollo rispetto a un’ubriacatura. A differenza delle sbornie, poi, non lasciava sensi di malessere fisico e psicologico quando finiva l’effetto. Nei tempi successivi continuai a fare tutto quello che facevo prima, a livello di attività politica e frequentazioni varie, anche se ogni tanto mi capitava di fumare degli spinelli. Rispetto al me stesso di prima, però, sentivo di essere entrato in un nuovo territorio sul quale pesava uno stigma sociale. Io stesso, una volta, parlando con un nuovo amici, usai un termine (“farsi”) con cui involontariamente accomunavo il consumo di sostanze leggere con quello di droghe pesanti. Giustamente il mio amico me lo fece notare e non usai più quella parola. 

Riccardo Cervelli 17 anni 17yo
Io a 17 anni circa

Queste nuove amicizie mi portarono ad aumentare il mio interesse verso la musica e verso tematiche attinenti più ai temi di liberazione personale che a quelli di cambiamento politico. In quel periodo iniziai ad acquistare nuove riviste. Oltre a Ciao 2001, cominciai a comprare il mensile Re Nudo. In quel periodo questa rivista pubblicava molti articoli sulla liberazione sessuale, sulle esperienze dei centri giovanili, sulle lotte del sottoproletariato per l'emancipazione socio-culturale (oltre che economica) e sulla musica popolare. Continuai anche ad acquistare una rivista di musica contenente articoli, interviste e servizi fotografici sui gruppi musicali che mi interessavano in quel periodo, con diverse incursioni anche nel mondo del jazz. Nel 1975 compravo Muzak, che chiuse quell’anno e di cui prestai tutte le mie copie a mia zia Paola, che poi si dimenticò di restituirmele. Dal 1976 iniziai a comperare il mensile Gong, fondato da alcuni giornalisti di Muzak e più o meno improntato allo stesso modo.  

La militanza politica continuò ancora attivamente, soprattutto grazie alla contemporanea frequentazione del Circolo Giovanile Romana-Vigentina, alla partecipazione a manifestazioni con i gruppi di Autonomia Operaia e ad altre insieme ai compagni impegnati politicamente nel liceo Sesto, o Donatelli a seconda delle preferenze in fatto di nome da utilizzare per indicare la stessa scuola. 

Il primo impatto con il nuovo liceo fu, ovviamente, con la mia classe (terza C) e i suoi insegnanti. Trovai meravigliosi sia la prima che i secondi. Per la prima volta dalla prima elementare mi ritrovai in una classe mista. Mi fece un certo effetto essere circondato per diverse ore al giorno, in un’aula scolastica, sia da ragazzi che da ragazze. Le ragazze stavano per lo più in banco fra loro e i ragazzi idem. Mi ricordo ancora la prima aula. Era rettangolare, ma arrotondata, poiché così era la scuola, un ex clinica. Era molto più piccola di quelle dell'Einstein, ma anche gli alunni erano meno.

Non appena arrivai nella nuova classe, i miei nuovi compagni fecero a gara per farmi sentire a mio agio e dimostrarmi la loro amicizia. In quel periodo ero un po' frastornato, sicché mi sentii come un bambino che ritrova il calore dei propri genitori dopo essersi smarrito. Anche i professori mi apparvero meno formali e più disponibili di quelli dell'Einstein. Nel mio liceo precedente o erano troppo severi e arroganti, o si comportavano comunque in modo freddo e nervoso. Il che si rifletteva sugli studenti, che in massima parte finivano per diventare o indifferenti o competitivi o indisciplinati. Nella nuova classe mi fu spiegato che a ognuno veniva attribuito un soprannome. Ma mentre nella vecchia classe (anche se bisogna tenere conto che eravamo più immaturi) si sceglievano soprannomi che rappresentavano prese in giro di una persona (anche se in senso bonario), nella nuova l'attribuzione aveva come obiettivo solo quello di evitare gli scontati nomi e cognomi a favore di qualcosa di più fantasioso. È stato qui che, per la prima volta, mi sentii chiamare “Richard Brains”, cosa che si ripeterà anche nei decenni successivi in varie situazioni. Mi divertì il fatto di avere, come compagni di banco, due ragazzi che avevano come cognomi entrambi nomi di animali alterati con la stessa desinenza.

Sebbene nella scuola vi fosse qualche centinaio di studenti militanti in gruppi extraparlamentari di sinistra, nella mia classe non c'erano ragazzi impegnati nell'attività politica. Anzi, uno dei miei due compagni di banco si definiva di destra, ma non sembrava affatto un militante. Poi c'erano tre o quattro altri ragazzi e ragazze che si potevano definire simpatizzanti di sinistra. La maggior parte dei miei compagni di classe, comunque, non dava mostra di identificarsi con una parte politica. Quello che mi importava di più, comunque, è che erano tutti simpatici, aperti o comunque tranquilli. Le ragazze erano le più calme e composte nei banchi. Una aveva i capelli castano chiari ondulati e pettinati in un modo tale che sembrava che non si muovessero mai. La sua testa sembrava quella di una statua greca. Ai miei occhi aveva un'aria misteriosa e, nonostante non sentissi di avere molte cose in comune con lei, in un certo senso mi attraeva. 

Durante il primo anno svolsi la mia attività politica in modo abbastanza discreto. Non mi assentavo troppo dalla classe per stare in "aula-studenti", non litigavo con i professori. I miei rapporti con gli altri militanti di sinistra divennero però subito abbastanza stretti anche se, essendo l'ultimo arrivato, non godevo di particolare notorietà. Un problema che non tardai a risolvere. Durante una manifestazione nelle strade del quartiere (gli studenti del Sesto erano addirittura in grado di formare piccoli cortei da soli) inventai uno slogan che ebbe abbastanza successo. Dato la nostra preside si chiamava Teresa Pomodoro, e il ministro della pubblica istruzione in carica si chiamava Malfatti, coniai la frase: "Pomodoro al forno, Malfatti di contorno". Fu forse la mia prima prova di copywriting. 

Tra ragazzi e ragazze di questo gruppo ci si baciava sempre quando ci si incontrava: anche sulla bocca. E io ci presi gusto a baciare soprattutto due o tre compagne che mi piacevano. Ma continuavo ad essere il Riccardo che non osava e che si limitava a fare quello che per prime facevano le ragazze con me. In quel periodo non avevo neanche più una ragazza, neanche con una relazione platonica.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)



Autobiografia giovanile - Cap. 31 - Nuovi amici e nuova scuola

 Rientrati in Italia dal viaggio in Francia, riportammo la roulotte al camping a Ballabio, e mentre nostro padre era ritornato al lavoro, noi figli con nostra madre ci fermammo per un po’ di tempo in campeggio. Del resto, i miei avevano deciso di tenere la roulotte in campeggio, invece che in un deposito, e avevano pagato un abbonamento annuale ai proprietari del Camping Grigna, una coppia di coniugi molto simpatici che non aveva figli. Probabilmente, in quei pochi giorni al campeggio non mi divertii molto perché non c’erano più tutti i ragazzi conosciuti nella prima parte dell’estate e quindi non dovetti soffrire il fatto di fare definitivamente rientro a Milano, dove avevo dei programmi ben precisi. 

Riccardo Cervelli 16 anni 16yo
Io a Saintes-Maries-de-la-Mer nell'estate 1976

Il primo era quello di prepararmi per i tre esami di riparazione che mi avevano dato alla fine dell’anno scolastico precedente. Sicuramente, fra le materie da recuperare, c’era matematica e forse fu anche quello un periodo in cui, per farmi aiutare nello studio, andavo a casa della maggiore di tre miei cugini di terzo grado. Dato che mio zio paterno Alfredo non si era mai sposato e mio zio materno Miro era sposato ma non avevano avuto figli, non avevo cugini di primo grado. Invece, una cugina di primo grado di mia madre aveva avuto questi tre figli, che insieme ad altri cugini di terzo grado, consideravo come fossero cugini di primo. Dunque, questa mia cugina, biologa, era sposata con un ingegnere, che quando avevo bisogno mi dava ripetizioni di matematica. Infatti, per quanto fin dalle medie non avevo mai avuto bisogno di un aiuto in questa materia, da quando ero passato alle superiori, per via dei ritardi accumulati nello studio a casa a causa di varie attività extrascolastiche - fra le quali primeggiava la politica - mi ritrovai più volte ad arrivare al punto di avere necessità di ripetizioni. E questo non valse solo per matematica, ma anche per latino. In questo caso mia madre chiedeva di aiutarmi direttamente a sua cugina, che conosceva molto bene questa materia anche se per via delle conseguenze della guerra non aveva potuto proseguire gli studi, o la figlia minore di mia cugina, che invece era laureata di Lettere. 

Per tornare alla matematica, oltre all’ingegnere marito della maggiore di questi tre cugini di terzo grado, per un certo periodo fui inviato dalla mia ex professoressa di matematica e scienze delle medie, con la quale instaurai un rapporto anche molto empatico, al punto che - come del resto facevo anche con la cugina di mia madre - a volte parlavo anche della mia vita privata. Con l’ingegnere c’era invece un altro lato simpatico nel nostro rapporto. Dato che conosceva la mia passione per l’elettronica, alla fine di ogni lezione mi regalava qualche circuito integrato che si era portato a casa dal lavoro. Già in una delle puntate precedenti ho scritto che acquistavo regolarmente delle riviste di elettronica, in particolare CQ Elettronica ed Elettronica Pratica. Quindi avevo già notato quei circuiti integrati in qualche articolo, e quindi ero felice di ritornare a casa con quei piccoli regali del marito di mia cugina. Come ho già scritto nella puntata precedente, alla fine venni promosso e ricomincia la scuola. 

Il secondo programma che avevo in serbo per le settimane precedenti la ripresa della scuola e fare qualcosa per contribuire al mantenimento di un certo livello di attività politica all’interno dell’istituto. Già dopo la fine del precedente anno scolastico, avevo iniziato a individuare dei ragazzi del mio quartiere il procinto di iniziare il primo anno al liceo scientifico Einstein. Alcuni ce n’erano e - tranne la mia ex fidanzatina di due anni all’oratorio - altri li conoscevo solo di vista. Altri ancora avevo deciso di non prenderli in considerazione. Intanto, comunque, ero sicuro di poter coinvolgere anche qualche ragazzo e ragazza della mia età con i quali, già nei due anni precedenti, avevo partecipato alle attività politiche promosse dai nostri compagni più grandi, che però, anno dopo anno avevano concluso il liceo.

Quando ripresero le lezioni, insieme ad altri compagni che già avevano fatto un po’ di attività politica con me, organizzammo una riunione nella sede di non ricordo più quale comitato situata in uno scantinato delle case popolari che si affacciano su viale Molise e piazzale Cuoco. Anche in quell’epoca io continuavo a considerarmi un “cane sciolto” e quindi mi sentivo libero di fare amicizia con ragazzi che, al contrario di me, erano più inseriti in un partito, gruppo extraparlamentare o comitato, e quindi potevano anche recuperare o offrire dello spazio per organizzare delle riunioni “extra” rispetto alle loro. Dopotutto, pensavo, al di là di qualche differenza ideologica e di approccio alla lotta politica, dovevamo remare tutti dalla stessa parte.

Ricordo che in quel periodo avevo tirato fuori uno spirito organizzativo molto rigoroso. Per esempio, prima di quella riunione, avevo già stilato una lista delle persone che avevo invitato e che mi aspettavo di vedere. Non ricordo più se feci un vero e proprio appello, ma di sicuro controllai chi c’era e, se c’era qualche persona che non mi ero aspettato o non conoscevo, certamente fui ben felice di aggiungerla all’elenco. Credo anche che fui io a presiedere la riunione.

Purtroppo, però, erano passati all’università quasi tutti gli studenti più grandi di me che, negli anni passati, erano stati fra i promotori di qualche iniziativa politica, anche se non riuscirono mai a organizzare la stessa quantità di attività che si svolgevano nelle altre scuole medie superiori statali di Milano. Quindi, da quell’anno, io e i miei amici ci trovammo ancora di più a doverci adeguare alle normative per la convocazione delle attività assembleari previste dagli ormai entrati in vigore Decreti Delegati (emanati fra il luglio 1974 e il maggio 1974). Ora bisognava seguire molti passi per convocare le riunioni di sezione e le assemblee di istituto. Quando io ero arrivato all’Einstein nell’autunno 1974, le prime si chiamavano ancora “collettivi” e le seconde semplicemente “assemblee”. E per convocarle non penso che si fosse ancora iniziato ad applicare le regole previste dai Decreti Delegati, ma che più semplicemente si chiedeva e si otteneva il consenso del preside. Preside che però, anno dopo anno, era stato sempre di più incitato a perseguire una gestione che non prevedeva l’”agibilità politica” presente nelle altre scuole statali di Milano. A esercitare queste pressioni era il genitore - che ho già citato - presidente l’associazione dei genitori chiamata Libera, che godeva della maggioranza dei consensi fra gli altri genitori e faceva il buon e cattivo tempo nel Consiglio d’istituto.

Fu così che, pur cercando di sfruttare al massimo gli spazi offerti dai Decreti Delegati per organizzare momenti di confronto fra studenti all’interno della scuola, per mantenere un certo livello di attenzione da parte degli studenti verso le tematiche che, io e gli altri compagni, consideravamo importanti per la democrazia, l’antifascismo, una scuola più egualitaria e non funzionale al capitalismo, e così via, decisi di spingere molto anche su attività da svolgere appena fuori dalla scuola. Fra queste i volantinaggi, l’affissione di manifesti, brevi comizi con il megafono (che mi era stato ormai affidato a tempo indeterminato dai vecchi compagni che avevano finito il liceo, e che tenevo nascosto in uno spazio comune delle cantine del mio palazzo) e picchetti in occasione di scioperi. Per cercare di effettuare picchetti un minimo efficaci mi mettevo personalmente davanti alla porta principale o alla porta carraia della scuola, coinvolgevo qualche altro studente della scuola e chiedevo l’aiuto dei compagni del vicino istituto Verri, che venivano volentieri. Quindi feci conoscenza con alcuni militanti del Comitato Antifascista Vittoria (Caf), che presi anche a frequentare e al quale, sempre in occasione di qualche sciopero, chiesi di mandare qualcuno a fare picchetto. Da quel momento, vidi che ogni volta che era previsto uno sciopero che poteva implicare la presenza di un picchetto, prima dell’inizio di questo erano già presenti davanti alla scuola dei blindati della Celere. Mi chiesi se per caso le mie telefonate di richiesta d’aiuto per i picchetti non venissero intercettate. Ovviamente all’interno della scuola non c’erano solo studenti che non erano interessati a saltare le lezioni per partecipare agli scioperi (e da noi erano sicuramente la maggioranza), ma c’era anche qualche studente che dichiarava apertamente di essere contrario all’attività politica che io e gli altri compagni volevamo “imporre” agli altri. La mattina del 21 ottobre 1976, all’esterno della scuola, alcuni studenti, guidati da uno in particolare, distribuirono un volantino firmato Studenti Indipendenti Einstein in cui si condannava un’iniziativa di picchetto da noi organizzata nei giorni precedenti e che si concludeva con una frase scritta in maiuscolo in cui si definivano promotori dei picchetti “CERVELLI CHE PENSANO MALE E AGISCONO allo stesso modo”. Tutti capirono a chi si riferisse quel Cervelli. 

Il volantino degli Studenti Indipendenti Einstein in cui il nome viene suggerito

Devo dire, però, che non si poteva dire che io fosse una persona “cattiva”. Anzi, in occasione di un picchetto, venni avvicinato da un padre il quale cercava proprio me. Mi disse che suo figlio era uno studente che aveva simpatie per di destra e mi chiese se potessi fare in modo che nessuno gli facesse male. Io promisi a questo padre che sicuramente avrei impedito che fosse successo qualcosa a mio figlio. Il padre mi ringraziò e si allontanò tranquillizzato. Io scorsi il ragazzo e controllai che non fosse infastidito da nessuno. Poco dopo sciogliemmo il picchetto.

Ciononostante, noi reduci delle ultime “lotte studentesche” all’Einstein, nel corso di un’assemblea tenuta sempre all’inizio della scuola, riuscimmo a far approvare l’organizzazione di alcuni giorni di “autogestione”. In realtà, durante quei giorni, non riuscimmo a coinvolgere effettivamente molti studenti nelle attività che avevamo previsto, e quindi la concludemmo. Ricordo ancora bene che all’uscita dell’ultimo pomeriggio di autogestione, alla fermata della 90, feci conoscenza con un ragazzo più grande che aveva anche lui partecipato - in modo piuttosto discreto, per via del suo carattere abbastanza riservato - all’autogestione. Parlando con lui scoprii che frequentava un gruppo di giovani di Autonomia Operaia che desiderai subito conoscere. Da quel momento iniziai a passare molti pomeriggi con loro e partecipai anche all’occupazione dei locali di un vecchio negozio situato in un palazzo di Corso Lodi 6, già da tempo abitato “abusivamente” da alcune famiglie, soprattutto immigrate dal meridione. Fondammo in quell’occasione il Circolo Giovanile Romana-Vigentina.

Intanto a scuola, a mia insaputa, anche a livello degli “adulti” si parlava di me. Dopo l’autogestione - che come ho scritto non era stata molto partecipata e che si svolse in un clima piuttosto teso - si tenne un Consiglio d’Istituto. Nella scuola allora c’era un professore di storia e filosofia di sinistra, che era l’unico a rappresentare nel Consiglio d’istituto i docenti con questo orientamento. Questo professore era diventato anche amico di mio padre, che forse conosceva per questioni extrascolastiche: forse era cliente dell’agenzia bancaria di cui mio padre era direttore. Dopo il Consiglio d’istituto, in via riservata avvertì mio padre che, durante la riunione dell’organo collegiale era stato fatto ripetutamente il mio nome. Qualcuno aveva detto addirittura che frequentavo fiancheggiatori di organizzazioni terroristiche (mi ricordo che venne fatto in particolare il nome dei Nuclei Armati Proletari, Nap, che conoscevo a malapena). Mi sembra che questo professore disse che a fare queste affermazioni fosse stato il solito presidente dell’associazione dei genitori Libera, nonché presidente del Consiglio d’Istituto, e che fra gli studenti di sinistra - soprattutto quelli che ormai se n’erano andati via - si vociferava che avesse a che fare con i servizi segreti, quelli “paralleli” in particolare. E forse questa voce non girava solo fra alcuni di noi studenti. 

Fatto sta che, considerate le accuse che erano state fatte nei miei confronti, i possibili legami polizieschi del presidente del Consiglio d’Istituto, e dietro lo stesso suggerimento del professore di storia e filosofia, i miei decisero di farmi cambiare scuola. In quei mesi, mia madre aveva conosciuto alla Forza e Coraggio, una struttura sportiva frequentata dalle mie due sorelle, una persona che conosceva la preside del liceo scientifico Donatelli. E si riuscì a trasferirmi presso quell'istituto, che io avevo sempre considerato un esempio di scuola in cui l’agibilità politica era elevata. Insieme ad altre scuole, fra le quali primeggiava l’Istituto Tecnico Molinari, il Donatelli, allora meglio conosciuto fra noi studenti come il “Sesto”, era anche fra i maggiori apportatori di studenti che formavano i cortei di protesta di quegli anni. In quel momento, senza contare che alla fine era più lontano dell’Einstein, ma non esageratamente (un quarto d’ora in più di filobus), quella era proprio la scuola per me.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)








Autobiografia giovanile - Cap. 30 - Vacanze spartiacque

 Durante la primavera o l’inizio dell’estate 1976 i miei andarono a visitare un campeggio situato a Colle di Balisio, una località della Valsassina, situata dopo Ballabio salendo da Lecco. Balisio era anche punto di partenza di uno dei più famosi sentieri per salire in cima alla Grigna, passando per il rifugio Tedeschi e arrivando poi al rifugio Brioschi, posto in cima alla montagna. Quando tornarono indietro mi madre mi disse che a loro il campeggio era piaciuto e sarebbe piaciuto anche a me, anche perché lei aveva visto che c’erano molti bambini che sarebbero stati contenti di sentirmi suonare la chitarra.

La chitarra era più che mai diventata uno dei miei passatempi preferiti, da quando avevo iniziato a suonarla all’oratorio nella comunità di Cl. Per un paio d’anni l’avevo suonata, sempre insieme ad un altro ragazzo, anche per accompagnare il coro alla messa della domenica mattina alle undici. Ma in generale mi interessava la musica moderna, pop, rock, folk, e quella di alcuni cantautori italiani. Per tenermi aggiornato sui complessi italiani e internazionali, compravo sempre il settimanale giovanile Ciao 2001 (Editore Lei), dove trovavo anche altri articoli di attualità e altre rubriche con contenuti interessanti. In pratica era diventato quello che, nell’infanzia e nella preadolescenza erano per me Topolino (Arnoldo Mondadori Editore), Il Giornalino (Edizioni Paoline), Il Corriere dei Piccoli (Rizzoli) e Il Corriere dei ragazzi (Corriere della sera). 

A differenza delle testate che acquistavo da bambino, Ciao 2001 non era a fumetti. Quando leggevo le riviste a fumetti, questo tipo di linguaggio riusciva a farmi amare e immedesimare nei personaggi e nelle storie (la serie che amavo di più era Valentina Mela Verde, pubblicata prima sul Corriere dei Piccoli e poi sul Corriere dei ragazzi), mentre con l’adolescenza il fumetto iniziò a non appassionarmi più, eccezion fatta per alcune strisce particolari come i Peanuts, che mi piacciono ancora oggi, anche se non le cerco. Riguardo a Topolino, invece, c’è una storia personale molto simpatica (oltre quella di avere vinto, nel 1972 a Saint Vincent, un secondo premio di disegno a un concorso indetto dalla rivista), che mi è stata raccontata e risale al periodo terza o quarta elementare. In un temino avevo riportato, a sostegno di qualche tesi, un’affermazione del personaggio Giuseppe Tubi, scrivendo qualcosa tipo, “come dice Giuseppe Tubi…”. Con l’adolescenza ho iniziato ad amare soprattutto gli articoli, le interviste, le foto. Tanto che dal 1976 ho iniziato anche a comprare un quotidiano: Lotta Continua

Ricardo Cervelli 1976 16 anni 16yo
Io a 16 anni

All’inizio dell’estate 1976 non ero ancora molto libero di muovermi come volevo, a differenza di alcuni ragazzi della mia età o di uno o due anni meno conoscevo; ma si trattava soprattutto di ragazzi che avevano fratelli o sorelle più grandi e che se li portavano dietro. E così, alla fine di giugno, non mi fu permesso di andare al Festival del proletariato giovanile 1976, organizzato al Parco Lambro, fra gli altri, dai circoli del proletariato giovanile, il Partito Radicale, Lotta Continua, la radio libera Canale 96. Invece, ci andarono tutti i giorni, a quanto mi dissero, mio nonno Nevio e mio zio Alfredo, che si trovavano bene anche per la ristorazione.

Nel luglio 1976 salimmo con la roulotte per la prima volta a Camping Grigna di Ballabio. Il campeggio, quell’anno, occupava metà del terreno su cui si sarebbe dispiegato già - credo - dall’anno seguente, ma non era piccolissimo. Erano campeggiate quasi solo roulotte di famiglie con bambini o ragazzi giovani. Accanto alla nostro roulotte (dove inutilmente montai un antenna per il baracchino CB, perché non c’erano radioamatori contattabili da quel posto con i miei mezzi) c’era però una tenda con una nonna sola “sprint” e tre bambini piccoli: due sorelle di sette e quattro anni e un cuginetto di circa cinque o sei. Quei bambini si affezionarono a me quasi subito e anch’io ebbi la conferma che mi piaceva e incuriosiva interagire con i bambini più piccoli. Fu in quel periodo, infatti, che iniziai a leggere articoli e libri di psicologia infantile. Intanto pian piano io e mio fratello facemmo amicizia con altri ragazzi della nostra età e le mie sorelle fecero lo stesso con bambini della loro età (7-11 anni circa). Durante il pomeriggio, noi ragazzi e i bambini andavamo nel bar del campeggio a vedere la televisione. Dal 1974 la tv italiana trasmetteva la serie giapponese Heidi e altri cartoni animati che tutti volevano continuare a vedere anche se non erano a casa. Fra i ragazzi e le ragazze con cui feci amicizia una, mia coetanea, aveva sicuramente affinità con me per la passione della chitarra e le posizioni politiche; altri non si occupavano di queste cose, ma questo non costituiva un ostacolo, perché poi i passatempi con cui ci intrattenevamo piacevano a tutti. Lì imparai a giocare a Machiavelli, gioco di carte che ci impegnava per qualche ora. Qualche volta usavamo il pavimento della sala televisione come pista da ballo. Ecco, in quel caso mi annoiavo perché alla maggior parte dei ragazzi e delle ragazze piaceva la musica commerciale, che a me invece non andava giù.

Dopo qualche settimana nostro padre ebbe le ferie e portammo la roulotte a Milano. Restammo lì un paio di giorni, il tempo di caricarla di quello che serviva per andare in Francia. La notte in cui la roulotte restò parcheggiata sotto casa ci dormirono dentro i miei genitori. Poi partimmo in direzione Liguria e ci fermammo in un campeggio ad Arenzano. Invece che una notte, dovemmo rimanere lì due o tre giorni perché era scappata la nostra gatta e volevano ritrovarla. E così fu e ripartimmo in direzione Costa Azzurra. La prima notte, perché ormai era troppo tardi per cercare un campeggio, ci fermammo in un area di sosta vicino a Mentone. Poi non sono più sicuro di quali città della Costa visitammo all’andata o al ritorno, ma furono diverse quelle in cui ci fermammo: Cannes, Aix-en-Provence, Saintes-Maries-de-la-Mer, Carcassonne quelle che ricordo di più. Io avevo visto l’ultima volta il mare nel ‘67, in colonia, e Annarita nel ‘70 ad Alassio. Per mio fratello e la mia sorella più piccola era la prima volta. Ci sono numerose foto in cui si vede come ci divertivamo a sguazzare nell’acqua salata e fra le onde.

Riccardo Cervelli estate 1976 16 anni 16yo
Io in Costa Azzurra nell'estate 1976

La meta finale del viaggio era il santuario di Lourdes. Ormai in quel periodo avevo smesso di andare in chiesa da molti mesi. Ciò nonostante trovai la visita al santuario interessante e di valore spirituale e sociale. Mentre facevamo la fila per fare il bagno nell’acqua benedetta, un bambino piccolo in braccio a una signora vicino a me mi prese la mano. Quando guardai la sua manina vidi che aveva un ditino in più accanto al mignolo. Non era grande come quello e probabilmente non aveva (o aveva poca) mobilità. Ma credo che fosse comunque in caso di polidattilia. Poi facemmo il bagno. Ricordo che mi disposi in mutande davanti alla vasca e due persone mi fecero immergere e poi mi dettero un asciugamano. Non mi è restato in mente di più. Ricordo invece l’enorme quantità di persone che occupavano gli spazi esterni del santuario o che compivano delle processioni. Anche alla fine della seconda liceo, come a quella della prima, ero stato rimandato in tre materie, soprattutto perché non mi impegnavo, non perché non avessi le capacità. Mi sono sempre chiesto se fra i benefici del pellegrinaggio in cui mia madre (mio padre non penso molto) sperava ci fosse anche quello che mi promuovessero. Cosa che, comunque, accadde a settembre.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 29 - Anni di ribellione

A dicembre 1975 morì mia nonna paterna Iris. Fu la prima dei miei nonni a lasciarci. Era anche di loro l’unica figura che non ero mai riuscito a conoscere molto in profondità perché da tanti anni soffriva di una forma di demenza. Mia padre, mio nonno paterno e mio zio parlavano di arteriosclerosi. Avevo sentito dire che era stata ricoverata anche per un po’ di tempo all’ospedale psichiatrico Paolo Pini. Di lei, nata nel 1900 a Pisa, avevo saputo da mia madre che, quando era incinta di me e i medici le avevano detto, fin dal terzo mese, di rimanere a letto perché c’era un rischio di aborto, un giorno questa mia nonna era andata a trovarla e le aveva portato del té. Da quelle poche volte che io e mio fratello, da piccoli siamo andati, con nostro padre, a trovare i nonni paterni e mio zio Alfredo, mi ero costruito l’immagine di una nonna di poche parole, come immersa nei suoi pensieri, che ci preparava un té e ci offriva dei biscotti. Aveva otto anni più di mio nonno, classe 1908. Morì durante il trasporto in ospedale. Mio zio Alfredo e mio nonno ce lo vennero a dire poco dopo, di sera, direttamente a casa. Qualche giorno dopo andammo a casa loro e io presi delle scatole di psicofarmaci che utilizzava mia nonna per capire che cosa assumeva e poi me li tenni per qualche anno da parte. Negli anni seguenti, parlando con mio nonno Nevio, capii quanto l'aveva amata. La chiamava spesso "la mia principessa". Io ci rimasi male per la morte della nonna, ma non posso dire che fin da quando ero piccolo avevo stretto un legame così forte da soffrire tanto.

Come ho scritto nella scorsa puntata, i tre giorni dal 16 al 18 aprile 1975, con i loro tre ragazzi di sinistra morti a seguito di scontri con fascisti (Claudio Varalli) e polizia (Giannino Zibecchi e Rodolfo Boschi), mi portarono ad avvicinarmi sempre di più agli ambienti extraparlamentari di sinistra. Ciononostante, sia per la mia giovinezza, sia per la libertà ancora relativa lasciata dai miei genitori nell’uscire la sera, sia per la mia tendenza a seguire soprattutto la mia testa, non aderii a nessun gruppo specifico ma rimasi un cosiddetto "cane sciolto". 

Riccardo Cervelli 15 anni 15yo Ulm
Io ad Ulm, in Germania, nell'estate 1975

Nelle prime settimane dell’anno scolastico 1975-1976 ripresi a frequentare le riunioni del Comitato Autonomo Einstein (Cae) che, a dispetto del nome, non aveva niente a che vedere con Autonomia Operaia. Contemporaneamente, però, continuavo a frequentare la comunità dell’oratorio. Tuttavia, sempre più spesso mi trovavo a discutere con alcuni degli altri ragazzi a proposito della mia posizione intermedia fra le istanze di Cl e quelle dei gruppi di sinistra. Un pomeriggio, durante uno spettacolo organizzato in parrocchia, alcuni ciellini salirono sul palco e iniziarono a cantare una canzone in cui venivano nominate delle persone. Ad ogni nome fatto la musica si interrompeva e veniva chiesto al pubblico che cosa potesse rappresentare di più una certa persona. Quando venne fatto il mio nome, dopo un attimo di sospensione, cantarono l’inizio della canzone Bandiera rossa. Devo dire che rimasi un attimo perplesso, ma poi non potei che condividere la scelta e non mi sembra di essermela nemmeno presa per questo scherzo. 

Fra le mura dell’oratorio e con quasi tutti i ciellini continuavo a trovarmi a mio agio. Va detto, peraltro, che all’oratorio non si presentavano solo persone che si identificavano con la comunità di Cl: ce n’erano altri che avevano deciso di definirsi “dissidenti” e altri che, pur non avendo preso questa posizione, frequentavano l’oratorio ma non partecipavano alle riunioni o alle attività a sfondo religioso o connotate come animazioni specifiche della comunità, per esempio le attività rivolte ai ragazzi più giovani o ai bambini. 

Con alcuni di questi frequentatori dell’oratorio, ma non membri attivi della Comunità, iniziai ad aumentare il numero di amicizie. Alcuni li conoscevo già di vista perché abitavano anche loro da molti anni nel quartiere ma, avendo qualche anno più di me, da piccolo non li avevo frequentati. Solo uno, che era di un anno più vecchio di me, circa tre anni prima avevo avuto un’interazione nel campetto a fianco del mio condominio. Lui era passato di lì e, avendo già compiuto i 14 anni, poteva già guidare una moto da 49 cc. Aveva una moto da cross, un Fantic Motor, che era il sogno di diversi miei amici della mia età, compreso il compagno delle medie che viveva in una cascina a Locate Triulzi. Un pomeriggio, quel ragazzo entrò con la moto nel campetto e iniziò a parlare con me. Visto che mi piaceva la sua moto, mi propose spontaneamente di provarla. Io ne fui felice e feci un breve giro dentro il campetto, senza neanche cambiare le marce. Rimasi per sempre molto grato a quel ragazzo, che conoscevo appena di vista, per l’esperienza che mi aveva fatto fare.

Quando lo rividi all’oratorio, facente parte del gruppo dei “dissidenti”, iniziai a familiarizzare molto perché sapeva suonare molto meglio di me la chitarra. Mi insegnò qualche pezzo di musica pop dei Beatles, dei Rolling Stones e dei Crosby Still Nash & Young. Prima di allora, il mio repertorio era costituito soprattutto da canzoni di Cl e qualche pezzo di Bob Dylan, che era il mio musicista preferito. A questo proposito, il ragazzo di otto anni più grande di me che per primo mi aveva insegnato i primi rudimenti della chitarra di accompagnamento all’oratorio, e che era diventato uno dei responsabili più importanti della comunità, spesso mi chiama Bob Dylan perché avevo i capelli come quelli del cantante e avevo anche qualche somiglianza nel viso. 

Fra gli altri ragazzi non ciellini che venivano tutti i pomeriggi all’oratorio, ma stavano prevalentemente nel cortile, ve n’erano due di alcuni anni più grandi di me e con lo stesso nome di battesimo. Detto senza cattiveria, entrambi non erano molto colti, e soprattutto uno dei due non sembrava avere un quoziente di intelligenza particolarmente alto. L’altro, invece, era più sveglio ma aveva un problema nella voce, che la rendeva sguaiata. Entrambi erano molto alti. Quello che sembrava meno intelligente era stato soprannominato da alcuni ragazzi “testa di legno”. Voleva anche lui imparare a suonare la chitarra ed io mi offrivo sempre di insegnargli quello che conoscevo. Però lui aveva, oltre a una scarsa predisposizione per l’apprendimento anche un problema pratico: aveva le dita molto grosse e questo gli impediva di premere le corde giuste con le dita giuste. Comunque aveva un cuore molto grande. Mi voleva molto bene. Possedeva un ciclomotore con cui tutti i pomeriggi, quando io volevo rientrare a casa, mi accompagnava fino al mio portone. Dopo i primi passaggi, legò al portabagagli del motorino una cuscino, in modo che per me risultasse più comodo starci seduto sopra.

Sempre all'inizio dell'anno, non ricordo né il mese né come avvenne, io e la mia storica fidanzatina da due anni, salvo due interruzioni, ci lasciammo definitivamente. Tra le altre cose che non andavano, il rapporto non progrediva nelle modalità che ci si aspetta per le nostre età. Io non osavo nemmeno baciarla sulla bocca, figurarsi fare qualche avance in più. Forse ero io ad essere bloccato. Forse era lei che preferiva che tutto restasse così o era a sua volta bloccata. Quando la accompagnavo alla messa serale, e poi fin sotto il portone di casa, le tenevo un braccio intorno alle spalle, ma lei non contraccambiava e teneva le mani in tasca.Non avevamo nemmeno più molte cose da dirci, e così compivamo i soliti tragitti in silenzio. Nelle ultime settimane, ogni tanto, con una frequenza casuale, mi diceva di avere paura di me. Non ho mai capito cosa volesse dirmi.

A farmi fare qualche piccolo passetto in avanti nella disinibizione fu una ragazza con cui stetti per qualche mese. Aveva anche un lei un paio d’anni meno di me e frequentava la terza media. Credo che mi avesse notato quando suonavo la chitarra alla messa domenicale delle undici, quella a cui partecipava la maggior parte dei parrocchiani. Fino agli inizi del 1976 non mi era sembrato che frequentasse assiduamente l'oratorio, perché non l’avevo mai notata. La conobbi comunque lì, alla festa di Sabato Grasso.

Ci trovavamo nel salone, in mezzo a una gran folla di bambini e ragazzi. C'era molta musica e si organizzavano diversi balli e girotondi. Lei era mascherata. Mi ricordo che a un certo punto cominciammo a guardarci e poi a ballare insieme. Non ricordo più come ci mettemmo insieme, ma avvenne (come succede spesso a quell'età) nel giro di pochi giorni dal primo incontro. Per qualche tempo la mia ex fidanzatina, quando mi vedeva, faceva delle battute sul mio nuovo rapporto. Mi sembra che, in tono scherzoso, una volta o due mi disse che era gelosa e che “quella l’ammazzo”. Mi sembra anche che mi inviò messaggi simili anche attraverso le sue amiche.

Con la nuova fiamma si instaurò un rapporto diverso da quello precedente. L’intesa che si stabilì, più che intellettuale, era fisica, benché anche in questo caso non arrivammo nemmeno lontanamente ad avere a rapporti sessuali. Spesso, stando in piedi uno di fronte all’altra, i nostri corpi entravano in contatto anche in corrispondenza delle parti erogene. Ciò mi provocava una sensazione piacevole e nuova. Portavamo entrambi dei jeans. Poi ci baciavamo sulla bocca, anche se mai in modo profondo.

Non ho mai ben capito perché ma all’inizio della nostra storia lei mi disse che qualcuno avrebbe potuto dirmi che era una ragazza facile e mi invitò a non dargli retta. Tuttavia questo non avvenne. Inoltre non conobbi nessuna delle sue amicizia e non vidi mai la sua famiglia. Tutti i pomeriggi, dopo esserci trovati all’oratorio compivamo lunghe passeggiate per il quartiere abbracciati. Una volta incrociammo mia nonna Carla che andava a casa nostra o tornava. Qualche giorno dopo mi disse che io e quella ragazza sembravamo usciti da una cartolina. Questa era mia nonna. Romantica. Spesso le passeggiate finiva al parco giochi di via Chopin. Lì ci sedevamo su una panchina e parlavamo. Ogni tanto ci scambiavamo qualche bacio. Mi ricordo che provavo piacere a tenere il mio viso vicino alla sua fronte e sentire il calore e il profumo della sua pelle. Avevo capito che usava sempre un certo profumo. Ogni volta che sentivo quella fragranza da qualche parte, subito mi ricordavo di lei e provavo un momento di estasi. Un pomeriggio condussi questa ragazza nel sottotetto del palazzo dove si trovava l’appartamento dove vivevo con i miei. Aprii il lucernario e mi feci vedere a compiere passo sulle tegole. In realtà, altre volte avevo invece effettuato passeggiate lungo tutti i tetti dei caseggiati (avevo iniziato a salire sui tetti per montare qualche antenna CB a dei miei amici; una volta che passeggiai su quelli dei nostri palazzi un vicino mi vide a chiamo mia madre dicendole: “Suo figlio sta camminando sui tetti!”). Rientrato nel sottotetto, restammo per qualche minuto abbracciati con la metà superiore dei nostri corpi fuori dal lucernario. Neppure quella volta andammo oltre a questi piccoli atti.

A questa ragazza avevo anche cominciato a raccontare delle mie sempre più numerose esperienze politiche. Non mi sembra però né che capisse quello che facevo né che la interessasse. Il ricordo dei momenti in cui le raccontavo queste cose è associato a quello in cui iniziai a fumare regolarmente sigarette Muratti. Ricordo che lei si arrabbiava perché stavo prendendo il vizio del fumo. Dopo pochi mesi il rapporto si esaurì. Un giorno non si presentò all’appuntamento all’oratorio e il giorno dopo mi spiegò che aveva avuto dei problemi in casa, che non l'avevano lasciata uscire e che lei si era arrabbiata moltissimo con sua madre. Non so se quello che era successo avesse qualche relazione con me questa storia. Come ho già scritto avevo potuto farmi la benché minima idea della sua famiglia. Dopo qualche giorno non ci rivedemmo più.

Intanto a scuola ero ormai diventato molto attivo a livello politico. In quel periodo avevo visto crescere il mio ascendente sui ragazzi della mia età: anche sulle ragazze. Con qualcuna di queste mi incontravo spesso durante i cambi di ora, gli intervalli o alla fine delle lezioni. Con una, in particolare, ero arrivato a un certo livello di petting: baci sulla bocca, lunghi abbracci, e cose del genere. Ogni tanto, scherzando, mi proponeva di fare un bambino. Non so più come si chiamasse, ma mi ricordo che era di carnagione chiara, con capelli biondi lunghi e lisci, e con gli incisivi centrali rotti in mezzo. Per un certo periodo, un po' con la scusa di dover difendermi dai fascisti, un po' per pura e semplice stupidità, presi ad andare a scuola con una pistola finta che avevano dato a mio padre (che da anni ormai era direttore di agenzia della Banca Commerciale Italiana) e che lui aveva portato a casa. A volte, questa ragazza mi metteva le mani nel giubbotto e mi chiedeva se poteva toccare quel "gingillo". Credo che non le avessi detto che non era una pistola vera. Ad ogni modo, se fossi stato perquisito, avrei sicuramente passato dei guai.

La maggior parte degli ultimi vecchi leader studenteschi del liceo stavano preparandosi all'esame di maturità 1976-1977. Cionostante, in primavera compimmo un'esperienza di autogestione di quattro giorni. Durante quelle giornate mi presi anche una mezza infatuazione per una compagna di quinta, io che invece frequentavo ancora la prima. Ne ero attratto fisicamente, mi trasmetteva serenità il suo atteggiamento e il suo modo di fare, e condividevo le sue idee. Forse rappresentava un ideale di sorella maggiore che non ho mai avuto. L'ultimo pomeriggio, dopo che eravamo usciti dall’istituto, alcuni compagni di quinta mi consegnarono dei manifesti e altri materiali che erano serviti per l'attività politica. Considerai questo gesto come un simbolico passaggio di consegne. 

Il 6 maggio 1976 andai con il mio migliore amico al Palalido di Milano a vedere un concerto del cantautore Francesco Guccini, molte delle cui canzoni mi erano già note da almeno un paio d’anni e che suonavo spesso anche con la chitarra. A un certo punto sentii muoversi la panca sotto di me. Chiesi al mio amico se per caso era stato lui a provocare quel movimento e mi rispose di no. Poi notammo che l’enorme lampadario posto al centro del soffitto del palazzetto ondeggiava. A provocare tutto era stata la prima scossa forte del tragico terremoto del Friuli, regione situata a qualche centinaio di chilometri di distanza. Nelle mattine seguenti, all’ingresso e all’uscita della scuola mi misi a raccogliere delle offerte da inviare alle famiglie colpite dal sisma. Ricordo il mio disappunto quando un compagno di quelli con i quali avevo vissuto l’autogestione, militante della Federazione Giovanile Socialista (Fgsi, mi disse che era sbagliato raccogliere soldi privatamente, perché il sostegno doveva fornirlo lo stato. Io giudicai dentro di me troppo dogmatica questa posizione, arrivai a raccogliere circa 50mila lire e qualche giorno dopo effettuai un versamento in posta su un conto corrente per le vittime del terremoto. 

(puntata aggiornata il 09/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 26 - Gli inizi del liceo

 Archiviate le movimentate vacanze estive del 1974, con il viaggio in Austria e in Cecoslovacchia, la distruzione della tenda a Praga per un nubifragio, e il guasto alla macchina in autostrada poco prima di arrivare a Milano, trascorsi qualche settimana libero di uscire con i miei amici e andare all’oratorio e poi iniziò il primo anno di liceo scientifico all’Einstein di Milano.

Il viaggio per arrivare a scuola prevedeva salire sul tram 24 in via Ripamonti all’altezza di via dell’Assunta (o alla fermata prima, il capolinea di via Noto), scendere in via Ripamonti all’altezza di viale Isonzo, e qui prendere il filobus 91 fino a via Tertulliano, dove di scendeva per camminare poche decine di metri e arrivare in via Einstein. Il tragitto da casa durava circa tre quarti d’ora, più o meno come quello fra la nostra abitazione e la scuola media Majno in via Commenda. Per tornare si faceva il percorso inverso: l’unica differenza è che il filobus, pur compiendo lo stesso tragitto dalla linea 91, nel percorso di ritorno si chiamava (e si chiama ancora 90). Il motivo è che la 90 e 91 sono due linee circolari. La prima va in senso orario e la seconda antiorario. I filobus erano sempre pieni. All’andata di lavoratori e studenti, al ritorno solo di studenti. Ovviamente non erano tutti studenti dell’Einstein. Nello stesso isolato del nostro liceo scientifico, costruito in modo identico ma speculare, c’era (e c’è ancora), l’istituto tecnico commerciale Verri. 

Il primo giorno di scuola scoprii che anche quell’anno, e forse ancora per chissà quanti altri ancora, ero stato messo in una classe maschile. In classe con me, con mio sollievo, era stato inserito anche il mio amico d’infanzia, di condominio e compagno di scuola dalla quinta elementare in poi. Per la verità, non so se subito dal primo anno, o forse più probabilmente dal secondo, ho avuto in classe anche un altro ragazzo del nostro quartiere che però non avevo mai frequentato e forse nemmeno conosciuto. Il mio migliore amico in assoluto, invece, come ho già scritto, iniziava negli stessi giorni la prima all’istituto tecnico per periti elettrotecnici ed elettronici Feltrinelli, in zona Navigli. Mi trovai subito bene con tutti i nuovi compagni di classe. C’era qualche compagno che stava un po’ sulle sue e si comportava in modo molto disciplinato, ma il resto del gruppo classe era molto vivace e scherzoso. Subito decidemmo di darci dei soprannomi. Per me, per contrasto con il mio cognome, fu inizialmente scelto Segatura. Ma qualche giorno più tardi, durante una delle prime lezioni di storia, si parlò degli Etruschi e delle vestigia di quella civiltà che si trovano ancora nascoste e che spesso vengono trovate e rivendute clandestinamente dai cosiddetti “tombaroli”. Io dissi alla professoressa che mi piaceva l’archeologia e che, se venivo a sapere che da qualche parte c’era qualcosa da trovare, mi piaceva fare delle ricerche. Quindi il mio soprannome cambiò in Tombarolo. Però quella dei soprannomi fu una moda che durò pochi giorni, poi continuammo a chiamarci solo con i nostri nomi.

Il mio rapporto con gli insegnanti e le materie era molto ondivago. Tendevo a rendere bene nelle materie in cui mi ero distinto - anche perché mi piacevano - anche alle medie, come italiano, latino, disegno e scienze, mentre altre le presi sottogamba. Fra queste, solo all’inizio della scuola, ci fu geografia. La prima volta che il professore mi interrogò dal banco, non mi ero preparato sull’argomento che c’era da studiare e quindi mi presi tre. Restai un po’ allibito perché non avevo mai preso un voto così basso e, inoltre, credevo che quello più basso poteva essere solo quattro. Poi, non ricordo se perché chiesi di poter provare ad alzare la media, o semplicemente aspettai un’altra occasione, il secondo voto mi permise di arrivare alla sufficienza. Forse stavamo studiando l’America Latina e allora realizzai una ricerca sul Cile, in cui parlai molto del colpo di stato fascista di Pinochet del 1973. Il professore mi diede otto e mi sembrò anche compiaciuto. Due materie che proprio non riuscivo a mandare giù, invece, erano storia, che trovavo molto noiosa, ed educazione fisica. Il professore di quest’ultima era molto severo ed esigente. Ci faceva compiere diversi giri dell’isolato (liceo Einstein e istituto Verri) di corsa. Alla fine ero sempre stremato. Così, diverse volte, mi presentai senza scarpe da ginnastica e tuta oppure dissi che non stavo bene. Invece, una volta che partecipai alla lezione in palestra, feci dei versi per far ridere la classe e mi guadagnai una nota in cui era scritto: “Durante la lezione vostro figlio faceva il verso del cane, del gatto…” non ricordo quale altro animale.

Dopo qualche settimana di scuola ci fu uno sciopero generale indetto dai sindacati confederali. Fuori dalla scuola ci fu un picchetto e io decisi di rimanere fuori e andare in manifestazione. Proprio in quel momento stavano passando in via Tertulliano dei lavoratori dell’Ortomercato, che si trovava lì vicino, con dei trattori e dei carri legati dietro. Con pochi altri compagni dell’Einstein salii, con il loro consenso, su uno dei carri e seduto lì raggiunsi la meta finale della manifestazione in centro. Imparai un po’ di slogan e lessi diversi volantini. Alla fine della mattinata tornai a casa chiedendo ai miei di firmarmi una giustificazione per il giorno dopo con motivazione “sciopero”. I miei mi fecero la giustificazione ma scrissero qualcos’altro, forse perché non si poteva, o era meglio di no, scrivere “sciopero”. 


Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una...