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Autobiografia da adulto - Cap. 7 - Questioni di sessualità

 Del 1981 ho già avuto modo di raccontare vari eventi importanti, quali l'inizio di nuove amicizie con ragazzi conosciuti per caso ai Navigli e che ho introdotto al Buddhismo di Nichiren Daishonin, la visita a Firenze e Milano del presidente della Soka Gakkai Internazionale (SGI) Daisaku Ikeda e le vacanze estive in Olanda e in Gran Bretagna (Inghilterra e Scozia) con i ragazzi di cui sopra.

Del 1981 mi ricordo con piacere della seconda volta in cui ho avuto, in vita mia, un'avventura sessuale completa con una ragazza. Come ho già raccontato, la prima in assoluto l'avevo vissuta nella primavera o estate del 1979, ma era stata un'esperienza "sui generis", in quanto ero stato portato da alcuni amici (i quali sapevano che ero ancora vergine) a casa di una loro amica disponibile e io ero in uno stato di non piena lucidità. Quindi, benché, dopo molti tentativi, siamo riusciti ad avere un rapporto completo, le sensazioni - benché piacevoli - non erano state quelle che avrei potuto attendermi. 

Dopo la mia conversione al Buddhismo, alla fine del 1979 e il cambiamento di frequentazioni, mi ero trovato in altre situazioni in cui era coinvolto il lato sessuale della vita. Una donna amica di miei amici, di qualche anno più grande di me, aveva provato più volte a invitarmi a casa sua, anche per fare sesso, ma non avevo accettato per un paio di motivi principali: non mi piaceva e non mi sentivo pronto per avere una relazione di coppia, che temevo anche potesse limitarmi nella mia libertà. Nell'estate successiva, durante un breve viaggio a Firenze con un mio amico, la ragazza con cui si era messo da poco ed alcune amiche di questa, ho finito una sera per trovarmi sul letto di una di loro semplicemente per chiacchierare (e forse giocare a carte). 

Provando una certa attrazione per lei (che aveva quattro anni meno di me) ho iniziato a divenire abbastanza ardito, trovando anche da parte sua una crescente complicità. Dopo un po' ci siamo spogliati, ma purtroppo lei aveva le mestruazioni, quindi abbiamo fatto molto petting ma non abbiamo avuto un rapporto completo. Poi ci siamo addormentati. La mattina mi sono svegliato con lei che aveva dormito con la sua testa sul mio petto. Questa scena mi ha fatto provare una sensazione bellissima e la ricordo ancora con molta tenerezza. La sera dopo io mi sentivo stanco e non eccitato. Mi sono sdraiato su un divano nella sala dell'appartamento in cui ci trovavamo (vicino agli Uffizi). Poco dopo lei è venuta da me e mi ha detto che, se volevo, mi poteva offrire "asilo politico" nel suo letto. Io però ho declinato. Negli anni successivi mi sono pentito di questa scelta.

Una dimostrazione eclatante della mia goffaggine con le donne è stata anche questa, in cui non è coinvolto il lato sessuale. Durante una serata in compagnia di mio zio Miro a casa di suoi amici artisti nel quartiere Brera di Milano, avevo incontrato una ragazza della mia età. Subito ci eravamo fatti notare reciprocamente questa circostanza, perché eravamo gli unici giovanissimi, mentre gli altri presenti nella casa erano tutti dell'età dei nostri genitori. Siamo stati per un po' da soli in una stanza. Io avevo trovato una chitarra e suonavo, mentre lei mi ascoltava. Non ricordo che avessimo parlato molto. Comunque la trovavo molto carina. 

Qualche settimana o mese dopo, quando ancora frequentavo l'università la mattina e il pomeriggio andavo a lavorare in redazione, sono andato a mangiare nella mensa dell'ateneo. C'era un tavolo vuoto e mi sono messo lì con il vassoio preso al self-service. Dopo qualche minuto si è seduta di fronte a me una ragazza con il suo vassoio. Io l'ho riconosciuta: era quella della serata in Brera. Non so se lei mi abbia riconosciuto a sua volta. Io non ebbi il coraggio di chiederle se si ricordava di me, di noi, e lei nemmeno iniziò a parlarmi. Passammo una - almeno per me - imbarazzante mezz'ora a mangiare senza scambiarci una parola. Poi ci lasciammo senza, mi sa, neanche salutarci. Anche di questa esperienza ho portato il rimorso per sempre.

Ma torniamo alla "seconda volta". In questo caso, era quasi sicuramente il 1981 o al massimo gli inizi del 1982, un sabato sera ci siamo trovati a casa di un nostro amico praticante io e altri amici buddhisti (fra i quali uno di quelli con cui ero andato in Scozia). C'era una ragazza di un due o tre anni più grande di me che avevo conosciuto alcuni giorni o settimane prima. Era carina ed estroversa. Aveva simpatia per me. A un certo punto della serata, eravamo seduti per terra in sala. Io e lei ci trovavamo uno di fronte all'altra. Vedevo le sue mutandine e questo di fece eccitare e diventare sempre più intraprendente, al punto che - non ricordo con esattezza chi lo propose per primo - andammo in una camera da letto. In quella stanza c'era due letti singoli. Su uno eravamo sdraiati io e lei e su un altro il mio ex compagno di viaggio in Scozia con la proprietaria di casa. La presenza di loro non ci dette alcun fastidio e viceversa. Anzi, ci incoraggiavamo in un certo senso. La mia amica era più esperta di me e quindi guidò le danze. Fu un'esperienza molto piacevole e ricca, e senza i problemi della prima volta nel 1979. Ho sempre considerato, di fatto, questa come la vera prima avventura sessuale normale della mia vita. 

Poi lei mi accompagnò a casa in auto. Prima di lasciarmi fece un gesto che significava che ci saremmo sentiti per telefono. Quel segno, però, visto attraverso il vetro del portone, mi fece sentire come se fossi in trappola. Tuttavia, uscimmo insieme un'altra serata, senza fare nulla. Quella volta lei volle che io la accompagnassi a casa guidando la sua macchina e poi mi pagò (ancora guadagnavo pochissimo al lavoro) un taxi per tornare a casa. Ricordo che il tassista comprese la situazione e, durante il viaggio fino a destinazione, chiacchierammo sulle relazioni fra uomo e donna. Nei giorni successivi, però, crebbe il mio timore di essermi infilato in una storia di cui non ero convinto e pian piano smisi di sentirmi con quella ragazza. La rividi ancora, insieme ad altri amici, e ciò fu motivo di imbarazzo. Venni anche un po' rimproverato dall'amica che ci aveva fatto conoscere per averla fatta soffrire.

Continuai fino ad almeno dopo il servizio militare (1984-1985) ad vivere situazioni inconcludenti con l'altro sesso. I fattori erano un mix di timidezza, autocontrollo nel non voler sfruttare il carisma che mi derivava dalla mia responsabilità nell'ambiente buddhista per attrarre a me delle ragazze giovani e carine che mi piacevano, timore di legarmi con donne più grandi di me (ce n'erano anche nel lavoro) che mi sembrava cercassero di avere delle avventure con il sottoscritto, e, last but not least altre due circostanza: la prima era che cercavo, dopo il lavoro e l'attività religiosa, di studiare per dare qualche esame all'università; la seconda, forse, era che dovevo ancora svolgere il servizio militare. Questo credo che costituisse uno spartiacque psicologico fra il momento attuale e quello che sarebbe stato il mio futuro negli anni successivi a una desiderata laurea e all'assolvimento degli obblighi di leva militare. Non può non avere avuto un ruolo anche una certa inibizione verso il tema delle conquiste sessuali già emerso durante le preadolescenza e l'adoloscenza, anche a causa di un'educazione un po' conservatrice sulla sessualità.

Da un punto di vista lavorativo, benché mi piacesse abbastanza l'attività giornalistica che svolgevo (anche per gli stimoli che permetteva di avere, occupandomi della vita del mondo pubblicitario, come redattore in una rivista specializzata su questo tema), non pensavo che avrei voluto fare il giornalista tutta la vita. Credevo che, forse, la laurea in lettere mi avrebbe aperto altre strade, come quella di diventare uno sceneggiatore, lavori che in quel momento mi attraevano. O al limite anche un copywriter pubblicitario. 

In questa situazione, mi impegnavo nel lavoro e nell'attività buddhista, nonché in famiglia (in quel periodo mia madre non stette bene e fu ricoverata per alcuni mesi). Frequentavo ragazze che mi piacevano, ma non osavo corteggiarle in modo efficace. Una sera, durante una gita in Liguria con amici, mi capitò di condividere una stanza di una casa che ci avevano prestato con una ragazza che mi attraeva molto. Anche un mio amico aveva provato ad essere lui a prendere il mio posto, ma io ero stato più deciso. Nonostante le ipotesi che gli altre stavano facendo su quanto poteva avvenire nella nostra stanza, in realtà io e quella ragazza ci sistemammo ciascuno su uno dei due letti singoli disponibili, e chiacchierammo fino a che non decidemmo che fosse giunta l'ora di dormire. 

A volte ero io a non rendermi conto che potessero esserci ragazze che mi desideravano e con le quali avrei almeno potuto provare. Un week-end a Bolzano, ero ospite di una famiglia di due fratelli, un maschio e una femmina. La ragazza, una sera, si mise a piangere, e il fratello mi disse che era innamorata di me. Io ero però, già da altre fine settimana trascorsi a Bolzano, attratto inutilmente da un'altra ragazza, spigliata, giovanissima maestra. E speravo di mettermi un giorno con lei. Così non avevo colto eventuali segnali che potevano venirmi da quella che era effettivamente interessata a me, e che tra l'altro era anche carina e buona. A ben pensarci, ora mi mi ricordo che, anche quella volta di Firenze, tra i motivi che mi avevano portato a non accettare l'invito della ragazza con cui avevo "giocato" la notte prima, c'era il fatto che aveva iniziato ad attrarmi un'altra loro amici, rossa di capelli, con la pelle diafana, e molto vivace. La quale, però, non mi filava. Mi aveva, però, lusingato dicendomi che avevo cucinato un sugo buonissimo. Non avevo seguito una ricetta precisa, ma avevo messo nella passata di pomodoro tutte le spezie che avevo trovato nella credenza.


Io in Andalusia nell'estate 1982
Io in Andalusia nell'estate 1982

Prossimi progetti per autobiografia ed altro

 Due giorni fa ho concluso la stesura della mia autobiografia relativa al periodo che va dalla nascita, il 10 gennaio 1960, alla fine del 1979. Considerato che quanto ho scritto ha occupato ben 40 capitoli, ho deciso di ridenominare quanto ho prodotto (pubblicato solo su questo blog) Autobiografia giovanile.

Come avrà notato che ha avuto la gentilezza di leggerla, il lavoro non è scritta come se fosse un romanzo (benche realistico). Non ho usato né i nomi veri delle persone coinvolte né nomi fittizi, per il semplice fatto che non ho fatto in tempo a pensare quale nome sarebbe stato migliore per identificare ciascun protagonista. Il principale obiettivo di queste mie autobiografie è lasciare, per chi vorrà conoscermi meglio da oggi in avanti, qualche ricordo della mia vita. Il secondo è rivolto a me: scrivendo ho avuto modo di far riemergere fatti, persone e risvolti psicologici, che mi hanno permesso di riflettere ancora di più su me stesso. Non escludo, un giorno, di rileggere quanto ho scritto, migliorarlo, integrarlo, sfrondarlo di eventuali parti ridondanti, e attribuire nomi fittizi (per rispetto della privacy di chi ho conosciuto) alle persone e a certi di cui ho parlato senza identificarli.

Penso di scrivere ancora due parti della mia autobiografia nel prossimo futuro. La prima sarà relativa agli anni che vanno dalla fine del 1979 - che coincide anche con l'inizio dell'università, l'impegno nella pratica buddista abbracciata quell'anno, l'abbandono di alcune abitudini errate acquisite negli ultimi anni precedenti - a quando mi sono sposato nel settembre 1989. Nella seconda cercherò di lasciare informazioni e spiegazioni di quanto è avvenuto nel periodo in cui ho iniziato, con la mia ormai ex moglie, a creare una famiglia e ho iniziato una seconda fase della mia carriera come giornalista, fino al momento attuale.

Parallelamente alla continuazione della mia autobiografia, sull'onda di un nuovo approccio alla scrittura diverso da quello legato al mio mestiere di giornalista, mi piacerebbe cimentarmi con qualche progetto di tipo letterario. A questo fine sono aperto anche a raccogliere opinioni e suggerimenti.

Autobiografia giovanile - Cap. 21 - Lunghe vacanze e Olimpiadi di Monaco

 Dovuto rientrare prima del tempo a Milano dal campeggio al Parco di Monza organizzato dal comune di Milano, passai i giorni della varicella chiuso in camera mia. La precauzione era dovuta al fatto che mio fratello e le mie sorelle, e forse anche i miei, non avevano avuto questa malattia. Forse, ma ora è solo un vago ricordo, l’aveva avuta mia nonna e fosse lei che, almeno durante il giorno, veniva in camera mia. Io passavo quasi tutte le ore del giorno sdraiato su quello che era normalmente il letto di mio fratello, ovvero quello in fondo alla stanza e sotto la finestra. Avendo già un po’ di pratica con l’elettronica, mi ero creato una sorta di amplificazione con un microfono e mi divertivo a chiamare aiuto a chi c’era in casa utilizzando un altoparlante, che però era vicino al mio letto e serviva solo a fare sentire più forte la mia voce.

A quei giorni è associato anche il ricordo del profumo intenso del talco mentolato che mi spargevo sulle parti del corpo dove sentivo più prurito. L’effetto rinfrescante riduce per un po’ di tempo il bruciore causato dalle pustole della varicella. Comunque, almeno un paio di grosse, le ho grattate spesso e mi sono rimaste le cicatrici: una sul lato sinistro del naso e una sul petto, sempre a sinistra. 

La maggior parte delle ore le passavo ascoltando la radio. Avevo chiesto ai miei di comprarmi la rivista Radiocorriere TV, dove potevo trovare tutte le trasmissioni che mi interessavano. Una in particolare non la perdevo mai: il talk show pomeridiano Chiamate Roma 3131, su Rai 2. Durante il programma, il conduttore riceveva telefonate da alcuni radioascoltatori, che gli esponevano delle storie personali o dei punti di vista su qualche fatto di attualità, e lui interagiva con loro ponendo domande o esprimendo opinioni. In quegli anni il conduttore era il giornalista Franco Moccagatta, del quale mi piaceva molto la voce oltre che il pensiero. Meno sicuro, ma molto plausibile, è il ricordo che in quella situazione avevo iniziato ad ascoltare con assiduità programma serale di musica pop internazionale: Supersonic. Anche questo veniva trasmesso su Rai 2. Se considero, come ho già scritto nella puntata precedente, che anche Alto Gradimento era su quella rete, devo concludere che dal canale radiofonico Rai 2, negli anni Settanta, ho attinto molto del mio background di cultura popolare e di immaginario personale. Sono anche quasi sicuro che, per passare il tempo durante quella varicella, avevo iniziato a farmi acquistare e a leggere il settimanale Epoca, per soddisfare la mia curiosità circa i fatti e i temi di attualità più importanti in quegli anni. Forse si stava già sviluppando in me un germoglio di attrazione verso il giornalismo. Ma di certo non mancavano nemmeno le letture di qualche romanzo. Diversi di quelli letti in quell’epoca devo averli letti mentre ero malato.

Guarito dalla varicella, potei ricominciare ad uscire con i miei amici del quartiere. La mia prima compagna era sempre la bicicletta da cross Legnano e probabilmente la prima cosa che facevo spesso, mentre attendevo di ritrovarmi con gli amici, era andare fino al boschetto lungo via dell’Assunta nei campi verso Vaiano Valle. Un pomeriggio, lì, ebbi modo di rendermi conto che il mio corpo stava cambiando, ovvero vidi i segni dell’inizio della pubertà. I pomeriggi di inizio estate passavano in vari modi. A volte, invece, di gironzolare per il quartiere e le campagne, passavo qualche ora nel cortile dietro la mia scala. Non lo facevo più da qualche anno, perché tutti noi bambini degli anni a cavallo fra il 1957 e il 1962 ormai uscivamo quasi sempre dal condominio per andare a passare il tempo con amici conosciuti a scuola e che vivevano in altre parti della zona Vigentino o anche al di fuori. Ora invece in cortile c’erano bambine e bambini dai tre anni in su, comprese le mie due sorelle, altre tre bambine e due bambini della mia scala. Qualche volta passati qualche ora in cortile con loro, facendoli giocare o accompagnandoli fino al loro appartamento in ascensore quando avevano bisogno di andare in bagno. Già, perché avendo ormai passato i 12 anni, potevo legalmente utilizzare l’ascensore, anche se già lo facevo da tempo.



Credo che potrebbe essere verosimilmente nella primavera di quell’anno che, fra le attività che noi preadolescenti avevamo iniziato a fare nei pomeriggi delle belle giornate, c’era quella di andare a curiosare fra quello che facevano i ragazzi di qualche anno più grandi di noi in varie parti del quartiere. In un prato a ridosso del vecchio cimitero, vicino a un tratto del fiume Vettabbia, alcuni di cinque o sei anni più grandi di noi avevano iniziato a far volare degli aeromodelli con motore. Non erano radiocomandati, ma fatti girare in cerchio in aria vincolati a un filo tenuto da una persona posizionata nel centro del campo. Un’altra attività che questi “grandoni” (così come li chiamavamo, e fra i quali c’erano anche fratelli di nostri coetanei) era quella di giocare a baseball. Molti di loro si erano comprati divise per questo sport, mazze, palline e guantoni e avevano trasformato il campi di calcio - per la verità mai utilizzato in modo strutturale per questo scopo - a una lato della chiesa di Fatima come un diamante su cui allenarsi e giocare partite di baseball. Nel giro di poco tempo, anche molti ragazzi della nostra età avevano comprato attrezzature da baseball. A me e mio fratello nostro padre aveva comprato dei guanti e una mazza. Altri ragazzini si erano comprati ancora più materiale. E così, durante molti pomeriggi, sul diamante si alternavano a praticare baseball ragazzi di ormai sedici o diciassette anni - che a noi sembravano, appunto, grandoni - e preadolescenti di undici, dodici anni come noi. Personalmente, non ero bravissimo (come non lo sono stato in nessuno sport, a partire dal calcio) e dopo un po’ persi l’interesse per la cosa.

Intanto mio padre aveva superato l’esame della patente e avevamo acquistato un’auto, una Opel Kadett 1100 familiare bianca. Non era il massimo della bellezza estetica ma era molto spaziosa e pratica. Inoltre, i miei avevano comperato anche una nuova tenda da campeggio tipo casetta un po’ più grande della precedente e di colore marrone. Non appena a mio padre furono concesse le ferie, all’incirca fra la fine di luglio e i primi di agosto, siamo partiti con la macchina in direzione Valle d’Aosta e Francia. La prima tappa fu La Salle, dove andammo a passare alcuni giorni nel campeggio dove eravamo stati nel 1964. Nel camping, a differenza di quello di Cogne (dove forse ne avevo visti pochi e giovani), c’erano diversi turisti stranieri. Mi piaceva anche vedere come gli adulti delle diverse famiglie cercavano di essere utili gli uni agli altri. Già quando eravamo arrivati, alcuni - credo in particolare stranieri - appena avevano visto nostro padre davanti ai sacchi della tenda e dei pali, si erano lanciati ad aiutare me, mio fratello e papà a montare la tenda. E così fu innalzata in poco tempo. Per la prima volta vidi  una famiglia di olandesi. Avevano una bambina di quattro anni biondissima e con un sorriso bellissimo. Sembrava un angioletto. Mi sorrideva ogni volta che la incontravo. Poi c’era una famiglia, credo, di tedeschi, con un bambino dell’età di Annarita. Un giorno avevano montato una piccola piscina gonfiabile e la mamma del bambino chiese alla mia di farci entrare anche mia sorella.

Riccardo Cervelli 1972 Aiguille du Midi
Io a 12 anni a Chamonix-Mont-Blanc con, sullo sfondo, l'Aiguille du Midi

Poi iniziammo il viaggio verso Chamonix-Mont-Blanc, la nostra meta finale. Superammo il tunnel del Monte Bianco e per la prima volta in vita mia mi ritrovai all’estero. Montammo la tenda in un campeggio da cui si poteva ammirare la Aiguille du Midi, che mi affascinava moltissimo per la sua forma ad ago. Nostro padre aveva imparato il francese durante le scuole medie e superiori (si era diplomato in ragioneria al Cattaneo di Milano) e quindi se la cavava nelle comunicazioni con la proprietaria del campeggio, i negozianti, i residenti e così via. A proposito della proprietaria del camping, ogni tardo pomeriggio faceva il giro delle tende a riscuotere la tariffa della giornata; credo che nella maggior parte dei campeggi del mondo invece si facesse alla fine della permanenza. Vicino alla nostra tenda c’era una compagnia di ragazzi o uomini bergamaschi amanti dell’alpinismo. Ricordo che ogni giorno andavano a fare qualche scalata e che, al loro ritorno, tiravano fuori corde e altre attrezzature alpinistiche. Io, mio fratello e nostro padre avevamo fatto amicizia con loro e ci facevamo raccontare alcune delle loro avventure. Ricordo che una volta uno di loro disse una frase che rimase nelle memorie di famiglia: “Non è ancora nata la montagna che può uccidere il Bula”. Questo era il suo soprannome, credo. 

Anche noi facemmo qualche escursione. In particolare ricordo una gita alla Mer de glace, dove c’erano un ghiacciaio e una grande grotta. Per arrivare lì credo che prendemmo una funivia, la prima della mia vita. Facevamo anche passeggiate nei dintorni del campeggio. Durante una di queste, in un bosco che affiancava la strada che conduceva da Chamonix verso un altro paese, chiesi da mio padre chi fosse il presidente della Francia: lui mi rispose che si chiamava Georges Pompidou. Sempre in quel luogo una volta sentimmo una forte rumore di frenata, provenire dalla strada, al di là degli alberi, seguita da una serie di colpi. Doveva essere avvenuto un tamponamento a catena. Poco dopo sentimmo arrivare dei mezzi con un tipo di sirena bitonale che in Italia non avevo mai sentito.

Spesso poi, dal campeggio ci inoltravamo nella cittadina di Chamonix a fare dei giri e delle compere. Ricordo di avere imparato per la prima volta parole quali patisserie, boulangerie e combien. Le torte erano molto buone. Un giorno si tenne una festa folkloristica e per la prima volta sentii questa parola, folklore, e mi piacque molto. Lo abbinavo soprattutto ai vestiti, che riproducevano quelli in uso in epoche passate. Durante la festa si esibì anche una squadra di majorette. Erano bambine e ragazze più o meno della mia età. Mi colpirono molto i vestiti attillati e movimenti che facevano con il corpo. Mi presi una cotta di tutte. A Chamonix i miei devono avermi comprato quindi un paio di calzoni tradizionali di cuoio, di un tipo che oggi credo sia comune lungo tutto l’arco alpino. Questi calzoni corti, sempre la stessa estate (se non la successiva) sono stati causa di un simpatico malinteso, sul genere sessuale a cui appartengo, avvenuto nella città di Assisi.

Riccardo Cervelli 12 anni
Io con calzoni folkloristici

Al rientro in Italia, ci siamo fermati per circa una settimana in un campeggio di Saint-Vincent, ancora in Valle d’Aosta. Questa permanenza mi è rimasta impressa soprattutto per due aspetti. Il primo è che io e mio fratello siamo stati iscritti a un corso di equitazione in un maneggio del posto. L’esperienza mi piacque molto. A me fu assegnato un cavallo bianco con macchie grigie e nere di nome Zeus. Imparammo ad andare solo fino al trotto, ma l’ultimo giorno mi ritrovai da solo a cavallo nel recinto insieme a un’altra persona più esperta che lanciò il suo cavallo al galoppo. Il mio prese la stessa andatura e non seppi come fermarlo. Dopo un giro di pista al galoppo io caddi. Non mi feci niente. L’istruttore mi disse che comunque, dopotutto ero riuscito ad andare anche al galoppo. L’altra esperienza che mi ricordo volentieri è stata la partecipazione, un giorno, a un concorso di pittura organizzato dalla rivista Topolino. Noi concorrenti stavamo su una piazza in una posizione elevata. All’inizio non sapevo che cosa disegnare. Poi, guardandomi intorno, ho deciso di disegnare il panorama, ponendo enfasi, più che sull’esattezza delle copie delle costruzioni, sulla varietà dei colori. Alla fine, con mia sorpresa, seppi di avere vinto il secondo posto. Come premio mi venne regalata una scatola o di soldatini o di macchinine. Ma il premio più bello fu vedere il mio disegno riprodotto su un numero di Topolino nelle settimane successive.

Riccardo Cervelli 12 anni cavallo
Io sul cavallo Zeus a Saint-Vincent

Ripartiti da Saint-Vincent, le vacanze erano comunque destinate a durare. Credo che anche a mio padre piacesse andare in vacanza, ma che a decidere e a spingere per compiere viaggi di un certo impegno logistico, fosse soprattutto mia madre. Quando era piccolo, la famiglia di mio padre andava tutte le estati a Rimini, quasi sicuramente nella stessa pensione. Forse a mio padre sarebbe piaciuto tornare lì, ma poi finivamo sempre per andare in posti diversi, soprattutto in collina, montagna e all’estero. E così - non ricordo se dopo essere ripassati da Milano - quell’estate finimmo anche ad Assisi. 

Era fine agosto, prima metà di settembre. Anche lì eravamo in campeggio e, presente nostro padre con la macchina, visitammo, oltre che Assisi, altre località vicine, soprattutto dove c’erano santuari. In quel periodo ormai i capelli mi erano cresciuti molto, considerato che forse li avevo tagliati intorno fine della scuola. Un giorno, mentre stavamo per entrare in una chiesa, un frate anziano ci vide e notò che io avevo su i calzoni corti di cuoio, che lasciavano in bella vista le gambe. Vedendo che avevo i capelli lunghi e lineamenti non spiccatamente maschili, mi ha scambiato per una ragazzina e si è rivolto a noi dicendo: "Scandalosa! Scandalosa!". Non ricordo come andò a finire. Forse i miei, o mia madre, chiarirono l'equivoco e potemmo entrare in chiesa.

Quella prima vacanza ad Assisi, ripetuta anche l’anno seguente, mi rimase impressa soprattutto per le Olimpiadi di Monaco 1972, culminate con il tragico evento terroristico in cui un commando di terroristi palestinesi sequestrarono per alcuni giorni gli atleti della nazionale israeliana, uccidendone già alcuni nel villaggio olimpico. Alla fine, si fecero condurre con alcuni elicotteri all’aeroporto per poter fuggire con un aereo. All’aeroporto le Teste di cuoio tedesche tentarono un blitz per catturare il commando e liberare gli ostaggi, causando così degli scontri a fuoco nel corso dei quali morirono molti terroristi e ostaggi. In quei giorni io mi recai spesso nel bar del campeggio per seguire i reportage televisivi su questa tragedia. Le immagini mi facevano un po’ di impressione ma non al punto di non volerle vedere. 

(capitolo aggiornato il 06/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 18 - Jeunes filles en fleur

 Autobiografia - Cap. 18 - Jeunes filles en fleurDopo il ritorno da Cogne, prima vacanza in campeggio dal 1964, nell’autunno 1970 ho iniziato la classe quinta nella nuova scuola elementare del quartiere Vigentino, cioè quella intitolata al compositore italiano Ermanno Wolf-Ferrari, situata nell’omonima via. Colgo l’occasione per segnalare che diverse vie su cui stati edificati i nuovi condomini della zona Vigentino nella seconda metà degli anni Sessanta (dando vita al quartiere Fatima), sono stati intitolati a compositori. Lo stesso vale per la strada dove abitavo (via Pick Mangiagalli) e quella più lunga subito attaccata (via Chopin).

Si è compiuto così il “tradimento” della scuola elementare di via Noto, e per me il passaggio a una terza diversa scuola elementare, dopo quella di via Scrosati (zona Lorenteggio) e via Noto (vecchio Vigentino). Del resto, per i miei genitori si è trattato di una scelta razionale, perché per arrivare da casa alla scuola Wolf Ferrari erano sufficienti cinque minuti e l’attraversamento di una sola strada. Per di più l’uscita della scuola era anche visibile dal balcone davanti del nostro appartamento.


scuole Wolf Ferrari primi anni 70
Foto scattata da mio nonno da una finestra di casa sua. In primo piano l'asilo e dietro la scuola elementare di via Wolf Ferrari. Più dietro ancora la chieda Madonna di Fatima. A sinistra la fila di case davanti condominio in cui vivevo (la via interna è via Pick Mangiagalli)

Il mio migliore amico, abitante nel mio condominio e compagno di classe in via Noto, è rimasto nella vecchia scuola a concludere il ciclo scolastico. In ogni caso ci vedevamo lo stesso tutti i pomeriggi e i week-end. Un altro nostro amico, coetaneo e condomino, che in via Noto era nella nostra stessa classe, ha cambiato anche lui e me lo sono ritrovato in classe. Per la prima volta mi sono ritrovato come compagno di classe un altro nostro amico, coetaneo e condomino che, alla scuola di via Noto, era con una maestra diversa. Un’altra novità seguita al cambiamento di scuola è che per la prima (e resterà l’unica) volta ci siamo ritrovati un maestro: il mitico maestro Rezzaghi, che già in via Noto insegnava soprattutto in classi quarte e quinte. Credo di aver provato un po’ di orgoglio, quindi, ad avere il maestro Rezzaghi, perché, dato che lo avevamo sempre visto insegnare nelle classi degli ultimi anni, essere suoi alunni mi faceva già sentire un po’ più grande. Giusto come ci si doveva sentire a meno un anno dalle scuole medie.

Nella nuova classe, quindi, ci siamo trovati rimescolati con altri bambini provenienti dalla scuola di via Noto (e forse non solo), che però stavano in classi diverse. Non è stata una novità, invece, quella di ritrovarci comunque tutti in una classe maschile. Per noi che in via Noto avevamo avuto come maestra la signora Maria Gidino, che soffriva di una claudicanza, è stata anche la prima volta (esclusa la prima elementare, per chi come me l’aveva fatta in un altro quartiere) che andavamo in palestra nell’ora di educazione fisica. A farci fare gli esercizi era sempre il maestro Rezzaghi. Ricordo ancora noi con la casacca nera che iniziavamo a scaldarci correndo in circolo lungo i muri della palestra e poi ci impegnavamo con salti del cavallo (cavallina) da ginnastica, sulle spalliere o ad arrampicarsi su funi e pertiche. Sicuramente non ero uno dei più bravi in queste cose, nonostante frequentassi i corsi di scherma in via Cerva.

Il maestro Rezzaghi non era giovanissimo; direi che poteva avere sui cinquant’anni. Mi sembra che fosse competente e stimolante nell’insegnare le materie e sapeva come essere spiritoso o severo, con ironia. Ogni tanto faceva la rivista unghie. Ognuno esponeva le mani e controllava la loro igiene. Quando lo faceva teneva in mano un piccolo righello. Una volta che mi ha trovato con le unghie sporche, mi ha detto: “E queste sarebbero le mani di un pianista?”, e poi mi ha battuto leggerissimamente le dita con il righello.

Del maestro Rezzaghi mi è rimasta impressa anche un'altra situazione. Un giorno richiamò la nostra attenzione e ci disse che a scuola era arrivata la comunicazione circa la possibilità di partecipare a un provino per accedere a una scuola di danza. Nel dircelo ci guardava con uno sguardo che dimostrava già l'attesa di un accoglienza ilare della proposta. Come infatti fu. Ricordo che ci disse: "Guardate che la danza non è una solo per le femmine". Ma non insistette a farci considerare seriamente l'opportunità di partecipare al provino. 

In quell’epoca, la compagnia dei bambini del cortile e della via Pick Mangiagalli iniziava un po’ a cambiare. In cortile non andavamo più perché ormai lo avevamo lasciato ai bambini più piccoli. Noi della terza infanzia e preadolescenza preferivamo la strada o il campetto, situato sul limitare nord del condominio e praticamente di fronte alla scuola elementare. Questo era stato anche ripianato, ripulito dalle erbacce e circondato da una rete. Lì ci giocavamo a pallone o stavamo seduti alla base della grandissima e vecchia pianta. Quando giocavamo a calcio, io stavo sempre in difesa, perché non amavo tanto questo sport, non mi ci impegnavo, ed ero quindi anche un po’ impacciato. Come ho già scritto in altri capitoli, ero più di tutto interessato di elettronica e di chimica, biologia, minerali etc. Prima della vacanza estiva in campeggio a Cogne, i miei nonni materni erano andati a passare qualche settimana ad Alassio e si erano portati dietro mia sorella Annarita, di 5 anni. Io avevo chiesto a lei di portarmi dal mare una boccetta con dell’acqua marina e un sacchetto di sabbia. L’unica volta che ero stato al mare era stato tre anni prima in colonia e non sapevo ancora quando ci sarei tornato. Volevo l’acqua e la sabbia per analizzarli con il microscopio che avevo avuto in regalo in qualche recente occasione.

La mia classe di quinta elementare. In piedi a destra il maestro Rezzaghi. Ho visto anche foto di classe con lui, in cui si trovava nella stessa posizione e con lo sguardo sempre nella stessa direzione. 


Più del pallone amavo la bicicletta, che adesso era un bici da cross Legnano verde con tre marce. La maggior parte dei miei amici aveva la stessa marca di bici da cross senza marce, ma forse più adatta a saltare e compiere evoluzioni. La mia Legnano era adatta agli sterrati, (grazie ai pneumatici larghi e con il grip), e ad affrontare qualche ostacolo o dislivello, ma per via delle marce era più ideale per compiere percorsi lunghi, per il quartiere o per le stradine di campagna. Due miei nuovi compagni di classe abitavano in due diverse cascine: una a Macconago - dove c’era anche un piccolo plesso scolastico che, ai tempi in cui andavo a scuola in via Noto, era ancora funzionante; e spesso per intimorirci le maestre ci dicevano che ci avrebbero mandati lì - e una nella frazione Selvanesco. Con la bici ogni tanto andavo a trovarli dove abitavano e mi piaceva fare un giro dentro le cascine, che mi affascinavano. Spesso, all’inizio del pomeriggio, in attesa di riunirmi con gli altri amici, invece imboccavo la via dell’Assunta, nella parte in cui si immetteva fra i campi, passando a fianco di un cimitero in disuso (in cui spesso entravamo di nascosto a curiosare fra le tombe e le cappelle) e mi recavo fino a una stradina sterrata che si immetteva fra i prati. La stradina si trovava sotto un filare di alberi. Stavo lì un po’ e poi tornavo in quartiere.

La bici da cross, con il suo lungo sedile imbottito, era anche un mezzo che mi permetteva di dare un passaggio ad altri bambini. Fra questi anche bambine, che continuavano ad attrarmi sempre di più, anche se non avevo obiettivi di tipo sessuale. Probabilmente, il fatto di non avere avuto fratelli più grandi e frequentato i loro amici, fino a quel momento mi aveva lasciato piuttosto all’oscuro in materia di conquiste e di avventure erotiche. E non sapevo nemmeno più di tanto i nomi “volgari” delle parti “private” delle persone. Il pene era il “pistolino”, ai genitali femminili non abbinavo forse ancora nessun nome ma solo un’immagine vista finora pochissime volte. E comunque mai di una femmina sviluppata. 

Riccardo Cervelli 10 anni
Io a dieci anni e mezzo


Più o meno in quel periodo, un pomeriggio, mio padre mi chiamò e mi condusse nella camera da letto sua e di mia madre. Chiuse la porta e mi disse che mi doveva spiegare qualcosa. Mi chiese se sapevo come nascevano i bambini. Io dissi di no e lui mi spiegò, mimando le azioni fra noi due, completamente vestiti, che l’uomo e la donna si mettevano uno di fronte all'altra, appoggiavano i loro corpi uno contro l’altro e compivano il “coito”. Non parlò esplicitamente di organi sessuali e di penetrazione. E non disse neanche che quell’atto veniva compiuto - almeno nella maggior parte dei casi - da sdraiati e non in piedi. Ora, non ricordo più se di queste cose ero già venuto a conoscenza di altri coetanei. Forse fino a quel momento non mi ero nemmeno interessato più di tanto a come avvenisse il concepimento dei bambini. Fatto sta che compresi vagamente quello che mio padre voleva farmi intendere e non posi nessuna domanda di approfondimento. Il tutto durò pochi minuti e poi ognuno tornò ai fatti suoi ed io non pensai più di tanto all’episodio.

Però, come dicevo, qualche sensazione nuova iniziavo a provarla nei confronti di alcune bambine. Quando ho letto il romanzo A l'ombre des jeunes filles en fleurs di Marcel Proust mi sono ritrovato spesso in alcune situazioni e identificato con il ragazzino Marce.. Con alcune ragazzine iniziavo ad avere colloqui esclusivi e che potevano durare anche a lungo. Con la ragazzina di tre anni più grande di me parlavo molto di tanti argomenti come l’amicizia o gli interessi personali. Trovavamo molto affinità fra noi. Non so come, ma un certo momento conobbi una ragazzina che viveva in fondo a via Chopin e di cui non ricordo né il nome né per quanto tempo abbia vissuto lì, perché a un certo punto ne persi le tracce. Poteva avere la mia età o uno o due anni meno. Era alta quasi come me, era longilinea, aveva la carnagione scura, tanto che pensavo che fosse sempre abbronzata o che, dopo l’estate, le rimanesse l’abbronzatura a lungo. Probabilmente aveva origini meridionali. Aveva i capelli abbastanza corti ed era estroversa. Non ci frequentavamo, però ricordo che qualche volta l’ho accompagnata con la bici da scuola a casa sua. Sentirla seduta dietro di me, con il suo busto appoggiato alla mia schiena, e con la sua testa vicina alla mia per parlarmi, mi fece venire per la prima volta quella bellissima sensazione che si chiama “avere le farfalle nello stomaco”. 

Non so se ispirato da questa conoscenza, ma forse risale a quel periodo l’idea di scrivere un racconto in cui c’erano due bambini, un maschio e una femmina, che con la bicicletta di lui andavano a prestare soccorso a qualche altro bambino che era stato male o aveva avuto un infortunio, come se fossero due paramedici. Nell’epoca in cui scrissi questo abbozzo di romanzetto, ogni tanto venivano a trovarci i miei zii materni Miro Cusumano e Paola Errichelli, giornalista, critica teatrale, appassionata di letteratura, e figlia del giornalista Corrado Maria Errichelli. Con lei parlavo molto e mi faceva sempre molte domande. Quando le dissi che avevo scritto un racconto, mi chieste di prestarglielo perché voleva leggerlo. Poi, per non so quali motivi, deve essersi dimenticata di restituirmelo. 

Ma, come dicevo, sebbene l’erotismo non fosse poi così una faccenda estranea a me, nel senso che come la maggior parte dei bambini lo praticavo da solo, la mia idea di erotismo non comprendeva la possibilità di praticarlo con una ragazza. Non avevo ancora questo tipo di fantasie. Le bambine, o ragazzine, mi piacevano se i loro visi e altre caratteristiche fisiche e psicologiche mi facevano provare belle sensazioni, in alcuni casi estetiche e intellettuali, in altre solo estetiche o solo intellettuali. Ricordo sempre con dolcezza un episodio con una ragazzina coetanea o di un anno più piccola che, dopo qualche anno che già noi abitavamo in via Pick Mangiagalli, era venuta ad abitare nel nostro condominio. Era anche lei abbastanza alta e snella, con un viso molto carino e un carattere affabile. Un pomeriggio eravamo giù nella strada privata con i pattini a rotelle, quelli che oggi si chiamano “quad” per distinguerli da quelli “inline”. Percorremmo da soli, io e lei, più volte avanti e indietro la via parlando di argomenti che non ricordo, ma sicuramente del tipo che possono interessare dei preadolescenti. Da parte mia c’era certamente, lo ricordo, un po’ di attrazione nei suoi confronti, da parte sua non lo so, e probabilmente no. Però mi restò impresso questo momento condiviso in modo esclusivo fra noi, piacevole per lo meno sul piano dell’affettività.

(puntata aggiornata il 02/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Ricomincio dalla filatelia

Da piccolo avevo l'hobby della filatelia. Fra tanti altri. Ma se vedevo un francocollo che mi attirava, gli riservavo una parte dei miei limitati averi. Di solito si trattava di francobolli italiani del periodo del Regno dei Savoia. Qualche volta, oltre che nelle edicole o nei negozi che vendevano ai filatelici, li trovavo su qualche busta che portavo via da qualche casa o fabbrica abbandonata, che negli anni Sessanta e Settanta erano presenti nelle periferie di Milano.

Da adolescente ho un po' lasciato questo interesse, anche se mettevo da parte le cartoline e le buste affrancate che mi capivano sotto mano. Da giovane adulto ho continuato a fare lo stesso. Proprio oggi mi sono capitate sotto mano delle buste affrancate che erano arrivate al mio primo posto di lavoro. Sempre da adulto, francobolli nuovi, buste primo giorno, affrancature particolari hanno iniziato ad essermi regalati dai miei genitori in occasione di Natali e compleanni. In quel periodo ho iniziato anche a dedicarmi più sistematicamente a raccogliere francobolli dedicati ai temi della letteratura (prima perché ero iscritto alla facoltà di Lettere Moderne e poi perché ero un giornalista) e alle telecomunicazioni (ero diventato radioamatore). In occasione di alcuni viaggi all'estero con mia moglie e i miei figli, ho iniziato a visitare sempre gli uffici postali alla ricerca di nuove emissioni su queste tematiche.

Negli ultimi anni ho smesso di acquistare francobolli o altri prodotti filatelici. Ma dai miei, mancati purtroppo nel primo decennio degli anni Duemila, ho ereditato parte delle loro collezioni. E così in questi giorni ho ricominciato a fare ordine fra le raccolte loro e lei mie, che si sono accumulate in raccoglitori e scatole varie. Ho cominciato anche a scannerizzare questo materiale in modo da poterlo archiviare ma averlo sempre a disposizione sotto forma di foto memorizzate nel computer.

Non escludo che, nei prossimi mesi, cercherò di vendere quello che non mi interessa e tenere solo quello a cui sono legato o che ha attinenza con temi che voglio approfondire. In occasione di una mia intervista a Giorgio Bolaffi, uscita sul mensile Espansione a metà del primo decennio degli anni Duemila, sono venuto a sapere da questo grande personaggio che una volta i bambini e i ragazzi imparavano dai francobolli un po' di geografia, storia, progresso tecnico, zoologia e botanica. Allora non c'erano la televisione e internet, e non tutti potevano permettersi giornali, libri e enciclopedie. Ogni nuovo francobollo trovato su una cartolina o una lettera contribuiva ad accrescere la cultura personale e sociale.





Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una...