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Autobiografia giovanile - Cap. 24 - Comunità, radio e amiche

 Ed eccoci al 1974, l’anno dei miei primi 14 anni. Allora avere 14 anni ti faceva sentire già un po’ più grande perché, per esempio, potevi guidare i ciclomotori o le moto con meno di 50 cc di cilindrata senza che - come avviene invece oggi - occorresse aver ottenuto una patente. Una patente era necessario ottenerla, con un'età minima di 16 anni, per guidare una moto fino a 125 cc. E qualcuno dei miei nuovi amici dell’oratorio - o meglio della Comunità di CL - aveva un mezzo di questo tipo. Ogni tanto qualcuno si offriva, o accettava, di darmi un passaggio su una moto da strada 125. In particolare lo faceva un ragazzo che viveva nella mia via e che conoscevo da quando ero piccolo. Però fino a quel momento non avevo mai preso confidenza con questa persona per via della differenza di età e, conseguentemente, anche delle amicizie in comune. Una volta sola ricordo che avevo interagito con lui. La sua famiglia aveva smarrito il gatto nel condominio e aveva messo un foglietto vicino al citofono della loro scala offrendo una mancia di 500 lire a chi ritrovava l’animale. Io lo avevo fatto e avevo chiamato giù al portone quel ragazzo per consegnarglielo. Lui era sceso, aveva preso il gatto, mi aveva ringraziato e se se stava andando. Allora gli ho ricordato delle 500 lire e lui mi ha detto qualcosa come: “Come sono diventati svegli questi bambini”.

In particolare ricordo che una sera di quei mesi fra 1973 e 1974 questo ragazzo mi ha dato un passaggio dal nostro condominio all’oratorio del quartiere Olmi di Milano, dove era in programma un concerto del cantautore Claudio Chieffo, autore di buona parte delle canzoni che si cantavano nelle comunità di CL. Quel viaggio in moto è stato in assoluto il primo di una certa distanza che ho compiuto a bordo di un 125. 

Nei mesi successivi, la mia passione per le attività della comunità di CL crebbe molto, anche se si svolgeva soprattutto nel fine settimana. Nei giorni feriali, infatti, l’oratorio era aperto ma fino a una certa ora ci andavano solo i ragazzi che frequentavano le superiori e che si trovavano lì per studiare insieme. Una volta ci ero capitato, li avevo visti tutti intenti sui libri, e me ne ero andato via subito. Però credo che da una certa ora in poi ci potevamo andare tutti, e così mi ritrovavo lì con la mia nuova fiamma e le sue amiche.

A scuola ero piuttosto intraprendente. Con il compagno e amico con cui condividevamo la passione per la scienza e la musica siamo rimasti gli unici a frequentare, il pomeriggio, le ore di musica. Lui aveva iniziato a studiare clarinetto, però in classe con il professore suonavamo ancora solo il flauto dolce. Ricordo che abbiamo studiato Summertime. Finora ho sempre parlato di lui solo a proposito dell’amore comune per la musica. In effetti anche la scienza era quasi se non allo stesso livello. In uno dei tre anni passati insieme, la professoressa di Italiano Seletti propose che ciascun alunno scrivesse una breve storia in cui erano protagonisti lui e un compagno. Io e questo mio amico scrivemmo ognuno una storia in cui l’altro di noi due era co-protagonista. Entrambi la ambientammo in un’avventura spaziale. Credo che la sua fosse un po’ più lunga e piena di dettagli che denotavano una grande conoscenza scientifica. Quando la lesse, sentii per la prima volta nominare un “gascromatografo”. Io, invece, mi distinguevo per propormi volontario a eseguire degli esperimenti di scienze in classe. Ricordo che la professoressa Formenti, che in un due primi anni, durante un’interrogazione di matematica, mi aveva detto che ero “un cretino”, mi guardava molto compiaciuta mentre mostravo gli esperimenti e li spiegavo ai compagni. Per l’esattezza ne portai due, entrambi di biologia. Uno era consistito nel lasciare per qualche giorno dell’acqua sporca (non ricordo se raccolta in una pozzanghera o prodotta in casa) in una provetta. In classe quindi, con un contagocce misi una goccia su un vetrino e mostrai ai compagni un protozoo, che definii, non so se correttamente, un’ameba.Il secondo esperimento era la dissezione di una cozza (ovviamente morta). Spiegai ai compagni le varie parti anatomiche del mollusco.

Riccardo Cervelli 14 anni 14 yo
Io a quattordici anni

Ma non solo scienza e musica. Credo che fosse in terza che proposi di portare, un pomeriggio, la classe a fare visita ai bambini spastici ricoverati alla clinica Don Gnocchi di via Capecelatro. Ottenuto il permesso, un giorno mi recai alla clinica e presi tutti gli accordi necessari con dei responsabili della stessa. Qualche giorno più tardi ci presentammo in massa al Don Gnocchi e passammo molto tempi insieme ai bambini ricoverati. Ricordo che abbiamo fatto anche delle gare di velocità spingendo i bambini sulle carrozzelle.

Per cambiare passatempo, a Natale mi ero fatto regalare un baracchino CB Pony, un modello molto più modesto di quello che avevano l’amico che mi aveva introdotto a questo hobby e la maggior parte degli altri CB che avevo nel frattempo conosciuto. Il mio aveva solo sei canali di cui, solo uno dotato di quarzi (sia in trasmissione sia in ricezione) all’uscita dalla fabbrica. E così, tornato da scuola, dopo pranzo capitava che partecipassi a qualche conversazione con altri CB del Vigentino, o altri quartieri limitrofi. Questa conversazioni si chiamavano “ruote” e ci si entrava dicendo “break” non appena l’ultimo che aveva parlato aveva “passato” il microfono, o meglio “mike” a un altro. Il quale, sentito chi voleva entrare, invece di parlare lui, diceva “Avanti il break”. Tramite queste “ruote” stavo conoscendo altri giovani della zona, con i quali ci accordavamo per fare un “verticale”, ossia un incontro di persona in qualche luogo conosciuto da entrambi: ovviamente, siccome l’attività CB era ancora vietata, non si dicevano nomi, cognomi e indirizzi. 

Ognuno aveva una sigla: la mia era Attila. All’inizio avevo pensato a un’altra cosa, più che altro per dotarmi subito di una sigla, ma poi avevo optato per Attila perché, un po’, mi avevano sempre incuriosito i barbari. Già, l'archeologia e la storia medioevale  ricadevano anch’esse fra i miei interessi, complice anche il fatto che sulla nostra zona si conoscevano delle storie che risalivano al tempo del Medioevo, come la costruzione dell’abbazia di Chiaravalle, le bonifiche delle paludi effettuate dai monaci cistercensi, e così via. La sigla Attila, però, se la comunicazione con gli interlocutori più distanti era disturbata, veniva scambiata per Aquila. Allora dovevo spesso ripetere, “Attila, il re degli Unni”. In quel periodo, inoltre, avevo fatto molta amicizia in classe con un altro compagno con cui negli anni precedenti ci eravamo parlati poco. Viveva più vicino di me alla scuola media, più precisamente nelle vicinanze del Parco Ravizza. La sua era una famiglia abbastanza benestante, che aveva un negozio di articoli per la pesca e un’azienda produttrice di reti che si trovava in Sud America. Quando decisi, per trasmettere con la radio, di non utilizzare più una piccola antenna “caricata” (cioè più corta del solito, con una bobina di compensazione) auto che avevo installato sul balcone, ma di costruirmi un’antenna dipolo a mezza onda (quindi lungo circa 5,5 metri), questo mio compagno si offrì di regalarmi del filo da pesca e dei pesi di piombo necessari, rispettivamente, per sostenere il dipolo e per tenerlo dritto verso il basso. Infatti, questa antenna filare la attaccai a un bastone, assicurato al balcone, e la feci penzolare fino a circa il terzo piano: santi in miei vicini di sotto che non si lamentarono! 

Per prendere il materiale, ricordo che io e il mio compagno andammo nel loro negozio e poi ci recammo a casa sua, dove conobbi anche il fratello, di qualche anno più grande. Questo fratello aveva un bellissimo impianto hi-fi e una ricca collezione di dischi di musica rock e pop. Subito mi fece apprezzare la resa dell’impianto e conoscere qualche complesso di cui ignoravo il nome o avevo appena appena sentito parlare. Devo dire che anche l’amico del mio condominio che mi aveva fatto conoscere la CB, una delle prime cose che mi fece vedere quando andai a casa sua, fu l’impianto hi-fi, collegato a due grosse casse autocostruite. In quel caso mi fece invece ascoltato un breve pezzo di musica sinfonica registrata su un nastro e riprodotta con un bellissimo registratore a bobine Revox. Qualche tempo dopo anche il mio compagno di classe acquistò un baracchino e io mi offrii di montargli l’antenna sul tetto del suo palazzo e collegarla con un cavo alla radio.

All’oratorio continuavo a fare progressi nello studio autodidatta e a orecchio della chitarra. Spesso, adesso, mi ritrovavo con la mia ragazzina e le sue amiche all’oratorio e, o stavamo lì fino alle solite sei e un quarto, per poi andare alla messa delle sei e mezzo a Fatima, oppure, andavano a fare qualche passeggiata nel quartiere, soprattutto dove c’era il verde; a volte ci inoltravamo anche nei campi. Una di loro teneva assiduamente un diario, dove scriveva anche di me e della mia amata. Qualche volta me lo prestava per leggerlo ed io glielo restituivo il giorno dopo. Con questa ragazza, da un certo momento in poi, avevamo preso l’abitudine di sentirci al telefono una volta che io ero tornato a casa dalla messa delle 18.30. Con lei parlavo della mia storia, delle difficoltà che incontravo, perché in effetti non vedevo molti progressi nel dare un senso ad essa - parlando con la mia fidanzatina - e sicuramente continuava ad essere fin troppo pudica. Io non avevo il coraggio di fare qualche passo in più, lei mi sembrava voler lasciare le cose come stavano. Attenzione: non pensavo certo a fare sesso, e forse nemmeno petting spinto. Le telefonate con la mia amica duravano circa una mezz’ora tutte le sere e mia madre più volte mi veniva a dire che dovevo smettere, anche perché all’epoca avevamo il duplex. C’erano cioè dei vicini che non potevano telefonare se telefonavo io e viceversa, pur avendo ovviamente numeri diversi.

Giunta la primavera le giornate si allungarono. A quell’età i pomeriggi sembrano non finire mai. Verso la fine della terza media, sempre più spesso mi davano l'autorizzazione a uscire di sera con il mio migliore amico. Una sera, insieme a un altro comune amico poco più grande di noi, su mia proposta, andammo sotto casa dell'amica mia e della mia fidanzatina che teneva il diario per farle uno scherzo citofonico. Mentre eravamo vicino al citofono, da un balcone qualcuno iniziò a urlarci contro minacciando o di scendere o di chiamare la polizia. Decidemmo di scappare scavalcando una cancellata. Purtroppo, dal lato opposto non c'era una strada o un altro condominio bensì il cortile della scuola media dove andava il mio migliore amico. Immediatamente ci raggiunsero due o tre pastori tedeschi che azzannarono i nostri jeans poco sopra le scarpe. Poco dopo arrivò il custode della scuola, che con qualche calcio sul sedere ci buttò fuori dal cortile passando dal cancello sulla via Wolf Ferrari. La mattina dopo, questa persona riconobbe il mio amico all'ingresso della scuola e lo mandò dalla preside. Credo che tutto si sia risolto con una ramanzina e forse una nota. 

La storia con la ragazzina durò sicuramente fino all’esame di terza media. Ne sono sicuro perché ricordo che, dopo gli scritti, o all’orale o a un colloquio finale in cui era presente anche mia madre, la professoressa Seletti mi mostrò o le brutte del tema o il tema stesso su cui, nei margini dei fogli protocollo, avevo disegnato dei cuoricini con le iniziali dei nomi mio e della fidanzatina. La prof disse che in commissione si erano fatti una risata. Per un istante, invece, io temetti di averla fatta grossa.

Nelle settimane che seguirono la fine degli esami l’oratorio organizzò una vacanza di circa quattro giorni a Penia, in Val di Fassa, per i ragazzi delle scuole medie. L’iniziativa coinvolgeva quattro comunità: Vigentino, Olmi, Baranzate e Sant’Andrea. Io ci andai e convinsi anche il mio migliore amico da anni di venire. Il viaggio durò un’infinità. Ma il posto era incantevole. Io mi portai il baracchino CB e lo collegai a un dipolo montato nel giardino. Però non riuscii a collegare nessuno. Il baracchino restò lì in mezzo alla camerata per niente. Sempre durante la vacanza ebbi modo di riprendere a sperimentare i problemi interpersonali che possono scoppiare quando ci si ritrova a vivere insieme ad altre persone dalla mattina alla sera. Protagonista di questa vicenda fu il ragazzo più grande di otto anni, che faceva parte del gruppo dei responsabili, che mi aveva insegnato a suonare la chitarra e con cui all’oratorio mi trovavo molto bene, e viceversa. I responsabili dormivano insieme in una camerata riservata solo a loro. Noi ragazzi delle medie in un’altra o altre due o tre. Per inciso, le ragazzine e le loro responsabili dormivano in un’altra ala della costruzione. Ebbene non so per quale motivo - forse perché i responsabili, più grandi, facevano un festicciola in camerata e facevano molto rumore - sono andato nella loro camerata per esprimere una protesta. Quel ragazzo, che era uno degli ultimi che mi sarei aspettato che mi trattasse male, prima di disse “ Sei peggio di Nixon!” e poi mi disse una frase molto volgare. Ci rimasi malissimo. Per tutta la notte e la mattina seguente avevo un groppo in gola. Alla fine decisi di parlare con quel ragazzo e gli espressi la mia amarezza. Con mio molto sollievo lui si scusò, mi disse qualcosa del tipo “anche quelli più grandi come noi possono sbagliare” e che questa esperienza era servita anche a lui. 

Le giornate iniziavano con le Lodi e finivano con la Compieta. Insomma, si pregava spesso. Ma non solo. Facemmo delle passeggiate sulle Dolomiti. In breve tempo feci amicizia con ragazzi e ragazze delle altre tre comunità e iniziò a piacermi molto una di Baranzate, soprannominata Liz. Io avevo orecchiato il nome di Liz Taylor, ma non avevo capito chi fosse. E così, risentendo da qualcuno Liz Taylor ho pensato che potesse essere lei. Ad ogni modo, Liz mi piaceva perché aveva in viso molto femminile, capelli chiari (o schiariti; allora non sapevo ancora che molte ragazzine castane si tingevano i capelli), occhi vispi e un nasino alla francese, senza gobbe e forse un po’ all’insù. Come me aveva iniziato a fumare delle sigarette e quindi, qualche volta, siamo stati fuori dalla struttura ricettiva insieme a qualcun altro a fumare. Non è che ognuno che fumava avesse il suo pacchetto. Forse c’erano dei pacchetti portati da qualcuno che poi diventavano comuni, o scroccavamo le sigarette dai più grandi. Fra la ragazzine con cui avevo legato di più, sempre di un’altra comunità, ricordo che ce n’era una che diceva di essersi innamorata di un sacerdote giovane e che sognava, o credeva che sarebbe potuto succedere, che alla fine si sarebbero messi insieme. Durante quei giorni successe anche un fatto strano. Qualcuno degli addetti della struttura ci disse qualcosa circa un soldato, credo austriaco, il cui fantasma ogni tanto girava di notte nei corridoi. Ci disse anche il nome. Una sera io e alcuni altri andammo in un piccolo cimitero lì vicino e cercammo la tomba del soldato. La trovammo. Vicino alla lapide c’era una croce di polistirolo piena di spilli arrugginiti infilzati. Ce ne andammo e poi non ne parlammo più.

Forse dopo questa vacanza le attività dell’oratorio si interruppero per le ferie estive. Nello stesso periodo, non ricordo con quali modalità, la relazione con la ragazzina con cui stavo da mesi si chiuse. Se non ufficialmente sicuramente di fatto.

Forse dopo questa vacanza le attività dell’oratorio si interruppero per le ferie estive. Nello stesso periodo, non ricordo con quali modalità, la relazione con la ragazzina con cui stavo da mesi si chiuse. Se non ufficialmente sicuramente di fatto. 

Un’altra novità di quel periodo in attesa di partire per le vacanze estive con i miei, è che io il mio migliore amico e un altro nostro ex compagno di classe delle elementari in via Noto, venimmo accettati come operai pagati in nero in una tipografia della zona. Il compenso era di mille lire l’ora e veniva pagato settimanalmente. Il lavoro consisteva, principalmente nel prendere, da un addetto a una taglierina, delle pile di cartoline e farne dei pacchetti da cinquanta. Il compito era facile, perché ogni cinquanta fogli di cartoline appena stampati, gli addetti alla macchina tipografica mettevano un foglio con cartoline vecchie non stampate con metodo fotografico e probabilmente scartate in passato. Così le pile di cartoline singole che uscivano dalla taglierina avevano all’interno queste cartoline estranee ogni cinquanta da tenere. Noi dovevamo quindi fare delle pile con blocchi di cinquanta cartoline uno sopra l’altro ma disposti in maniera sfalsata. Una giovane dipendente, poco più grande di noi e anche abbastanza prosperosa, prendeva ogni blocco di cartoline e lo inseriva in una macchina fascettatrice. Quindi noi prendevamo i blocchi fascettati e li inserivamo in piccole ma lunghe scatole di cartone, che successivamente inserivamo in scatole di cartone più grandi, che avevamo imparato a montare e chiudere bene con lo scotch marrone.

Il lavoro non era difficile e ci divertivamo pure. Ci divertivamo a scherzare con l’addetto alla taglierina, che era un signore ormai anziano. Siccome, a volte, alcune cartoline utilizzate come separatori rappresentavano contenuti pornografici, le mostravamo all’operaio e lui ci diceva: “Tanto non mi tira più”. Lo diceva in dialetto, che io non so scrivere. Oppure stuzzicavamo la ragazza della fascettatrice, che, siccome profumava sempre di sapone, avevamo soprannominato fra noi “fior di sapone”. Nel capannone si sentiva sempre della musica e una volta ci mettemmo a ballare come due stupidi (l’altro nostro ex compagno lavorava in un altro reparto). Dopo qualche secondo sentimmo fermarsi il rumore della macchina da stampa e c’erano gli altri operai che ci guardavano. Altro divertimento era trasportare fino al magazzino i pallet con le scatole di cartone completate. Per farlo utilizzavamo dei transpallet, sollevatori manuali con ruote e che assomigliavano vagamente a dei grossi monopattini. Quando questi transpallet era stati scaricati, ci si poteva divertire a riportarli a posto correndoci sopra. Con le trentamila lire guadagnate alla fine della prima settimana ricordo che mi sono comperato un paio di jeans Levi’s originali in un negozio famoso fra giovani che si trovava in via Zebedia. Provai un senso di orgoglio per aver effettuato il mio primo acquisto importante utilizzando soldo guadagnati con il mio sudore della fronte. Credo che lavorai in quella tipografia per quasi un mese. Quell’esperienza fu la prima e unica della mia vita come operaio. Un piccolo elemento in comune con i tantissimi operai che poi ebbi fra i miei amici negli anni e nei decenni successivi. Senza contare mi nonno paterno ex linotipista. E quasi un segno premonitore dell’ambiente di lavoro in cui sarei finito circa otto anni dopo: l’editoria.

(capitolo aggiornato il 06/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)




Autobiografia giovanile - Cap. 23 - Austerity, radio e chitarra

 Della prima parte del 1973 non ricordo molte novità al di là di quanto avveniva sempre a scuola o in quartiere. A scuola, all’inizio di una lezione di educazione fisica, dissi al professore che non potevo farla (forse perché mi ero dimenticato di portare le scarpe da ginnastica) e lui mi disse che, se volevo, potevo attraversare il cortile in comune con il liceo classico Berchet ed entrare nella palestra di questa scuola, dov’era in corso un’assemblea studentesca. Entra in quella palestra da una porta finestra aperta e mi sedetti in mezzo agli studenti più grandi di me. Ascoltai qualche intervento e credo che condivisi quasi tutto quello che ascoltavo. Mi sono sempre chieste che cosa aveva in mente il mio prof di ginnastica quando mi offrì questa possibilità. Era un professore di età matura ma un po’ eccentrico e simpatico. Veniva a scuola con una Bianchina decappottabile (anche se l’ho sempre vista parcheggiata e chiusa). Forse voleva darmi la possibilità di fare un’esperienza nuova, utile a capire di più quali erano le mie opinioni su quello che avveniva nella società. A proposito di politica, un mezzogiorno, usciti da scuola, arrivammo alla Crocetta proprio mentre era in corso una carica della polizia contro dei manifestanti. Quella fu la prima volta che vidi e sentii l’effetto dei gas lacrimogeni. La vista della carica non ci spaventò. Rimasi piuttosto incuriosito su quello che c’era intorno a quanto stava avvenendo. Fino a quel momento avevo solo visto dei comizi in Duomo con la polizia schierata, sentito i miei zii parlare di lotte politiche, ma non avevo mai visto uno scontro di piazza.

Riccardo Cervelli 13 anni
Io a 13 anni in una foto scattata da un fotografo profesionista

Dal punto di vista sentimentale, si era formata questa specie di relazione con la bambina conosciuta in occasione della rappresentazione natalizia. Lei sembrava più grande della sua età, ma in realtà aveva quattro anni meno di me. Questa differenza non si sentiva molto perché, oltre al fatto che dimostrava più anni per via dell’altezza, in quei pochi discorsi che facevamo quando ci vedevamo all’oratorio dimostrava anche di essere matura. Inoltre, non c’era il rischio che avvenisse qualcosa di spinto perché, anche da parte mia, c’era solo un’attrazione che si fermava al livello sentimentale e di apprezzamento estetico, limitatamente al viso, al suo sorriso, ai suoi occhi e alla corpo vestito. I massimi contatti fisici avvenivano quando stavamo seduti vicino a guardare i film e ci tenevamo per mano. Però, quando mia madre venne a sapere di questa storia, mi dissi che dovevo chiuderla subito perché lei era troppo piccola. Io provai a spiegare che non c’erano rischi di nessun tipo. Forse mia madre temeva anche di quello che potevano dire le altre persone, ma non ne sono sicuro. Continuai comunque ad aspettare i fine settimana in cui io e la ragazzina ci saremmo visti all’oratorio e qualche volta, in cui ero uscito prima dalla mia scuola, andai ad aspettarla fuori dalla sua, solo per fare qualche decina di metri vicino a lei. In quelle occasioni, però, c’erano anche le sue compagne e quindi non ci parlavamo.

Forse già in quel periodo, mio padre era diventato direttore dell’agenzia 28 della Banca Commerciale Italiana, che si trovava in via Montenero, a poche centinaia di metri dalla mia scuola. In quell’anno scolastico dovevano essere iniziati dei rientri pomeridiani per seguire delle materie divenute facoltative. Non so se tutte e due quell’anno, ma alcuni rientri pomeridiani, a un certo punto, iniziai ad averli per continuare a seguire le lezioni di applicazioni tecniche e musica. Quando avevo dei rientri, non tornavo mai a casa per pranzo. Alcune volte, raggiungevo mio padre in banca. Dato che ormai la banca era chiusa, entravo dalla porta dei dipendenti dipendenti, stavo qualche minuto con gli impiegati dietro gli sportelli, e poi uscivo con mio padre per andare a mangiare una pizza in via Bergamo. Qui mi ero abituato a farmi portare una Coca Cola dentro un boccale di vetro trasparente a forma di scarpone. Più avanti, iniziai ad essere invitato a pranzo a casa del mio amico che abitava vicino alla scuola. 

I miei riferimenti più assidui in classe erano il compagno che abitava in cascina a Locate Triulzi e questo che abita vicino. A loro parlavo spesso della mia cotta per la bambina dell’oratorio e dopo un po’ si stancarono e non ne vollero più sentire. Qualche volta andavo ancora a trovare il compagno che abitava fuori Milano. Con quello che abitava vicino alla scuola continuavamo sempre ad andare insieme ai concerti della Gioventù Musicale al Conservatorio e, dopo la fine, a fare una passeggiata a Ricordi e alla Messaggerie Musicali in corso Vittorio Emanuele. Non sono sicuro che fu quell’anno, ma il padre del nostro compagno che veniva bullizzato organizzò una visita serale della classe, con alcuni insegnanti, alla redazione e alla tipografia del Giorno. Sono sicuro che quell’iniziativa mi piacque. Peraltro, mio nonno paterno, che aveva lavorato come linotipista al Giorno (oltre che all’Unità) mi disse di portare i suoi saluti a un suo ex collega, cosa che feci. Da quella visita mi portai a casa il cliché di metallo di una fotografia di un astronauta, che ancora conservo tra i miei ricordi. 

Forse lo stesso anno scolastico fui invitato a casa sua da uno dei compagni che mi stuzzicavano. Aveva parentele molto importanti e viveva in un appartamento così grande che non sono nemmeno riuscito a vedere tutto. Quando andai, però, mi sembra che in casa non ci fosse nessuno, o almeno nessun suo parente ma forse solo una persona di servizio. A un certo punto, mentre eravamo in camera sua, mi ingaggiò in una breve lotta corpo a corpo sul pavimento. Quindi non penso che gli facessi poi così schifo. In quel periodo, forse per via che avevamo gli ormoni a mille, mi capitò anche un'altra volta, di scherzare con fugaci contatti fisici un po’ più spinti con un altro compagno durante una lezione pomeridiana di applicazione tecniche. Cominciavano pian piano a girare anche racconti di piccole avventure a sfondo sessuale anche con delle ragazze. Io mi accontentavo del mio amore platonico.

Amore che non sempre riuscivo a vedere ogni fine settimana (se fosse stata più grande, magari potevamo incontrarci per il quartiere) perché, arrivata la primavera, i miei decisero di portarci spesso la domenica a visitare qualche località raggiungibile con la macchina. Ricordo, per esempio, che andammo a vedere Roncole di Busseto, dove c’è la casa natale di Giuseppe Verdi, e altri paesi soprattutto della Bassa. Sulla strada del ritorno, io speravo che ci mettessimo poco e che potessi fare un salto all’oratorio. Ma siccome diventata evidente che non ci sarei riuscito prima della chiusura, mi arrabbiavo e poi restavo incupito.

Riccardo Cervelli 13y.o.
Io durante le vacanze estive 1973

Poi arrivò l’estate e con la famiglia andammo in direzione della Germania. Dopo non ricordo quali tappe, arrivammo a Monaco di Baviera, dove montammo la tenda in un bellissimo campeggio in un parco vicino allo zoo. La cosa che ricordo con più piacere di quella permanenza fu l’amicizia che strinsi con un ragazzino della mia età indonesiano. Di Giacarta, per la precisione. Credo che sia stato in assoluto il primo amico che ho avuto il quale avesse un colore della pelle e altre caratteristiche somatiche - soprattutto i capelli e gli occhi - diverse da quelle italiane o europee. Era magrolino. Ci parlavamo in uno stentato inglese scolastico (almeno da parte mia). Ma ci capivamo molto anche con un linguaggio non verbale. In mezzo, a fianco, del campeggio scorreva un fiumicello. Ricordo che un pomeriggio ci andammo ed entrammo dentro fino alle ginocchia. A un certo punto lui si chinò e poi si raddrizzò guardandomi sorridendo. In mano teneva un pesce. Per anni ho attribuito la sua capacità di prendere i pesci con le mani alle sue origini etniche. Invece, forse più semplicemente, era stato abile o aveva avuto fortuna. Negli anni successivi mi spiacque di non essere riuscito a scambiarmi l’indirizzo con quel ragazzino e restare in contatto. Di quella permanenza a Monaco mi piacque molto anche la visita al museo della scienza e della tecnica. In particolare apprezzai molto gli esperimenti con l’elettricità che ci fecero vedere. Si trattava soprattutto di archi voltaici.

Proseguimmo poi per altre città tedesche e poi virammo verso la via del ritorno a casa passando per il Belgio. Dalle foto scattate in quella parte del viaggio si nota anche una certa stanchezza e noia. Forse volevo tornare. Ma le vacanze non erano destinate a finire oltre le Alpi. Una certa parte fu ancora trascorsa ad Assisi, in Umbria. Di quella parte dell’estate mi rimangono delle foto in cui sono ritratto con i capelli decisamente lunghi; o per meglio dire gonfi, dato che io sono nato con i riccioli e poi la capigliatura è diventata mossa, ma mai dritta.

Riccardo Cervelli 13yo
Io a Spagnolia, un parco divertimenti vicino a Perugia, nell'estate 1973

Al rientro a Milano iniziò la crisi petrolifera del 1973 provocata da una guerra fra arabi e israeliani. Il governò varò delle misure di austerity, fra le quale le famose “targhe alterne”. In pratica, fra la fine del 1973 e i primi mesi del 1974, una domenica potevano girare solo le auto con la targa il cui numero finiva con una cifra pari e la domenica dopo solo quelle con la targa dispari. La nostra auto aveva la targa pari, quella della famiglia della mia amata la targa dispari. Divenne così praticamente impossibile vederci all'oratorio la domenica pomeriggio.

Nel frattempo era ricominciata la scuola, che per me voleva dire il terzo e ultimo anno delle medie. Il mio migliore amico, compagno di classe dalla seconda elementare e vicino di casa, aveva cambiato scuola: la famiglia aveva deciso di iscriverlo nella nuovissima scuola media costruita nel nostro quartiere in via Dei Guarnieri. I miei, invece, decisero di far finire per tutto il ciclo le scuole medie alla media Majno, in via Commenda, dove avevamo iniziato. In altre parole la famiglia mia e quella del mio amico avevano fatto questa volte una scelta opposta rispetto a quella fatta in occasione del passaggio in quinta elementari, quando io venni iscritto alla scuola elementare di via Wolf Ferrari, praticamente davanti casa, mentre il mio amico rimase nella nostra vecchia classe, con la stessa maestra, nelle elementari di via Noto. 

Anche se non mi riusciva più di vedere la ragazzina con cui stavo insieme dallo spettacolo natalizio, ormai ero diventato un frequentatore assiduo dell'oratorio. Se non addirittura compulsivo. Presi ad andarci anche il sabato pomeriggio. Sempre più spesso lasciai il mio compagno di classe musicofilo andare da solo ai concerti del sabato pomeriggio al Conservatorio; altre volte ci andavo anch'io, a metà del programma salutavo il mio compagno di classe e tornavo a Vigentino. All'oratorio avevo cominciato a imparare a suonare, anche se in modo non scolastico, ma più ad orecchio e solo con accordi, la chitarra. E il mio obiettivo era quello di diventare bravo da accompagnare io un coro, come avevo visto fare a quel ragazzo sul palco della recita natalizia. 

Un altro fatto importante accadde, molto probabilmente, uno di quei mesi (comunque quell’anno). Mi trovavo sul balcone con un walkie talkie giocattolo. Non ricordo se parlavo con mio fratello o con un altro ragazzino, di un anno più giovane, che abitava nel mio palazzo. A un certo punto, dall’altoparlante della radio uscì la voce forte di un ragazzo più grande. Iniziammo a parlare e lui mi disse che era un CB, che la mia radio utilizzava la frequenza dei CB (Citizen Band, Banda Cittadina) e che, girando fra i vari canali, mi aveva sentito. Mi disse anche che, per parlare con me, cambiava canale, perché il mio walkie talkie trasmetteva sul canale 14, che i CB non utilizzavano perché riservato alle ambulanze, ma in ricezione la mia radio non utilizzava un quarzo e quindi poteva sentire gli altri canali. In pratica, lui mi ascoltava sul canale 14 e, quando toccava a lui parlare, andava su un altro canale. La sua radio, molto più potente della mia, poteva effettivamente interferire con comunicazioni di emergenza, la mia - giocattolo - no. Poi mi fece capire che abitava proprio di fronte a me, nella fila di case davanti e anche lui al mio stesso piano. Mi fece anche individuare l’antenna che aveva montato sotto il lucernario del tetto e che aveva un filo che scendeva nel suo balcone e entrava in casa sua. Un giorno mi invitò a casa sua, dove conobbi anche sua madre, che era anche lei diventata CB. Da quel giorno, ogni tanto, il pomeriggio andavo a casa loro anche quando il mio nuovo amico, che aveva qualche anno più di me, non c’era, e mi intrattenevo con la madre, che mi lasciava trasmettere dal loro “baracchino”.

Riccardo Cervelli 13-year-old CB
Io con il walkie talkie che, nel 1973, mi ha fatto scoprire il mondo CB

Una domenica pomeriggio d’autunno ormai inoltrato, mi trovavo all’oratorio, dove nel frattempo avevo iniziato a suonare la chitarra, grazie anche all’aiuto di un ragazzo di circa otto anni più grande di me, che era molto bravo e mi insegnava con pazienza i primi rudimenti dello strumento. Dopo la fine di un film, come al solito noi ragazzi abbiamo ricominciato a giocare. Con alcuni abbiamo iniziato a rincorrerci per le stanze. A un certo punto mi ero nascosto in un ripostiglio dietro il palco del teatrino. Era buio. Non sapevo che anche un’altra persona fosse entrata lì prima di me. Restai fermo qualche secondo guardando verso l’uscita del ripostiglio. Dopo qualche secondo abbassai un broccio, spostai indietro una mano e sentii che colpito qualcuno sui suoi jeans. Dissi: “Scusa”. Risposta: “Di niente”. Quindi scoprii che era una ragazzina che già conoscevo di vista, che abitava in una via vicino alla nostra, e che aveva due anni meno di me. La ricordavo perché faceva parte di una famiglia molto numerosa che era amica della famiglia molto numerosa della mia via, di cui il figlio era uno dei miei migliori amici, e che facevano tutti parte di una comunità cattolica laica. Con i membri di questo movimento, qualche anno prima eravamo andati al Pime a vedere uno spettacolo organizzato dalla comunità e poi avevamo partecipato ad alcune riunioni. Non so se c’era anche lei quella volta, ma sapevo della sua famiglia. Invece, mi ricordavo che, quella volta che la mia maestra di via Noto mi aveva mandato nella classe della “capogruppo”, maestra Montegani, per portare un messaggio. avevo notato, fra le alunne sedute con il grembiulino bianco e la piantina di cactus sul banco, anche questa bambini, che ora aveva iniziato la prima media nella scuola femminile accanto alla mia.

Le volte successive che ci vedemmo all’oratorio, strinsi una forte amicizia sia con lei sia con un gruppetto di sue amiche. Non ci mettemmo insieme subito. Loro pensavano ancora che io stessi con la ragazzina della recita natalizia dell’anno prima. Inventarono pure una parodia di una canzone famosissima, A mezza notte va la ronda del piacere, in cui i protagonisti eravamo io e la ragazzina. Mi chiesi se quella canzone significasse che pensavano che la storia fosse ancora in corso o se fosse una sorta di messa alla prova per capire se invece ero disponibile. Non ricordo se dissi che la storia era finita o che non era finita ma si era esaurita da sola senza bisogno di parlarne. Fatto sta che un giorno dopo l’altro mi misi con la nuova amica. Nel frattempo, avevo iniziato a conoscere il sacerdote che guidava le attività dell’oratorio, Don Gianni, il quale un pomeriggio mi invitò nella sua casa accanto alla chiesa dell’Assunto e mi disse che era meglio se non iniziavo quella relazione perché potevo distrarre la ragazza in un momento in cui stava entrando nella comunità. L’oratorio era in quegli ultimi anni diventato una comunità legata al movimento di Comunione e Liberazione, allora ancora ai suoi albori. Io ascoltai Don Gianni e gli dissi che non doveva preoccuparsi, perché io ci tenevo molto alla comunità e non avrei affatto voluto che alla mia amica succedesse quello che lui temeva. Ci lasciammo così senza che io gli promettessi di non continuare nella mia relazione ma con lui che, almeno per bonarietà, non insistesse più nella sua richiesta.


Riccardo Cervelli 13 anni CB
Sempre io in posa nella cabina per le fototessere mentro fingo di studiare il circuito della radio

Del resto, in realtà, io e questa ragazza non facevamo molto di più che passare del tempo a parlarci, stare insieme ad altri amici nell’oratorio, restare vicini mentre io muovevo i primi passi con la chitarra. A volte, con noi, c’era una delle sue amiche che frequentava un corso di chitarra alla Scuola Civica di Musica in corso di Porta Vigentina, e che mi insegnò alcuno cose, oltre che a suonare Giochi proibiti, un pezzo classico abbastanza facile basato soprattutto su arpeggi. Poi, un quarto d’ora prima delle sei, io, lei e sua sorella più piccola, uscivamo dall’oratorio dell’Assunta ed andavamo alla chiesa di Fatima a seguire una breve messa. Quindi le accompagnavo fino al cancello d'ingresso del loro condominio. In quegli anni, a Milano, e nei quartieri periferici come il nostro, in inverno c’era una nebbia fittissima. Ricordo ancora le camminate immersi nella nebbia che facevamo per arrivare dall’oratorio alla chiesa di Fatima e poi da questa ai due condomini dove vivevano tutte queste mie amiche. Al di là di due metri o tre metri non si vedeva più niente.

Per dimostrare come fosse vero quello che avevo detto a Don Gianni circa la serietà con cui stavo prendendo l’esperienza della comunità - benché fossi solo un tredicenne - basti pensare che in quel periodo, qualche mattina, prima dell’inizio delle lezioni, andai a recitare le Lodi insieme ai ragazzi di CL (ma allora mi avevano detto che il gruppo si chiamava Undicesima Ora) del liceo Berchet, accanto alla mia scuola media. Una volta, o due al massimo, devo essere andato anche alcuni loro “Raggi”, che erano delle riunioni. Stava iniziando per me un’esperienza spirituale e comunitaria che sarebbe durata circa due, tre anni.

(capitolo aggiornato il 06/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 19 - Preadolescenza, affettività e scuola

 Il 9 giugno 1971 (fonte: Tecnica della scuola.it) è finito l’anno scolastico 1970-1971. Per me dev’essersi concluso qualche giorno più tardi, perché dovevo affrontare l’esame di stato della quinta elementare, necessario per poter accedere alle scuole medie. Avevo 11 anni e mezzo. Essendo nato agli inizi di gennaio, sono sempre stato fra i più grandi delle classi che ho frequentato.

Le vacanze estive successive prevedevano ancora qualche settimana di campeggio a Cogne, Valle d’Aosta. Ancora quell’anno non avevamo l’auto e quindi dobbiamo aver affrontato lo stesso tipo di viaggio da Milano a Cogne e ritorno con l’utilizzo di pullman fino ad Aosta e poi taxi fino alla destinazione. E come sempre, qualche settimana prima della partenza, mia madre ha confezionato i colli da spedire al luogo di vacanza tramite corriere, parola che ho imparato in quelle occasioni. La tenda, spedita anch’essa per corriere, era quella a casetta blu, con delle “stanze” separate per i miei genitori, che dormivano con le mie sorelle, e una per me e mio fratello.

Quell’estate nella palazzina dove vivevano i proprietari del campeggio, e dove al piano inferiore c’era la direzione e una, era venuta a vivere, in un piccolo appartamento, una famiglia. Tra i figli c’era un ragazzo della mia età, o forse un anno di più. Presto feci amicizia con lui. Trascorrevamo molto tempo insieme e una volta ricordo che siamo andati da soli a piedi fino al paese prima di Cogne, Cretaz. Al ritorno, per fare prima, facemmo l’autostop. Nei confronti di questo bambino ho sperimentato per la prima volta un senso di colpa per un mio atto di cattiveria che mi fece vergognare di me stesso ai miei occhi. La storia è rimasta però fra noi due e quindi nessuno mi ha sgridato. Non da lui, ma da altre persone, ero venuto a sapere che nella sua famiglia una persona, in passato, aveva avuto un problema giudiziario. Al mio amico non avevo mai domandato nulla in proposito per non ferirlo. Ma un giorno che per qualche motivo, mentre ci trovavamo da soli io e lui, avevamo avuto una discussione, gli rinfacciai per offenderlo quel problema giudiziario di un suo parente. Lui si mise a piangere. Non ricordo come io reagii a questo, ma penso che poi mi perdonò e restammo amici. Da allora quell’episodio è rimasto nella mia vita come esempio di come i bambini possono diventare cattivi anche se normalmente non lo sono. Non credo di aver ripetuto più lo stesso errore che feci quella volta con nessun’altra persona: usare qualcosa di cui non ha colpa per ferirla.

Riccardo Cervelli 11 anni
Io a Cogne nell'estate 1971

Quella vacanza a Cogne è restata, nel vero senso della parola, incisa nella mia vita anche per un altro motivo. Allora io - come poi anche in seguito - ero una persona molto curiosa e accumulatrice e che non si faceva troppi problemi a violare anche qualche regola per scoprire qualcosa di nascosto e, magari, prendermi un cimelio. Un pomeriggio, io, mio padre e, forse, mia sorella di 6 anni, siamo andati a fare una passeggiata nel cosiddetto Prato di Sant’Orso, una grande distesa erbosa che si trovava al di là della strada di fronte al campeggio. In alto, nel prato, c’era una casupola per gli attrezzi con una porta di legno chiusa con un chiavistello bloccato da un lucchetto. Con il bastone da montagna, con la parte superiore a forma di piccozza, che utilizzavo quando passeggiavamo, ho deciso di forzare quel lucchetto. Questo si ruppe ma volò verso la mia bocca, spezzandomi un incisivo centrale superiore. Subito tornammo al campeggio e mia madre, quando vide quello che era successo, si mise a piangere. Non me n’ero ancora reso conto, ma quell’incisivo era un dente definitivo, non deciduo. Quando tornammo a Milano - non subito perché comunque potevo continuare la vacanza anche così - iniziò una lunga sequenza di sedute Istituto stomatologico di via della Commenda. Ma le protesi che misi in successione da quell’anno fino a quando sono diventato adulto, non sono mai venute benissimo, tanto che ho passato diversi anni con corone che stavano in posizione solo perché c’era il perno, mentre l’adesivo si consumava sempre e dovevo stare attento perché facilmente il dente si staccava. A un certo punto mi sono abituato ad avere un dente che si toglieva e rimetteva. Un fatto che però ha, anche se molto limitatamente, nuociuto alla qualità della vita. Oltre alla paura che per un nonnulla venisse via il dente, c’era anche sempre anche l’ansia di trovarmi in imbarazzo a stare, anche se per poco, senza quel dente davanti. Allo stesso tempo, però, non mi andava di far preoccupare e mettere in qualche difficoltà i miei per risolvere in modo definitivo la situazione. Ogni tanto ne parlavo, cambiavamo dentista, ma poi il problema si ripresentava e allora me lo tenevo.

Ricordo che a Cogne, probabilmente grazie al juke-box del bar oltre che alle radioline portati, sentivo spesso una canzone di Lucio Battisti che mi piaceva molto: Pensieri e Parole. Negli anni a venire, quando la sentivo, mi ricordavo di Cogne.

Tornando al 1971, al ritorno da Cogne, verso fine agosto o i primi di settembre, abbiamo trovato, fra varie cartoline, anche una lettera a me indirizzata. Me la misi via perché non avevo intenzione di aprirla davanti ad altre persone e condividerne il contenuto. Il mittente era la mia amica del cortile più grande di me e l’aveva scritta dalle vacanze. Credo di averla aperta e letta mentre stavo per uscire, con la mia bicicletta tirata fuori dal box, dai garage sotto casa mia. Ne sono quasi certo perché ho ancora viva nella memoria la sensazione di angoscia che ho provato dopo averla letta una prima volta. In quel momento mi trovavo davanti alla rampa di uscita dal box. Sono rimaste abbinate la sensazione di groppo allo stomaco e la vista della rampa. Che cosa c’era scritto nella lettera? La mia amica mi raccontava di avermi molto pensato e di aver deciso di chiedermi se volevamo metterci insieme. Diversi pensieri si sono formati nella mia mente. Mi sembrava qualcosa di peccaminoso e per il quale non ero preparato. Non mi sentivo pronto a stringere una relazione sentimentale da ragazzi o adulti. Mi chiedevo che cosa avrebbe comportato. In più la mia amica mi piaceva per l’intesa intellettuale e affettiva che avevamo, ma non l’avevo mai pensata in altri termini. Dovevo anche essermi reso conto che il suo corpo si era già un po’ sviluppato in quello di una ragazzina, e non più una bambina, mentre io mi sentivo ancora un bambino. Però mi faceva anche piacere pensare che una ragazza desiderasse stare con me anche se ero più piccolo. Però non ricordo come andò a finire. Non ho memoria di averne discusso con lei. Può anche essere che, la prima volta che ci siamo rivisti feci finta di nulla, così come che, invece, le abbia detto che non me la sentivo di legarmi. Tutto, comunque, si risolse subito e continuammo a restare ottimi amici.

Forse ho comunque pensato al fatto che da quel momento avevamo qualcosa in più in comune: frequentare entrambi scuole successive alle elementari. Non ricordo se lei si accingesse a concludere le medie o a iniziare le prima superiore. Molto probabilmente, dati i tre anni di scarto fra noi, doveva essere vera la seconda ipotesi. Il che, forse, mi faceva sentire contemporaneamente più lusingato ma anche più perplesso per la proposta che alla mia amica doveva essere nata dal cuore e da una lunga meditazione.

Riccardo Cervelli 11 anni
Sempre io a 11 anni a Cogne

In quell'anno scolastico 1971-1972 mio fratello si accingeva a frequentare la quinta elementare e mia sorella Annarita la prima elementare. Entrambi andavano alla vicina scuola Wolf Ferrari. Per me, invece, iniziava un lungo periodo, durato praticamente fino all'università, di viaggi con i mezzi pubblici per raggiungere i miei luoghi di studio. 

In quel periodo non c’era ancora una scuola media nel quartiere Fatima. Le possibilità erano due: andare a quella situata in Via dei Fontanili, in quello che per noi era il quartiere Chiaradia, nato prima del nostro, e che si trovava nella parte Nord della zona Vigentino, più verso il centro città; oppure andare, prendendo il tram, nelle scuole che si trovano in zona Porta Romano. I miei genitori e quelli degli altri bambini della nostra compagnia scelsero questa seconda opzione. E così venimmo quasi tutti iscritti alla Scuola Media Luigi Majno - se maschi - o alla Scuola Media Arconati, se femmine. Le due scuole si trovavano entrambe in via Commenda e nello stesso complesso dove si trovava anche il liceo classico Berchet. Per raggiungere queste scuole, da Vigentino dovevamo prendere il tram 24, scendere alla Crocetta e percorrere a piedi un pezzo di via Lamarmora fino all’incrocio con via Commenda. Il viaggio da casa a scuola richiedeva circa tre quarti d’ora. Per quanto mi riguarda, poiché già utilizzavo da qualche anno il tram per andare a scherma in via Cerva, prendere da solo questo mezzo non era una novità. Oggi qualcuno potrebbe avere da ridire sul fatto che bambini di 8-10 anni viaggiassero da soli sui mezzi pubblici per percorrenze di non poco conto. Ma, al di là che in quegli anni c’era maggiore fiducia da parte dei genitori nei confronti della società, oggi penso che un motivo in più per non preoccuparsi era il fatto che, sui tram, gli autobus e i filobus, oltre a molti passeggeri adulti non c’era solo un altro adulto, ovvero il guidatore: c’era anche il bigliettaio. Questo si trovava in fondo al mezzo, dove c’era la salita, e alla fine, oltre a vendere i biglietti, poteva controllare che cosa avveniva sulla vettura ed eventualmente intervenire in caso di problemi. Ho appena letto che la figura del bigliettaio, sui mezzi Atm, è stata mandata in pensione il 3 marzo 1974, mentre io stavo finendo la terza media.

Per tornare alla scuola, per raggiungerla, una volta percorso a piedi l’equivalente di una fermata di tram 23 in via Lamarmora, arrivati all’incrocio con via Commenda si girava a destra. Poche decine di metri dopo c’era il portone della Arconati, dove entravano le ragazzine, e poi quello della Majno, dove ci infilavamo noi ragazzi. Ancora più avanti c’era l’ingresso, un po’ più imponente, del Berchet. La Majno e il Berchet erano collegati internamente da un cortile comune. Fino al 1940, anno in cui fu creata la scuola media Majno, tutto l’edificio era occupato Berchet, che comprendeva dal ginnasio fino al liceo classico.

La classe prima in cui mi trovai era, come lo erano allora tutte le classi di ogni grado, numerosa e, ovviamente, composta tutta da maschi. Poiché si trovava praticamente in centro, i miei compagni di classe provenivano in parte dalla mia zona e uno addirittura da Locate Triulzi (dopo Vigentino e anche dopo Opera) e in parte dalle zone di Porta Romana e Porta Vigentina. C’era anche un buon assortimento di classi sociali, che però si potevano notare solo guardando alcuni capi di vestiario o andando a trovare i compagni a casa dopo la scuola. In classe eravamo tutti uguali; a fare la differenza erano la voglia di studiare e il carattere. La mia classe era abbastanza indisciplinata, ma avevamo anche delle professoresse con alcuni anni di esperienza sulle spalle che si sapevano fare rispettare e seguire, soprattutto quelle di Lettere (professoressa Seletti), Matematica e Scienze (professoressa Formenti) e Inglese (professoressa Lolli). Allora non era prevista la seconda lingua, ma in compenso si studiava il latino (abolito nel 1978 in questo grado). Personalmente, le materie che mi piacevano di più - e in cui avevo anche un buon rendimento - erano italiano, latino, scienze, educazione artistica, applicazioni tecniche e musica. 

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 18 - Jeunes filles en fleur

 Autobiografia - Cap. 18 - Jeunes filles en fleurDopo il ritorno da Cogne, prima vacanza in campeggio dal 1964, nell’autunno 1970 ho iniziato la classe quinta nella nuova scuola elementare del quartiere Vigentino, cioè quella intitolata al compositore italiano Ermanno Wolf-Ferrari, situata nell’omonima via. Colgo l’occasione per segnalare che diverse vie su cui stati edificati i nuovi condomini della zona Vigentino nella seconda metà degli anni Sessanta (dando vita al quartiere Fatima), sono stati intitolati a compositori. Lo stesso vale per la strada dove abitavo (via Pick Mangiagalli) e quella più lunga subito attaccata (via Chopin).

Si è compiuto così il “tradimento” della scuola elementare di via Noto, e per me il passaggio a una terza diversa scuola elementare, dopo quella di via Scrosati (zona Lorenteggio) e via Noto (vecchio Vigentino). Del resto, per i miei genitori si è trattato di una scelta razionale, perché per arrivare da casa alla scuola Wolf Ferrari erano sufficienti cinque minuti e l’attraversamento di una sola strada. Per di più l’uscita della scuola era anche visibile dal balcone davanti del nostro appartamento.


scuole Wolf Ferrari primi anni 70
Foto scattata da mio nonno da una finestra di casa sua. In primo piano l'asilo e dietro la scuola elementare di via Wolf Ferrari. Più dietro ancora la chieda Madonna di Fatima. A sinistra la fila di case davanti condominio in cui vivevo (la via interna è via Pick Mangiagalli)

Il mio migliore amico, abitante nel mio condominio e compagno di classe in via Noto, è rimasto nella vecchia scuola a concludere il ciclo scolastico. In ogni caso ci vedevamo lo stesso tutti i pomeriggi e i week-end. Un altro nostro amico, coetaneo e condomino, che in via Noto era nella nostra stessa classe, ha cambiato anche lui e me lo sono ritrovato in classe. Per la prima volta mi sono ritrovato come compagno di classe un altro nostro amico, coetaneo e condomino che, alla scuola di via Noto, era con una maestra diversa. Un’altra novità seguita al cambiamento di scuola è che per la prima (e resterà l’unica) volta ci siamo ritrovati un maestro: il mitico maestro Rezzaghi, che già in via Noto insegnava soprattutto in classi quarte e quinte. Credo di aver provato un po’ di orgoglio, quindi, ad avere il maestro Rezzaghi, perché, dato che lo avevamo sempre visto insegnare nelle classi degli ultimi anni, essere suoi alunni mi faceva già sentire un po’ più grande. Giusto come ci si doveva sentire a meno un anno dalle scuole medie.

Nella nuova classe, quindi, ci siamo trovati rimescolati con altri bambini provenienti dalla scuola di via Noto (e forse non solo), che però stavano in classi diverse. Non è stata una novità, invece, quella di ritrovarci comunque tutti in una classe maschile. Per noi che in via Noto avevamo avuto come maestra la signora Maria Gidino, che soffriva di una claudicanza, è stata anche la prima volta (esclusa la prima elementare, per chi come me l’aveva fatta in un altro quartiere) che andavamo in palestra nell’ora di educazione fisica. A farci fare gli esercizi era sempre il maestro Rezzaghi. Ricordo ancora noi con la casacca nera che iniziavamo a scaldarci correndo in circolo lungo i muri della palestra e poi ci impegnavamo con salti del cavallo (cavallina) da ginnastica, sulle spalliere o ad arrampicarsi su funi e pertiche. Sicuramente non ero uno dei più bravi in queste cose, nonostante frequentassi i corsi di scherma in via Cerva.

Il maestro Rezzaghi non era giovanissimo; direi che poteva avere sui cinquant’anni. Mi sembra che fosse competente e stimolante nell’insegnare le materie e sapeva come essere spiritoso o severo, con ironia. Ogni tanto faceva la rivista unghie. Ognuno esponeva le mani e controllava la loro igiene. Quando lo faceva teneva in mano un piccolo righello. Una volta che mi ha trovato con le unghie sporche, mi ha detto: “E queste sarebbero le mani di un pianista?”, e poi mi ha battuto leggerissimamente le dita con il righello.

Del maestro Rezzaghi mi è rimasta impressa anche un'altra situazione. Un giorno richiamò la nostra attenzione e ci disse che a scuola era arrivata la comunicazione circa la possibilità di partecipare a un provino per accedere a una scuola di danza. Nel dircelo ci guardava con uno sguardo che dimostrava già l'attesa di un accoglienza ilare della proposta. Come infatti fu. Ricordo che ci disse: "Guardate che la danza non è una solo per le femmine". Ma non insistette a farci considerare seriamente l'opportunità di partecipare al provino. 

In quell’epoca, la compagnia dei bambini del cortile e della via Pick Mangiagalli iniziava un po’ a cambiare. In cortile non andavamo più perché ormai lo avevamo lasciato ai bambini più piccoli. Noi della terza infanzia e preadolescenza preferivamo la strada o il campetto, situato sul limitare nord del condominio e praticamente di fronte alla scuola elementare. Questo era stato anche ripianato, ripulito dalle erbacce e circondato da una rete. Lì ci giocavamo a pallone o stavamo seduti alla base della grandissima e vecchia pianta. Quando giocavamo a calcio, io stavo sempre in difesa, perché non amavo tanto questo sport, non mi ci impegnavo, ed ero quindi anche un po’ impacciato. Come ho già scritto in altri capitoli, ero più di tutto interessato di elettronica e di chimica, biologia, minerali etc. Prima della vacanza estiva in campeggio a Cogne, i miei nonni materni erano andati a passare qualche settimana ad Alassio e si erano portati dietro mia sorella Annarita, di 5 anni. Io avevo chiesto a lei di portarmi dal mare una boccetta con dell’acqua marina e un sacchetto di sabbia. L’unica volta che ero stato al mare era stato tre anni prima in colonia e non sapevo ancora quando ci sarei tornato. Volevo l’acqua e la sabbia per analizzarli con il microscopio che avevo avuto in regalo in qualche recente occasione.

La mia classe di quinta elementare. In piedi a destra il maestro Rezzaghi. Ho visto anche foto di classe con lui, in cui si trovava nella stessa posizione e con lo sguardo sempre nella stessa direzione. 


Più del pallone amavo la bicicletta, che adesso era un bici da cross Legnano verde con tre marce. La maggior parte dei miei amici aveva la stessa marca di bici da cross senza marce, ma forse più adatta a saltare e compiere evoluzioni. La mia Legnano era adatta agli sterrati, (grazie ai pneumatici larghi e con il grip), e ad affrontare qualche ostacolo o dislivello, ma per via delle marce era più ideale per compiere percorsi lunghi, per il quartiere o per le stradine di campagna. Due miei nuovi compagni di classe abitavano in due diverse cascine: una a Macconago - dove c’era anche un piccolo plesso scolastico che, ai tempi in cui andavo a scuola in via Noto, era ancora funzionante; e spesso per intimorirci le maestre ci dicevano che ci avrebbero mandati lì - e una nella frazione Selvanesco. Con la bici ogni tanto andavo a trovarli dove abitavano e mi piaceva fare un giro dentro le cascine, che mi affascinavano. Spesso, all’inizio del pomeriggio, in attesa di riunirmi con gli altri amici, invece imboccavo la via dell’Assunta, nella parte in cui si immetteva fra i campi, passando a fianco di un cimitero in disuso (in cui spesso entravamo di nascosto a curiosare fra le tombe e le cappelle) e mi recavo fino a una stradina sterrata che si immetteva fra i prati. La stradina si trovava sotto un filare di alberi. Stavo lì un po’ e poi tornavo in quartiere.

La bici da cross, con il suo lungo sedile imbottito, era anche un mezzo che mi permetteva di dare un passaggio ad altri bambini. Fra questi anche bambine, che continuavano ad attrarmi sempre di più, anche se non avevo obiettivi di tipo sessuale. Probabilmente, il fatto di non avere avuto fratelli più grandi e frequentato i loro amici, fino a quel momento mi aveva lasciato piuttosto all’oscuro in materia di conquiste e di avventure erotiche. E non sapevo nemmeno più di tanto i nomi “volgari” delle parti “private” delle persone. Il pene era il “pistolino”, ai genitali femminili non abbinavo forse ancora nessun nome ma solo un’immagine vista finora pochissime volte. E comunque mai di una femmina sviluppata. 

Riccardo Cervelli 10 anni
Io a dieci anni e mezzo


Più o meno in quel periodo, un pomeriggio, mio padre mi chiamò e mi condusse nella camera da letto sua e di mia madre. Chiuse la porta e mi disse che mi doveva spiegare qualcosa. Mi chiese se sapevo come nascevano i bambini. Io dissi di no e lui mi spiegò, mimando le azioni fra noi due, completamente vestiti, che l’uomo e la donna si mettevano uno di fronte all'altra, appoggiavano i loro corpi uno contro l’altro e compivano il “coito”. Non parlò esplicitamente di organi sessuali e di penetrazione. E non disse neanche che quell’atto veniva compiuto - almeno nella maggior parte dei casi - da sdraiati e non in piedi. Ora, non ricordo più se di queste cose ero già venuto a conoscenza di altri coetanei. Forse fino a quel momento non mi ero nemmeno interessato più di tanto a come avvenisse il concepimento dei bambini. Fatto sta che compresi vagamente quello che mio padre voleva farmi intendere e non posi nessuna domanda di approfondimento. Il tutto durò pochi minuti e poi ognuno tornò ai fatti suoi ed io non pensai più di tanto all’episodio.

Però, come dicevo, qualche sensazione nuova iniziavo a provarla nei confronti di alcune bambine. Quando ho letto il romanzo A l'ombre des jeunes filles en fleurs di Marcel Proust mi sono ritrovato spesso in alcune situazioni e identificato con il ragazzino Marce.. Con alcune ragazzine iniziavo ad avere colloqui esclusivi e che potevano durare anche a lungo. Con la ragazzina di tre anni più grande di me parlavo molto di tanti argomenti come l’amicizia o gli interessi personali. Trovavamo molto affinità fra noi. Non so come, ma un certo momento conobbi una ragazzina che viveva in fondo a via Chopin e di cui non ricordo né il nome né per quanto tempo abbia vissuto lì, perché a un certo punto ne persi le tracce. Poteva avere la mia età o uno o due anni meno. Era alta quasi come me, era longilinea, aveva la carnagione scura, tanto che pensavo che fosse sempre abbronzata o che, dopo l’estate, le rimanesse l’abbronzatura a lungo. Probabilmente aveva origini meridionali. Aveva i capelli abbastanza corti ed era estroversa. Non ci frequentavamo, però ricordo che qualche volta l’ho accompagnata con la bici da scuola a casa sua. Sentirla seduta dietro di me, con il suo busto appoggiato alla mia schiena, e con la sua testa vicina alla mia per parlarmi, mi fece venire per la prima volta quella bellissima sensazione che si chiama “avere le farfalle nello stomaco”. 

Non so se ispirato da questa conoscenza, ma forse risale a quel periodo l’idea di scrivere un racconto in cui c’erano due bambini, un maschio e una femmina, che con la bicicletta di lui andavano a prestare soccorso a qualche altro bambino che era stato male o aveva avuto un infortunio, come se fossero due paramedici. Nell’epoca in cui scrissi questo abbozzo di romanzetto, ogni tanto venivano a trovarci i miei zii materni Miro Cusumano e Paola Errichelli, giornalista, critica teatrale, appassionata di letteratura, e figlia del giornalista Corrado Maria Errichelli. Con lei parlavo molto e mi faceva sempre molte domande. Quando le dissi che avevo scritto un racconto, mi chieste di prestarglielo perché voleva leggerlo. Poi, per non so quali motivi, deve essersi dimenticata di restituirmelo. 

Ma, come dicevo, sebbene l’erotismo non fosse poi così una faccenda estranea a me, nel senso che come la maggior parte dei bambini lo praticavo da solo, la mia idea di erotismo non comprendeva la possibilità di praticarlo con una ragazza. Non avevo ancora questo tipo di fantasie. Le bambine, o ragazzine, mi piacevano se i loro visi e altre caratteristiche fisiche e psicologiche mi facevano provare belle sensazioni, in alcuni casi estetiche e intellettuali, in altre solo estetiche o solo intellettuali. Ricordo sempre con dolcezza un episodio con una ragazzina coetanea o di un anno più piccola che, dopo qualche anno che già noi abitavamo in via Pick Mangiagalli, era venuta ad abitare nel nostro condominio. Era anche lei abbastanza alta e snella, con un viso molto carino e un carattere affabile. Un pomeriggio eravamo giù nella strada privata con i pattini a rotelle, quelli che oggi si chiamano “quad” per distinguerli da quelli “inline”. Percorremmo da soli, io e lei, più volte avanti e indietro la via parlando di argomenti che non ricordo, ma sicuramente del tipo che possono interessare dei preadolescenti. Da parte mia c’era certamente, lo ricordo, un po’ di attrazione nei suoi confronti, da parte sua non lo so, e probabilmente no. Però mi restò impresso questo momento condiviso in modo esclusivo fra noi, piacevole per lo meno sul piano dell’affettività.

(puntata aggiornata il 02/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 17 - Piano, oratorio, campeggio

 Eccoci al 1970. Il 10 gennaio di quell’anno ho compiuto 10 anni. Sono iniziati gli anni a doppia cifra. In quel periodo stavo frequentando la quarta classe alla scuola elementare di via Noto, Milano, sempre con la maestra Maria Gidino. Sempre classe maschile, quasi quaranta bambini, metà lombardi e metà immigrati dal Meridione, tutti con il grembiule o, più verosimilmente, la casacca nera, che non richiedeva il colletto bianco. A scuola non sono più in difficoltà come lo ero stato in seconda, a causa della provenienza da un’altra scuola di un altro quartiere di Milano, con conseguenti difficoltà ad adattarmi a tanti cambiamenti. A partire dalla terza, al contrario, ero diventato uno fra quelli considerati più bravi. Continuavo a essere, comunque, estroverso e vivace. Alcuni anni più tardi, in una lettera che ancora conservo, la maestra Gidino mi ha scritto che con le mie “arguzie facevo ridere tutta la classe”. E quando, negli anni delle superiori, ogni tanto andavo a trovarla in classe con il mio migliore amico, lei faceva mettere sull’attenti i bambini e ci presentava come “due dei miei migliori alunni”.

In quel periodo, oltre a frequentare con mio fratello un corso di scherma (fioretto) alla palestra di via Cerva, ho iniziato anche a prendere lezioni di pianoforte da una signora che abitava nel nostro condominio, il cui marito suonava i timpani in un’orchestra importante e che aveva due figli più grandi di me. Devo dire che sicuramente ero portato per suonare e in generale per lo studio della musica, ma ero anche attirato dalla vita libera che noi bambini di quel quartiere di periferia-campagna e di quel periodo storico, potevamo avere finita la scuola e il pranzo. Così, fra compiti, scherma e pianoforte, mi sentivo probabilmente un po’ sovraccarico e non vedevo l’ora di ritrovarmi con gli amici in strada o al campetto incolto attiguo al condominio. E da lì partire per esplorazioni nei boschetti, nei campi o nelle case abbandonate della zona. Oppure scendere con il mio amico coetaneo e compagno di classe, e magari il piccolino che mi dava una mano negli esperimenti, nella cantina che la mamma di un altro nostro amico ci aveva prestato per tenere televisori, radio e altre tecnologie elettroniche in disuso da smontare. O per costruire, secondo un mio progetto dell’epoca post sbarco sulla sulla, un razzo e delle tute spaziali. Per tornare al pianoforte, spesso arrivavo a lezione senza aver fatto gli esercizi di pratica (a casa era arrivato il piano che in passato stava a casa dei miei nonni materni) e di teoria (leggi solfeggio). Per fortuna la maestra di piano si limitava a rimproverarmi un poco e poi, pazientemente, cercavamo di andare avanti. Alla fine della lezione, provavamo sempre un brano un po’ difficile da suonare come saggio finale per i miei genitori.

Per restare al tema spaziale, non ricordo se per il carnevale di quell’anno, o addirittura per quello del 1969, alla festa organizzata in classe mi ero presentato mascherato da astronauta, con una tuta di plastica che, nel giro di pochi minuti, mi aveva fatto sudare tutto. Il casco, poi, sono riuscito a tenerlo su poco. Però ho l’impressione che mi ero molto divertito.

Ma oltre alla scuola e al condominio, fra il 1969 e il 1970 un altro luogo diventò un punto di riferimento fisso della mia vita: l’oratorio parrocchiale nel fine settimana, forse solo la domenica pomeriggio.

Vale la pena dedicare un po’ di spazio alla descrizione del posto. Iniziamo dalla chiesa di S. Maria Assunta, alla quale l’oratorio era annesso. Da quanto risulta prima di tutto da una lapide sulla facciata della chiesa (monumento nazionale) e da una delle fonti che sto utilizzando (“La nostra storia”, a cura della Commissione Cultura della Parrocchia Madonna di Fatima- Milano, documento pubblicato in occasione del cinquantenario dell’inaugurazione della chiesa Madonna di Fatima nel 2012), la chiesa S. Maria Assunta fu edificata nel XVI secondo, in un luogo dove c’era già stata una chiesetta costruita nel XII secolo. La chiesa dell’Assunta subì importanti interventi decorativi e di ampliamento sia nel secolo XVII che in quello XIX. Fino all’inaugurazione della nuova chiesa di Fatima nel 1962, l’Assunta fu la chiesa parrocchiale del Vigentino, che fino al 1923 era un comune in provincia di Milano.

La chiesa dell’Assunta si trovava, e si trova tutt’ora, sull’omonima piazzetta nella parte centro-Nord del quartiere Vigentino. Fino alla grande espansione del quartiere, iniziata nella prima metà del secolo scorso con la costruzione di case e condomini in cui ospitare una quota della popolazione milanese accresciuta con l’immigrazione dal Sud Italia, il Vigentino a Sud e a Ovest della chiesa dell’Assunta era costituito dalla parte finale della via Ripamonti, dove c’erano il capolinea del tram 24 e vecchie case con altrettanto storici negozi, e per il resto da cascine. 


cantiere via Assunta Milano anni '70
Foto scattata da mio nonno dal balcone che dava sulla via dell'Assunta. Esempio di costruzione di nuovi condominii. Dove si vede il cantiere c'era una cascina in cui viveva un nostro compagno delle elementari

Quando la mia famiglia si trasferì a Vigentino nel 1967, e già la chiesa più frequentata era quella moderna dedicata alla Madonna di Fatima (rispetto alla quale il nostro condominio si trovava dietro alla parte posteriore) il complesso della chiesa dell’Assunta, visto dalla piazza omonima era così. Al centro la facciata da cui si accedeva alla navata principale. A destra, si vedeva una costruzione realizzata che conteneva una nuova navata della chiesa, a cui si poteva teoricamente (in realtà non ho mai visto aperto quel portone) dall’esterno. Oggi so che questa navata era stata creata nei primi decenni del Novecento come “chiesa degli uomini” (una volta gli uomini e le donne sedevano in posti separati nelle chiese). Incastonata fra questa navata e il corpo principale e antico della chiesa, sulla destra della facciata principale c’era una casetta con giardino in cui viveva un sacerdote della parrocchia. Alla sinistra della facciata, invece, c’era il cancello dell’oratorio, dietro al quale c’era un cortile lastricato. In fondo al cortile, sulla destra, si trovava una porta che dava accesso direttamente alla chiesa passando sotto il campanile (infatti in quel punto scendevano dal soffitto delle corde per suonare le campane; sempre grande tentazione per noi bambini). Sempre in fondo al cortile, sulla sinistra, c’era invece un’altra porta, da cui si accedeva nel salone dell’oratorio. Invece, se una volta superata la cancellata si girava subito a sinistra, si accedeva a un piccolo vialetto porticato, sul quale si affacciavano dei locali diroccati: era un vecchio asilo delle suore appartenenti all'Ordine della "Congregazione della Divina Provvidenza" di Don Guanella, chiuso nel 1968. Ricordo ancora che per terra, in questi locali, si trovavano vecchi libretti e santini, di cui alcuni raffiguravano Don Guanella. Di fronte all’ex asilo c’era un giardinetto che lo collegava a una vecchia casa rettangolare, a cui si poteva accedere anche da un cancelletto sulla parte sinistra della piazza. Questa, mi fu spiegato, era la casa del parroco Emilio Penatti. Quando riuscii per la prima volta ad accedere a questa costruzione, era diventata disabitata in quanto in quel periodo il parroco era misteriosamente “sparito” dopo che era esploso uno scandalo circa l’utilizzo dei soldi che erano stati necessari per costruire la chiesa di Fatima (ricordo che della vicenda si occuparono anche i giornale, fra cui il settimanale ABC, che ebbi l’occasione di leggere).

Il cuore dell’oratorio era il lungo salone, al termine del quale (lato Est) c’era il palco per il teatrino e lo schermo su cui venivano proiettati dei film. Sulla destra del salone, alcune porte davano accesso a tre stanze, la prima della quali, con le finestre sul cortile, era quella dove delle signore molto gentili e sorridenti, allestivano dei tavolini pieni di dolciumi venduti a prezzo molto basso (caramelle, gomme da masticare, liquirizie etc.). All’inizio delle attività della domenica pomeriggio, un sacerdote della parrocchia incaricato di gestire l’oratorio, Don Francesco Colombini, ci portava, attraverso il passaggio sotto il campanile, nei primi banchi davanti a sinistra della navata della chiesa S. Maria Assunta a recitare delle preghiere. Mi sembra di ricordare che non tutti i bambini - maschi e femmine insieme (almeno questa istituzione, l’oratorio, nel nostro caso era mista) - si comportavano bene in quel momento. Alcuni stavano attenti e pregavano e altri chiacchieravano a bassa voce o facevano degli scherzi. Don Francesco non era allora un prete giovane, anzi era abbastanza avanti negli anni e dall’aspetto severo: magro, alto, con il viso quasi sempre serio. Mi sono sempre chiesto come mai fosse stato scelto lui: forse perché, nonostante le apparenze (almeno a me) amava i bambini ed era in grado di occuparsi della loro catechesi ed educazione; forse perché aveva il polso necessario a gestire una mandria di bambini scalmanati. Se la memoria non mi ha fatto scherzi fin dagli anni successivi, mi ricordo che un pomeriggio, nel cortile, si arrabbiò così tanto con uno o più bambini, dal minacciare di picchiarlo o picchiarli con la cintura dei pantaloni. Mi sembra anche che se la fosse sfilata. Allora, però, non era raro che gli adulti incaricati di curare ed educare i bambini (come dimostra la storia del direttore della colonia dove ero stato a Cesenatico nel 1967), arrivassero a urlare e ad usare dei mezzi correttivi fisici, ovviamente con molti limiti. Eventi che oggi farebbero insorgere molti genitori e portarli addirittura a sporgere delle denunce.

Il fatto che l’oratorio fosse misto per me è stato molto importante, perché ero abituato a passare molte ore in una classe elementare maschile e le poche bambine che conoscevo - a parte le mie sorelle molto più piccole di me - erano le coetanee (anno più o meno) del cortile. Che ormai conoscevo a menadito ed erano sempre le stesse. All’oratorio, invece, ho potuto conoscere altre femmine più grandi e più piccole che abitavano in altri condominii oppure nelle case vecchie - e probabilmente anche cascine - del Vigentino. Molte erano figlie di immigrati dal Meridione e notavo, in alcune, caratteri somatici spiccatamente mediterranei, che mi affascinavano, soprattutto se le bambine erano già ragazzine o quasi. Non so per quale motivo, ma ce n’era di due o tre anni più grande di me, che credo abitasse dall’altro lato della via Ripamonti in una casa di quelle preesistenti all’espansione del quartiere. Era più alta di me, snella, con i capelli lisci, neri, a metà lunghezza, con il colorito della pelle del viso sull’olivastro (non roseo insomma). Era tranquilla ma anche loquace. Non so perché ma quando la pensavo mi veniva in mente la parola “gelato”. Era per me la bambina “con la faccia da gelato”, anche se non esisteva alcun nesso fisiognomico tra un gelato e il suo volto. 

Non so se fu lei, o una sua amica, che durante i due tempi di una proiezione di un film, trovandosi seduta vicino a me, iniziò ad abbracciarmi, a accarezzarmi, a sussurrarmi frasi, e a baciarmi sul viso, e lo fece per tutto il tempo in cui le luci erano spente. Nessun contatto sessuale, sia chiaro (o almeno non ricordo), ma molta frenetica e per me inspiegabile espansività e possessività. Devo dire che io, in famiglia, non ero affatto abituato a ricevere quel tipo di gesti affettuosi. Io, dopo poco, smisi di apprezzare quegli abbracci, sussurri continui nell’orecchio (che non mi permettevano di seguire il film), baci, ma non avevo il coraggio o la forza o il desiderio di sottrarmi. Ero diventato una bambola di proprietà di quella bambina o ragazzina. Di solito, quando finivano i film, iniziavano a scorrere i titoli di coda e si accendevano le luci al neon del salone, noi bambini ci alzavamo urlando e ci buttavamo a spingerci e farci cadere nello spazio fra le panche e il palco del teatrino. Quella volta, invece, quando il film finì e la mia “amante” mi lasciò andare, mi sentii stordito e confuso. E anche sollevato dalla fine di quell’esperienza. Ricordo che per un po’ di tempo, anche durante la settimana quando mi trovavo per le strade del quartiere, avevo il timore di rivedere quella bambina.

Agli inizi dell’estate 1970 ho finito di frequentare la scuola elementare di via Noto, poiché, quell’anno, hanno finito di costruire la scuola elementare di via Wolf Ferrari, a neanche duecento metri da casa mia. 

Riccardo Cervelli 1970 Cogne
Io a Cogne nell'estate 1970 a 10 anni e mezzo

L’estate 1970 è stata la prima, dopo alcuni anni, in cui non siamo più andati in vacanza a Legri, in Toscana. I miei nonni avevano venduto la casa. Così ci siamo organizzati per andare a passare l’estate a Cogne, in Valle d’Aosta. Dal momento che ancora non avevamo acquistato una macchina e nostro padre non aveva la patente, la tenda e le valigie con i vestiti e gli altri suppellettili necessari sono stati spediti al campeggio con un corriere. Qualche giorno dopo noi siamo arrivati ad Aosta in pullman. Credo che abbiamo preso un pullman dell’Autostradale a Milano, poi abbiamo cambiato autobus in un’altra città, forse Santhià. Ad Aosta siamo saliti tutti su un auto a noleggio con conducente (non mi sembrava che fosse un taxi), un grande Mercedes beige guidata da un signore di mezza età molto gentile e discreto. Quindi siamo arrivati al camping, dove abbiamo montato una tenda a casetta blu, che forse era la stessa che avevano utilizzato nel 1964 a La Salle. 

Ricordo che di notte, anche se eravamo in piena estate, faceva molto freddo e bisognava andare a letto nei sacchi a pelo molto coperti, mi sembra addirittura con un cappello di lana. A Cogne e nei dintorni c’erano molto possibilità di escursioni. Spesso andavamo alle cascate di Lillaz, o a piedi fino a Valnontey, da dove si vedeva un panorama mozzafiato del Gran Paradiso. Il proprietario del campeggio e del bar aveva un camion. Qualche volta prendeva su me e mio fratello, ci faceva sedere nel posto del passeggero e ci portava avanti e indietro in qualche paese vicino. Era un camion rumoroso, con il cambio manuale, e non c’erano le cinture di sicurezza.

La prima estate a Cogne ho familiarizzato con gli altri bambini del campeggio, ma non mi ricordo di uno in particolare con cui avessi fatto amicizia, a differenza del secondo anno. Nella tenda a fianco alla nostra c’era una famiglia di torinesi: padre, madre e due maschietti dell’età mia e di mio fratello. Con loro spesso andavamo nella tenda di un ‘altra famiglia - credo anch’essa torinese - che aveva una figlia di circa 13 anni. Con lei avevano fatto amicizia degli altri ragazzi un po’ più grandi di lei, che una volta l’avevano portata a ballare. Ricordo che il giorno dopo, mentre ci trovavamo dentro la tenda, sentii un paio di loro parlare alla ragazza dell’esperienza del ballo e fare delle allusioni alle sue parti intime. Forse ci stavano, o continuavano, a “provarci”, ma inutilmente. Fu la prima volta che sentii una certa parola. Qualche giorno più tardi, seppi che, a causa forse di uno scherzo che uno dei due bambini della tenda vicino alla nostra, aveva fatto alla ragazza più grande di noi, scoppiò una lite fra le due famiglie. Sentii dire che il padre dei due bambini aveva fatto allusione al possesso di una pistola. Forse era un poliziotto in vacanza. Fatto sta che, forse soprattutto per questo fatto, il proprietario del campeggio mandò via questa famiglia e mia madre ci disse di essere dispiaciuta per il fatto che, a causa di un incidente che forse era sfuggito di mano, ci dovessero andare di mezzo i bambini, o la famiglia intera. 

Fu quella una delle prime volte, insieme quella in cui avevo assistito, per qualche minuto, a una rissa fra due uomini (che si rotolavano avvinghiati sull’asfalto in una cittadina di provincia), che mi resi conto che gli adulti potevano farsi del male a vicenda per motivi futili. Un’altra esperienza negativa che ebbi durante quella vacanza fu un incidente stradale davanti al campeggio. Il camping, come ho detto aveva un bar, dove c’era anche un juke box dal quale, fra parentesi, sentii per la prima volta canzoni di Lucio Battisti, che per me sono rimaste associate alle due estati di vacanza a Cogne. In quel bar veniva sempre un signore che alla fine della giornata ne usciva completamente ubriaco. Un pomeriggio, mentre mi trovavo con alcuni bambini nel prato del campeggio all’altezza della strada e del bar, sentii lo stridore di una lunga frenata. Andai verso l’ingresso del campeggio e vidi che alcuni uomini sostenevano il signore ubriaco, che era stato investito da un auto. Subito un ragazzo grande allontanò noi bambini dalla scena. Poi seppi che il ferito era stato subito trasportato con una macchina all’infermeria della miniera di ferro che si trovava sopra Cogno, ma che poi era morto.

Ho citato la miniera. In effetti, una delle cose che mi piacevano di Cogne erano i punti in cui venivano scaricati i detriti degli scavi della miniera. Rovistando fra le pietre, infatti, riuscivo sempre a trovarne alcune con dei cristalli di pirite, che sembravano (ma sapevo che non era così) oro. Salendo a piedi sopra Cogne, nelle vicinanze della miniera, inoltre, era possibile trovare delle stelle alpine. Sapevo già che erano fiori rari e che andavano lasciati lì. Nonostante ciò ne prendevo una o due da portare a Milano come ricordo.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 16 - Politica

 Il 1969, e credo soprattutto a partire dall’autunno, deve essere stato l’anno in cui per la prima volta ho percepito con una certa chiarezza l’esistenza di un fenomeno che si chiamava politica. Qualcosa con cui avrei fatto i conti anche negli anni dell’adolescenza.

Ecco qualche scampolo di ricordi che si legano alla storia famigliare. 

Penso che sia stato nel 1969 che i miei genitori hanno iscritto me e mio fratello a un corso di scherma. La palestra si trovava in via Cerva e doveva essere anche un centro federale, dato che sulla cancellata c’era una targa con il nome e il simbolo del Coni (Comitato Olimpico Federale Italiano). Io avevo un maestro molto serio ma affabile che si chiamava Bonato di cognome (qualche anno più tardi verrà a sapere che era anche un capitano dei Carabinieri). Mio fratello invece era istruito da una maestra. Via Cerva è una stradina parallela a via Durini, che si trova fra Largo Augusto e piazza San Babila. Durante la settimana, per andare alle lezioni, io e mio fratello prendevamo il tram da soli. Ricordo che spesso, scendendo in via Mazzini, eravamo avvicinati da un anziano pedofilo, che ci chiedeva se volevamo andare a casa sua, dove aveva molti giocattoli. Benché fossi ancora relativamente piccolo, io avevo capito quali intenzioni avesse quell’uomo e ogni volta gentilmente declinavo il suo invito. Lo vedevo rinunciare qualche passo a fianco a noi deluso, ma forse abituato. 

Nel tardo pomeriggio ci veniva a prendere nostro padre, che allora lavorava alla sede della Banca Commerciale in piazza della Scala. Un paio di sabati pomeriggi sulla strada del ritorno insieme a nostro padre, dopo le abituali soste al bar trattoria Crota Piemontesa di piazza Beccaria, dove mangiavamo sempre un panino con il tonno, passammo da piazza del Duomo, dove erano in corso delle manifestazioni. In un caso, sentii da lontano uno che stava parlando da un palco e molte persone che lo contestavano. Capii che lui stava rispondendo “Io non ho paura di voi! Io non ho paura di voi”. Mio padre mi disse che l’oratore era Ugo La Malfa, segretario del Partito Repubblicano Italiano (PRI). I contestatori erano evidentemente di sinistra e giovani extraparlamentari di sinistra. Un’altra volta sentii un’altra voce più giovane. Anche nei suoi confronti c’erano delle persone che fischiavano e che urlavano “Tamara Baroni!”. Seppi che il contestato era Mario Capanna, uno dei fondatori del Movimento Studentesco, che era accusato di avere una relazione con l’attrice e modella Tamara Baroni, identificata come un simbolo della borghesia che il movimento voleva abbattere. Forse dopo quel fatto capii per la prima volta, o ebbi modo di approfondire, il concetto di incoerenza. Ricordo che in piazza del Duomo c’erano anche mezzi militari delle polizia e dei carabinieri.

Un tardo pomeriggio di dicembre eravamo a casa. A un certo punto squillò il telefono e mia madre andò a rispondere all’apparecchio che avevamo in soggiorno (un altro era nella loro camera da letto). Mi avvicinai alla mamma e capii che stava parlando con il papà. Alla fine della telefonata mi disse che nostro padre le aveva raccontato che stava tornando a casa e che in una banca del centro era probabilmente esplosa una caldaia. Era il 12 dicembre del 1969 e quella che era scoppiata - nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana - non era una caldaia ma una bomba, che aveva causato 16 morti. Ricordo anche di aver sentito che, negli stessi giorni, a mio padre, nella sede della Banca Commerciale in piazza della Scala, era capitato di aver dovuto raccogliere una valigetta in cui, mi sembra, dopo la polizia aveva rinvenuto un’altra bomba. Ma su questo fatto la memoria è meno precisa anche se la storia di mio padre e di una valigetta sospetta è sicura.

Riccardo Cervelli bambino
Io a 10 anni sulla mia amata bici da cross Legnano


Sempre in quel periodo, cioè fra il 1969 e il 1970, avevo capito qualcosa in più degli orientamenti politici nel mio ambiente famigliare. Ogni tanto, a casa nostra venivano a trovarci i miei zii materni, Miro Cusumano, fratello di mia madre, e Paola Errichelli, sua moglie. Mi colpiva il fatto che indossassero sempre dei jeans. Insomma, capii poi che si vestivano alla maniera dei giovani di sinistra. O meglio estrema sinistra. Un pomeriggio, mi trovavo giù, nella strada sotto casa, e mi trovavo in piedi a fianco di una macchina ferma in cui dentro c’erano i miei zii e un loro amico, Massimo, al posto di guida. Ricordo che chiesi che cosa fosse una bottiglia o un termos, che si trovava tra i due sedili davanti, e che Massimo, scherzando, mi disse che era una bottiglia molotov. In quel momento mi resi conto che i miei zii materni erano in qualche modo collegati al movimento di contestazione che era in corso in quel momento, anche se ancora non sapevo che si trattasse di quello del ‘68.

Più o meno nello stesso periodo della terza infanzia, preadolescenza, seppi anche che mio nonno paterno Nevio e mio zio paterno Alfredo erano simpatizzanti ed elettori del PCI (Partito Comunista Italiano). Mia nonna materna Iris Catarsi non so, e comunque in quell’epoca, come ho già scritto, non comunicava molto a causa di quella che chiamavano "arteriosclerosi". Mio nonno materno Matteo Cusumano, forse perché una volta glielo chiesi, si disse liberale. Mia nonna materna Carlotta Barbieri non aveva un credo politico preciso ma era comunque orientata verso il centro e, credo, la Democrazia Cristiana (DC). Mio padre e mia madre erano democristiani. Mio padre, mi disse una volta, da giovane aveva simpatizzato per i “radicali”, che però non dovevano coincidere con i militanti del Partito Radicale di Marco Pannella. Ma, da quando soprattutto eravamo venuti ad abitare a Vigentino, e mio padre era diventato molto attivo nel Comitato Opere Parrocchiali (COP), aveva iniziato a militare seriamente nella Democrazia Cristiana, e in particolare nella corrente della Base.

Dopo la strage di Piazza Fontana, sentii più forte la curiosità per la cronaca politica, in particolare quella legata a eventi molto particolari come la guerriglia urbana, le rivoluzioni, gli attentati e il terrorismo. Non nego che, forse perché c’era in me (rafforzata forse anche dall’ingiustizia subita da degli adulti in colonia nel 1967) una certa fascinazione per le ribellioni, dopo aver visto delle foto di un’azione terroristica avvenuta all’estero, per qualche giorno pensai tra me e me che, da grande, mi sarebbe piaciuto diventare un terrorista. Ma devo ammettere che, sempre a seguito dell’esposizione a qualche fatto di cronaca, pensai lo stesso verso il mestiere di spacciatore di droga. 

Il 16 dicembre 1969 avvenne il caso della caduta dell’anarchico Giuseppe Pinelli da una finestra della Questura di Milano, dove era tenuto in stato di fermo e interrogato dal Commissario Luigi Calabresi come sospettato della strage. Ancora oggi non posso dire di essere convinto su ciò che è avvenuto: se cioè Pinelli sia stato buttato giù dai poliziotti o si sia gettato per suicidarsi. I miei zii materni, invece, erano fra quelli che sostenevano che Pinelli era stato ucciso. Nel 1970 circa, non ricordo con sicurezza, i miei genitori mi avevano regalato un radioregistratore. Fra le cose che feci con quell’oggetto, che ho tenuto con affetto per diversi anni, ci fu quella di registrare, un giorno in cui ci vennero a trovare, i miei zii Miro e Paola cantare diverse canzoni. Fra queste mi rimase molto impressa la “Ballata di Pinelli”, che infatti poi imparai a memoria. In questa canzone Pinelli viene definito vittima di un assassinio da parte dei poliziotti che lo stavano interrogando, fra i quali c’erano il commissario Calabresi e il questore Antonino Allegra. 

Qualche giorno dopo la strage di Piazza Fontana, oltre a Pinelli fu arrestato come sospetto coautore anche l’anarchico Pietro Valpreda. Nel 1972 Valpreda fu candidato alle elezioni politiche nelle liste del Manifesto, che partecipava per la prima volta come partito “parlamentare”, lasciando così la propria identità “extra parlamentare”. Ricordo che in quell’occasione sentii dire a mia madre che stava prendendo in considerazione l’idea di votare Valpreda, perché evidentemente convinta dell’innocenza dell’anarchico. La cosa mi sorprese perché non avevo mai pensato che mia madre potesse votare un partito di sinistra, figuriamoci di estrema sinistra. La notizia mi fece molto piacere perché riconobbi in mia mamma una grande onestà intellettuale.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una...