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Autobiografia da adulto - Cap. 8 - Effetti giudiziari

 Insomma, il triennio dal 1981 al 1983, è stato un periodo di costruzione e ridiscussione continua del mio essere. Al 1981 ho già dedicato due capitolo: uno in cui mi sono soffermato soprattutto sul progresso della mia pratica buddista all'interno della Soka Gakkai, alla visita in Italia del presidente Ikeda, al viaggio estivo in Olanda Inghilterra e Scozia, e l'altro sull'evoluzione del mio rapporto con la sessualità. Concludo una prima (magari ci ritornerò in futuro) rievocazione di quell'anno, corrispondente al mio raggiungimento del ventunesimo anno di vita (a 21 anni una volta si diventava maggiorenni, sono tre settenni eccetera). Nei prossimi capitoli tornerò su fatti che probabilmente potrebbero risalire sempre al 1981, oppure essere avvenuti nel successivo (1982) e in quello ancora seguente (1983). Ritengo che fra questi anni via siano molte continuità, mentre la vera cesura avverrà nel 1984 con il servizio militare.

Più o meno a metà nella seconda metà del 1981, dopo la visita del presidente Ikeda (ma non sono sicuro se prima o dopo l'estate), succede che a casa mia arriva una lettera di un avvocato. La riceve mia madre, che essendo casalinga, era a casa quando arrivò. L'avvocato scriveva di essere stato nominato mio difensore di ufficio in un processo che mi vedeva imputato, insieme ad altre undici persone, per fatti avvenuti all'interno del liceo scientifico Einstein di Milano nel 1978. Le accuse erano tre: interruzione di pubblico ufficio, occupazione abusiva e porto d'armi improprie. Risulterà - secondo quanto mi fu detto da non ricordo più chi - stralciata (e poi probabilmente archiviata) quella di porto d'armi da guerra. Sembrò evidente che per queste ultime si intendevano non mitra o cannoni, ma bottiglie Molotov. Nel 1978 io avrei compiuto questi reati insieme ad altre persone non più da studente dell'Einstein (che avevo lasciato alla fine del 1976, per trasferirmi al Sesto Liceo Scientifico Donatelli di viale Campania), ma da esterno.

Almeno una delle altre persone coinvolte era un ex studente dell'istituto tecnico commerciale (allora ragioneria) Verri di Milano, situato nello stesso isolato e costruito insieme all'Einstein. Gli altri erano militanti (o ex) del Comitato Antifascista (CAF) Vittoria; organizzazione che negli anni Settanta - quando l'avevo conosciuta io - aveva sede in via Arconati, ma che, nell'anno di cui sto parlando, si trovava in via Cadore.

Un po' giorni dopo l'arrivo della lettera, fui chiamato da uno dei capi del CAF per incontrarmi con lui alla sede di via Cadore. Io mi ricordavo bene di questa persona, di forse cinque anni (o qualcosa di più) più grande di me, e ne avevo una grande stima. Lui mi disse che insieme ad altri imputati avevano deciso di non utilizzare l'avvocato d'ufficio proposto dal Tribunale ma di rivolgersi a un altro (mi sembra un avvocatessa) che aveva già esperienza nella difesa di militanti di sinistra. Io gli dissi che la mia famiglia aveva deciso di rivolgersi ad un altro avvocato di fiducia, che aveva trovato mio padre e che mi sembra fosse vicino al movimento di Comunione e Liberazione (questo non lo dissi al mio interlocutore, viste le posizioni distanti fra il suo, e anche mio ex, movimento e CL). 

Il compagno cercò di convincermi a seguire la strada scelta da lui e dagli altri, che avrebbe anche garantito una coerenza di linea difensiva, ma io dovetti dirgli che preferivo rispettare la scelta della mia famiglia. Che, peraltro, mi sembrava poter portare a migliori risultati processuali. Mi sembra che il costo del mio avvocato fosse (pagava mio padre, perché ancora non guadagnavo molto) di 400 mila lire, mentre quello dell'avvocato scelto dagli altri undici coimputati sarebbe stato - diviso fra tutti - inferiore. Andando via dell'incontro non potei non sentirmi un po' in colpa per due motivi: il primo era che non ero stato solidale con gli altri; il secondo era che mi sembrava di beneficiare, borghesemente, di una situazione economica favorevole. Fu una delle prime volte che credo di aver preso delle decisioni che mi avrebbero, probabilmente, alienato delle amicizie e fatto apparire egoista.

Tornando ai fatti contestati dall'accusa, io ero sicuro di aver partecipato, negli anni successivi al mio allontanamento dall'Einstein (fu infatti così: io non volevo andarmene, ma fu consigliato caldamente ai miei di trasferirmi in un altro liceo per non avere grane... e come si vede non bastò), a una incursione nel liceo come quella oggetto del processo, ma non ero sicuro che si trattasse proprio di quella, a seguito della quale, ero stato denunciato. E se la denuncia fosse stata presentata in conseguenza di un altro fatto simile, ma in cui io non ero coinvolto, ma chi mi aveva denunciato, sbagliando, pensava di avermi visto? 

Siccome in quel periodo io ancora andavo a lavorare in redazione la mattina, perché ancora frequentavo lezioni del primo anno di Lettere all'Università Statale, decisi, uno o due volte, di andare alla biblioteca comunale di via Sormani a cercare, su quotidiani dell'epoca dei fatti contestati, informazioni su questi ultimi. Non ne trovai e, nel frattempo, confermai a me stesso che sicuramente ero stato protagonista di un evento della stessa natura di quello che aveva dato origine al processo, ma che, visto che non mi ricordavo esattamente di aver partecipato a quest'ultimo, non mi sarei di certo autoaccusato (né avrei rivelato che avevo compiuto gli stessi reati forse in un'altra occasione).

Nei giorni successivi, con l'avvicinarsi della prima udienza (in totale furono tre), parlai con altre persone di quanto stava avvenendo. Il primo fu ovviamente l'avvocato di fiducia incaricato dai miei, il quale mi suggerì di dire: "Sì, quella mattina ero fuori dall'Einstein, ma perché avevo appuntamento con una mia amica con cui volevo mettermi insieme (o ero già insieme, ndr). Però non sono entrato nella scuola". In pratica ammettevo la mia presenza presso il mio vecchio liceo la mattina dei fatti, ma negavo il coinvolgimento nell'incursione e avrei così fatto supporre che mi i miei accusatori, vedendomi fuori dall'edificio, avessero pensato che poi vi fossi anche entrato". Io non ero molto convinto di questa linea difensiva; temevo che, alla fine, la memoria di aver compiuto effettivamente gli stessi reati che mi venivano contestati forse in un altra occasione (ma in realtà anch'io ero propenso a pensare che fosse quella volta), mi avrebbe tradito, unendosi a un senso di colpa per quanto avevo comunque compiuto. Però dissi al mio legale che avrei seguito tale linea.

Sempre in quei giorni, siccome avrei dovuto assentarmi dal lavoro, dissi alla persona che il mio editore e il mio direttore avevano incaricato, a tempo pieno, di coordinare la rivista con il mio aiuto part time, il motivo per cui avrei avuto bisogno di qualche permesso di assenza. Lui si dimostrò molto comprensivo, anzi solidale (per non dire complice, con affettuosità), e mi disse: "Non preoccuparti, ti copro io le spalle". La persona che mi aveva introdotto al buddhismo (si dice " fare shakubuku"), invece, mi disse: "Cerca le persone che ti hanno denunciato o che testimonieranno contro di te. Dì loro che sei dispiaciuto di quanto è successo, che sei cambiato. E vedrai che, recitando (la nostra forma di preghiera, ndr.) per superare questa difficoltà, andrà tutto bene". Io però decisi sì di recitare per affrontare neglio questa difficoltà che si presentava nella mia vità, come retribuzione karmica, a qualche anno di distanza, ma non di cercare i miei accusatori e scusarmi con loro.

Ebbene, al termine della terza e ultima udienza, in cui come in quelle precedenti erano venuti ad assistere i miei genitori e le sue sorelle (non so dire se solo per interesse famigliare o anche per dare l'impressione che eravamo una famiglia per bene), fui interrogato dal pretore (non erano reati per i quali fosse necessaria la presenza di tre giudici; bastava uno solo monocratico). Lui mi chiese subito: "Lei quella mattina è entrato nella scuola e ha compiuto i fatti di cui si sta parlando". Io restai pochi secondi zitto, pensando, e poi risposi: "Non ricordo". intanto guardai il mio avvocato e vidi che scuoteva la testa in segno di disappunto, perché non stavo seguendo la linea di difesa concordata. Allora il pretore tornò alla carica: "Non può dire non ricordo. Deve ammettere o negare". Quindi io: "Allora nego". L'interrogatorio finì così.

La mia nuova linea si rivelò vincente. Infatti, poco dopo il pretore chiamò a testimoniare, a mio carico,  un ex studente di un anno o due più di me, che negli anni in cui andavo all'Einstein era il leader degli studenti che si opponevano all'attività dei militanti di sinistra consistente nel deviare l'attività scolastica da quella che, secondo loro, le gerarchie scolastiche, e la maggior parte dei genitori, dovesse essere: studiare e basta: niente scioperi, picchetti, autogestioni o cose del genere. Con lui infatti, avevo avuto solo cattivi rapporti. Ero sicuro anche che fosse stato lui l'autore del testo di un volantino che, quando ero in prima o seconda, era stato distribuito a firma Studenti Indipendenti, per contestare comportamenti degli studenti di sinistra contrari, secondo loro, al diritto degli altri di partecipare alle normali attività didattiche. In quel volantino c'era una frase in cui, in minuscolo, era utilizzata la parola "cervelli" che, era evidente a tutti, suggeriva me ("cervelli che pensano male e agiscono peggio".

Il mio ex compagno di scuola, interrogato dal giudice, quando gli fu fatto il mio nome, disse: "Cervelli non c'era. Lo conoscevo e mi ricorderei di averlo visto". Quindi il pretore gli chiese: "Quindi non c'era?". Come mia somma sorpresa il testimone rispose: "No, per me non c'era". Quando venne la volta del mio ex preside, Enrico Giorgiacodis", anche a lui il magistrato fece la stessa domanda rivolta all'ex compagno di scuola. Il preside rispose: "Cervelli era un mio alunno. Me lo ricordo bene. Se ci fosse stato quella mattina me lo ricorderei". Quando il pretore gli fece notare che sotto la denuncia c'era la sua firma, il professore Giorgiacodis disse: "Ma tanta acqua è passata sotto i ponti da allora". Al che, se non ricordo male, il giudice lo liquidò con un rimprovero per aver sottoscritto una denuncia che poteva comunque ledere una persona. 

Non infierì però così forte come, invece, fece nei confronti dell'ex presidente dell'associazione dei genitori Libera, che era apertamente contraria a ogni forma di attività politica all'interno della scuola, rappresentava soprattutto genitori con tendenze di destra. Il suo presidente, A.M., era diventato un'istituzione all'Einstein. Da parte di noi studenti di sinistra si pensava che fosse dominante anche nei confronti dello stesso preside. Di certo lo sosteneva, se non addirittura sobillava. E mentre Giorgiacodis, in quelle poche occasioni in cui avevo potuto parlare direttamente con lui in presidenza, mostrava una certa stima nei miei confronti (cosa di cui non mi dimenticherò mai), e una volta mi disse addirittura che io avrei apprezzato la lettura degli Annali di Tacito, A.M. ostentava decisamente antipatia nei miei confronti. Sentimento ricambiato. 

Tornando al processo, il giudice gli chiese perché aveva chiesto al preside di presentare la denuncia sui fatti di quel giorno, e si soffermò sul mio nome. A.M. , se non ricordo male, prima mi accusò e poi cadde in contraddizione. E forse anche lui tentò di ridimensionare la gravità dei fatti. Ricordo precisamente che il pretore lo rimproverò molto e che lui aveva una faccia umiliata e, come si suol dire, dovette ritornare al suo posto con la coda fra le gambe. Alla fine, su dodici imputati, io, l'unico ex studente del liceo teatro dei fatti, fui l'unico a essere assolto con formula piena, un altro paio o tre furono assolti per insufficienza di prove, e gli altri furono condannati con pene di alcuni mesi con beneficio di sospensione condizionale.

Io nel 1978
Io nel 1978


Autobiografia giovanile - Cap. 40 - Verso l'età adulta

 A metà primavera circa del 1979,interruppi, dopo pochi mesi che avevo iniziato, di praticare il buddismo di Nichiren Daishonin e di frequentare i nuovi amici della Soka Gakkai. Per qualche giorno avevo pensato che avrei potuto continuare pur mantenendo il mio stile di vita sregolato e, sotto certi aspetti, ormai sempre più anche autolesionista. Ma alla fine cedetti e archiviai quell’esperienza come una delle diverse vissute negli anni precedenti. Avevo già smesso, dopo pochi mesi, anche di frequentare la palestra di yoga. Non mi sembrava di fare progressi in quella disciplina: in particolare, quando alla fine dovevamo passare molti minuti sdraiati in uno stato di rilassamento, io non riuscivo a raggiungere questo stato: per lo meno non come avrei voluto. 

Fra i temi che avevo archiviato già nella seconda metà del 1978 c’era la politica. Dopo non più di due o tre cortei, a cui avevo preso parte nella prima metà, portandomi dietro qualcuno degli amici del Collettivo Politico Vigentino (Cpv), che avevo fondato nelle seconda metà del 1977 con l’idea di creare un punto di riferimento dell’area dell’Autonomia anche nel mio quartiere (ma in realtà non fu mai un soggetto politico bensì una compagnia di amici), dalla primavera del 1978 la militanza politica aveva smesso di fare parte del mio bagaglio esperienziale. Non frequentai più il Circolo Giovanile Romana-Vigentina di Corso Lodi. 

Fra la fine del 1978 e l’inizio del 1979, quando ormai gli amici con cui mi vedevo erano nuovamente gli ex-Cpv (dopo che per qualche mese mi avevano emarginato), i nuovi amici del quartiere con cui avevo iniziato a uscire quell’anno, e i miei due nuovi amici fra i compagni di scuola all’Unione Professori, ebbi solo una volta l’occasione di rivedere delle persone del Circolo Giovanile Romana-Vigentina a un concerto di gruppi rock studenteschi che si tenne nell’aula magna del Settimo liceo scientifico. In particolare, nell’atrio dell’aula magna, mentre eravamo entrambi su di giri, fui avvicinato ad uno di questi miei ex compagni di attività politica, che mi rinfacciò di avere smesso di andare alla casa occupata di Corso Lodi 6 in un momento in cui l’impianto elettrico che avevo installato (peraltro, devo avere aggiunto io, con l’intervento decisivo di un altro di loro, che di lavoro faceva l’elettricista) aveva cominciato a saltare spesso. E si lamentò per il fatto che loro si trovavano in varie occasioni a cercare di risolvere queste interruzioni di corrente, che non colpivano solo la loro sede al piano terreno, ma anche gli appartamenti delle famiglie dei piani soprastanti. Trovai questo ragazzo particolarmente arrabbiato con me, il che mi colpì relativamente perché, anche in passato, non era mai stato uno che mi sembrava avermi in simpatia, tranne forse qualche rara occasione. Ma dietro quel parlarmi in tono così esasperato, quella sera mi sembrò esserci anche un malessere psicologico che non c’entrava con me ma che riguardava lui solo. Diversi mesi più tardi mi ritornò, questo mi tornò in mente quando seppi la notizia che quel ragazzo si era suicidato lanciandosi da un terrazzino condominiale a un piano molto alto del palazzo in cui viveva in zona Corvetto.

Fra il 1977 e il 1979, comunque, io ero uno dei tanti adolescenti che si erano avvicinati alla militanza politica, nelle formazioni più estreme, nell’”ultima coda” del ‘68 (così me la definì, qualche anno dopo, un giornalista che poteva essere mio padre) e che poi si erano progressivamente disimpegnati per perseguire stili di vita differenti in cui la ricerca di sensazioni forti, a costo di infrangere limiti imposti dal buon senso comune e dal rispetto della salute, faceva la parte del leone. E questo avveniva tanto a sinistra quanto a destra. Lo posso affermare perché, agli inizi della primavera 1979, più o meno nello stesso periodo in cui stavo ancora sperimentando la pratica del buddismo, mi ritrovai ad aggiungere alla mia cerchia di amicizie anche ragazzi della mia età che, solo fino a un paio d’anni prima, erano stati militanti dell’estrema destra. Giovani con cui, noi dell’altra parte, ci odiavamo e che in qualche occasione avremmo potuto scontrarci fisicamente al punto da causare delle tragedie. Devo però dire che, nonostante io allora mi ritrovassi con persone che ce l’avevano “a morte” con i fascisti, dentro di me non ho mai sentito realmente il desiderio di fare del male a qualcuno per via di idee politicamente opposte. E non ho mai giustificato, per esempio, l’uccisione, nel 1975, di Sergio Ramelli, un giovane di destra di Milano. Il suo omicidio, così come quelli, da parte di neofascisti, dei “compagni” Claudio Varalli (1975) e Gaetano Amoroso (1976; cugino di un mio compagno di classe delle medie), mi sembravano tutti assurdi. 

Ma in quegli anni frequentavo ugualmente chi la pensava in maniera diversa sull’inutilità e l’atrocità di certi atti violenti, perché comunque condividevo con loro altri obiettivi della lotta politica. Il giorno in cui rapirono Aldo Moro, così, durante un’assemblea studentesca straordinaria al Donatelli, intervenni giustificando l’azione delle Brigate Rosse e fui sommerso di fischi. Ma sicuramente, qualche settimana più tardi, non approvai l’uccisione del politico. Su questo punto condivisi il titolo di prima pagina, a caratteri cubitali, dell’edizione del giorno dopo di Lotta Continua (quotidiano che acquistavo quasi tutti i giorni in quel periodo), che condannava senza appello l’omicidio di Moro.

Come iniziai a frequentare degli ex potenziali nemici da combattere? Un sabato pomeriggio della primavera 1979 mi ritrovai con uno dei miei due amici compagni di classe con cui uscivo ogni tanto. Ci trovavamo in Piazza Vetra, allora già in realtà una parte del Parco delle Basiliche, che era un luogo noto per la presenza di spacciatori di droghe di ogni tipo. Io e il mio amico venimmo all’improvviso accerchiati da un gruppo di militanti di estrema sinistra con i fazzoletti rossi a coprire parte della faccia e i classici manici di piccone con un pezzo di stoffa rossa arrotolati a mo’ di bandiera. Fra i primi di loro che notai ci fu una ragazzina apparentemente di prima liceo, ma che poteva dimostrare anche dodici anni. Aveva uno sguardo determinato ma non feroce. Forse mi sembrò come potevo essere io un po’ di anni prima, nel 1975. Lui era in prima fila ma non parlò. Si rivolsero a noi altri più grandi, i quali qualificarono il gruppo come una ronda contro lo spaccio dell’eroina. Io invece dissi che ero un compagno, e feci qualche nome di un gruppo antifascista che avevo frequentato negli anni precedenti e che loro conosceva. Così ci lasciarono andare. 

Dopo un po’ di passi, vidi che il mio amico aveva gli occhi arrossati. Mi disse che era stato fortunato che ci fossi io e che, se ci avessero chiesto di mostrare i nostri documenti, lui forse sarebbe stato picchiato. Mi spiegò che, prima di allora, non mi aveva raccontato del suo passato nel Fronte della Gioventù perché, sapendo che io ero stato un compagno e forse lo ero ancora, non voleva “rovinare la nostra amicizia”. Io gli dissi subito che perché quello che era passato era passato, che noi potevamo essere amici anche se avevamo avuto esperienze diverse. Dopo quell’episodio continuammo il pomeriggio e la sera insieme ad altri suoi amici, tutti “ex fasci”, maschi, della nostra età. Alcuni, come me e il mio amico, erano impegnati a prepararsi per la “matura” (l’esame di maturità). 

Tutti divennero miei amici da quel giorno. Quella sera decidemmo di girare per Milano ammassati nella macchina dei miei (la Opel Kadett familiare). A una certa ora, all’incrocio fra via Ferrari e via Farini, facemmo un piccolo incidente stradale con un’altra macchina. In quel momento scoprii il carattere ancora focoso di alcuni di loro, che collegai anche con il tipo di militanza politica che avevano praticato. Prima di me scesero subito dalla mia macchina e andarono a litigare con il guidatore dell’altra. Quasi certamente aveva torto lui, ma anch’io ero stato piuttosto distratto. Comunque sia, io e l’altro guidatore ci scambiammo i dati e, nei giorni successivi l’assicurazione di mio padre ci mandò i fogli della constatazione amichevole da compilare. I miei nuovi amici si offrirono come testimoni a mio favore pochi giorni dopo ci rivedemmo per firmare tutti insieme il documento. 

Da quel weekend iniziai a trascorrere tutti i fine settimana con quella compagnia, mentre nello stesso periodo smettevo di frequentare i buddisti e di praticare. Ricordo che - memore del “tradimento” della nostra amicizia effettuato nei miei confronti l’anno prima da alcuni dei miei amici ex-Cpv e altri che si erano uniti a noi nel 1978 - un giorno chiesi al mio compagno di classe e amico di dirmi che cosa avevano detto di me i suoi amici. Lui mi disse che erano contenti di avermi conosciuto. Nelle settimane successive anch’io feci conoscere qualche mio amico al mio compagno di classe. Infatti, nei giorni infrasettimanali continuavo a frequentare il bar Frison, dove mantenevo i miei rapporti di amicizia con diversi giri di persone con cui mi uscivo dagli anni precedenti e qualcuno nuovo. Un giorno presentai a questo compagno di scuola anche il mio migliore amico di sempre. Per l’occasione menzionai il fatto che tutti e tre avevamo in comune la passione per l’elettronica. Per la verità io non mi dedicavo più a questo hobby, così come a quello della radio CB. Anzi, un giorno chiesi e ottenni dal mio compagno di scuola che prendesse lui tutti i componenti elettronici che mi erano rimasti, compresi quelli che mi aveva regalato l'ingegnere parente acquisito che, in passato, mi aveva fatto ripetizioni di matematica.

Fra i nuovi amici che mi feci in quei mesi in quartiere, ce ne furono alcuni che negli anni passati erano stati simpatizzanti per l’estrema destra, ma che ora vivevano anche loro una vita sregolata. Un pomeriggio uscimmo insieme io, uno di questi e il mio compagno di classe, che si affezionò alla persona che avevo portato io. Ma poi avemmo poche occasioni di uscire di nuovo tutti insieme. Intanto era riapparso anche quello del quartetto della fine 1976 che, agli inizi del 1978, era rimasto nel gruppo Cpv, o ormai ex-Cpv, e che poi non avevo più visto per lungo tempo. Con lui avevo sempre avuto un legame personale molto forte, soprattutto da dopo la festa contro il Concordato al Palalido nel febbraio 1978.

Però nei fine settimana uscivo sempre con la compagnia del mio compagno di scuola, e qualche volta ci raccontavamo a vicenda qualche episodio accaduto in passato, quando militavamo su fronti politici opposti. Un pomeriggio accadde un’altra volta un episodio simile a quello che era successo a me e al mio compagno di classe in Piazza Vetra. Questa volta ci trovavamo nei giardinetti di Piazzale Susa. Arrivò un gruppo di compagni, impegnati credo in una ronda antifascista, che riconobbero alcuni dei miei amici. Prima che potesse avvenire qualcosa di brutto, io dissi ai compagni che io avevo frequentato un comitato antifascista, feci il nome di alcuni di quel comitato che loro conoscevano bene e li assicurai che ora i ragazzi con cui ero lì non facevano più parte di nessun gruppo di estrema destra. Tutto si risolse e ci lasciarono in pace. 

Un giorno di una settimana, il mio compagno di classe mi disse che lui e altri nostri amici avevano deciso che dovevo conoscere una loro amica con cui tutti avevano fatto l’amore (forse il termine fu “sesso”) la prima volta. Mi disse che proprio in quei giorni c’era stato un altro dei nostri amici, che era anche lui vergine come me. Così, il sabato sera successivo, andammo a casa di questa loro amica, i cui genitori erano fuori per il fine settimana, e iniziammo a festeggiare. Io e il mio compagno di classe, mentre eravamo entrambi su di giri, ci sdraiammo sul letto matrimoniale con questa ragazza, che aveva anche lei la nostra età e che io avevo già identificato come una ragazza tranquilla e verso la quale io non nutrivo un giudizio negativo per il fatto che avesse scelto di avere rapporti promiscui con più ragazzi, anche contemporaneamente. Anche gli altri nostri amici erano nella stessa stanza seduti su alcune poltrone. C’era un giradischi e io proposi di ascoltare l’album Ummagumma dei Pink Floyd con le luci spente. Ero curioso di vedere quale reazione avrebbero avuto gli altri, ma soprattutto la ragazza sotto le lenzuola con me e il mio amico più intimo in quel periodo, ascoltando il punto del brano Careful with that axe, Eugene in cui avviene l’assalto con l’ascia e la vittima urla. E forse desideravo anche che, grazie alle luci spente, si raggiungesse la situazione giusta perché la ragazza iniziasse a fare qualcosa con me. 

Come infatti accadde. Mentre andava la musica sentii che con il suo piede sinistro iniziò a carezzare il mio destro. Anch’io risposi facendo lo stesso movimento nei suoi confronti. Poi iniziammo a praticare del petting, durante il quale una volta urtai con la mia mano quella del mio amico, e lui si scusò e mi lasciò campo libero. Quindi con molta fatica, dato che non ero lucidissimo, riuscimmo ad avere un rapporto completo. Già dal giorno successivo o un paio dopo la ragazza mi telefonò a casa per dirmi che si era trovata molto bene con me, che ero stato molto dolce, e che le sarebbe piaciuto rivedermi. Io accampai qualche scusa per non fissare un appuntamento. Anch’io le volevo bene e le ero anche grato per avermi fatto vivere quella prima esperienza, ma non mi sentivo attratta da lei. La rividi solo un pomeriggio insieme agli altri nostri amici, ma non accennammo più a quanto era avvenuto.

Intanto si avvicinavano gli esami di maturità. Gli scritti erano previsti per i primi giorni di luglio 1979. Qualche settimana prima, il mio compagno di classe e amico mi invitò ad andare nella casa in montagna della sua famiglia a studiare insieme. Nei primi giorni ci fu anche la sua ragazza, poi restammo da soli. Avevamo anche portato su due chitarre, e così continuai a insegnargli qualche nuovo accordo e ogni tanto potemmo suonare insieme. Io improvvisavo e lui mi accompagnava. Devo dire che allora - come si era dimostrato quando suonavo sulle gradinate della chiesa con il mio amico chitarrista blues - non avevo imparato a suonare scale e riff. E così le mie improvvisazioni erano molto limitate. Ricordo che mangiavamo quasi sempre pasta aglio e olio e peperoncino o pasta alla carbonara come primi e cotolette come secondo. Studiavamo molte ore, ma soprattutto di notte fino a poco prima dell’alba. Lui si impegnava soprattutto con matematica, io invece con italiano. Mi rilessi, forse tutti i tre volumi del Compendio di storia della letteratura italiana di Natalino Sapegno, che ancora conservo gelosamente. 

Al nostro rientro affrontammo gli esami di quarta e quinta da privatisti presso il Liceo Scientifico L. Bottoni di Milano. Trovai quel periodo come un tunnel che non finiva mai. Per lo scritto di italiano scelsi una traccia di attualità incentrata sul problema della crisi energetica di quell’anno (nota come seconda crisi petrolifera). Esordii affermando che il problema mi preoccupava relativamente ,perché auspicavo un modello di società diversa, in cui non ci sarebbe stato molto bisogno di carburanti fossili. Una società non capitalista e molto ambientalista. Scrissi così tanto che non feci in tempo a copiare in bella tutto il testo e invitai la commissione a finire la lettura dalla brutta. Il giorno dopo ci fu lo scritto di matematica. La mia preparazione migliore si fermava al programma di terza liceo. Avevo sì studiato qualcosa, ma non ero preparato a fondo sugli argomenti relativi alle funzioni trascendenti (esponenziali, logaritmi, trigonometria) e all’analisi (derivate e integrali). Per riuscire a finire un po’ più di metà del compito riuscii a farmi aiutare un pochino dal mio amico nei bagni, così come io gli avevo dato dei suggerimenti il giorno prima durante lo scritto di italiano. Gli orali andarono più facilmente, anche se due materie che erano state estratte per me per l’orale - storia dell’arte e geografia astronomica - non mi ero preparato bene. Lo dissi sinceramente subito prima delle interrogazioni. Trovai per fortuna due commissari comprensivi. Il professore di storia dell’arte mi chiese di parlargli di un argomento che mi piaceva e io scelsi l’Impressionismo, sul quale avevo un po’ di conoscenze, acquisite più che altro per interesse personale. Il docente di geografia astronomica, invece, mi chiese la forza gravitazionale. Per fortuna ebbi l’intuizione che avesse qualche analogia con la legge di Coulomb, che avevo studiato bene nel programma di fisica, e riuscii così a dirgli la formula giusta. Finiti tutti gli orali ebbi la bella sorpresa di essere stato promosso, anche se con un voto basso (38/60), ma non il più basso (36/60) con cui si diplomò qualche altro nostro amico. Il mio amico con cui mi ero preparato e l’altro nostro compagno di classe con cui eravamo usciti quell’anno scolastico furono promossi anche loro con due votazioni leggermente superiori alla mia. Noi tre fummo gli unici promossi di tutta la classe, il che mi dispiacque per gli altri che si erano dati da fare ma non erano riusciti a diplomarsi.

Dopo gli esami ripresi a frequentare sia il mio compagno di classe e i suoi amici, sia il gruppetto dell’ex-Cpv. Con quest’ultimo, l’11 luglio 1979, andai a sentire un concerto di B.B. King al velodromo Vigorelli di Milano. Uno dei nostri amici, quello con cui avevo sempre legato di meno, anche se ci conoscevamo dall’infanzia e abitavamo nello stesso condominio, rimase così entusiasta che ci trascinò tutti alla ricerca dei camerini dopo potevamo trovare B.B. King e la sua band. Li trovammo e riuscimmo ad entrare, senza essere fermati da nessuno, in una saletta dove erano tutti riuniti. B.B. King fu molto gentile e forse anche divertito. Ci facemmo scattare da qualcuno delle foto insieme al bluesman e agli altri musicisti. Mi sono sempre chiesto se da qualche parte del mondo esistono ancora quelle foto o almeno i loro negativi.

Qualche giorno dopo, il mio amico del quartetto di amici del 1976, un altro di quelli che si erano aggiunti a noi più tardi,  e con cui avevamo fondato il Cpv, ed io ci recammo in una casa sul lago di Como del primo. Poche ore dopo che ci eravamo sistemati io ho iniziato ad avere un disturbo neurologico. Non ricordavo più dove eravamo, chi c’era effettivamente (un mio amico si accorse che dicevo che c’era mio padre in un’altra stanza) e poi chi fossi io e chi erano loro. Ero cosciente solo che erano bravi con me. Uno o due giorni dopo mi tornò la memoria e rientrammo a Milano. 

Poi, come tutti gli anni, raggiunsi la mia famiglia al Camping Grigna di Ballabio. Lì mi rilassai e mi ripresi bene. C’erano gli amici di tutti i sessi, tutte le età, tutte le provenienze e tutti i modi di vivere diversi di sempre. Per qualche giorno portai su un amico del gruppo del mio compagno di classe, che aveva avuto dei diverbi in famiglia ed era voluto andarsene via di casa. Di giorno stava con me e la mia compagnia, mangiava con noi, e di notte dormiva nella nostra macchina. Poi tornò a Milano dalla famiglia. Io mi rimisi - sempre per modo di dire, ossia quasi esclusivamente platonico - con la ragazza di cui ero sempre stato un po’ innamorato. Un’altra, più grande, invece, una sera mi propose di andare a dormire nella sua roulotte con lei ma io declinai l’invito perché ero troppo perso per quella con cui, però, non combinavo molto. 

Forse, essendomi già tolto la soddisfazione di aver avuto un rapporto sessuale completo prima dell’estate - anche se l’esperienza era stata molto pregiudicata dal mio stato mentale del momento - non mi interessava fare di nuovo sesso. Sospinto anche dalla malinconia per l’avvicinarsi dei rientri dalle vacanze (e la mia ragazzina non mi aveva assicurato che ci saremmo rivisti prima dell’estate successiva) quei giorni scrissi anche una poesia, un sonetto, triste, in cui associavo l’arrivo dell’autunno e del maltempo con la fine della giovinezza e l’incombere dell'età adulta. Questa era simboleggiata, più che dalla fine del liceo e l’inizio dell’università, dal fatto che il 10 gennaio 1980 avrei compiuto 20 anni. Le poche persone a cui fece leggere la poesia - che peraltro non era l’unica scritta su un certo quadernetto in quegli anni - la trovarono abbastanza ben scritta ma ingenua.

Al rientro a Milano, la vita riprese esattamente come l’avevo lasciata prima, con le stesse abitudini e le stesse frequentazioni. Aumentarono quelle con gli amici del quartiere che si erano uniti al quartetto iniziale con la nascita del Cpv. Con alcuni di loro, il 9 settembre, andammo in auto a Bologna a sentire un concerto di Patti Smith. Riuscimmo a trovare un posto nel prato dello stadio molto vicino al palco. Il concerto mi piacque, e mi restai estasiato soprattutto durante una canzone in cui Patti Smith eseguì, a pochi metri da dove mi trovavo, dei lunghi assoli con il sax soprano. Quello strumento mi piaceva molto. E per la cronaca non era la prima volta che lo sentivo suonare dal vivo, poiché nel 1978, poco tempo dopo che avevo conseguito la patente di guida, insieme a mio fratello e al mio caro amico con cui abbiamo passato molto tempo insieme da soli fra la fine del 1976 e gli inizi del 1977, eravamo andati una sera a Cremona ad ascoltare un concerto del jazzista Steve Lacy. Ma, mentre quest’ultimo avevo fatto molta fatica ad ascoltarlo, perché si trattava di free jazz, gli assoli di sax soprano di Patti Smith mi penetrarono nella testa e nel cuore con piacere, e non mi sarei mai stancato di ascoltarli.

Durante il resto del mese, il gruppo di amici ex Cpv cominciò a sciogliersi. Mio fratello era già tornato a frequentare dei nostri amici di infanzia. Io continuai a verdermi con gli altri e un giorno chiesi, all’amico con cui avevo sempre legato di meno, come mai prima dell’estate mi avevano cercato, dopo un periodo in cui mi avevano emarginato. Lui mi rispose che si erano accorti che io stavo incamminandomi su una strada pericolosa con altri miei amici e che temevano che avrei compiuto qualche passo eccessivo che poi avrebbero potuto iniziare a compiere anche loro. Insomma, in qualche modo avevano cercato di stringere nuovamente i nostri legami per cercare tutti insieme di salvarci da un destino fatale. Io presi atto di questa confessione, che però non ritenni una conferma di un disamore nei miei confronti. Mi resi conto che anch’io avevo posto delle cause per il comportamento scostante che loro avevano avuto verso di me. A partire da quello di ritenermi un po’ più colto e intelligente. 

Purtroppo, però, verso quella strada pericolosa io avevo continuato ad andare ugualmente e anche loro avevano iniziato a incamminarsi. Dopo quel dialogo, io continuai ancora per un po’ di tempo a frequentare il mio ex compagno di scuola e altri ragazzi del quartiere. Intanto mi ero iscritto alla facoltà di Fisica dell’Università Statale di Milano, con l’obiettivo di diventare un astrofisico e scoprire i misteri dell’universo. Sia il mio ex compagno di scuola con cui avevo passato buona parte dell’anno, sia il mio migliore amico dall’infanzia (che andavo a trovare di tanto in tanto a casa sua la sera tardi), si iscrissero invece a Ingegneria Elettronica al Politecnico di Milano. 

Una sera, mentre mi trovavo seduto a un tavolino del bar Frison in attesa di qualche amico con cui passare la serata, arrivò da solo uno dei miei amici più grandi con i quali avevo iniziato a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin fra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Mi chiese se volevo andare con lui alla birreria La Clinica di via Torricelli, sui Navigli. Accettai l’invito. Quando fummo là, si fece raccontare da me come stavo vivendo in quel periodo. Chiunque mi avesse guardato bene capiva che non scoppiavo di salute, né fisicamente né psicologicamente. Mi disse che se volevo risolvere una volta per tutte la situazione l’unica alternativa era ricominciare a praticare. Accettai anche questa proposta e dal giorno dopo inizia a frequentare lui e gli altri buddisti della zona tutti i giorni. Questo mio amico mi disse anche che, se mi sentivo in pericolo se fossi uscito di casa durante il giorno, era meglio se restavo a casa e poi uscissi con loro nel tardo pomeriggio e la sera. Così smisi per qualche tempo di vedere gli amici di prima. 

Una sera, il nostro amico chitarrista blues mi portò a casa della persona che gli aveva parlato per la prima volta del buddismo e a me sembrò che fosse quasi un buddha in persona, tanto era felice e convinto delle cose che diceva. Sempre a casa di quel ragazzo, che allora aveva 28 anni come il mio amico chitarrista, una di quelle sere incontrai un giapponese di trentasei anni, che praticava circa sedici anni. Abitava da qualche anno in Italia e risiedeva a Bergamo. Spesso, prima di tornare dalla sua famiglia, si fermava a Milano per incontrare dei giovani praticanti. Il giapponese mi lasciò parlare a lungo, mi fece alcune domande, si prese anche qualche appunto, e alla fine, con una voce calma e in grado di toccare il cuore mi disse: “Devi avere più rispetto di te”. Quelle parole mi fecero capire quale era stato il mio problema più grande di quegli ultimi anni. Qualche settimana più tardi, portai sempre in quella casa il mio ex compagno di classe, con cui ogni tanto avevamo iniziato a incontrarci all’università fra una lezione e un’altra: Fisica non era distante dal Politecnico. Anche in quell’occasione c’era il responsabile giapponese. Per almeno una mezz’ora recitammo Daimoku (la frase che riteniamo rappresentare la Legge mistica universale). Anche il mio amico lo fece con noi. Poi il giapponese parlò un po’ anche con lui. Lui però non decise di iniziare a praticare e dopo di allora ci rivedemmo sempre meno frequentemente, anche se ho continuato a pensare a lui molto spesso. (fine)

(pubblicazione riservata - Riccardo Cervelli 2022)



Autobiografia giovanile - Cap. 36 - Londra, Cpv e Mls

Riccardo Cervelli 17 anni 17yo
Io a Londra fra la fine del 1977 e l'inizio del 1978

L’inizio del 1978 lo festeggiai in piazza Londra con mio fratello e un altro amico. Eravamo arrivati in questa città in treno da Milano qualche giorno prima. Avevamo preso una stanza in un ostello, dove di tanto in tanto veniva alloggiata un’altra persona e poi passavamo le giornate girando per la città con la metropolitana per vedere le attrazioni più importanti o località che ci incuriosivano. Come libro da leggere durante quel viaggio avevo scelto la raccolta di poesie I fiori del male di Charles Baudelaire. Dopo capodanno, io avevo proposto di andare a trovare senza preavviso il signor Goodman, il signore inglese insegnante di ginnastica che io e la mia famiglia avevamo conosciuto nell’estate 1974 in Cecoslovacchia. Dato che dopo che ci eravamo lasciati in Cecoslovacchia, per molto tempo il signor Goodman ci inviava delle lettere contenenti delle musicassette su cui ci parlava registrando la sua voce, io disponevo del suo indirizzo. Così un giorno partimmo da una stazione secondaria di Londra in direzione Ipswich. Da lì, con un taxi, raggiungemmo l’abitazione del signor Goodman e gli facemmo un’improvvisata. Dal suo volto si capì la forte sorpresa di vederci. Oggi non mi ricordo più se ci riconobbe subito o se dovemmo dirgli chi eravamo. Comunque ci fece entrare, la sera ci preparò una cenetta, chiacchierammo per un po’ e quindi ci fece dormire nel suo salotto. Il giorno dopo ci riaccompagnò a Ipswich per riprendere il treno per Londra. Dopo di allora credo che non lo sentimmo più. Forse era già da qualche anno che non ci scriveva e che i rapporti si erano allentato. Tuttavia rimasi soddisfatto di questa esperienza, anche se non sono stato in grado di capire fino in fondo se avevamo compiuto un’azione troppo azzardata, a presentarci senza preavviso, oppure, era andata bene così.

Riccardo Cervelli 17 anni 17yo
Io nell'ostello di Londra con la raccolta di poesie I fiori del male di Charles Baudelaire

Rientrati a Milano, riprese la vita di prima, con le mattine trascorse nelle rispettive scuole e i pomeriggi alla casa occupata di piazza dell’Assunta; o più propriamente nei locali del Cpv. In quel periodo alla casa occupata erano venuti anche dei giovani del Vigentino, di qualche anno più grandi di noi, che facevano parte di qualche gruppo che faceva riferimento a Democrazia Proletaria (Dp). Avevano deciso di creare lì una loro sezione e vennero a parlare con noi per chiederci che cosa facevamo e per raccomandarci di comportarci bene in maniera da non creare problemi fra la casa occupata (che diventava anche la loro sede) e il quartiere. Noi li tranquillizzammo a questo proposito ma scegliemmo di non partecipare alla loro attività, che però poi durò pochissimo. Anzi, fra di noi li prendevamo in giro per il loro atteggiamento di militanti seri e impegnati. 

Poi, non ricordo più in quale ordine, arrivarono anche dei fricchettoni che avevano lasciato la casa occupata di via Broletto e dei militanti del Movimento Lavoratori per il Socialismo (Mls) nessuno dei quali - a differenza dei compagni di Dp - abitava nel nostro quartiere. I fricchettoni bussarono alla nostra porta un pomeriggio o una sera e ci chiesero se ci fossero dei locali liberi nella palazzina e se potevano trasferirsi lì. Noi del Cpv - o meglio io e i miei amici, perché eravamo più una compagnia che un’organizzazione politica, anche se Cpv era ormai diventato il nome del nostro gruppo - li accogliemmo con piacere, anche perché vedevamo in loro, sebbene fossero tutti un po’ più grandi di noi e non abitavano più da tempo con le rispettive famiglie, delle persone con i nostri stessi interessi e obiettivi. Quelli del Mls si presentarono anche loro un giorno da noi. Erano molti. Il loro “segretario” era una persona molto più grande di noi, molto preparata e cortese. Una sera ci invitarono nei locali che si erano presi, al piano terreno, in quella che qualche anno prima era la sede del Circolo Giovanile Vigentino, per fare una riunione insieme. Ci spiegarono qualcosa dei loro progetti. A un certo punto, uno di loro, un ragazzo un po’ tarchiato, propose di votare una “mozione”. Subito, fra di noi, lo soprannominammo Mozione. In realtà, nelle settimane successive, si rivelò essere uno dei più simpatici e disponibili nei nostri confronti. Il segretario allora non avevamo ancora capito chi fosse, ma era già un professore universitario, figlio di una persona molto importante in quell’epoca, ma quello che ci importava - o meglio importava me, visto che io ero stato individuato un po’ come il responsabile del nostro gruppo - era una persona con cui si poteva parlare in modo sereno. Altre due o tre persone, che potevano essere più o meno della stessa età del segretario, ci sembravano invece indisponenti. Ad ogni modo, la loro presenza nella casa occupata si limitava solo ad alcune serate o sabati pomeriggio, e dopo un po’ loro e noi ci ignorammo vicendevolmente. Un’altra cosa che non sapevamo, invece, era che quelli del Mls non tolleravano molto il fatto che nella casa occupata, e per la precisione occupando tutto il terzo piano (se non ricordo male noi li chiamavamo “quelli del terzo piano”), ci fossero dei fricchettoni, degli hippie, dei drogati. 

Riccardo Cervelli 18 anni 18yo
Io, con il cappellino bianco, con alcuni amici nei locali del Cpv nella casa occupata di piazza Assunta a Milano 

Per qualche mese noi del Cpv stemmo tutti bene insieme, sia i quattro amici originari della fine 1976 e prima metà del 1977, sia gli altri che si erano aggiunti. Ci ritrovavamo a divertirci tutti i pomeriggi e spesso anche di sera. Un giorno si presentarono da noi dei vigili urbani (oggi si chiamano polizia locale) che erano stati chiamati da alcune persone che abitavano vicino alla piazza e che si erano stancati di sentire provenire musica ad alto volume dalla nostra sede. Ci riportarono le lamentele, ci raccomandarono di abbassare la musica e poi se ne andarono. 

Credo che già in quel periodo mio padre fosse diventato direttore dell'agenzia della Banca Commerciale Italiana numero 38 di via Ripamonti, a poche centinaia di metri dalla casa occupata, e che aveva conosciuto uno dei capi dei vigili. Così si accordò con questo vigile e con me affinché il primo venisse un pomeriggio nella nostra sede e raccogliesse una serie di informazioni da tenere al comando. Quando venne c’ero io e non ricordo più quali degli altri del Cpv. Lo facemmo accomodare, lui tirò fuori un blocco, ci fece diverse domande in tono molto gentile, prese alcune note e poi se ne andò via tranquillo. Io restai soddisfatto perché, dopo quel colloquio, avevo capito che la nostra presenza alla casa occupata era diventata ufficiale e che dovevamo solo comportarci bene. 

Questo diventava un po’ più difficile quando al sabato sera si raggiungeva l’acme della nostra creatività e, con l’aggiunta di altri amici in visita da altri quartieri o della nostra zona, diventavamo moltissimi. Un sabato pomeriggio, la mia amica dell’Einstein che l’anno prima era scappata di casa per venire a stare qualche giorno in montagna con me e altri due amici, mi truccò da donna. Io allora ebbi l’idea di entrare così dentro l’oratorio, che ricordo si trovava di fronte alla casa occupata, e di sedermi a un tavolino, dove rimasi per qualche decina di minuti chiacchierando con qualcuno. Poi, me ne andai. Non ricordo più se fu quella volta o un’altra che l’amico dell’oratorio di otto anni più grande di me, quello che mi aveva insegnato a suonare la chitarra, mi disse: “Secondo me tu dovresti ritornare nella Comunità”. Ripensando, negli anni successivi, a questo invito, qualche volta mi sono chiesto se non avessi fatto bene a raccoglierlo. 

In quel periodo aveva cominciato a venire al Cpv anche la mia ex fidanzatina dell’oratorio, che si era messa con uno dei miei amici più stretti del nostro gruppo.

Credo che fu intorno al periodo delle vacanze di Carnevale che il nostro amico la cui famiglia aveva la famosa casa in montagna, ci disse che potevano andare su tutti. Così un giorno partimmo in treno e andammo su. Qualche giorno dopo ci raggiunse anche il mio migliore amico di una vita, che andai con alcuni altri a prendere alla stazione. Mi ricordo che c’era la neve per terra. Il treno arrivò e poi ripartì. Del mio amico nessuna traccia. Poi guardai per terra e vidi delle impronte di scarpe a punta sulla neve. Le seguimmo e trovammo l’amico che, dopo essere sceso dal treno, si era diretto in un punto sbagliato della stazione, in direzione opposta all’uscita. Ci mettemmo a ridere per questo e per il fatto che, a differenza di noi, vestiti in modo sportivo e un po’ fricchettone, lui indossava delle scarpe a punta e un costo giaccone di pelle. Poi uscimmo dalla stazione e riprendemmo la strada per salire alla casa: un tragitto di circa otto chilometri a piedi. Mentre ci trovavamo a metà percorso, sentimmo dei cori provenire dall’alto e poi vedemmo delle luci di pile: erano gli altri amici che erano rimasti nella casa e che avevano poi deciso di venirci incontro. Quando ci incontrammo fu un momento molto bello. Poi passammo qualche altro giorno su e facemmo diverse cose. Ci divertimmo moltissimo.

Al rientro a Milano, però, iniziarono a vedersi dei segni di incrinamento in alcuni rapporti. Io e i miei due amici che avevamo costituito il primo nucleo del nostro gruppo iniziammo a non essere più visti molto bene da altri. L’altro nostro amico, con cui ci frequentavamo prima della nascita del Cpv, era invece sempre benvoluto. Uno del gruppo che si era aggiunto durante l’estate 1977, in particolare, disse che io e gli altri due volevamo - o sembravamo - fare un po’ i “guru”. In realtà, cosa che si è ripetuta anche in altre occasioni della mia vita, nel rapporto tu per tu non c’erano mai problemi con nessuno: questi uscivano, attraverso alcune frasi dette e non dette, o atteggiamenti di freddezza o di allontanamento, nel rapporto fra noi tre singoli e il resto del gruppo. Dopo un po’ di tempo due dei miei amici più stretti cominciarono a non venire più. Nei confronti di uno in particolare poi provai dei sensi di colpa perché, forse per non schierarmi contro gli altri, non lo avevo difeso quando vedevo degli atteggiamenti di emarginazione nei suoi confronti. E pensai anzi che sarebbe stato molto meglio se lo avessi seguito invece di rimanere con il resto del gruppo. Forse mi sarei risparmiato diverse esperienze negative future. 

In primavera successe quello che non doveva succedere. Un sabato pomeriggio arrivai alla casa occupata e vidi un assembramento di persone in atteggiamento bellicoso davanti all’ingresso. C’era un folto gruppo di militanti del Mls, in parte della sezione che si era installata alla casa occupata, e in parte provenienti da altre zone di Milano, insieme a qualcuno dei militanti di Dp della zona. Stavano sgomberando i ragazzi che abitavano al terzo piano. Questi uscivano dal portone con le loro cose. Qualcuno che cercava di opporre resistenza veniva strattonato. Una ragazza incinta mi sembrò che venne quasi spinta per terra. Io cercai di protestare e qualcuno piuttosto grosso del Mls che non conoscevo mi si mise davanti e mi disse: “Che vuoi tu mingherlino”. Il leader del gruppetto di Dp, che abitava in zona e con cui finora avevamo pochi ma tranquilli rapporti, invece, mi disse: “Tu sei un mafioso”. Nel tardo pomeriggio io chiamai per telefono qualcuno del gruppo di Autonomia con cui non facevo più nulla, ma con cui ero rimasto in contatto, e loro vennero la sera alla casa occupata e devastarono la sede del Mls. 

Il giorno dopo o due giorni dopo, io chiamai mia zia Paola Errichelli, che sapevo lavorare al Manifesto e le raccontai dell’accaduto. Lei organizzò un incontro alla redazione del Manifesto di Milano con un giornalista di nome Mario Gamba. Presente anche mia zia, lui mi intervistò e poi scrisse un lungo articolo che, mi sembra, occupava una pagina intera o tre quarti del quotidiano, in cui si raccontava il fatto avvenuto (riportando, senza fare il mio nome, alcune mi frasi fra virgolette) e se ne forniva un’interpretazione alla luce di posizioni politiche del Mls legate allo stalinismo che non erano condivise da chi scriveva l’articolo. Non mi ricordo più da chi, ma probabilmente da un ragazzo con cui avevamo stretto amicizia negli ultimi mesi, e che lavorava per una radio privata legata al Mls, che quelli del Movimento Lavoratori per il Socialismo avevano deciso di farmela pagare. Per qualche giorno mi allontanai da Milano andando con un altro amico a fare dei lavori in un vigneto che lui e alcuni altri più grandi di me stavano sistemando nell’Oltrepo Pavese. Al ritorno decisi solo di fare attenzione a chi mi si avvicinava. 

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 35 - Montagne e molotov

Riccardo Cervelli 17 anni 17yo
Io a 17 anni a Ballabio
 

La primavera del 1977 mi è rimasta impressa con un insieme di colori, odori, sensazioni. Bigiavo spesso. Alcuni giorni l’amico con cui stavo vedendomi più spesso in quel periodo mi accompagnava a scuola in motorino. Mi presentavo in classe o in aula studenti e poi uscivo nuovamente con lui. Molti degli episodi più piacevoli da ricordare di quell'anno riguardano le gite alla casa di vacanze in montagna di quel mio amici.

La prima volta che ci andammo, facemmo il viaggio in treno. Giungemmo alla stazione più vicina al paese dove eravamo diretti che era già sera. Quindi percorremmo circa otto chilometri di salita a piedi. L'aria era tiepida ed era molto buio. Intorno a noi volava migliaia di lucciole. Sembrava di avanzare immersi in un acquario pieno di luci che diventavano sempre più piccole e meno luminose più erano distanti. Arrivati in casa accendemmo il fuoco nel caminetto in una piccola stanza accanto al soggiorno. Ci sdraiammo nella stanzetta e rimanemmo lì ad ascoltare della musica e a parlare. In particolare ricordo di aver provato molto piacere, quella sera, ad ascoltare, da una musicassetta registrata, l’album Wish You Were Here dei Pink Floyd. In quel periodo, sia io che i miei amici, ascoltavamo molto, oltre i Pink Floyd, anche i Gong, i Tangerine Dream e Battiato. 

Un'altra gita che io e questo mio amico facemmo fino alla sua casa in montagna fu particolarmente memorabile. Era sempre primavera. Mio nonno paterno Nevio mi aveva regalato un motorino Chiorda a tre marce che era stato di mio zio Alfredo. Mio zio non voleva più usarlo perché un giorno, mentre era ci stava viaggiando sopra, ero stato investito da un'auto, era caduto e aveva battuto la testa. Quindi era stato ricoverato per qualche giorno in ospedale in stato confusionale. Una mattina io con il mio Chiorda e il mio amico con un ciclomotore Garelli a tre marce, uscimmo da Milano lungo il viale Certosa e prendemmo la statale del Sempione. Lungo la strada ci divertivamo a sorpassarci a vicenda. Io sostenevo che il mio Chiorda andasse circa cinque chilometri più veloce del suo Garelli. Un giorno, con le moto, andammo a visitare Lugano, che non era molto distante. Forse fu sempre in occasione di quella breve vacanza che ci raggiunsero la madre e la sorella del mio amico, insieme a un’amica single della madre. Ricordo che una sera dopo cena, mi offrii di lavare i piatti e che mentre lo facevo la mamma del mio amico disse alla sua amica che io sembravo una ragazzo molto “casalingo”. Presi la frase come un complimento che mi è sempre rimasto impresso. 

Un’altra volta, ma utilizzando il treno, andammo in quella casa del mio amico in montagna io quattro: io, lui, un altro nostro amico, e una mia ex compagna del liceo Einstein che aveva la mia età. Dopo il mio trasferimento dall’Einstein al Donatelli io continuavo a frequentare i miei ex compagni impegnati politicamente, la maggior parte dei quali li avevo coinvolti nello sforzo di mantenere in vita il Collettivo Autonomo Einstein (Cae). Fra questi c’era quella ragazza che, per venire con noi, era scappata di casa. La prima notte che siamo stati su stava per accadere qualcosa fra me e lei, ma mentre eravamo vicini a realizzare quello che aspettavo da tempo di fare con qualche ragazza, ci accorgemmo che uno degli altri due nostri amici era seduto a pochi metri da noi. Poco dopo che lo salutammo, lui se ne andò in un’altra stanza, ma la nostra amica non era più convinta di avere un rapporto e quindi siamo solo rimasti sdraiati sul letto a parlare. Il giorno dopo sentimmo bussare alla porta. Allora non c’erano i telefoni cellulari. La mamma di quella ragazza, che sapeva che noi ci frequentavamo (almeno una volta avevamo tenuto una riunione del Cae a casa loro, mentre altre volte i componenti del Collettivo li invitavo io a venire alla casa occupata di Piazza dell’Assunta) era riuscita a trovare il numero di mia madre e l’aveva chiamata. Quindi mia madre aveva telefonato alla madre del mio amico, che aveva chiamato il proprietario di un bar del paese vicino alla casa di montagna. Quando aprimmo la porta, dopo questo aveva bussato, ci chiese. “C’è la signorina…”. Mi fece una certa impressione quel “signorina” per una ragazza di 16 anni (credo non avesse ancora compiuto i 17, mentre io sì). Allora scendemmo tutti al paese e la nostra amica chiamo la madre, che la invitò a tornare a casa. Decidemmo tutti di tornare con lei a Milano. 

In quel periodo, avevo iniziato a fare nuovi tipi di letture, alcune delle quali suggerite da amici conosciuti alla casa occupata e che non facevano politica attiva ma rientravano nel novero di quelli che avevano già da anni intrapreso uno stile di vita più controcorrente. Quanto avvenne quella gita con la nostra amica nella casa in montagna, avevo iniziato a leggere, o avevo da poco finito, A scuola dallo stregone, di Carlos Castaneda. Lo avevo voluto comprare in inglese in una edizione tascabile Penguin Books che ancora conservo gelosamente. Continuavo, forse già dall’anno precedente, a leggere anche libri che parlavano di psicologia infantile. Avevo iniziato a leggere dei classici, come le opere di Jean Piaget, ma mi erano piaciuti anche due libri usciti negli anni precedenti: Dalla parte delle bambine, di Elena Gianini Belotti, Il pesce bambino, di Michele Zappella, e Se tuo figlio ti domanda, di Annie Reich. Non specificamente incentrati sulla psicologia infantile, sempre in quel periodo (anno più o meno) ho apprezzato molto anche: Tre saggi sulla teoria sessuale di Sigmund Freud, La rivoluzione sessuale di Wilhelm Reich, e L’arte di amare di Erich Fromm. 

Intanto, non avevo smesso di frequentare, di tanto in tanto, il Circolo Romana-Vigentina. Non andavo proprio d’accordo con tutti i membri del gruppo. Con il mio amico che me lo aveva fatto conoscere e con quello che era il leader de facto mi trovavo molto bene, con altri non c’era molta sintonia. Questo dipendeva, l’ho capito più tardi, anche da me, poiché a volte tendevo a fare il saputello. Anche lì ogni tanto invitavo a venire degli amici dell’Einstein, fra cui una ragazza che aveva la stessa età della mia ex fidanzatina dell’oratorio e che, come questa, faceva la prima liceo in quella scuola. Uno dei motivi per cui frequentavo il Circolo Romana-Vigentina è che avevo iniziato a rifare l’impianto elettrico che collegava gli impianti impianti dei singoli appartamenti al contatore centrale, con cui ci collegammo. Fra questo e i cavi che portavano la corrente ai diversi piani, mettemmo un interruttore generale che comprai in un negozio di materiale elettrico ed elettrodomestici che si trovava lì vicino e che apparteneva a un vicino di casa del mio condominio, la cui famiglia era molto amica della mia. Ho saputo solo in anni recenti, circa quarant’anni dopo, che questo vicino disse ai miei che mi aveva visto frequentare un posto poco raccomandabile e che i miei, non solo ci dettero importanza a quello che avevano sentito, ma che più o meno gli devono avere detto che erano fatti miei, o nostri. Forse allora quel vicino e la moglie rimasero un po’ offesi. 

Fra le ultime attività che svolsi insieme ai compagni del Circolo ci fu la partecipazione alla manifestazione del 14 maggio a Milano in cui rimase ucciso l’agente Antonio Custra. Ricordo che il corteo principale era giunto, per concludere la manifestazione, in piazza del Duomo. Il nostro gruppo fece in tempo ad arrivare lì quando venimmo a sapere che c’era stato uno scontro fra autonomi e polizia e che un poliziotto era stato ammazzato. Ricordo che mentre eravamo già entrati nella piazza, un grosso gruppo di manifestanti - che potevano essere di Avanguardia Operaia (Ao) o del Movimento Lavoratori per il Socialismo (Mls) - al ricevimento della notizia si compattò e tutti i suoi componenti alzarono le braccia brandendo delle grosse chiavi inglesi che luccicarono alla luce del sole. Noi - o meglio i nostri più esperti - capimmo che era iniziata una “caccia all’autonomo” e ci allontanammo dalla piazza. Ricordo che il nostro gruppetto passò, a un certo momento, per via Festa del Perdono e che vidi, da un locale, uscire scortato un ragazzo molto più grande di me con la faccia insanguinata. Pensai subito che dovesse essere un autonomo. 

Ma oltre alla casa occupata di piazza dell’Assunta, che ormai era diventata la mia (nostra) base, e alla casa occupata di Corso Lodi 6 (dove c’era il Circolo Giovanile Romana-Vigentina), in quel periodo capitava anche che, soprattutto insieme ad un altro dei miei amici dalla fine del 1976, andassi anche alla casa occupata di Corso Lodi 95. Qui io e quel mio amico andavamo a trovare delle altre persone, almeno una delle quali era impegnata in una radio privata di sinistra, Canale 96. Il mio amico, in quel periodo, andava spesso in quella radio a condurre le trasmissioni per qualche ora. Anch’io andai due o tre volte con lui. Ricordo che una sera proposi di fare una trasmissione del tipo “microfono aperto” con gli ascoltatori sul tema “Misticismo e psichedelia”. Io svolsi la maggior parte del ruolo di conduttore, mentre il mio amico presentava e faceva ascolta brani musicali. Non rammento esattamente cosa ci fosse nella selezione, ma in quel periodo ascoltavamo, come ho già scritto, soprattutto rock progressivo, musica elettronica, musica cosmica e free jazz. Per la verità, quella sera, mi sembra che chiamò solo un professore di filosofia, con cui ci tenemmo compagnia telefonicamente a lungo.

A luglio raggiunsi i miei nel campeggio di Ballabio, in Valsassina, dove, dall’anno precedente,  tenevamo la roulotte. Un po’ di giorni più tardi, insieme a mio fratello, ci recammo a Onno, un paese sul lago di Como, non lontano da Lecco, dove io volevo trovare uno dei miei amici con cui mi frequentavo da un po’ di mesi, e mio fratello un nostro amico di infanzia, suo coetaneo. Entrambi questi nostri amici si conoscevano, come tutti noi, da quando eravamo piccoli e quindi facemmo qualche giro tutti e quattro insieme, compresa una bella gita in mezzo al lago su una barchetta a remi. Da dopo quell’esperienza, al ritorno a Milano, formammo un’unica comitiva con i miei amici e quelli di mio fratello. Ma, ripeto, prima non ci frequentavamo, ma ci conoscevamo tutti almeno dai tempi delle elementari e dei giri da bambini in quartiere.

Fu forse quell'estate a Ballabio che conobbi la maggior parte delle ragazze e dei ragazzi che poi ritrovai anche negli anni successivi e con cui stringemmo forti rapporti di amicizia. Con due sorelle continuiamo a frequentarci e una, una quindicina di anni più tardi, diventerà la moglie del mio migliore amico. Il gruppo che costruimmo nel campeggio nell’estate 1977 era molto eterogeneo per età. Io e la mia coetanea che frequentava l’istituto per il Turismo a Cimiano (vicino al Molinari) eravamo i più grandi. Poi c’erano molti ragazzi e ragazze di uno, due, tre, quattro anni più giovani di me. Quasi sempre stavano con noi anche bambini e bambine che erano fratelli o sorelle dei miei amici e delle mie amiche più vicine a me come età. Quando ci trovavamo nello spazio destinato ai giovani del campeggio io suonavo spesso la chitarra. Diverso tempo lo trascorrevamo anche giocando a ping pong o chiacchierando. A un certo punto, con la scusa che ogni tanto andava mossa, iniziai ad accendere la nostra macchina e a portarla fuori dal campeggio su per una stradina. Ogni volta, dato che era sempre la stessa Opel Kadett famigliare, la macchina si riempiva di amici di ogni età. Credo che sia successo sempre quell’anno che, un pomeriggio, andammo qualche ora a casa di una ragazza che non soggiornava nel campeggio. L’appartamento in affitto si trovava comunque vicino. Mentre eravamo a casa sua, io e lei iniziammo a parlare sempre di più da soli e forse ci mettemmo anche vicini su un letto. Sinceramente non ero molto attratto da lei, sebbene fosse una bella ragazza. Il giorno dopo mi disse che, quando eravamo a casa sua, lei avrebbe voluto fare sesso con me. Io le dissi che non me n’ero reso conto e le chiesi se fosse ancora interessata. La risposta fu negativa. Quando lo dissi a un altro ragazzo, che veniva nel campeggio ma soggiornava  anche lui in una casa esterna, credo che mi rispose che o ci avrebbe provato lui o che lei gli aveva proposto la stessa cosa. Non so se era avvenuto o se sarà avvenuto qualcosa fra loro successivamente. Personalmente era attratto da altre tre ragazzine che però erano troppo più giovani perché io ci potessi seriamente provare, ma della cui sola compagnia mi sentivo appagato. 

Al rientro dalle vacanze ripresi il mio tran tran precedente, fra casa occupata di piazza dell’Assunta al Vigentino, i miei amici con cui mi ero unito verso la fine del 1976 e il Circolo Giovanile Romana-Vigentina, con cui i rapporti stavano diventando sempre più radi. Alcuni di loro, peraltro, stavano proprio in quell’epoca pensando di provare a fumare delle canne e ci rimasero quando videro me e qualcun altro dei miei amici, in visita lì, che andavamo nello scantinato a farcene una. Credo che allora noi li invitammo. Ma con quei ragazzi in particolare non avevo ma legato, o almeno non mi sentivo benvoluto. Uno, soprattutto, mi sembrava che ce l’avesse sempre avuta un po’ con me. Non so quando me lo disse, e se me lo disse lui, ma in passato frequentava l’oratorio di Sant’Andrea e conosceva qualcuno - e una ragazza a cui continuavo a tenere particolarmente, anche se non la vedevo più - che conoscevo anch’io. 

Comunque, fu con questi amici del Circolo che la sera del 13 settembre mi recai al velodromo Vigorelli dove era in programma un concerto di Carlos Santana. Non ricordo se avevo solo saputo che loro volevano andarci o se dovevamo andarci perché era stato organizzato qualcosa a cui noi (mi consideravo ancora parte del Circolo) dovevamo partecipare. Fatto sta che entrammo nel velodromo con i gruppi di Autonomia e dei circoli che sfondarono i cancelli e quindi non pagammo. Dopo poco tempo che era iniziato il concerto, mentre le luci sul palco erano soffuse, notai una piccola luce arancione volare da un punto a sinistra del pubblico (guardando il palco) e finire sul palco vicino ad alcuni amplificatori. Quindi ci fu una fiammata e tutte le luci del velodromo si accesero. Quella che avevo visto volare era la miccia di una bottiglia molotov. Intanto da alcune parti del pubblico si sentiva gridare lo slogan “Via, via i servi della Cia!”, con chiaro riferimento a Santana. Io, per la verità non avevo mai pensato a un collegamento fra i grande musicista e i servizi segreti americani, e inoltre ero già soddisfatto per essere entrato gratis al concerto. Dal 1976 in avanti, avevo già partecipato ad altri “sfondamenti” in occasione di concerti all’insegna della cosiddetta “autoriduzione”, promossa soprattutto dai circoli giovanili e da Autonomia, e quindi probabilmente pensavo che il nostro obiettivo era già stato raggiunto entrando senza pagare al concerto. Tuttavia, mentre stavamo uscendo dalla struttura, perché ormai il concerto era stato annullato e stava anche per arrivare la polizia, mi ritrovai con gli altri a svuotare velocemente delle bottiglie molotov in alcuni bagni che avevamo trovato lungo la strada per l’uscita. Non so se avevo saputo che anche noi ci eravamo portati dietro delle molotov.

Sempre in quel periodo iniziai la quarta liceo scientifico, dopo essere stato promosso a un esame di riparazione in educazione fisica a cui mi ero condannato non andando praticamente mai alle lezioni. Sulla pagella, nella colonna del secondo quadrimestre, accanto al nome di questa materia campeggiava una sigla: N.C. Non classificato. Per la quarta cambiammo aula, ma la realtà fu che la frequentavo pochissimo, mentre preferivo passare la maggior parte delle ore in aula studenti. 


Collettivo Politico Vigentino
La scritta Collettivo Politico Vigentino sopra l'ingresso dei nostri locali

Alla casa occupata di piazza Assunta, invece, dato che, come ho già accennato, il piccolo nucleo di amici con cui mi ero unito al alla fine del 1976 si era ampliato con l’aggiunta della compagnia che frequentava mio fratello, proposi di chiamare il nostro nuovo gruppo più allargato Collettivo Politico Vigentino (Cpv). Credo che l’idea venne accettata non tanto per convinzione politica di tutti quanto perché il fatto di darci un nome soddisfaceva forse il bisogno psicologico di identificarci in maniera originale e perché io, essendo il più grande del gruppo, avevo un certo potere di persuasione. 

Tra gli episodi di quel primo periodo del Cpv mi ricordo questo. Durante una delle nostre passeggiate per il quartiere, avevamo scritto in diversi punti della via Val di Sole con un gessetto "vieni al Cpv", con vicino una freccia indicante la direzione della casa occupata. Un pomeriggio, mentre ci trovavamo nei nostri locali, vedemmo entrare una ragazza, sorella di uno dei miei primi storici amici d’infanzia. Ovviamente la conoscevo e avevamo giocato insieme perché aveva solo due anni meno di me. Non credetti alle mie orecchie quando ci disse: "Ho seguito le frecce e sono arrivata qui". Noi eravamo tutti maschietti e una femmina era una rarità. Per un certo periodo questa ragazza venne al Cpv accompagnata dalla sorella più piccola di un anno. Parlando con noi, la maggiore chiamava la sorella “il testimone”. Non ricordo più per quale motivo. Forse voleva dire che la sorella minore avrebbe potuto testimoniare davanti ai suoi che alla casa occupata non succedeva nulla di male. In effetti questa non disse quasi mai una parola per tutto il tempo che accompagnò la sorella. Poi continuò a venire solo questa e lei non vedemmo più. 

Alla ripresa della scuola, infransi la promessa fatta ai miei di non farmi più vedere nelle vicinanze del liceo Einstein. In occasione di qualche mobilitazione portai i membri del Cpv - che come me andavano tutti in scuole che aderivano in massa agli scioperi - a fare picchetto alle entrate della mia vecchia scuola. 

Anche in quel periodo iniziale del Cpv, il mio vecchio nucleo di amici continuò a vivere qualche esperienza separatamente dagli altri. Uno dei temi che ci univa in modo esclusivo era l’interesse per il free jazz. Ad essere sinceri erano soprattutto due dei quattro componenti del nostro gruppo che lo amavano e lo conoscevano. A me stava bene un po’ perché certi artisti e opere mi piacevano, un po’ per curiosità intellettuale. Ad esempio, ricordo che un giorno io e altri due andammo a casa di altri studenti dell’Einstein a provare una specie di performance. Uno iniziava a leggere delle pagine di un libro. Qualche secondo dopo iniziava un altro, e così via. Dopo qualche minuto nella camera dove ci trovavamo si sentivano più voci leggere cose diverse. Ogni tanto ognuno doveva iniziare a cambiare il tono di voce, l’espressione, la velocità di lettura. Intanto il tutto veniva registrato. Non so che fine ha fatto quella registrazione e se sia mai stata ascoltata e valutata da qualcuno oltre noi. 

Sempre noi del gruppo iniziale meno uno decidemmo di andare ad assistere, la sera del 2 dicembre 1977, a un concerto di John Cage al teatro Lirico di Milano. L’evento è tutt’oggi molto ben ricordato da chi c’era, fra cui anche molti nostri amici più grandi noi di qualche anno, che erano andati al teatro per conto loro. Prima che John Cage salisse sul palco, sopra di questo non notammo alcuno strumento musicale. Sulla destra, dal punto di vista di chi guardava, c’erano solo un tavolino, una sedia, una lampada e un microfono. Quando Cage entrò in sala, andò a sedersi a quel tavolo e iniziò a leggere da un libro. Tutti aspettammo per alcuni minuti che finisse di leggere e che iniziasse qualche altra esibizione. Invece continuò imperterrito. A un certo punto una buona parte del pubblico iniziò a rumoreggiare e a gridare fra di protesta. Qualcuno decise di salire sul palco. Ci fu chi spegneva la luce sul tavolino, che poi Cage riaccendeva, e poi chi (uno, l’ho saputo di recente, era uno dei nostri amici più grandi, che non era seduto vicino a noi tre), gettò dell’acqua contro l’artista. Ricordo che a un certo punto qualcuno, salito anche lui sul palco e preso un microfono, disse che dovevamo smettere di tormentare John Cage perché così facevamo solo “il suo gioco”. Poi non ricordo più come finì lo spettacolo. Credo che certamente lo fece prima del previsto con Cage che uscì di scena e non tornò più.

Qualche giorno più tardi, il 7 dicembre, era in programma come tutti gli anni nel giorno di Sant’Ambrogio (patrono di Milano) la prima della Scala. Io sapevo che tutti i gruppi politici di estrema sinistra, compresa l’Autonomia, sarebbero scesi in piazza a protestare contro questo evento simbolo della borghesia, poiché ci potevano partecipare solo i ricchi. Non ricordo più se perché non ero interessato ad andare alla manifestazione anch’io, se non avevo il coraggio di chiedere (in casi particolari mi sentivo ancora in dovere chiedere il permesso di uscire, visto che ero ancora minorenne) ai miei di andare, oppure perché ormai avevo smesso praticamente di frequentare gruppi organizzati. Fatto sta che non andai al corteo. Quella sera ci furono scontri durissimi con la polizia e diverse persone - forse anche qualcuno che avevo conosciuto - si ustionarono lanciando bottiglie molotov. 

Personalmente non mi dispiacque di non essere stato presente. Inoltre avevo iniziato a programmare un viaggio a Londra, a cavallo di Capodanno, con mio fratello e uno dei miei amici carissimi di quel momento. Il viaggio doveva avvenire in treno fino a Calais, poi in traghetto, e poi ancora in treno fino a Londra Victoria Station. Per la prima volta comprai dei biglietti internazionali all’agenzia Transalpino, nostro padre acquistò dei travel cheque da darci per poi farli cambiare a Londra, e mi informai un po’ su dove potevamo trovare un ostello e che tipo di abbonamento ai mezzi pubblici ci conveniva di più comprare una volta giunti sul luogo.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 34 - Politico e fricchettone

 


Ritornato a Milano dal viaggio in Sicilia per la tumulazione di mio nonno materno Matteo a Cinisi, ha ripreso la vita di studente di terza liceo scientifico, neo 17enne, con nuove amicizie e con uno stile di vita sempre meno militante politico e sempre più fricchettone.

Da febbraio 1977 ho iniziato a vivere esperienze che in futuro penserò che sarebbe stato meglio non fare. Da buddhista, quale sono diventato due anni dopo quel periodo (e cioè nel 1979), devo però dire che quello che è avvenuto faceva parte del mio karma con cui sono nato in questa vita, e che il karma può “essere trasformato in missione”. Questi principio significa che, attraverso la pratica buddista, le esperienze negative si possono superare e trasformare in una saggezza e una capacità specifica di empatia che ci consente di capire di più e aiutare chi inizierà a vivere quelle esperienze dopo di noi. È ovvio che anche chi non è passato attraverso determinate storie, e non è buddista può offrire valido aiuto a chi invece le stato vivendo. Ma chi le ha vissute, ne è uscito vincitore, e sta praticando il buddhismo che ho abbracciato io (quello di Nichiren Daishonin e propagato dalla Soka Gakkai) può “trasformare il (suo) karma (passato) in missione”, e donare sia un aiuto morale e concreto, sia la conoscenza di una filosofia e una pratica che poi si è liberi di accettare o meno.

Alcune esperienze che ho iniziato a vivere dal febbraio 1977 fino al settembre 1979, pur se non esclusivamente, mi hanno qualificato in quel periodo anche in quel genere di persone che oggi sono considerate soggetti devianti. Se oggi non rimpiango di aver iniziato, alla fine del 1976, a fumare canne - anche perché almeno al momento in cui scrivo sono favorevole alla liberalizzazione della cannabis anche per utilizzo ricreativo - se non vedo la cosa come un fatto che avrei dovuto vivere e che poi mi ha stimolato a praticare il buddhismo con la Soka Gakkai in modo serio - mi sarei volentieri evitato di andare oltre con altri tipi di sostanze che invece oggi considero dannose per la salute e pericolose per la vita. Sicuramente qualcuno dirà che le canne sono una droga e che si parte da lì e poi non si sa dove si va a finire. Ebbene, non posso negare che la mia esperienza dimostri che ciò possa effettivamente avvenire, ma conosco moltissime persone che, per molti decenni hanno utilizzato la cannabis per divertimento o per rilassarsi e non hanno mai provato - o se lo hanno fatto non hanno continuato a assumerle - altri tipi di sostanze. E il loro utilizzo della cannabis non è diverso da quello di bersi, qualche volta, tre bicchieri bicchieri di alcolici vino o birra, sentire necessariamente un cambiamento dello stato mentale, ma non andare incontro a grossi problemi a meno che non si diventi alcolizzati o non ci si metta a guidare con un tasso alcolemico fuori dalla norma.

Un problema della cannabis e che non ha l’alcool è che la prima è considerata una “droga” e il secondo no, anche se anche quest’ultimo porta a una modificazione dello stato di coscienza. Questo fatto, che si può spiegare con il costume millenario della nostra società occidentale di bere alcolici, ma non di fumare la cannabis, ha fatto sì che quando io ero giovane - ma ritengo che per molte persone anche oggi sia così - dal momento in cui una persona iniziava a fumare hashish o marijuana e continuava a farlo anche in seguito, veniva considerato un “drogato”. È come se in un certo senso chi inizia a bere alcolici, e lo fa in un modo che lo rende “allegro” quando si trova in compagnia con amici a casa loro o in discoteca, viene etichettato come alcolista. Comunque lungi da me ora mettermi a discutere se le canne siano da considerare “droga” e se siano da legalizzare o meno. Non credo di avere nessuna verità in tasca su queste due questioni. Torno invece ai fatti.

Una sera del febbraio 1977 si è tenuta al Palalido di Milano una festa organizzata dal Partito Radicale per sostenere una proposta di referendum per abolire il Concordato fra Stato e Chiesa. In quell’occasione mi sono recato anch’io, con amici con cui avevo iniziato a uscire frequentemente da quale mese, alla festa. Lì abbiamo trovato altri nostri amici della casa occupata del Vigentino e, personalmente, molti miei nuovi amici conosciuti al liceo scientifico Donatelli (o Sesto liceo scientifico) da quando i miei genitori mi avevano trasferito lì dal liceo scientifico Einstein, come ho già raccontato in una puntata precedente. In quella occasione, mi sono, per metterla sullo scherzo, messo in pari con il famoso ragazzo olandese conosciuto in campeggio a Brunico nell’estate 1975, che mi aveva raccontato di aver provato l’Lsd. (continua)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 33 - 1977 e funerale del nonno

 Il 1977 è un anno ricordato nelle storie dei movimenti giovanili di protesta, anche se meno del 1968. Per me e per molti miei coetanei che facevano attività politica a scuola è stato un anno particolare della nostra storia adolescenziale. Quell’anno rappresenta forse l’inizio degli anni di piombo, nel senso che, mentre si ferma la crescita di singoli gruppi extraparlamentari di sinistra (nel 1978 Pdup, AO, MLS e Lotta Continua formalizzeranno la nascita di un partito unitario, DP, che si presenterà alle elezioni), iniziano a rafforzarsi le BR (Brigate Rosse), la cui ideologia viene in grande parte applaudita dai gruppi che appartengono alla galassia si Aut.Op. (Autonomia Operaia). 

La decrescita della presa dei gruppi che ho citato prima è un segno di quello che viene anche chiamato “riflusso”, il tramonto del movimento politico militante iniziato nel 1968 a favore dell’alba di un movimento - quello appunto del 1977 - caratterizzato da situazioni in cui si dà meno importanza alle ideologie politiche e se ne dà di più ai diritti civili. Si parla meno di marxismo-leninismo e più di femminismo, omosessualità, liberalizzazione del consumo delle droghe leggere. Nelle scuole e nei circoli giovanili, già dall’anno precedente si sentiva ripetere che “il personale è politico” e che bisognava organizzare “riunioni di autocoscienza” in cui tirare fuori pubblicamente i nostri problemi personali, mettersi in discussione e sciogliere insieme alcuni nodi ereditati dalle generazioni precedenti e dalla cultura tradizionale. E così, nel 1977, mentre da un lato i gruppi che fanno riferimento a DP (Democrazia Proletaria) e Autonomia, continuano a scendere in piazza a gridare slogan politici (ma si scontrano sul tema della lotta armata, ripudiata da DP e guardata con simpatia da Aut.Op.), i circoli giovanili e alcune sigle - come gli Indiani Metropolitani - manifestano per il diritto alla creatività e in nome di una nuova cultura e società più libere. Personalmente, continuo a frequentare gli amici di Autonomia, e ogni tanto partecipo a qualche manifestazione con loro, sistemandoci nei cortei vicino a formazioni come la Banda Bellini e Rosso. Ma ormai sono più le volte in cui trascorro i pomeriggi alla casa occupata di Vigentino, o nelle case di qualche mio amico in cui suoniamo, che al circolo giovanile di Corso Lodi 6. Sento crescere in me un interesse crescente per la liberazione della creatività artistica e l’apertura della mente.

Ricardo Cervelli baby
Io a pochi mesi in braccio al nonno Matteo

Il 1977 è segnato, per me, anche dalla morte, a gennaio, di mio nonno materno Matteo. Aveva 87 anni. Nel giro di qualche mese è rimasto a letto, è dimagrito, ha avuto bisogno di un supporto infermieristico giorno e notte, e poi si è spento. Io, mio zio Miro e l’amico storico di mio zio e mia zia, Massimo, che conoscevo ormai da quando ero bambino, abbiamo accompagnato la bara di mio nonno in treno fino a Palermo. Un viaggio molto lungo, passato in uno scompartimento con tre letti su cui abbiamo dormito di notte, e che ha previsto anche il passaggio in traghetto (sempre sullo stesso treno) dello stretto di Messina. Poi siamo stati portati a Cinisi, la città natale di mio nonno. Lì io sono stato ospite nella casa di un cugino di mia madre, e ho familiarizzato con i loro figli, miei cugini di terzo grado, mentre mio zio e Massimo credo che abbiano dormito in un hotel. 

Fra le cose che più mi sono rimaste impresse c’è stata una visita, con mio cugino di un anno o due più grande di me, al terreno dove coltivavano limoni. Lì gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto venire a vivere a Milano. La risposta è stata un deciso no. In quel momento ho capito chiaramente che non tutti hanno la mira di venire a vivere in una metropoli. In un momento della permanenza a Cinisi siamo anche andati per qualche minuto al mare e mi sono sorpreso di poter stare sulla spiaggia con su solo la maglietta, mentre a Milano sicuramente faceva freddo. Poi mi è restato impresso anche il momento successivo alla chiusura della bara di mio nonno nella tomba di famiglia. Ho visto qualche decina di compaesani mettersi in fila per venirmi a baciare. Non avevo mai immaginato una scena del genere ma devo dire che mi ha fatto molto piacere questa dimostrazione di affetto collettivo. Per il ritorno a Milano abbiamo preso un aereo che è decollato a Punta Raisi ed è atterrato a Linate. Quello è stato il mio primo viaggio in aereo e l’esperienza mi è piaciuta molto.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 32 - Classe mista

 Verso la fine del 1976, come ho già scritto, cambiai scuola perché così era stato anche consigliato ai miei genitori. Fu una scelta azzeccata, perché il mio futuro all’Einstein ormai era compromesso e io stesso non so come avrei potuto resistere in quell’ambiente sotto il profilo disciplinare. Certamente mi dispiacque lasciare alcuni compagni con i quali si era stretta amicizia nei due anni scolastici precedenti, ma con alcuni restai amico anche negli anni successivi. 

Sempre negli ultimi mesi del 1976 avevo, come ho già accennato, girato diversi luoghi di ritrovo dei giovani della sinistra extraparlamentare, spesso anche con visioni con diversi punti di contrasto fra loro. Ero proprio un cane sciolto. A un certo punto iniziai anche a frequentare la “casa occupata” di piazza dell’Assunta, di fronte all’oratorio che era stata la mia seconda casa fino ai primi mesi dell’anno. Qui cominciai a conoscere persone, la maggior parte delle quali le conoscevo di vista fin da quando ero piccolo. Quelle che conobbi inizialmente avevano visioni di sinistra a livello politico, ma non erano militanti. In quella palazzina disabitata (vi abitava solo una signora in un appartamento al piano terreno) e in stato di degrado, nel 1975 avevano fondato un Circolo giovanile. Ricordo che ci avevo fatto una visita veloce poche settimane dopo che era nato e in occasione di una festa che avevano organizzato in giardino. Alcuni di loro mi erano piaciuti per il modo di fare aperto, gentile e per l’abbigliamento vagamente hippie. Quando, agli inizi dell’inverno 1976-1977 entrai di nuovo in quella casa occupata, il Circolo giovanile non c’era già più come entità organizzata, ma i ragazzi che lo avevano fatto nascere continuavano a ritrovarsi lì. 

Andai in quella casa occupata con dei miei nuovi amici, e in quel momento la mia intenzione era ancora quella di coinvolgere più persone possibili in attività di tipo politico. Invece, fui io ad essere attratto verso una nuova dimensione più culturale che politica. Dopo che nei primi giorni avevo detto ai miei amici che la ritenevo una cosa sbagliata, un pomeriggio provai a fumare una canna. I miei amici che già lo facevano da un po’, dopotutto, stavano bene, erano intellettualmente impegnati, non mi sembravano delle persone da salvare. Scoprii che il fumo non aveva effetti sconvolgenti, rendeva solo più euforici e disinibiti nel parlare, accentuava alcune percezioni, lasciava intatto l’autocontrollo rispetto a un’ubriacatura. A differenza delle sbornie, poi, non lasciava sensi di malessere fisico e psicologico quando finiva l’effetto. Nei tempi successivi continuai a fare tutto quello che facevo prima, a livello di attività politica e frequentazioni varie, anche se ogni tanto mi capitava di fumare degli spinelli. Rispetto al me stesso di prima, però, sentivo di essere entrato in un nuovo territorio sul quale pesava uno stigma sociale. Io stesso, una volta, parlando con un nuovo amici, usai un termine (“farsi”) con cui involontariamente accomunavo il consumo di sostanze leggere con quello di droghe pesanti. Giustamente il mio amico me lo fece notare e non usai più quella parola. 

Riccardo Cervelli 17 anni 17yo
Io a 17 anni circa

Queste nuove amicizie mi portarono ad aumentare il mio interesse verso la musica e verso tematiche attinenti più ai temi di liberazione personale che a quelli di cambiamento politico. In quel periodo iniziai ad acquistare nuove riviste. Oltre a Ciao 2001, cominciai a comprare il mensile Re Nudo. In quel periodo questa rivista pubblicava molti articoli sulla liberazione sessuale, sulle esperienze dei centri giovanili, sulle lotte del sottoproletariato per l'emancipazione socio-culturale (oltre che economica) e sulla musica popolare. Continuai anche ad acquistare una rivista di musica contenente articoli, interviste e servizi fotografici sui gruppi musicali che mi interessavano in quel periodo, con diverse incursioni anche nel mondo del jazz. Nel 1975 compravo Muzak, che chiuse quell’anno e di cui prestai tutte le mie copie a mia zia Paola, che poi si dimenticò di restituirmele. Dal 1976 iniziai a comperare il mensile Gong, fondato da alcuni giornalisti di Muzak e più o meno improntato allo stesso modo.  

La militanza politica continuò ancora attivamente, soprattutto grazie alla contemporanea frequentazione del Circolo Giovanile Romana-Vigentina, alla partecipazione a manifestazioni con i gruppi di Autonomia Operaia e ad altre insieme ai compagni impegnati politicamente nel liceo Sesto, o Donatelli a seconda delle preferenze in fatto di nome da utilizzare per indicare la stessa scuola. 

Il primo impatto con il nuovo liceo fu, ovviamente, con la mia classe (terza C) e i suoi insegnanti. Trovai meravigliosi sia la prima che i secondi. Per la prima volta dalla prima elementare mi ritrovai in una classe mista. Mi fece un certo effetto essere circondato per diverse ore al giorno, in un’aula scolastica, sia da ragazzi che da ragazze. Le ragazze stavano per lo più in banco fra loro e i ragazzi idem. Mi ricordo ancora la prima aula. Era rettangolare, ma arrotondata, poiché così era la scuola, un ex clinica. Era molto più piccola di quelle dell'Einstein, ma anche gli alunni erano meno.

Non appena arrivai nella nuova classe, i miei nuovi compagni fecero a gara per farmi sentire a mio agio e dimostrarmi la loro amicizia. In quel periodo ero un po' frastornato, sicché mi sentii come un bambino che ritrova il calore dei propri genitori dopo essersi smarrito. Anche i professori mi apparvero meno formali e più disponibili di quelli dell'Einstein. Nel mio liceo precedente o erano troppo severi e arroganti, o si comportavano comunque in modo freddo e nervoso. Il che si rifletteva sugli studenti, che in massima parte finivano per diventare o indifferenti o competitivi o indisciplinati. Nella nuova classe mi fu spiegato che a ognuno veniva attribuito un soprannome. Ma mentre nella vecchia classe (anche se bisogna tenere conto che eravamo più immaturi) si sceglievano soprannomi che rappresentavano prese in giro di una persona (anche se in senso bonario), nella nuova l'attribuzione aveva come obiettivo solo quello di evitare gli scontati nomi e cognomi a favore di qualcosa di più fantasioso. È stato qui che, per la prima volta, mi sentii chiamare “Richard Brains”, cosa che si ripeterà anche nei decenni successivi in varie situazioni. Mi divertì il fatto di avere, come compagni di banco, due ragazzi che avevano come cognomi entrambi nomi di animali alterati con la stessa desinenza.

Sebbene nella scuola vi fosse qualche centinaio di studenti militanti in gruppi extraparlamentari di sinistra, nella mia classe non c'erano ragazzi impegnati nell'attività politica. Anzi, uno dei miei due compagni di banco si definiva di destra, ma non sembrava affatto un militante. Poi c'erano tre o quattro altri ragazzi e ragazze che si potevano definire simpatizzanti di sinistra. La maggior parte dei miei compagni di classe, comunque, non dava mostra di identificarsi con una parte politica. Quello che mi importava di più, comunque, è che erano tutti simpatici, aperti o comunque tranquilli. Le ragazze erano le più calme e composte nei banchi. Una aveva i capelli castano chiari ondulati e pettinati in un modo tale che sembrava che non si muovessero mai. La sua testa sembrava quella di una statua greca. Ai miei occhi aveva un'aria misteriosa e, nonostante non sentissi di avere molte cose in comune con lei, in un certo senso mi attraeva. 

Durante il primo anno svolsi la mia attività politica in modo abbastanza discreto. Non mi assentavo troppo dalla classe per stare in "aula-studenti", non litigavo con i professori. I miei rapporti con gli altri militanti di sinistra divennero però subito abbastanza stretti anche se, essendo l'ultimo arrivato, non godevo di particolare notorietà. Un problema che non tardai a risolvere. Durante una manifestazione nelle strade del quartiere (gli studenti del Sesto erano addirittura in grado di formare piccoli cortei da soli) inventai uno slogan che ebbe abbastanza successo. Dato la nostra preside si chiamava Teresa Pomodoro, e il ministro della pubblica istruzione in carica si chiamava Malfatti, coniai la frase: "Pomodoro al forno, Malfatti di contorno". Fu forse la mia prima prova di copywriting. 

Tra ragazzi e ragazze di questo gruppo ci si baciava sempre quando ci si incontrava: anche sulla bocca. E io ci presi gusto a baciare soprattutto due o tre compagne che mi piacevano. Ma continuavo ad essere il Riccardo che non osava e che si limitava a fare quello che per prime facevano le ragazze con me. In quel periodo non avevo neanche più una ragazza, neanche con una relazione platonica.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)



Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

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