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| Io a 15 anni e mezzo a Brunico con il ragazzo olandese conosciuto nel campeggio |
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| Foto da me scattata alla principessa Beatrice nel porto militare di Amsterdam nell'estate 1975 |
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| Io a 15 anni e mezzo a Brunico con il ragazzo olandese conosciuto nel campeggio |
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| Foto da me scattata alla principessa Beatrice nel porto militare di Amsterdam nell'estate 1975 |
Nel 1974-1975 proseguiva l'attività dei gruppi extraparlamentari di sinistra nati tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta. Come il Partito di unità proletaria (Pdup), Avanguardia Operaia (Ao), il Movimento studentesco (Ms), Lotta continua (Lc), per citare solo i principali. La loro presenza era sentita sia nella scuola sia nel mondo del lavoro.
Pur continuando a partecipare alle attività di Cl (frequentare l'oratorio, recitare lodi, vespri e compiete, andare a messa, partecipare a riunioni tra studenti denominate "raggi"), fin dalle prime settimane di liceo iniziai a presenziare alle iniziative studentesche promosse dai compagni di sinistra. Durante un intervallo a scuola, io e altri membri di Cl mettemmo a cantare e a fare un girotondo. Nell'arco di pochi minuti venimmo accerchiati da altri studenti curiosi, e dai militanti di sinistra, che cominciarono a prenderci in giro gridando "Nerone, Nerone, Nerone"
Qualche giorno dopo, un ragazzo di quarta che aveva notato il mio interesse verso le attività del Comitato Autonomo Einstein (l'organismo unitario che si era riuscito a mantenere all'Einstein dopo la sterzata impressa dal preside Enrico Giorgiacodis), mi prese in disparte. Cominciammo a passeggiare per il corridoio antistante la mia classe, situata al piano rialzato dell'istituto. Questo compagno, che era iscritto alla Federazione Giovanile Socialista (Fgsi) mi parlò male di Cl e mi fece contare quanto le mie idee avevano molto in comune con le loro. I suoi discorsi, inoltre, trovarono un terreno favorevole nel disappunto che avevo cominciato nutrire verso Cl per il fatto che non aderisse alle manifestazioni organizzate dagli altri movimenti, perfino quando le motivazioni potevano essere condivise. Mi chiedevo se questa scelta fosse una causa o un effetto degli atti di intolleranza compiuti da alcuni gruppi di sinistra contro gli aderenti a Cl. Al vicino liceo classico Berchet i ciellini erano stati fatti bersaglio di biglie e bulloni. Mi era stato raccontato che all'istituto tecnico Feltrinelli, un mio amico ciellino, robusto e alto come un armadio, era stato addirittura sollevato di peso e spintonato davanti a un picchetto. Nonostante condannassi questi episodi, non me la sentivo di difendere fino in fondo il movimento religioso in cui avevo praticamente vissuto per i due anni precedenti.
Nello stesso periodo, come conseguenza dell'esternazione di questo disappunto e della mia simpatia verso gli ambienti di sinistra, i miei rapporti con gli amici dell'oratorio erano cominciati a cambiare. Una volta venni a sapere che i genitori di alcuni ciellini che frequentavano la mia scuola si erano lamentati perché, durante un'assemblea di genitori, mi avevano sentito protestare con gli studenti di sinistra e definirmi un "cristiano per il socialismo". Con il passare delle settimane, mi trovai sempre più d'accordo con il ragazzo di quarta della Fgsi e gli altri compagni aderenti agli altri gruppi extraparlamentari di sinistra, ma anche al Federazione Giovanile Comunista (Fgci) su questioni come l'agibilità politica a scuola e la solidarietà con i lavoratori.
Ciononostante, dopo Natale partii con la comunità per passare il capodanno a Cavi di Lavagna. La breve vacanza era rivolta principalmente ai ragazzi e alle ragazze delle medie ed era organizzata insieme alla comunità della parrocchia Sant’Andrea, non distante dalla nostra. Anche se frequentavo già liceo potei partecipare lo stesso come uno dei ragazzi più grandi che seguivano i più piccoli, anche se non avevo nessuna responsabilità particolare se non quella di dormire nella stessa stanza con due fratelli che andavano ancora alle medie. A quella vacanza partecipava anche una ragazza della mia età che frequentava l’oratorio Sant’Andrea e con la quale ero diventato amico in occasione di “scambi di visite” fra le nostre due comunità. Di queste ne ricordo in particolare una, avvenuta ancora mentre frequentavamo le terza media, in cui, un sabato pomeriggio, noi dell’oratorio Vigentino andammo in quello di Sant’Andrea. Non so perché ma io li raggiunsi da un’altra parte di Milano dove ero dovuto andare. Ricordo che ero partito da Piazza Piola con la 90 ed arrivai all’oratorio Sant’Andrea che gli altri miei amici erano già lì. Nel vedermi, una ragazza più grande, sorella di quel ragazzo con cui io e il mio migliore amico eravamo finiti mesi prima nel giardino della scuola media Toscanini, mi accolse abbracciandomi. Fu forse in quella visita a Sant’Andrea che conobbi quella mia coetanea e che diventammo amici anche grazie alla comune passione per la chitarra. Poi credo che abbia anche lei partecipato alla vacanza per i ragazzi delle medie a Penia.
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| Io a Cavi di Lavagna fra la fine del 1974 e l'inizio del 1975 |
Ebbene, durante la vacanza a Cavi di Lavagna ci ritrovammo e passammo diversi momenti insieme, anche per suonare la chitarra. La notte di capodanno, quando arrivò l’ora di rientrare nelle stanze, ricordo che l’accompagnai alla sua e che ci scambiammo un bacio innocentissimo e veloce sulle labbra ma che mi fece venire le farfalle nello stomaco. Non era la prima volta che baciavo una ragazza sulle labbra. Era già successo una volta l'anno prima a casa dell'amica che teneva il diario durante una sua festa di compleanno. Nel corso del gioco della bottiglia era successo che io e una ragazza di un paio d'anni più piccola, che conoscevo di vista da sempre, perché abitava nel mio condominio, ma non ci eravamo mai frequentati, dovemmo "pagare una penitenza": il gruppo decise per un bacio sulla bocca. Ricordo che l'idea, almeno a me, non dispiacque Ci demmo un bacio sulle labbra rapidissimo. Ma per me fu come avere compiuto un rito di passaggio. Per tornare alla mia amica di Sant'Andrea, il bacio che ci scambiammo sulla soglia della sua stanza a Cavi di Lavagna fu un'altra cosa, perché eravamo molto amici e credo che ci fosse un po' di "chimica" fra noi. Sempre in quei giorni le ho scattato una foto in un angolo all'esterno della struttura che ci accoglieva. Sicuramente è stata la prima volta che ho scattato una foto a una ragazza sola, per poterla tenere come ricordo. Nella foto lei posa con un atteggiamento tranquillo e con sguardo dolce da amica o quasi sorella.
Il 10 gennaio 1975 compii 15 anni. In quel momento mi sentii essere diventato particolarmente grande, più ancora che all'inizio delle superiori. So che andavo anche un po' vantandomi presso i miei amici per avere compiuto 15 anni.
Il 23 marzo, domenica delle Palme, partecipai al Giubileo con la Comunità del Vigentino e gli studenti milanesi di Cl. Ci recammo a Roma con un treno speciale, visitammo la basilica di San Pietro, e in piazza San Pietro vidi passare, a pochi metri da noi, Paolo VI. Mi sembra che il Papa, arrivando seduto su una portantina, ci benedisse con un ramoscello d'olivo. La cerimonia religiosa durò alcune ore, e per me fu un tormento. In serata partecipammo a una manifestazione all'interno del salone della Conferenza episcopale italiana e poi riprendemmo il treno. Durante il viaggio stetti per qualche ora seduto vicino all’amica che teneva il diario, e amica della mia fidanzatina. Per un po' riposai anche con la testa sulle sue ginocchia, provando un vago senso di eccitazione fisica, anche se per me era e doveva restare solo un’amica. Non so se quel turbamento, o qualche altro sentimento, venisse provato anche da lei in quel momento.
Ad una certa ora entrò nello scompartimento un sacerdote, una figura importante nel movimento (si chiamava Don Negri, ma non sono sicuro se sia lo stesso che anni più tardi divenne vescovo). Disse che io dovevo cercarmi un scompartimento occupato da maschi. Siccome non ne trovai uno in cui ci fosse un posto libero per me, arrabbiato decisi di trascorrere il resto del viaggio notturno sdraiato sul pavimento di un corridoio. La rabbia per dover adattarmi a quella sistemazione, a causa della decisione di dividere rigidamente gli scompartimenti per sesso, con il passare delle ore si trasformò in un senso di ostilità per quei ragazzi con cui cominciato a ritenere di aver più molto da spartire.
Il 16 aprile 1975 uno studente neofascista, Antonio Braggion, uccise Claudio Varalli, un ragazzo che frequentava un istituto tecnico per il turismo milanese. Braggion sparò a Claudio in seguito a una discussione scoppiata mentre i compagni stavano distribuendo dei volantini. Questa, almeno, fu la versione che circolò presso di noi in quel periodo. La mattina del 17 aprile, furono organizzati picchetti davanti a tutte le scuole superiori di Milano e migliaia di studenti si riversarono per le vie della città. Io mi unii al corteo formato dagli studenti del mio liceo e di altre scuole vicine. Insieme a me venne il mio compagno di classe amico di infanzia. Lui non mi stava seguendo nel mio avvicinamento agli studenti di sinistra, però quella mattina decise di venire con noi.
Verso mezzogiorno, io e il mio amico ci staccammo dal corteo per tornare a casa. Non ricordo esattamente se prendemmo il tram numero 30 in piazza della Repubblica o in Porta Venezia. Quando il mezzo arrivò all'altezza di piazza Cinque Giornate, comunque, vedemmo alcune centinaia di ragazzi correre e decidemmo di unirci a loro. Non sapevamo che si dirigevano in corso Ventidue Marzo per raggiungere via Mancini e assaltare la sede del Movimento sociale italiano. A un certo punto ci trovammo anche noi in corso Ventidue Marzo, dove la massa continuava a correre avanti e indietro. Quindi ritornammo in piazza Cinque Giornate e da lì vedemmo arrivare a sirene spiegate una colonna di jeep e camion dei Carabinieri. Più tardi seppi che uno di quegli automezzi, proprio dove pochi minuti prima eravano stati io e Roberto, aveva schiacciato con una ruota la testa di Gianni Zibecchi, un militante del Comitato antifascista di Porta Vittoria. Probabilmente quel ragazzo lo avevo visto diverse volte fare picchetto all'ingresso della nostra scuola. Il giorno dopo, invece, riconobbi nelle foto sui giornali un altro ragazzo, immortalato mentre piangeva vicino al corpo esanime di Zibecchi. (Questo compagno sarà, sei anni più tardi, coimputato con me in un processo che subii con le accuse di occupazione abusiva, interruzione di pubblici servizi e porto di armi improprie e da cui uscii assolto con formula piena). Il giorno successivo, il 18 aprile, morirono altri due ragazzi nel corso di scontri con la polizia, a Firenze e a Roma.
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| Io in una foto scattata da un fotografo a 15 anni |
In quel periodo, nonostante non stessi più insieme alla fidanzatina con cui mi ero messo in autunno, continuava la mia amicizia con le sue tre migliori amiche. Nelle giornate di sole, ogni tanto feci delle lunghe passeggiate nei campi con quelle ragazze. A volte ci sdraiavamo sull'erba formando un quadrato. Ognuno teneva la testa sulla pancia di un'altro. Quando qualcuno rideva, il suo ventre si sollevava, e spingeva il su la testa di chi ci era appoggiato. E così scoppiavamo tutti a ridere. Un giorno compimmo una lunga passeggiata solo io e e una di loro. Giunti in un prato vicino a Noverasco, ci sdraiammo al solito modo. Allora provai un forte desiderio sessuale. Mi ricordo che chiesi all’amica se avesse mai visto come era fatto un uomo, o qualcosa del genere. Mi sembra che lei rispose di no alla mia domanda. Ad ogni modo non accadde niente. In quel periodo lei aveva cominciato a piacermi abbastanza. Comunque, nei mesi successivi lei si mise insieme a un altro ragazzo che frequentava la comunità dell’oratorio e che, tra il 1975 e il 1976, fu uno dei miei migliori amici.
Ricordo la primavera e l'estate di quell'anno anche per le serate in cui uscii con il mio migliore amico. Una sera andammo al Parco Ravizza, dove si stava svolgendo una festa organizzata dalla Federazione Giovanile Comunista Italaiana (Fgci) e in cui suonava Angelo Branduardi. Mi portai dietro il mio fedele radioregistratore e registrai il concerto. L'esibizione mi piacque molto. Non eravamo lontani dal palco e vedevamo e sentivamo benissimo. Nei mesi successivi ascoltai molte volte la musicassetta che avevo registrato e imparai a suonare a orecchio alcune canzoni alla chitarra e a cantare tutti testi, che avevo mandato a memoria. La canzone che mi piaceva in assoluto di più era La luna.
Nonostante i miei alti e bassi con la comunità di Cl, alla fine del primo anno scolastico del liceo partecipai a una vacanza a Vigo di Fassa sempre con le comunità di Sant'Andrea, Olmi e Baranzate. Mi spiacque non rivedere Liz, la biondina di Baranzate con la quale mi ero fumato diverse sigarette e scambiato qualche sguardo l'anno prima. Di questo viaggio ricordo con piacere molte passeggiate e cordate effettuate sulle Dolomiti.
Poi arrivò il momento di partire per le vacanze con la mia famiglia.
(puntata aggiornata il 09/05/2022)
(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)
Della prima parte del 1973 non ricordo molte novità al di là di quanto avveniva sempre a scuola o in quartiere. A scuola, all’inizio di una lezione di educazione fisica, dissi al professore che non potevo farla (forse perché mi ero dimenticato di portare le scarpe da ginnastica) e lui mi disse che, se volevo, potevo attraversare il cortile in comune con il liceo classico Berchet ed entrare nella palestra di questa scuola, dov’era in corso un’assemblea studentesca. Entra in quella palestra da una porta finestra aperta e mi sedetti in mezzo agli studenti più grandi di me. Ascoltai qualche intervento e credo che condivisi quasi tutto quello che ascoltavo. Mi sono sempre chieste che cosa aveva in mente il mio prof di ginnastica quando mi offrì questa possibilità. Era un professore di età matura ma un po’ eccentrico e simpatico. Veniva a scuola con una Bianchina decappottabile (anche se l’ho sempre vista parcheggiata e chiusa). Forse voleva darmi la possibilità di fare un’esperienza nuova, utile a capire di più quali erano le mie opinioni su quello che avveniva nella società. A proposito di politica, un mezzogiorno, usciti da scuola, arrivammo alla Crocetta proprio mentre era in corso una carica della polizia contro dei manifestanti. Quella fu la prima volta che vidi e sentii l’effetto dei gas lacrimogeni. La vista della carica non ci spaventò. Rimasi piuttosto incuriosito su quello che c’era intorno a quanto stava avvenendo. Fino a quel momento avevo solo visto dei comizi in Duomo con la polizia schierata, sentito i miei zii parlare di lotte politiche, ma non avevo mai visto uno scontro di piazza.
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| Io a 13 anni in una foto scattata da un fotografo profesionista |
Dal punto di vista sentimentale, si era formata questa specie di relazione con la bambina conosciuta in occasione della rappresentazione natalizia. Lei sembrava più grande della sua età, ma in realtà aveva quattro anni meno di me. Questa differenza non si sentiva molto perché, oltre al fatto che dimostrava più anni per via dell’altezza, in quei pochi discorsi che facevamo quando ci vedevamo all’oratorio dimostrava anche di essere matura. Inoltre, non c’era il rischio che avvenisse qualcosa di spinto perché, anche da parte mia, c’era solo un’attrazione che si fermava al livello sentimentale e di apprezzamento estetico, limitatamente al viso, al suo sorriso, ai suoi occhi e alla corpo vestito. I massimi contatti fisici avvenivano quando stavamo seduti vicino a guardare i film e ci tenevamo per mano. Però, quando mia madre venne a sapere di questa storia, mi dissi che dovevo chiuderla subito perché lei era troppo piccola. Io provai a spiegare che non c’erano rischi di nessun tipo. Forse mia madre temeva anche di quello che potevano dire le altre persone, ma non ne sono sicuro. Continuai comunque ad aspettare i fine settimana in cui io e la ragazzina ci saremmo visti all’oratorio e qualche volta, in cui ero uscito prima dalla mia scuola, andai ad aspettarla fuori dalla sua, solo per fare qualche decina di metri vicino a lei. In quelle occasioni, però, c’erano anche le sue compagne e quindi non ci parlavamo.
Forse già in quel periodo, mio padre era diventato direttore dell’agenzia 28 della Banca Commerciale Italiana, che si trovava in via Montenero, a poche centinaia di metri dalla mia scuola. In quell’anno scolastico dovevano essere iniziati dei rientri pomeridiani per seguire delle materie divenute facoltative. Non so se tutte e due quell’anno, ma alcuni rientri pomeridiani, a un certo punto, iniziai ad averli per continuare a seguire le lezioni di applicazioni tecniche e musica. Quando avevo dei rientri, non tornavo mai a casa per pranzo. Alcune volte, raggiungevo mio padre in banca. Dato che ormai la banca era chiusa, entravo dalla porta dei dipendenti dipendenti, stavo qualche minuto con gli impiegati dietro gli sportelli, e poi uscivo con mio padre per andare a mangiare una pizza in via Bergamo. Qui mi ero abituato a farmi portare una Coca Cola dentro un boccale di vetro trasparente a forma di scarpone. Più avanti, iniziai ad essere invitato a pranzo a casa del mio amico che abitava vicino alla scuola.
I miei riferimenti più assidui in classe erano il compagno che abitava in cascina a Locate Triulzi e questo che abita vicino. A loro parlavo spesso della mia cotta per la bambina dell’oratorio e dopo un po’ si stancarono e non ne vollero più sentire. Qualche volta andavo ancora a trovare il compagno che abitava fuori Milano. Con quello che abitava vicino alla scuola continuavamo sempre ad andare insieme ai concerti della Gioventù Musicale al Conservatorio e, dopo la fine, a fare una passeggiata a Ricordi e alla Messaggerie Musicali in corso Vittorio Emanuele. Non sono sicuro che fu quell’anno, ma il padre del nostro compagno che veniva bullizzato organizzò una visita serale della classe, con alcuni insegnanti, alla redazione e alla tipografia del Giorno. Sono sicuro che quell’iniziativa mi piacque. Peraltro, mio nonno paterno, che aveva lavorato come linotipista al Giorno (oltre che all’Unità) mi disse di portare i suoi saluti a un suo ex collega, cosa che feci. Da quella visita mi portai a casa il cliché di metallo di una fotografia di un astronauta, che ancora conservo tra i miei ricordi.
Forse lo stesso anno scolastico fui invitato a casa sua da uno dei compagni che mi stuzzicavano. Aveva parentele molto importanti e viveva in un appartamento così grande che non sono nemmeno riuscito a vedere tutto. Quando andai, però, mi sembra che in casa non ci fosse nessuno, o almeno nessun suo parente ma forse solo una persona di servizio. A un certo punto, mentre eravamo in camera sua, mi ingaggiò in una breve lotta corpo a corpo sul pavimento. Quindi non penso che gli facessi poi così schifo. In quel periodo, forse per via che avevamo gli ormoni a mille, mi capitò anche un'altra volta, di scherzare con fugaci contatti fisici un po’ più spinti con un altro compagno durante una lezione pomeridiana di applicazione tecniche. Cominciavano pian piano a girare anche racconti di piccole avventure a sfondo sessuale anche con delle ragazze. Io mi accontentavo del mio amore platonico.
Amore che non sempre riuscivo a vedere ogni fine settimana (se fosse stata più grande, magari potevamo incontrarci per il quartiere) perché, arrivata la primavera, i miei decisero di portarci spesso la domenica a visitare qualche località raggiungibile con la macchina. Ricordo, per esempio, che andammo a vedere Roncole di Busseto, dove c’è la casa natale di Giuseppe Verdi, e altri paesi soprattutto della Bassa. Sulla strada del ritorno, io speravo che ci mettessimo poco e che potessi fare un salto all’oratorio. Ma siccome diventata evidente che non ci sarei riuscito prima della chiusura, mi arrabbiavo e poi restavo incupito.
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| Io durante le vacanze estive 1973 |
Poi arrivò l’estate e con la famiglia andammo in direzione della Germania. Dopo non ricordo quali tappe, arrivammo a Monaco di Baviera, dove montammo la tenda in un bellissimo campeggio in un parco vicino allo zoo. La cosa che ricordo con più piacere di quella permanenza fu l’amicizia che strinsi con un ragazzino della mia età indonesiano. Di Giacarta, per la precisione. Credo che sia stato in assoluto il primo amico che ho avuto il quale avesse un colore della pelle e altre caratteristiche somatiche - soprattutto i capelli e gli occhi - diverse da quelle italiane o europee. Era magrolino. Ci parlavamo in uno stentato inglese scolastico (almeno da parte mia). Ma ci capivamo molto anche con un linguaggio non verbale. In mezzo, a fianco, del campeggio scorreva un fiumicello. Ricordo che un pomeriggio ci andammo ed entrammo dentro fino alle ginocchia. A un certo punto lui si chinò e poi si raddrizzò guardandomi sorridendo. In mano teneva un pesce. Per anni ho attribuito la sua capacità di prendere i pesci con le mani alle sue origini etniche. Invece, forse più semplicemente, era stato abile o aveva avuto fortuna. Negli anni successivi mi spiacque di non essere riuscito a scambiarmi l’indirizzo con quel ragazzino e restare in contatto. Di quella permanenza a Monaco mi piacque molto anche la visita al museo della scienza e della tecnica. In particolare apprezzai molto gli esperimenti con l’elettricità che ci fecero vedere. Si trattava soprattutto di archi voltaici.
Proseguimmo poi per altre città tedesche e poi virammo verso la via del ritorno a casa passando per il Belgio. Dalle foto scattate in quella parte del viaggio si nota anche una certa stanchezza e noia. Forse volevo tornare. Ma le vacanze non erano destinate a finire oltre le Alpi. Una certa parte fu ancora trascorsa ad Assisi, in Umbria. Di quella parte dell’estate mi rimangono delle foto in cui sono ritratto con i capelli decisamente lunghi; o per meglio dire gonfi, dato che io sono nato con i riccioli e poi la capigliatura è diventata mossa, ma mai dritta.
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| Io a Spagnolia, un parco divertimenti vicino a Perugia, nell'estate 1973 |
Al rientro a Milano iniziò la crisi petrolifera del 1973 provocata da una guerra fra arabi e israeliani. Il governò varò delle misure di austerity, fra le quale le famose “targhe alterne”. In pratica, fra la fine del 1973 e i primi mesi del 1974, una domenica potevano girare solo le auto con la targa il cui numero finiva con una cifra pari e la domenica dopo solo quelle con la targa dispari. La nostra auto aveva la targa pari, quella della famiglia della mia amata la targa dispari. Divenne così praticamente impossibile vederci all'oratorio la domenica pomeriggio.
Nel frattempo era ricominciata la scuola, che per me voleva dire il terzo e ultimo anno delle medie. Il mio migliore amico, compagno di classe dalla seconda elementare e vicino di casa, aveva cambiato scuola: la famiglia aveva deciso di iscriverlo nella nuovissima scuola media costruita nel nostro quartiere in via Dei Guarnieri. I miei, invece, decisero di far finire per tutto il ciclo le scuole medie alla media Majno, in via Commenda, dove avevamo iniziato. In altre parole la famiglia mia e quella del mio amico avevano fatto questa volte una scelta opposta rispetto a quella fatta in occasione del passaggio in quinta elementari, quando io venni iscritto alla scuola elementare di via Wolf Ferrari, praticamente davanti casa, mentre il mio amico rimase nella nostra vecchia classe, con la stessa maestra, nelle elementari di via Noto.
Anche se non mi riusciva più di vedere la ragazzina con cui stavo insieme dallo spettacolo natalizio, ormai ero diventato un frequentatore assiduo dell'oratorio. Se non addirittura compulsivo. Presi ad andarci anche il sabato pomeriggio. Sempre più spesso lasciai il mio compagno di classe musicofilo andare da solo ai concerti del sabato pomeriggio al Conservatorio; altre volte ci andavo anch'io, a metà del programma salutavo il mio compagno di classe e tornavo a Vigentino. All'oratorio avevo cominciato a imparare a suonare, anche se in modo non scolastico, ma più ad orecchio e solo con accordi, la chitarra. E il mio obiettivo era quello di diventare bravo da accompagnare io un coro, come avevo visto fare a quel ragazzo sul palco della recita natalizia.
Un altro fatto importante accadde, molto probabilmente, uno di quei mesi (comunque quell’anno). Mi trovavo sul balcone con un walkie talkie giocattolo. Non ricordo se parlavo con mio fratello o con un altro ragazzino, di un anno più giovane, che abitava nel mio palazzo. A un certo punto, dall’altoparlante della radio uscì la voce forte di un ragazzo più grande. Iniziammo a parlare e lui mi disse che era un CB, che la mia radio utilizzava la frequenza dei CB (Citizen Band, Banda Cittadina) e che, girando fra i vari canali, mi aveva sentito. Mi disse anche che, per parlare con me, cambiava canale, perché il mio walkie talkie trasmetteva sul canale 14, che i CB non utilizzavano perché riservato alle ambulanze, ma in ricezione la mia radio non utilizzava un quarzo e quindi poteva sentire gli altri canali. In pratica, lui mi ascoltava sul canale 14 e, quando toccava a lui parlare, andava su un altro canale. La sua radio, molto più potente della mia, poteva effettivamente interferire con comunicazioni di emergenza, la mia - giocattolo - no. Poi mi fece capire che abitava proprio di fronte a me, nella fila di case davanti e anche lui al mio stesso piano. Mi fece anche individuare l’antenna che aveva montato sotto il lucernario del tetto e che aveva un filo che scendeva nel suo balcone e entrava in casa sua. Un giorno mi invitò a casa sua, dove conobbi anche sua madre, che era anche lei diventata CB. Da quel giorno, ogni tanto, il pomeriggio andavo a casa loro anche quando il mio nuovo amico, che aveva qualche anno più di me, non c’era, e mi intrattenevo con la madre, che mi lasciava trasmettere dal loro “baracchino”.
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| Io con il walkie talkie che, nel 1973, mi ha fatto scoprire il mondo CB |
Una domenica pomeriggio d’autunno ormai inoltrato, mi trovavo all’oratorio, dove nel frattempo avevo iniziato a suonare la chitarra, grazie anche all’aiuto di un ragazzo di circa otto anni più grande di me, che era molto bravo e mi insegnava con pazienza i primi rudimenti dello strumento. Dopo la fine di un film, come al solito noi ragazzi abbiamo ricominciato a giocare. Con alcuni abbiamo iniziato a rincorrerci per le stanze. A un certo punto mi ero nascosto in un ripostiglio dietro il palco del teatrino. Era buio. Non sapevo che anche un’altra persona fosse entrata lì prima di me. Restai fermo qualche secondo guardando verso l’uscita del ripostiglio. Dopo qualche secondo abbassai un broccio, spostai indietro una mano e sentii che colpito qualcuno sui suoi jeans. Dissi: “Scusa”. Risposta: “Di niente”. Quindi scoprii che era una ragazzina che già conoscevo di vista, che abitava in una via vicino alla nostra, e che aveva due anni meno di me. La ricordavo perché faceva parte di una famiglia molto numerosa che era amica della famiglia molto numerosa della mia via, di cui il figlio era uno dei miei migliori amici, e che facevano tutti parte di una comunità cattolica laica. Con i membri di questo movimento, qualche anno prima eravamo andati al Pime a vedere uno spettacolo organizzato dalla comunità e poi avevamo partecipato ad alcune riunioni. Non so se c’era anche lei quella volta, ma sapevo della sua famiglia. Invece, mi ricordavo che, quella volta che la mia maestra di via Noto mi aveva mandato nella classe della “capogruppo”, maestra Montegani, per portare un messaggio. avevo notato, fra le alunne sedute con il grembiulino bianco e la piantina di cactus sul banco, anche questa bambini, che ora aveva iniziato la prima media nella scuola femminile accanto alla mia.
Le volte successive che ci vedemmo all’oratorio, strinsi una forte amicizia sia con lei sia con un gruppetto di sue amiche. Non ci mettemmo insieme subito. Loro pensavano ancora che io stessi con la ragazzina della recita natalizia dell’anno prima. Inventarono pure una parodia di una canzone famosissima, A mezza notte va la ronda del piacere, in cui i protagonisti eravamo io e la ragazzina. Mi chiesi se quella canzone significasse che pensavano che la storia fosse ancora in corso o se fosse una sorta di messa alla prova per capire se invece ero disponibile. Non ricordo se dissi che la storia era finita o che non era finita ma si era esaurita da sola senza bisogno di parlarne. Fatto sta che un giorno dopo l’altro mi misi con la nuova amica. Nel frattempo, avevo iniziato a conoscere il sacerdote che guidava le attività dell’oratorio, Don Gianni, il quale un pomeriggio mi invitò nella sua casa accanto alla chiesa dell’Assunto e mi disse che era meglio se non iniziavo quella relazione perché potevo distrarre la ragazza in un momento in cui stava entrando nella comunità. L’oratorio era in quegli ultimi anni diventato una comunità legata al movimento di Comunione e Liberazione, allora ancora ai suoi albori. Io ascoltai Don Gianni e gli dissi che non doveva preoccuparsi, perché io ci tenevo molto alla comunità e non avrei affatto voluto che alla mia amica succedesse quello che lui temeva. Ci lasciammo così senza che io gli promettessi di non continuare nella mia relazione ma con lui che, almeno per bonarietà, non insistesse più nella sua richiesta.
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| Sempre io in posa nella cabina per le fototessere mentro fingo di studiare il circuito della radio |
Del resto, in realtà, io e questa ragazza non facevamo molto di più che passare del tempo a parlarci, stare insieme ad altri amici nell’oratorio, restare vicini mentre io muovevo i primi passi con la chitarra. A volte, con noi, c’era una delle sue amiche che frequentava un corso di chitarra alla Scuola Civica di Musica in corso di Porta Vigentina, e che mi insegnò alcuno cose, oltre che a suonare Giochi proibiti, un pezzo classico abbastanza facile basato soprattutto su arpeggi. Poi, un quarto d’ora prima delle sei, io, lei e sua sorella più piccola, uscivamo dall’oratorio dell’Assunta ed andavamo alla chiesa di Fatima a seguire una breve messa. Quindi le accompagnavo fino al cancello d'ingresso del loro condominio. In quegli anni, a Milano, e nei quartieri periferici come il nostro, in inverno c’era una nebbia fittissima. Ricordo ancora le camminate immersi nella nebbia che facevamo per arrivare dall’oratorio alla chiesa di Fatima e poi da questa ai due condomini dove vivevano tutte queste mie amiche. Al di là di due metri o tre metri non si vedeva più niente.
Per dimostrare come fosse vero quello che avevo detto a Don Gianni circa la serietà con cui stavo prendendo l’esperienza della comunità - benché fossi solo un tredicenne - basti pensare che in quel periodo, qualche mattina, prima dell’inizio delle lezioni, andai a recitare le Lodi insieme ai ragazzi di CL (ma allora mi avevano detto che il gruppo si chiamava Undicesima Ora) del liceo Berchet, accanto alla mia scuola media. Una volta, o due al massimo, devo essere andato anche alcuni loro “Raggi”, che erano delle riunioni. Stava iniziando per me un’esperienza spirituale e comunitaria che sarebbe durata circa due, tre anni.
(capitolo aggiornato il 06/05/2022)
(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)
Pubblico questo post in quanto intendo dedicare, sul blog, più spazio a un tema che mi ha accompagnato per quasi tutti i miei sessant'anni di vita circa: la musica.
Ma non la musica tout court: i generi musicali che amo e la mia esperienza personale.
Quanto ai primi, da un anno circa a questa parte, quasi tutto il mio tempo dedicato all'ascolto e alla visione di concerti e di videoclip (oltre che il budget per l'acquisto di CD) si rivolge ai cori di voci bianche, ma soprattutto ai cori di voci bianche maschili. Non che non mi piacciano i cori di voci bianche in generale, con bambini e bambini, ragazze e ragazze, ma subisco il fascino soprattutto dei cori di ragazzi o, in inglese, boys' choirs.
Ma per non scrivere un post troppo lungo (mi riservo di farne uno ad hoc), passo a volo d'uccesso sul secondo capitolo: la mia esperienza personale. Premetto subito che non posso essere definito un musicista, in quanto non ho un passato di studi musicali significativi e non ho conseguito titoli di maestro, professore e così via.
Quando avevo pochi anni, ho subito iniziato a innamorarmi di qualche canzone in particolare, ascoltata alla radio dato che non avevamo la televisione in casa. Le prime due canzoni sono state: Il tuo bacio è come il rock di Adriano Celentano e Yellow Submarine dei Beatles. Verso i cinque-sei anni ho iniziato a seguire Lo Zecchino d'oro, il concorso canoro per bambini organizzato dall'Antoniano di Bologna e dalla Rai. Allora miei genitori mi hanno mandato sul palcoscenico del teatro dell'oratorio della chiesa Immacolata Concezione di piazza Frattini, a Milano, a cantare Orazio il cane nello spazio. Ricordo ancora che fu un invio allo sbaraglio, perché dopo un po' di frasi non ricordavo più come andava avanti la canzone. Mio nonno paterno disse che mi si sentiva dalla piazza.
I miei nonni materni, invece, avevano un pianoforte in casa: uno strumento, ricordo ancora, della fine dell'Ottocento. Quando andavamo a trovarli, mi mettevo alla tastiera e ritrovavo le note delle pubblicità del Carosello: avevo orecchio! Della prima elementare, fatta alla scuola di via Scrosati (sotto casa) il pomeriggio (per via dei doppi turno), fra i pochi ricordi nitidi ho quello di quando ci portavano in aula musica a cantare in coro.
Poi sia la mia famiglia che quella dei miei nonni materni si è trasferita nel quartiere Vigentino di Milano. Il pianoforte è arrivato nella mia casa. I miei mi hanno mandato a prendere lezioni da una signora che abitava nel nostro condominio. Avevo allora circa nove-dieci anni. Ma non sopportavo molto la disciplina e non avevo molta costanza. Allora, poi, i bambini potevano giocare tutti i pomeriggi all'aperto, in strada o (nel nostro caso di bambini di periferia) anche nei campi non ancora cementificati. Quindi, dopo un paio d'anni, ho smesso di studiare il piano.
All'età delle medie, con un mio compagno di classe, siamo stati iscritti alla Gioventù Musicale. Tutti i sabati pomeriggio andavamo alla Sala Verdi del Conservatorio ad ascoltare concerti di musica classica. Inoltre, io e lui, siamo stati gli unici due della classe (alla scuola media Luigi Majno di via Commenda, Milano) a frequentare le lezioni di musica - suonando con il flauto dolce - fino alla terza media.
Il periodo della terza media è stato uno di svolta. All'oratorio ho imparato a suonare la chitarra, senza leggere la musica, e sono perfino diventato uno dei chitarristi che accompagnavano il coro durante le messe solenni della domenica (alla chiesa Madonna di Fatima).
Al liceo sono diventato un'attivista politico. Pian piano ho smesso di suonare le canzoni di chiesa e iniziato a eseguire il classico repertorio di cover amate dai giovani di sinistra dell'epoca: Bob Dylan, Crosby Still Nash & Young, Beatles, Rolling Stones etc., più i tanti cantautori italiani (Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Claudio Lolli etc.).
All'età di vent'anni ho smesso improvvisamente di suonare, per dedicarmi al lavoro e a varie altre attività. Poi, nel 1989, mi sono sposato e ho portato nella nuova casa la chitarra, per lasciarla però sempre nella sua custodia. Allo stesso tempo, però, ho iniziato ad ascoltare molta musica, sia classica sia pop e rock. Nel 2004, dopo la separazione, mi sono regalato una chitarra elettrica e un amplificatore. Però non li ho quasi mai utilizzati fino a circa cinque anni fa, quando ho finalmente deciso di riprendere a suonare e studiare strumenti musicali come autodidatta, ma con costanza. Ora mi esercito spesso con la chitarra, la tastiera e - di nuovo - il flauto dolce. Al momento non ho un repertorio, perché non mi interessa tanto saper suonare qualche pezzo, ma saper leggere la musica e prepararmi a suonare qualsiasi cosa. E poi, anche la teoria mi affascina molto.
Qui sopra e in alto, io da adolescente con la chitarra
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