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Autobiografia da adulto - Cap. 7 - Questioni di sessualità

 Del 1981 ho già avuto modo di raccontare vari eventi importanti, quali l'inizio di nuove amicizie con ragazzi conosciuti per caso ai Navigli e che ho introdotto al Buddhismo di Nichiren Daishonin, la visita a Firenze e Milano del presidente della Soka Gakkai Internazionale (SGI) Daisaku Ikeda e le vacanze estive in Olanda e in Gran Bretagna (Inghilterra e Scozia) con i ragazzi di cui sopra.

Del 1981 mi ricordo con piacere della seconda volta in cui ho avuto, in vita mia, un'avventura sessuale completa con una ragazza. Come ho già raccontato, la prima in assoluto l'avevo vissuta nella primavera o estate del 1979, ma era stata un'esperienza "sui generis", in quanto ero stato portato da alcuni amici (i quali sapevano che ero ancora vergine) a casa di una loro amica disponibile e io ero in uno stato di non piena lucidità. Quindi, benché, dopo molti tentativi, siamo riusciti ad avere un rapporto completo, le sensazioni - benché piacevoli - non erano state quelle che avrei potuto attendermi. 

Dopo la mia conversione al Buddhismo, alla fine del 1979 e il cambiamento di frequentazioni, mi ero trovato in altre situazioni in cui era coinvolto il lato sessuale della vita. Una donna amica di miei amici, di qualche anno più grande di me, aveva provato più volte a invitarmi a casa sua, anche per fare sesso, ma non avevo accettato per un paio di motivi principali: non mi piaceva e non mi sentivo pronto per avere una relazione di coppia, che temevo anche potesse limitarmi nella mia libertà. Nell'estate successiva, durante un breve viaggio a Firenze con un mio amico, la ragazza con cui si era messo da poco ed alcune amiche di questa, ho finito una sera per trovarmi sul letto di una di loro semplicemente per chiacchierare (e forse giocare a carte). 

Provando una certa attrazione per lei (che aveva quattro anni meno di me) ho iniziato a divenire abbastanza ardito, trovando anche da parte sua una crescente complicità. Dopo un po' ci siamo spogliati, ma purtroppo lei aveva le mestruazioni, quindi abbiamo fatto molto petting ma non abbiamo avuto un rapporto completo. Poi ci siamo addormentati. La mattina mi sono svegliato con lei che aveva dormito con la sua testa sul mio petto. Questa scena mi ha fatto provare una sensazione bellissima e la ricordo ancora con molta tenerezza. La sera dopo io mi sentivo stanco e non eccitato. Mi sono sdraiato su un divano nella sala dell'appartamento in cui ci trovavamo (vicino agli Uffizi). Poco dopo lei è venuta da me e mi ha detto che, se volevo, mi poteva offrire "asilo politico" nel suo letto. Io però ho declinato. Negli anni successivi mi sono pentito di questa scelta.

Una dimostrazione eclatante della mia goffaggine con le donne è stata anche questa, in cui non è coinvolto il lato sessuale. Durante una serata in compagnia di mio zio Miro a casa di suoi amici artisti nel quartiere Brera di Milano, avevo incontrato una ragazza della mia età. Subito ci eravamo fatti notare reciprocamente questa circostanza, perché eravamo gli unici giovanissimi, mentre gli altri presenti nella casa erano tutti dell'età dei nostri genitori. Siamo stati per un po' da soli in una stanza. Io avevo trovato una chitarra e suonavo, mentre lei mi ascoltava. Non ricordo che avessimo parlato molto. Comunque la trovavo molto carina. 

Qualche settimana o mese dopo, quando ancora frequentavo l'università la mattina e il pomeriggio andavo a lavorare in redazione, sono andato a mangiare nella mensa dell'ateneo. C'era un tavolo vuoto e mi sono messo lì con il vassoio preso al self-service. Dopo qualche minuto si è seduta di fronte a me una ragazza con il suo vassoio. Io l'ho riconosciuta: era quella della serata in Brera. Non so se lei mi abbia riconosciuto a sua volta. Io non ebbi il coraggio di chiederle se si ricordava di me, di noi, e lei nemmeno iniziò a parlarmi. Passammo una - almeno per me - imbarazzante mezz'ora a mangiare senza scambiarci una parola. Poi ci lasciammo senza, mi sa, neanche salutarci. Anche di questa esperienza ho portato il rimorso per sempre.

Ma torniamo alla "seconda volta". In questo caso, era quasi sicuramente il 1981 o al massimo gli inizi del 1982, un sabato sera ci siamo trovati a casa di un nostro amico praticante io e altri amici buddhisti (fra i quali uno di quelli con cui ero andato in Scozia). C'era una ragazza di un due o tre anni più grande di me che avevo conosciuto alcuni giorni o settimane prima. Era carina ed estroversa. Aveva simpatia per me. A un certo punto della serata, eravamo seduti per terra in sala. Io e lei ci trovavamo uno di fronte all'altra. Vedevo le sue mutandine e questo di fece eccitare e diventare sempre più intraprendente, al punto che - non ricordo con esattezza chi lo propose per primo - andammo in una camera da letto. In quella stanza c'era due letti singoli. Su uno eravamo sdraiati io e lei e su un altro il mio ex compagno di viaggio in Scozia con la proprietaria di casa. La presenza di loro non ci dette alcun fastidio e viceversa. Anzi, ci incoraggiavamo in un certo senso. La mia amica era più esperta di me e quindi guidò le danze. Fu un'esperienza molto piacevole e ricca, e senza i problemi della prima volta nel 1979. Ho sempre considerato, di fatto, questa come la vera prima avventura sessuale normale della mia vita. 

Poi lei mi accompagnò a casa in auto. Prima di lasciarmi fece un gesto che significava che ci saremmo sentiti per telefono. Quel segno, però, visto attraverso il vetro del portone, mi fece sentire come se fossi in trappola. Tuttavia, uscimmo insieme un'altra serata, senza fare nulla. Quella volta lei volle che io la accompagnassi a casa guidando la sua macchina e poi mi pagò (ancora guadagnavo pochissimo al lavoro) un taxi per tornare a casa. Ricordo che il tassista comprese la situazione e, durante il viaggio fino a destinazione, chiacchierammo sulle relazioni fra uomo e donna. Nei giorni successivi, però, crebbe il mio timore di essermi infilato in una storia di cui non ero convinto e pian piano smisi di sentirmi con quella ragazza. La rividi ancora, insieme ad altri amici, e ciò fu motivo di imbarazzo. Venni anche un po' rimproverato dall'amica che ci aveva fatto conoscere per averla fatta soffrire.

Continuai fino ad almeno dopo il servizio militare (1984-1985) ad vivere situazioni inconcludenti con l'altro sesso. I fattori erano un mix di timidezza, autocontrollo nel non voler sfruttare il carisma che mi derivava dalla mia responsabilità nell'ambiente buddhista per attrarre a me delle ragazze giovani e carine che mi piacevano, timore di legarmi con donne più grandi di me (ce n'erano anche nel lavoro) che mi sembrava cercassero di avere delle avventure con il sottoscritto, e, last but not least altre due circostanza: la prima era che cercavo, dopo il lavoro e l'attività religiosa, di studiare per dare qualche esame all'università; la seconda, forse, era che dovevo ancora svolgere il servizio militare. Questo credo che costituisse uno spartiacque psicologico fra il momento attuale e quello che sarebbe stato il mio futuro negli anni successivi a una desiderata laurea e all'assolvimento degli obblighi di leva militare. Non può non avere avuto un ruolo anche una certa inibizione verso il tema delle conquiste sessuali già emerso durante le preadolescenza e l'adoloscenza, anche a causa di un'educazione un po' conservatrice sulla sessualità.

Da un punto di vista lavorativo, benché mi piacesse abbastanza l'attività giornalistica che svolgevo (anche per gli stimoli che permetteva di avere, occupandomi della vita del mondo pubblicitario, come redattore in una rivista specializzata su questo tema), non pensavo che avrei voluto fare il giornalista tutta la vita. Credevo che, forse, la laurea in lettere mi avrebbe aperto altre strade, come quella di diventare uno sceneggiatore, lavori che in quel momento mi attraevano. O al limite anche un copywriter pubblicitario. 

In questa situazione, mi impegnavo nel lavoro e nell'attività buddhista, nonché in famiglia (in quel periodo mia madre non stette bene e fu ricoverata per alcuni mesi). Frequentavo ragazze che mi piacevano, ma non osavo corteggiarle in modo efficace. Una sera, durante una gita in Liguria con amici, mi capitò di condividere una stanza di una casa che ci avevano prestato con una ragazza che mi attraeva molto. Anche un mio amico aveva provato ad essere lui a prendere il mio posto, ma io ero stato più deciso. Nonostante le ipotesi che gli altre stavano facendo su quanto poteva avvenire nella nostra stanza, in realtà io e quella ragazza ci sistemammo ciascuno su uno dei due letti singoli disponibili, e chiacchierammo fino a che non decidemmo che fosse giunta l'ora di dormire. 

A volte ero io a non rendermi conto che potessero esserci ragazze che mi desideravano e con le quali avrei almeno potuto provare. Un week-end a Bolzano, ero ospite di una famiglia di due fratelli, un maschio e una femmina. La ragazza, una sera, si mise a piangere, e il fratello mi disse che era innamorata di me. Io ero però, già da altre fine settimana trascorsi a Bolzano, attratto inutilmente da un'altra ragazza, spigliata, giovanissima maestra. E speravo di mettermi un giorno con lei. Così non avevo colto eventuali segnali che potevano venirmi da quella che era effettivamente interessata a me, e che tra l'altro era anche carina e buona. A ben pensarci, ora mi mi ricordo che, anche quella volta di Firenze, tra i motivi che mi avevano portato a non accettare l'invito della ragazza con cui avevo "giocato" la notte prima, c'era il fatto che aveva iniziato ad attrarmi un'altra loro amici, rossa di capelli, con la pelle diafana, e molto vivace. La quale, però, non mi filava. Mi aveva, però, lusingato dicendomi che avevo cucinato un sugo buonissimo. Non avevo seguito una ricetta precisa, ma avevo messo nella passata di pomodoro tutte le spezie che avevo trovato nella credenza.


Io in Andalusia nell'estate 1982
Io in Andalusia nell'estate 1982

Autobiografia giovanile - Cap. 40 - Verso l'età adulta

 A metà primavera circa del 1979,interruppi, dopo pochi mesi che avevo iniziato, di praticare il buddismo di Nichiren Daishonin e di frequentare i nuovi amici della Soka Gakkai. Per qualche giorno avevo pensato che avrei potuto continuare pur mantenendo il mio stile di vita sregolato e, sotto certi aspetti, ormai sempre più anche autolesionista. Ma alla fine cedetti e archiviai quell’esperienza come una delle diverse vissute negli anni precedenti. Avevo già smesso, dopo pochi mesi, anche di frequentare la palestra di yoga. Non mi sembrava di fare progressi in quella disciplina: in particolare, quando alla fine dovevamo passare molti minuti sdraiati in uno stato di rilassamento, io non riuscivo a raggiungere questo stato: per lo meno non come avrei voluto. 

Fra i temi che avevo archiviato già nella seconda metà del 1978 c’era la politica. Dopo non più di due o tre cortei, a cui avevo preso parte nella prima metà, portandomi dietro qualcuno degli amici del Collettivo Politico Vigentino (Cpv), che avevo fondato nelle seconda metà del 1977 con l’idea di creare un punto di riferimento dell’area dell’Autonomia anche nel mio quartiere (ma in realtà non fu mai un soggetto politico bensì una compagnia di amici), dalla primavera del 1978 la militanza politica aveva smesso di fare parte del mio bagaglio esperienziale. Non frequentai più il Circolo Giovanile Romana-Vigentina di Corso Lodi. 

Fra la fine del 1978 e l’inizio del 1979, quando ormai gli amici con cui mi vedevo erano nuovamente gli ex-Cpv (dopo che per qualche mese mi avevano emarginato), i nuovi amici del quartiere con cui avevo iniziato a uscire quell’anno, e i miei due nuovi amici fra i compagni di scuola all’Unione Professori, ebbi solo una volta l’occasione di rivedere delle persone del Circolo Giovanile Romana-Vigentina a un concerto di gruppi rock studenteschi che si tenne nell’aula magna del Settimo liceo scientifico. In particolare, nell’atrio dell’aula magna, mentre eravamo entrambi su di giri, fui avvicinato ad uno di questi miei ex compagni di attività politica, che mi rinfacciò di avere smesso di andare alla casa occupata di Corso Lodi 6 in un momento in cui l’impianto elettrico che avevo installato (peraltro, devo avere aggiunto io, con l’intervento decisivo di un altro di loro, che di lavoro faceva l’elettricista) aveva cominciato a saltare spesso. E si lamentò per il fatto che loro si trovavano in varie occasioni a cercare di risolvere queste interruzioni di corrente, che non colpivano solo la loro sede al piano terreno, ma anche gli appartamenti delle famiglie dei piani soprastanti. Trovai questo ragazzo particolarmente arrabbiato con me, il che mi colpì relativamente perché, anche in passato, non era mai stato uno che mi sembrava avermi in simpatia, tranne forse qualche rara occasione. Ma dietro quel parlarmi in tono così esasperato, quella sera mi sembrò esserci anche un malessere psicologico che non c’entrava con me ma che riguardava lui solo. Diversi mesi più tardi mi ritornò, questo mi tornò in mente quando seppi la notizia che quel ragazzo si era suicidato lanciandosi da un terrazzino condominiale a un piano molto alto del palazzo in cui viveva in zona Corvetto.

Fra il 1977 e il 1979, comunque, io ero uno dei tanti adolescenti che si erano avvicinati alla militanza politica, nelle formazioni più estreme, nell’”ultima coda” del ‘68 (così me la definì, qualche anno dopo, un giornalista che poteva essere mio padre) e che poi si erano progressivamente disimpegnati per perseguire stili di vita differenti in cui la ricerca di sensazioni forti, a costo di infrangere limiti imposti dal buon senso comune e dal rispetto della salute, faceva la parte del leone. E questo avveniva tanto a sinistra quanto a destra. Lo posso affermare perché, agli inizi della primavera 1979, più o meno nello stesso periodo in cui stavo ancora sperimentando la pratica del buddismo, mi ritrovai ad aggiungere alla mia cerchia di amicizie anche ragazzi della mia età che, solo fino a un paio d’anni prima, erano stati militanti dell’estrema destra. Giovani con cui, noi dell’altra parte, ci odiavamo e che in qualche occasione avremmo potuto scontrarci fisicamente al punto da causare delle tragedie. Devo però dire che, nonostante io allora mi ritrovassi con persone che ce l’avevano “a morte” con i fascisti, dentro di me non ho mai sentito realmente il desiderio di fare del male a qualcuno per via di idee politicamente opposte. E non ho mai giustificato, per esempio, l’uccisione, nel 1975, di Sergio Ramelli, un giovane di destra di Milano. Il suo omicidio, così come quelli, da parte di neofascisti, dei “compagni” Claudio Varalli (1975) e Gaetano Amoroso (1976; cugino di un mio compagno di classe delle medie), mi sembravano tutti assurdi. 

Ma in quegli anni frequentavo ugualmente chi la pensava in maniera diversa sull’inutilità e l’atrocità di certi atti violenti, perché comunque condividevo con loro altri obiettivi della lotta politica. Il giorno in cui rapirono Aldo Moro, così, durante un’assemblea studentesca straordinaria al Donatelli, intervenni giustificando l’azione delle Brigate Rosse e fui sommerso di fischi. Ma sicuramente, qualche settimana più tardi, non approvai l’uccisione del politico. Su questo punto condivisi il titolo di prima pagina, a caratteri cubitali, dell’edizione del giorno dopo di Lotta Continua (quotidiano che acquistavo quasi tutti i giorni in quel periodo), che condannava senza appello l’omicidio di Moro.

Come iniziai a frequentare degli ex potenziali nemici da combattere? Un sabato pomeriggio della primavera 1979 mi ritrovai con uno dei miei due amici compagni di classe con cui uscivo ogni tanto. Ci trovavamo in Piazza Vetra, allora già in realtà una parte del Parco delle Basiliche, che era un luogo noto per la presenza di spacciatori di droghe di ogni tipo. Io e il mio amico venimmo all’improvviso accerchiati da un gruppo di militanti di estrema sinistra con i fazzoletti rossi a coprire parte della faccia e i classici manici di piccone con un pezzo di stoffa rossa arrotolati a mo’ di bandiera. Fra i primi di loro che notai ci fu una ragazzina apparentemente di prima liceo, ma che poteva dimostrare anche dodici anni. Aveva uno sguardo determinato ma non feroce. Forse mi sembrò come potevo essere io un po’ di anni prima, nel 1975. Lui era in prima fila ma non parlò. Si rivolsero a noi altri più grandi, i quali qualificarono il gruppo come una ronda contro lo spaccio dell’eroina. Io invece dissi che ero un compagno, e feci qualche nome di un gruppo antifascista che avevo frequentato negli anni precedenti e che loro conosceva. Così ci lasciarono andare. 

Dopo un po’ di passi, vidi che il mio amico aveva gli occhi arrossati. Mi disse che era stato fortunato che ci fossi io e che, se ci avessero chiesto di mostrare i nostri documenti, lui forse sarebbe stato picchiato. Mi spiegò che, prima di allora, non mi aveva raccontato del suo passato nel Fronte della Gioventù perché, sapendo che io ero stato un compagno e forse lo ero ancora, non voleva “rovinare la nostra amicizia”. Io gli dissi subito che perché quello che era passato era passato, che noi potevamo essere amici anche se avevamo avuto esperienze diverse. Dopo quell’episodio continuammo il pomeriggio e la sera insieme ad altri suoi amici, tutti “ex fasci”, maschi, della nostra età. Alcuni, come me e il mio amico, erano impegnati a prepararsi per la “matura” (l’esame di maturità). 

Tutti divennero miei amici da quel giorno. Quella sera decidemmo di girare per Milano ammassati nella macchina dei miei (la Opel Kadett familiare). A una certa ora, all’incrocio fra via Ferrari e via Farini, facemmo un piccolo incidente stradale con un’altra macchina. In quel momento scoprii il carattere ancora focoso di alcuni di loro, che collegai anche con il tipo di militanza politica che avevano praticato. Prima di me scesero subito dalla mia macchina e andarono a litigare con il guidatore dell’altra. Quasi certamente aveva torto lui, ma anch’io ero stato piuttosto distratto. Comunque sia, io e l’altro guidatore ci scambiammo i dati e, nei giorni successivi l’assicurazione di mio padre ci mandò i fogli della constatazione amichevole da compilare. I miei nuovi amici si offrirono come testimoni a mio favore pochi giorni dopo ci rivedemmo per firmare tutti insieme il documento. 

Da quel weekend iniziai a trascorrere tutti i fine settimana con quella compagnia, mentre nello stesso periodo smettevo di frequentare i buddisti e di praticare. Ricordo che - memore del “tradimento” della nostra amicizia effettuato nei miei confronti l’anno prima da alcuni dei miei amici ex-Cpv e altri che si erano uniti a noi nel 1978 - un giorno chiesi al mio compagno di classe e amico di dirmi che cosa avevano detto di me i suoi amici. Lui mi disse che erano contenti di avermi conosciuto. Nelle settimane successive anch’io feci conoscere qualche mio amico al mio compagno di classe. Infatti, nei giorni infrasettimanali continuavo a frequentare il bar Frison, dove mantenevo i miei rapporti di amicizia con diversi giri di persone con cui mi uscivo dagli anni precedenti e qualcuno nuovo. Un giorno presentai a questo compagno di scuola anche il mio migliore amico di sempre. Per l’occasione menzionai il fatto che tutti e tre avevamo in comune la passione per l’elettronica. Per la verità io non mi dedicavo più a questo hobby, così come a quello della radio CB. Anzi, un giorno chiesi e ottenni dal mio compagno di scuola che prendesse lui tutti i componenti elettronici che mi erano rimasti, compresi quelli che mi aveva regalato l'ingegnere parente acquisito che, in passato, mi aveva fatto ripetizioni di matematica.

Fra i nuovi amici che mi feci in quei mesi in quartiere, ce ne furono alcuni che negli anni passati erano stati simpatizzanti per l’estrema destra, ma che ora vivevano anche loro una vita sregolata. Un pomeriggio uscimmo insieme io, uno di questi e il mio compagno di classe, che si affezionò alla persona che avevo portato io. Ma poi avemmo poche occasioni di uscire di nuovo tutti insieme. Intanto era riapparso anche quello del quartetto della fine 1976 che, agli inizi del 1978, era rimasto nel gruppo Cpv, o ormai ex-Cpv, e che poi non avevo più visto per lungo tempo. Con lui avevo sempre avuto un legame personale molto forte, soprattutto da dopo la festa contro il Concordato al Palalido nel febbraio 1978.

Però nei fine settimana uscivo sempre con la compagnia del mio compagno di scuola, e qualche volta ci raccontavamo a vicenda qualche episodio accaduto in passato, quando militavamo su fronti politici opposti. Un pomeriggio accadde un’altra volta un episodio simile a quello che era successo a me e al mio compagno di classe in Piazza Vetra. Questa volta ci trovavamo nei giardinetti di Piazzale Susa. Arrivò un gruppo di compagni, impegnati credo in una ronda antifascista, che riconobbero alcuni dei miei amici. Prima che potesse avvenire qualcosa di brutto, io dissi ai compagni che io avevo frequentato un comitato antifascista, feci il nome di alcuni di quel comitato che loro conoscevano bene e li assicurai che ora i ragazzi con cui ero lì non facevano più parte di nessun gruppo di estrema destra. Tutto si risolse e ci lasciarono in pace. 

Un giorno di una settimana, il mio compagno di classe mi disse che lui e altri nostri amici avevano deciso che dovevo conoscere una loro amica con cui tutti avevano fatto l’amore (forse il termine fu “sesso”) la prima volta. Mi disse che proprio in quei giorni c’era stato un altro dei nostri amici, che era anche lui vergine come me. Così, il sabato sera successivo, andammo a casa di questa loro amica, i cui genitori erano fuori per il fine settimana, e iniziammo a festeggiare. Io e il mio compagno di classe, mentre eravamo entrambi su di giri, ci sdraiammo sul letto matrimoniale con questa ragazza, che aveva anche lei la nostra età e che io avevo già identificato come una ragazza tranquilla e verso la quale io non nutrivo un giudizio negativo per il fatto che avesse scelto di avere rapporti promiscui con più ragazzi, anche contemporaneamente. Anche gli altri nostri amici erano nella stessa stanza seduti su alcune poltrone. C’era un giradischi e io proposi di ascoltare l’album Ummagumma dei Pink Floyd con le luci spente. Ero curioso di vedere quale reazione avrebbero avuto gli altri, ma soprattutto la ragazza sotto le lenzuola con me e il mio amico più intimo in quel periodo, ascoltando il punto del brano Careful with that axe, Eugene in cui avviene l’assalto con l’ascia e la vittima urla. E forse desideravo anche che, grazie alle luci spente, si raggiungesse la situazione giusta perché la ragazza iniziasse a fare qualcosa con me. 

Come infatti accadde. Mentre andava la musica sentii che con il suo piede sinistro iniziò a carezzare il mio destro. Anch’io risposi facendo lo stesso movimento nei suoi confronti. Poi iniziammo a praticare del petting, durante il quale una volta urtai con la mia mano quella del mio amico, e lui si scusò e mi lasciò campo libero. Quindi con molta fatica, dato che non ero lucidissimo, riuscimmo ad avere un rapporto completo. Già dal giorno successivo o un paio dopo la ragazza mi telefonò a casa per dirmi che si era trovata molto bene con me, che ero stato molto dolce, e che le sarebbe piaciuto rivedermi. Io accampai qualche scusa per non fissare un appuntamento. Anch’io le volevo bene e le ero anche grato per avermi fatto vivere quella prima esperienza, ma non mi sentivo attratta da lei. La rividi solo un pomeriggio insieme agli altri nostri amici, ma non accennammo più a quanto era avvenuto.

Intanto si avvicinavano gli esami di maturità. Gli scritti erano previsti per i primi giorni di luglio 1979. Qualche settimana prima, il mio compagno di classe e amico mi invitò ad andare nella casa in montagna della sua famiglia a studiare insieme. Nei primi giorni ci fu anche la sua ragazza, poi restammo da soli. Avevamo anche portato su due chitarre, e così continuai a insegnargli qualche nuovo accordo e ogni tanto potemmo suonare insieme. Io improvvisavo e lui mi accompagnava. Devo dire che allora - come si era dimostrato quando suonavo sulle gradinate della chiesa con il mio amico chitarrista blues - non avevo imparato a suonare scale e riff. E così le mie improvvisazioni erano molto limitate. Ricordo che mangiavamo quasi sempre pasta aglio e olio e peperoncino o pasta alla carbonara come primi e cotolette come secondo. Studiavamo molte ore, ma soprattutto di notte fino a poco prima dell’alba. Lui si impegnava soprattutto con matematica, io invece con italiano. Mi rilessi, forse tutti i tre volumi del Compendio di storia della letteratura italiana di Natalino Sapegno, che ancora conservo gelosamente. 

Al nostro rientro affrontammo gli esami di quarta e quinta da privatisti presso il Liceo Scientifico L. Bottoni di Milano. Trovai quel periodo come un tunnel che non finiva mai. Per lo scritto di italiano scelsi una traccia di attualità incentrata sul problema della crisi energetica di quell’anno (nota come seconda crisi petrolifera). Esordii affermando che il problema mi preoccupava relativamente ,perché auspicavo un modello di società diversa, in cui non ci sarebbe stato molto bisogno di carburanti fossili. Una società non capitalista e molto ambientalista. Scrissi così tanto che non feci in tempo a copiare in bella tutto il testo e invitai la commissione a finire la lettura dalla brutta. Il giorno dopo ci fu lo scritto di matematica. La mia preparazione migliore si fermava al programma di terza liceo. Avevo sì studiato qualcosa, ma non ero preparato a fondo sugli argomenti relativi alle funzioni trascendenti (esponenziali, logaritmi, trigonometria) e all’analisi (derivate e integrali). Per riuscire a finire un po’ più di metà del compito riuscii a farmi aiutare un pochino dal mio amico nei bagni, così come io gli avevo dato dei suggerimenti il giorno prima durante lo scritto di italiano. Gli orali andarono più facilmente, anche se due materie che erano state estratte per me per l’orale - storia dell’arte e geografia astronomica - non mi ero preparato bene. Lo dissi sinceramente subito prima delle interrogazioni. Trovai per fortuna due commissari comprensivi. Il professore di storia dell’arte mi chiese di parlargli di un argomento che mi piaceva e io scelsi l’Impressionismo, sul quale avevo un po’ di conoscenze, acquisite più che altro per interesse personale. Il docente di geografia astronomica, invece, mi chiese la forza gravitazionale. Per fortuna ebbi l’intuizione che avesse qualche analogia con la legge di Coulomb, che avevo studiato bene nel programma di fisica, e riuscii così a dirgli la formula giusta. Finiti tutti gli orali ebbi la bella sorpresa di essere stato promosso, anche se con un voto basso (38/60), ma non il più basso (36/60) con cui si diplomò qualche altro nostro amico. Il mio amico con cui mi ero preparato e l’altro nostro compagno di classe con cui eravamo usciti quell’anno scolastico furono promossi anche loro con due votazioni leggermente superiori alla mia. Noi tre fummo gli unici promossi di tutta la classe, il che mi dispiacque per gli altri che si erano dati da fare ma non erano riusciti a diplomarsi.

Dopo gli esami ripresi a frequentare sia il mio compagno di classe e i suoi amici, sia il gruppetto dell’ex-Cpv. Con quest’ultimo, l’11 luglio 1979, andai a sentire un concerto di B.B. King al velodromo Vigorelli di Milano. Uno dei nostri amici, quello con cui avevo sempre legato di meno, anche se ci conoscevamo dall’infanzia e abitavamo nello stesso condominio, rimase così entusiasta che ci trascinò tutti alla ricerca dei camerini dopo potevamo trovare B.B. King e la sua band. Li trovammo e riuscimmo ad entrare, senza essere fermati da nessuno, in una saletta dove erano tutti riuniti. B.B. King fu molto gentile e forse anche divertito. Ci facemmo scattare da qualcuno delle foto insieme al bluesman e agli altri musicisti. Mi sono sempre chiesto se da qualche parte del mondo esistono ancora quelle foto o almeno i loro negativi.

Qualche giorno dopo, il mio amico del quartetto di amici del 1976, un altro di quelli che si erano aggiunti a noi più tardi,  e con cui avevamo fondato il Cpv, ed io ci recammo in una casa sul lago di Como del primo. Poche ore dopo che ci eravamo sistemati io ho iniziato ad avere un disturbo neurologico. Non ricordavo più dove eravamo, chi c’era effettivamente (un mio amico si accorse che dicevo che c’era mio padre in un’altra stanza) e poi chi fossi io e chi erano loro. Ero cosciente solo che erano bravi con me. Uno o due giorni dopo mi tornò la memoria e rientrammo a Milano. 

Poi, come tutti gli anni, raggiunsi la mia famiglia al Camping Grigna di Ballabio. Lì mi rilassai e mi ripresi bene. C’erano gli amici di tutti i sessi, tutte le età, tutte le provenienze e tutti i modi di vivere diversi di sempre. Per qualche giorno portai su un amico del gruppo del mio compagno di classe, che aveva avuto dei diverbi in famiglia ed era voluto andarsene via di casa. Di giorno stava con me e la mia compagnia, mangiava con noi, e di notte dormiva nella nostra macchina. Poi tornò a Milano dalla famiglia. Io mi rimisi - sempre per modo di dire, ossia quasi esclusivamente platonico - con la ragazza di cui ero sempre stato un po’ innamorato. Un’altra, più grande, invece, una sera mi propose di andare a dormire nella sua roulotte con lei ma io declinai l’invito perché ero troppo perso per quella con cui, però, non combinavo molto. 

Forse, essendomi già tolto la soddisfazione di aver avuto un rapporto sessuale completo prima dell’estate - anche se l’esperienza era stata molto pregiudicata dal mio stato mentale del momento - non mi interessava fare di nuovo sesso. Sospinto anche dalla malinconia per l’avvicinarsi dei rientri dalle vacanze (e la mia ragazzina non mi aveva assicurato che ci saremmo rivisti prima dell’estate successiva) quei giorni scrissi anche una poesia, un sonetto, triste, in cui associavo l’arrivo dell’autunno e del maltempo con la fine della giovinezza e l’incombere dell'età adulta. Questa era simboleggiata, più che dalla fine del liceo e l’inizio dell’università, dal fatto che il 10 gennaio 1980 avrei compiuto 20 anni. Le poche persone a cui fece leggere la poesia - che peraltro non era l’unica scritta su un certo quadernetto in quegli anni - la trovarono abbastanza ben scritta ma ingenua.

Al rientro a Milano, la vita riprese esattamente come l’avevo lasciata prima, con le stesse abitudini e le stesse frequentazioni. Aumentarono quelle con gli amici del quartiere che si erano uniti al quartetto iniziale con la nascita del Cpv. Con alcuni di loro, il 9 settembre, andammo in auto a Bologna a sentire un concerto di Patti Smith. Riuscimmo a trovare un posto nel prato dello stadio molto vicino al palco. Il concerto mi piacque, e mi restai estasiato soprattutto durante una canzone in cui Patti Smith eseguì, a pochi metri da dove mi trovavo, dei lunghi assoli con il sax soprano. Quello strumento mi piaceva molto. E per la cronaca non era la prima volta che lo sentivo suonare dal vivo, poiché nel 1978, poco tempo dopo che avevo conseguito la patente di guida, insieme a mio fratello e al mio caro amico con cui abbiamo passato molto tempo insieme da soli fra la fine del 1976 e gli inizi del 1977, eravamo andati una sera a Cremona ad ascoltare un concerto del jazzista Steve Lacy. Ma, mentre quest’ultimo avevo fatto molta fatica ad ascoltarlo, perché si trattava di free jazz, gli assoli di sax soprano di Patti Smith mi penetrarono nella testa e nel cuore con piacere, e non mi sarei mai stancato di ascoltarli.

Durante il resto del mese, il gruppo di amici ex Cpv cominciò a sciogliersi. Mio fratello era già tornato a frequentare dei nostri amici di infanzia. Io continuai a verdermi con gli altri e un giorno chiesi, all’amico con cui avevo sempre legato di meno, come mai prima dell’estate mi avevano cercato, dopo un periodo in cui mi avevano emarginato. Lui mi rispose che si erano accorti che io stavo incamminandomi su una strada pericolosa con altri miei amici e che temevano che avrei compiuto qualche passo eccessivo che poi avrebbero potuto iniziare a compiere anche loro. Insomma, in qualche modo avevano cercato di stringere nuovamente i nostri legami per cercare tutti insieme di salvarci da un destino fatale. Io presi atto di questa confessione, che però non ritenni una conferma di un disamore nei miei confronti. Mi resi conto che anch’io avevo posto delle cause per il comportamento scostante che loro avevano avuto verso di me. A partire da quello di ritenermi un po’ più colto e intelligente. 

Purtroppo, però, verso quella strada pericolosa io avevo continuato ad andare ugualmente e anche loro avevano iniziato a incamminarsi. Dopo quel dialogo, io continuai ancora per un po’ di tempo a frequentare il mio ex compagno di scuola e altri ragazzi del quartiere. Intanto mi ero iscritto alla facoltà di Fisica dell’Università Statale di Milano, con l’obiettivo di diventare un astrofisico e scoprire i misteri dell’universo. Sia il mio ex compagno di scuola con cui avevo passato buona parte dell’anno, sia il mio migliore amico dall’infanzia (che andavo a trovare di tanto in tanto a casa sua la sera tardi), si iscrissero invece a Ingegneria Elettronica al Politecnico di Milano. 

Una sera, mentre mi trovavo seduto a un tavolino del bar Frison in attesa di qualche amico con cui passare la serata, arrivò da solo uno dei miei amici più grandi con i quali avevo iniziato a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin fra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Mi chiese se volevo andare con lui alla birreria La Clinica di via Torricelli, sui Navigli. Accettai l’invito. Quando fummo là, si fece raccontare da me come stavo vivendo in quel periodo. Chiunque mi avesse guardato bene capiva che non scoppiavo di salute, né fisicamente né psicologicamente. Mi disse che se volevo risolvere una volta per tutte la situazione l’unica alternativa era ricominciare a praticare. Accettai anche questa proposta e dal giorno dopo inizia a frequentare lui e gli altri buddisti della zona tutti i giorni. Questo mio amico mi disse anche che, se mi sentivo in pericolo se fossi uscito di casa durante il giorno, era meglio se restavo a casa e poi uscissi con loro nel tardo pomeriggio e la sera. Così smisi per qualche tempo di vedere gli amici di prima. 

Una sera, il nostro amico chitarrista blues mi portò a casa della persona che gli aveva parlato per la prima volta del buddismo e a me sembrò che fosse quasi un buddha in persona, tanto era felice e convinto delle cose che diceva. Sempre a casa di quel ragazzo, che allora aveva 28 anni come il mio amico chitarrista, una di quelle sere incontrai un giapponese di trentasei anni, che praticava circa sedici anni. Abitava da qualche anno in Italia e risiedeva a Bergamo. Spesso, prima di tornare dalla sua famiglia, si fermava a Milano per incontrare dei giovani praticanti. Il giapponese mi lasciò parlare a lungo, mi fece alcune domande, si prese anche qualche appunto, e alla fine, con una voce calma e in grado di toccare il cuore mi disse: “Devi avere più rispetto di te”. Quelle parole mi fecero capire quale era stato il mio problema più grande di quegli ultimi anni. Qualche settimana più tardi, portai sempre in quella casa il mio ex compagno di classe, con cui ogni tanto avevamo iniziato a incontrarci all’università fra una lezione e un’altra: Fisica non era distante dal Politecnico. Anche in quell’occasione c’era il responsabile giapponese. Per almeno una mezz’ora recitammo Daimoku (la frase che riteniamo rappresentare la Legge mistica universale). Anche il mio amico lo fece con noi. Poi il giapponese parlò un po’ anche con lui. Lui però non decise di iniziare a praticare e dopo di allora ci rivedemmo sempre meno frequentemente, anche se ho continuato a pensare a lui molto spesso. (fine)

(pubblicazione riservata - Riccardo Cervelli 2022)



Autobiografia giovanile - Cap. 39 - Anno mistico

 Nella classe dei biennio quarta-quinta in cui mi ritrovai nell’autunno 1978, all’Unione Professori di via Torino, feci inizialmente conoscenza con il mio compagno di banco. Durante una delle prime chiacchierate che facemmo gli raccontai qualcosa del mio viaggio in Marocco. Il giorno stesso, o quello successivo, mi avvicinò un altro compagno il quale mi disse che, stando in un banco dietro il nostro, aveva sentito del mio viaggio in Marocco e che anche lui era interessato a certi argomenti che avevo toccato a proposito di questa esperienza. Diventammo così amici. 

Intanto, con alcuni dei vecchi amici del Cpv e qualche altro amico che non ne aveva fatto parte, alcuni pomeriggi ci trovavamo nella casa occupata. Però non utilizzavamo più i due locali storici del primo piano, ma andavamo in un appartamento del terzo che, l’anno prima, era occupato dai fricchettoni che erano stati mandati via dal Mls. Anche quest’ultima ormai non si faceva più vedere alla casa occupata; del resto i suoi membri venivano tutti da fuori zona. Quando andavamo alla casa occupata passavamo lì solo del tempo a divertirci e sentirci raccontare qualcosa da qualche amico più grande. Poi, verso Natale, io, mio fratello, e altri due del gruppo che si era unito a me e ai miei tre amici dalla fine del 1976 (ricordo anche che ci conoscevamo già dalle elementari) decidemmo di passare il capodanno ad Amsterdam. 

Arrivammo ad Amsterdam in treno il giorno di Santo Stefano e alloggiammo in un ostello vicino a piazza Dam in una camerata molto grande. Di notte eravamo in tanti a dormire sui letti a castello, ma non facemmo amicizia con nessuno. Preferimmo stare fra di noi. Passammo le giornate passeggiando per la città. Un fatto divertente che ci capitò fu quello di entrare in un pub, stare per ordinare della birra, ma accorgerci subito che nel locale c’erano solo uomini che ci fissavano e ci lanciavano occhiate ammiccanti. Fu quella la mia scoperta dell’esistenza di luoghi riservati ai gay. Siccome ci sentimmo a disagio, perché in quegli anni non era così frequente conoscere e frequentare persone con un orientamento omosessuale (ne conoscevamo tutti solo uno, che veniva qualche volta alla casa occupata), non ordinammo, salutammo e andammo a cercare un altro locale. Ogni sera andavamo invece in un club grande che si chiamava Paradiso. Esternamente sembrava una casa occupata. All’interno c’era una grande sala dove si tenevano dei concerti. Ovviamente c’era anche un bancone per ordinare da bene e, in un pianerottolo delle scale, c’era una piccola rivendita di hashish e marijuana, con tanto di listino prezzi appese sulla parete. Al Paradiso, una sera, ascoltammo un concerto di Jim Capaldi, l’ex batterista dei Traffic, uno dei complessi che avevo iniziato a conoscere nel 1974 ascoltando il programma Popoff alla radio sul canale Rai Radio 2. Non ho moltissimi ricordi di quel viaggio.

Amsterdam Paradiso
Sulla destra il club Paradiso di Amsterdam nell'inverno 1978-1979

In seguito formammo un trio affiatato anche con un altro compagno di classe. Tutti e tre avevamo diversi interessi comuni. Il primo che avevo conosciuto (dopo il mio compagno di banco), proveniva da un’altra scuola privata e abitava vicino a viale Argonne, non lontano dal liceo da cui arrivavo io: il liceo scientifico Donatelli di viale Campania. Il secondo, invece, abitava al Gallaratese e non ricordo quale scuola avesse frequentato prima. La famiglia era - almeno in parte - marchigiana. Tutta la famiglia, o uno dei genitori, erano proprietari di un albergo sulla costa, a nord di Ancona. Tutti e tre amavamo la musica e fra le prime cose che facemmo insieme fu quella di andare a suonare in una sala prove: io, che in quel periodo stavo riavvicinandomi al piano, anche se senza più il ricorso al materiale didattico ma “andando a orecchi”, scelsi di suonare un organo; il compagno del Gallaratese si mise alla batteria e l’altro alla chitarra. Per la verità non sapeva ancora suonarla, ma gli insegnai un po’ di accordi che poteva fare senza difficoltà. Non suonammo molto e ci limitammo per lo più a provare gli strumenti e a improvvisare per capire quale genere di musica era più nelle nostre corde. L’amico che abitava al Gallaratese ci aveva proposto di chiamarci Mystic Lay Brotherhood; io e l’altro accettammo ma già nei giorni successivi non parlavamo più di questo nome. Riuscimmo a inventare un pezzo che ci tenne impegnati almeno una decina di minuti. Quella fu l’unica volta che suonammo tutti e tre insieme.

Cominciammo anche a uscire qualche pomeriggio dopo la scuola. Almeno una o due volte ci recammo al Parco Lambro. Due o tre volte andai a dormire a casa del compagno del Gallaratese, che mi fece ascoltare alcuni dischi di Max Roach, il batterista che preferiva. Era un musicista jazz e anche a me piacque quello che ascoltai. Uscendo con l’altro amico che abitava vicino viale Argonne, ebbi modo di conoscere la sua ragazza, con cui stava da diverso tempo. L’amico mi raccontava delle cose che facevano insieme e che io non avevo ancora iniziato a fare con nessuna. L’altro non ricordo se avesse una ragazza. In caso positivo non abitava a Milano, ma forse nelle Marche. Con quest’ultimo facemmo qualche giorno in montagna da me in roulotte.

Parco Lambro 1979 montagnetta
Foto scattata da me al Parco Lambro fra l'inverno e la primavera del 1979

Sempre in quei primi mesi del 1979 continuavo a uscire anche con gli amici del quartiere che avevo iniziato a frequentare nel 1978. I miei tre amici con cui, alla fine del 1976, avevo iniziato ad andare alla casa occupata, e con cui avevamo deciso di sistemare un appartamento per trovarci a suonare e svolgere altre attività di tipo artistico, non li vedevo più. Uno, forse, era andato a svolgere il servizio militare in anticipo, non so per quali strade, ma comunque era entrato nella squadra sportiva dell’esercito perché era un bravo sciatore da quando era bambino. Dico che doveva essere partito in anticipo perché, nella primavera e estate 1979 era di nuovo a Milano e mi raccontava alcune esperienze del periodo militare. E lui aveva circa due anni meno di me: quindi, a conti fatti, forse era partito volontario minorenne. Di certo non era un militarista, a forse aveva compiuto questa scelta per qualche ragione particolare, fra quali potrebbe esserci stata quella di levarsi il pensiero di dover partire per la leva più avanti. Nel 1978, del resto, anche lui come me non stava frequentando regolarmente la scuola, e forse i suoi gli avevano prospettato quella possibilità in un momento in cui però non ci stavamo frequentando. 

Quando arrivò la bella stagione, con un grosso gruppo di amici e conoscenti che avevano gravitato intorno alla casa occupata e che ora si incontravano al bar Frison, la sera cominciai ad andare spesso sulle gradinate della chiesa Madonna di Fatima. Qualcuno portava la chitarra, fra cui io, e una di quelle disponibili la suonava quel ragazzo grande che era tornato da Londra un anno, un anno e mezzo prima, e che aveva iniziato a suonare con una band abbastanza famosa di Milano. 

Dopo che era tornato da Londra, quel ragazzo aveva iniziato a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin, a cui era stato convertito da un ragazzo della sua età che abitava a San Donato Milanese. Allora i praticanti di questo buddhismo giapponese, che facevano capo all’organizzazione laica Soka Gakkai, in tutta Italia erano poche centinaia. Diverse decine abitavano a Milano o nei dintorni. Ma si era creato soprattutto un grande gruppo a San Donato, e in particolare nel suo quartiere Metanopoli, dove abitavano soprattutto famiglie di impiegati e dirigenti di aziende del gruppo Eni, che lì aveva la sua sede. Nel 1975 o 1976, un giovane di Metanopoli, anche lui di circa otto anni più grande di me, era stato convertito al buddismo di Nichiren Daishonin da un batterista jazz afroamericano che veniva spesso in Italia. Subito lui parlò di questa pratica a tutti i suoi amici, e molti iniziarono a praticare anche loro. Intanto, altre persone, venute a conoscenza di questo buddismo per altre strade, avevano iniziato in altre città italiane. Ma fu soprattutto a Metanopoli che ci fu un rapido sviluppo, perché ragazzi e ragazze sempre più giovani, molti dei quali frequentavano le scuole dell’istituto omnicomprensivo di San Donato, si misero a praticare. 

Personalmente, già dal 1978 circa, io avevo iniziato ad interessarmi di filosofie orientali. Per qualche mese, fra il 1978 e il 1979, con qualche altro ragazzo della casa occupata avevo iniziato a frequentare un corso di yoga. Ogni tanto mi compravo qualche libro sullo yoga e sul buddismo. La sera che, davanti alla chiesa di Fatima, dopo aver suonato per circa un’ora la chitarra, il ragazzo tornato da Londra e convertito al buddismo di Nichiren Daishonin iniziò a parlarne a me, come aveva fatto le altre sere con altri, io gli dissi: “Non c’è bisogno che cerchi di convincermi. Ti ho ascoltato già le altre sere. Voglio provare a praticare anch’io”. Così iniziai a dire tutti i giorni, mattina e sera, le preghiere (consistenti nella recitazione continua di una frase, che rappresenta la Legge Mistica dell'universo, e nella lettura di parti di due capitoli del Sutra del Loto del Budda Shakyamuni) e ad andare a qualche riunione organizzata nelle case di alcuni praticanti a Milano. Ma dopo un paio di mesi, lo stile di vita che avevo intrapreso in quel periodo con alcuni amici, si dimostrò troppo in conflitto con quello di un serio praticante buddista e così smisi di praticare e di andare alle riunioni. Ciò nonostante, spesso, mentre mi ritrovavo a guidare il motorino per le vie di Milano, mi ritornavano nella mente delle parti del Sutra che ormai avevo imparato a memoria. Non c’era niente da fare: si erano come incarnate nella mia mente. Allora mi mettevo a cantare qualche canzone, fra le quali, mi ricordo chiaramente, c’era L’anno che verrà di Lucio Dalla, pubblicata sull’omonimo album uscito all’inizio del 1979. 

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 36 - Londra, Cpv e Mls

Riccardo Cervelli 17 anni 17yo
Io a Londra fra la fine del 1977 e l'inizio del 1978

L’inizio del 1978 lo festeggiai in piazza Londra con mio fratello e un altro amico. Eravamo arrivati in questa città in treno da Milano qualche giorno prima. Avevamo preso una stanza in un ostello, dove di tanto in tanto veniva alloggiata un’altra persona e poi passavamo le giornate girando per la città con la metropolitana per vedere le attrazioni più importanti o località che ci incuriosivano. Come libro da leggere durante quel viaggio avevo scelto la raccolta di poesie I fiori del male di Charles Baudelaire. Dopo capodanno, io avevo proposto di andare a trovare senza preavviso il signor Goodman, il signore inglese insegnante di ginnastica che io e la mia famiglia avevamo conosciuto nell’estate 1974 in Cecoslovacchia. Dato che dopo che ci eravamo lasciati in Cecoslovacchia, per molto tempo il signor Goodman ci inviava delle lettere contenenti delle musicassette su cui ci parlava registrando la sua voce, io disponevo del suo indirizzo. Così un giorno partimmo da una stazione secondaria di Londra in direzione Ipswich. Da lì, con un taxi, raggiungemmo l’abitazione del signor Goodman e gli facemmo un’improvvisata. Dal suo volto si capì la forte sorpresa di vederci. Oggi non mi ricordo più se ci riconobbe subito o se dovemmo dirgli chi eravamo. Comunque ci fece entrare, la sera ci preparò una cenetta, chiacchierammo per un po’ e quindi ci fece dormire nel suo salotto. Il giorno dopo ci riaccompagnò a Ipswich per riprendere il treno per Londra. Dopo di allora credo che non lo sentimmo più. Forse era già da qualche anno che non ci scriveva e che i rapporti si erano allentato. Tuttavia rimasi soddisfatto di questa esperienza, anche se non sono stato in grado di capire fino in fondo se avevamo compiuto un’azione troppo azzardata, a presentarci senza preavviso, oppure, era andata bene così.

Riccardo Cervelli 17 anni 17yo
Io nell'ostello di Londra con la raccolta di poesie I fiori del male di Charles Baudelaire

Rientrati a Milano, riprese la vita di prima, con le mattine trascorse nelle rispettive scuole e i pomeriggi alla casa occupata di piazza dell’Assunta; o più propriamente nei locali del Cpv. In quel periodo alla casa occupata erano venuti anche dei giovani del Vigentino, di qualche anno più grandi di noi, che facevano parte di qualche gruppo che faceva riferimento a Democrazia Proletaria (Dp). Avevano deciso di creare lì una loro sezione e vennero a parlare con noi per chiederci che cosa facevamo e per raccomandarci di comportarci bene in maniera da non creare problemi fra la casa occupata (che diventava anche la loro sede) e il quartiere. Noi li tranquillizzammo a questo proposito ma scegliemmo di non partecipare alla loro attività, che però poi durò pochissimo. Anzi, fra di noi li prendevamo in giro per il loro atteggiamento di militanti seri e impegnati. 

Poi, non ricordo più in quale ordine, arrivarono anche dei fricchettoni che avevano lasciato la casa occupata di via Broletto e dei militanti del Movimento Lavoratori per il Socialismo (Mls) nessuno dei quali - a differenza dei compagni di Dp - abitava nel nostro quartiere. I fricchettoni bussarono alla nostra porta un pomeriggio o una sera e ci chiesero se ci fossero dei locali liberi nella palazzina e se potevano trasferirsi lì. Noi del Cpv - o meglio io e i miei amici, perché eravamo più una compagnia che un’organizzazione politica, anche se Cpv era ormai diventato il nome del nostro gruppo - li accogliemmo con piacere, anche perché vedevamo in loro, sebbene fossero tutti un po’ più grandi di noi e non abitavano più da tempo con le rispettive famiglie, delle persone con i nostri stessi interessi e obiettivi. Quelli del Mls si presentarono anche loro un giorno da noi. Erano molti. Il loro “segretario” era una persona molto più grande di noi, molto preparata e cortese. Una sera ci invitarono nei locali che si erano presi, al piano terreno, in quella che qualche anno prima era la sede del Circolo Giovanile Vigentino, per fare una riunione insieme. Ci spiegarono qualcosa dei loro progetti. A un certo punto, uno di loro, un ragazzo un po’ tarchiato, propose di votare una “mozione”. Subito, fra di noi, lo soprannominammo Mozione. In realtà, nelle settimane successive, si rivelò essere uno dei più simpatici e disponibili nei nostri confronti. Il segretario allora non avevamo ancora capito chi fosse, ma era già un professore universitario, figlio di una persona molto importante in quell’epoca, ma quello che ci importava - o meglio importava me, visto che io ero stato individuato un po’ come il responsabile del nostro gruppo - era una persona con cui si poteva parlare in modo sereno. Altre due o tre persone, che potevano essere più o meno della stessa età del segretario, ci sembravano invece indisponenti. Ad ogni modo, la loro presenza nella casa occupata si limitava solo ad alcune serate o sabati pomeriggio, e dopo un po’ loro e noi ci ignorammo vicendevolmente. Un’altra cosa che non sapevamo, invece, era che quelli del Mls non tolleravano molto il fatto che nella casa occupata, e per la precisione occupando tutto il terzo piano (se non ricordo male noi li chiamavamo “quelli del terzo piano”), ci fossero dei fricchettoni, degli hippie, dei drogati. 

Riccardo Cervelli 18 anni 18yo
Io, con il cappellino bianco, con alcuni amici nei locali del Cpv nella casa occupata di piazza Assunta a Milano 

Per qualche mese noi del Cpv stemmo tutti bene insieme, sia i quattro amici originari della fine 1976 e prima metà del 1977, sia gli altri che si erano aggiunti. Ci ritrovavamo a divertirci tutti i pomeriggi e spesso anche di sera. Un giorno si presentarono da noi dei vigili urbani (oggi si chiamano polizia locale) che erano stati chiamati da alcune persone che abitavano vicino alla piazza e che si erano stancati di sentire provenire musica ad alto volume dalla nostra sede. Ci riportarono le lamentele, ci raccomandarono di abbassare la musica e poi se ne andarono. 

Credo che già in quel periodo mio padre fosse diventato direttore dell'agenzia della Banca Commerciale Italiana numero 38 di via Ripamonti, a poche centinaia di metri dalla casa occupata, e che aveva conosciuto uno dei capi dei vigili. Così si accordò con questo vigile e con me affinché il primo venisse un pomeriggio nella nostra sede e raccogliesse una serie di informazioni da tenere al comando. Quando venne c’ero io e non ricordo più quali degli altri del Cpv. Lo facemmo accomodare, lui tirò fuori un blocco, ci fece diverse domande in tono molto gentile, prese alcune note e poi se ne andò via tranquillo. Io restai soddisfatto perché, dopo quel colloquio, avevo capito che la nostra presenza alla casa occupata era diventata ufficiale e che dovevamo solo comportarci bene. 

Questo diventava un po’ più difficile quando al sabato sera si raggiungeva l’acme della nostra creatività e, con l’aggiunta di altri amici in visita da altri quartieri o della nostra zona, diventavamo moltissimi. Un sabato pomeriggio, la mia amica dell’Einstein che l’anno prima era scappata di casa per venire a stare qualche giorno in montagna con me e altri due amici, mi truccò da donna. Io allora ebbi l’idea di entrare così dentro l’oratorio, che ricordo si trovava di fronte alla casa occupata, e di sedermi a un tavolino, dove rimasi per qualche decina di minuti chiacchierando con qualcuno. Poi, me ne andai. Non ricordo più se fu quella volta o un’altra che l’amico dell’oratorio di otto anni più grande di me, quello che mi aveva insegnato a suonare la chitarra, mi disse: “Secondo me tu dovresti ritornare nella Comunità”. Ripensando, negli anni successivi, a questo invito, qualche volta mi sono chiesto se non avessi fatto bene a raccoglierlo. 

In quel periodo aveva cominciato a venire al Cpv anche la mia ex fidanzatina dell’oratorio, che si era messa con uno dei miei amici più stretti del nostro gruppo.

Credo che fu intorno al periodo delle vacanze di Carnevale che il nostro amico la cui famiglia aveva la famosa casa in montagna, ci disse che potevano andare su tutti. Così un giorno partimmo in treno e andammo su. Qualche giorno dopo ci raggiunse anche il mio migliore amico di una vita, che andai con alcuni altri a prendere alla stazione. Mi ricordo che c’era la neve per terra. Il treno arrivò e poi ripartì. Del mio amico nessuna traccia. Poi guardai per terra e vidi delle impronte di scarpe a punta sulla neve. Le seguimmo e trovammo l’amico che, dopo essere sceso dal treno, si era diretto in un punto sbagliato della stazione, in direzione opposta all’uscita. Ci mettemmo a ridere per questo e per il fatto che, a differenza di noi, vestiti in modo sportivo e un po’ fricchettone, lui indossava delle scarpe a punta e un costo giaccone di pelle. Poi uscimmo dalla stazione e riprendemmo la strada per salire alla casa: un tragitto di circa otto chilometri a piedi. Mentre ci trovavamo a metà percorso, sentimmo dei cori provenire dall’alto e poi vedemmo delle luci di pile: erano gli altri amici che erano rimasti nella casa e che avevano poi deciso di venirci incontro. Quando ci incontrammo fu un momento molto bello. Poi passammo qualche altro giorno su e facemmo diverse cose. Ci divertimmo moltissimo.

Al rientro a Milano, però, iniziarono a vedersi dei segni di incrinamento in alcuni rapporti. Io e i miei due amici che avevamo costituito il primo nucleo del nostro gruppo iniziammo a non essere più visti molto bene da altri. L’altro nostro amico, con cui ci frequentavamo prima della nascita del Cpv, era invece sempre benvoluto. Uno del gruppo che si era aggiunto durante l’estate 1977, in particolare, disse che io e gli altri due volevamo - o sembravamo - fare un po’ i “guru”. In realtà, cosa che si è ripetuta anche in altre occasioni della mia vita, nel rapporto tu per tu non c’erano mai problemi con nessuno: questi uscivano, attraverso alcune frasi dette e non dette, o atteggiamenti di freddezza o di allontanamento, nel rapporto fra noi tre singoli e il resto del gruppo. Dopo un po’ di tempo due dei miei amici più stretti cominciarono a non venire più. Nei confronti di uno in particolare poi provai dei sensi di colpa perché, forse per non schierarmi contro gli altri, non lo avevo difeso quando vedevo degli atteggiamenti di emarginazione nei suoi confronti. E pensai anzi che sarebbe stato molto meglio se lo avessi seguito invece di rimanere con il resto del gruppo. Forse mi sarei risparmiato diverse esperienze negative future. 

In primavera successe quello che non doveva succedere. Un sabato pomeriggio arrivai alla casa occupata e vidi un assembramento di persone in atteggiamento bellicoso davanti all’ingresso. C’era un folto gruppo di militanti del Mls, in parte della sezione che si era installata alla casa occupata, e in parte provenienti da altre zone di Milano, insieme a qualcuno dei militanti di Dp della zona. Stavano sgomberando i ragazzi che abitavano al terzo piano. Questi uscivano dal portone con le loro cose. Qualcuno che cercava di opporre resistenza veniva strattonato. Una ragazza incinta mi sembrò che venne quasi spinta per terra. Io cercai di protestare e qualcuno piuttosto grosso del Mls che non conoscevo mi si mise davanti e mi disse: “Che vuoi tu mingherlino”. Il leader del gruppetto di Dp, che abitava in zona e con cui finora avevamo pochi ma tranquilli rapporti, invece, mi disse: “Tu sei un mafioso”. Nel tardo pomeriggio io chiamai per telefono qualcuno del gruppo di Autonomia con cui non facevo più nulla, ma con cui ero rimasto in contatto, e loro vennero la sera alla casa occupata e devastarono la sede del Mls. 

Il giorno dopo o due giorni dopo, io chiamai mia zia Paola Errichelli, che sapevo lavorare al Manifesto e le raccontai dell’accaduto. Lei organizzò un incontro alla redazione del Manifesto di Milano con un giornalista di nome Mario Gamba. Presente anche mia zia, lui mi intervistò e poi scrisse un lungo articolo che, mi sembra, occupava una pagina intera o tre quarti del quotidiano, in cui si raccontava il fatto avvenuto (riportando, senza fare il mio nome, alcune mi frasi fra virgolette) e se ne forniva un’interpretazione alla luce di posizioni politiche del Mls legate allo stalinismo che non erano condivise da chi scriveva l’articolo. Non mi ricordo più da chi, ma probabilmente da un ragazzo con cui avevamo stretto amicizia negli ultimi mesi, e che lavorava per una radio privata legata al Mls, che quelli del Movimento Lavoratori per il Socialismo avevano deciso di farmela pagare. Per qualche giorno mi allontanai da Milano andando con un altro amico a fare dei lavori in un vigneto che lui e alcuni altri più grandi di me stavano sistemando nell’Oltrepo Pavese. Al ritorno decisi solo di fare attenzione a chi mi si avvicinava. 

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 34 - Politico e fricchettone

 


Ritornato a Milano dal viaggio in Sicilia per la tumulazione di mio nonno materno Matteo a Cinisi, ha ripreso la vita di studente di terza liceo scientifico, neo 17enne, con nuove amicizie e con uno stile di vita sempre meno militante politico e sempre più fricchettone.

Da febbraio 1977 ho iniziato a vivere esperienze che in futuro penserò che sarebbe stato meglio non fare. Da buddhista, quale sono diventato due anni dopo quel periodo (e cioè nel 1979), devo però dire che quello che è avvenuto faceva parte del mio karma con cui sono nato in questa vita, e che il karma può “essere trasformato in missione”. Questi principio significa che, attraverso la pratica buddista, le esperienze negative si possono superare e trasformare in una saggezza e una capacità specifica di empatia che ci consente di capire di più e aiutare chi inizierà a vivere quelle esperienze dopo di noi. È ovvio che anche chi non è passato attraverso determinate storie, e non è buddista può offrire valido aiuto a chi invece le stato vivendo. Ma chi le ha vissute, ne è uscito vincitore, e sta praticando il buddhismo che ho abbracciato io (quello di Nichiren Daishonin e propagato dalla Soka Gakkai) può “trasformare il (suo) karma (passato) in missione”, e donare sia un aiuto morale e concreto, sia la conoscenza di una filosofia e una pratica che poi si è liberi di accettare o meno.

Alcune esperienze che ho iniziato a vivere dal febbraio 1977 fino al settembre 1979, pur se non esclusivamente, mi hanno qualificato in quel periodo anche in quel genere di persone che oggi sono considerate soggetti devianti. Se oggi non rimpiango di aver iniziato, alla fine del 1976, a fumare canne - anche perché almeno al momento in cui scrivo sono favorevole alla liberalizzazione della cannabis anche per utilizzo ricreativo - se non vedo la cosa come un fatto che avrei dovuto vivere e che poi mi ha stimolato a praticare il buddhismo con la Soka Gakkai in modo serio - mi sarei volentieri evitato di andare oltre con altri tipi di sostanze che invece oggi considero dannose per la salute e pericolose per la vita. Sicuramente qualcuno dirà che le canne sono una droga e che si parte da lì e poi non si sa dove si va a finire. Ebbene, non posso negare che la mia esperienza dimostri che ciò possa effettivamente avvenire, ma conosco moltissime persone che, per molti decenni hanno utilizzato la cannabis per divertimento o per rilassarsi e non hanno mai provato - o se lo hanno fatto non hanno continuato a assumerle - altri tipi di sostanze. E il loro utilizzo della cannabis non è diverso da quello di bersi, qualche volta, tre bicchieri bicchieri di alcolici vino o birra, sentire necessariamente un cambiamento dello stato mentale, ma non andare incontro a grossi problemi a meno che non si diventi alcolizzati o non ci si metta a guidare con un tasso alcolemico fuori dalla norma.

Un problema della cannabis e che non ha l’alcool è che la prima è considerata una “droga” e il secondo no, anche se anche quest’ultimo porta a una modificazione dello stato di coscienza. Questo fatto, che si può spiegare con il costume millenario della nostra società occidentale di bere alcolici, ma non di fumare la cannabis, ha fatto sì che quando io ero giovane - ma ritengo che per molte persone anche oggi sia così - dal momento in cui una persona iniziava a fumare hashish o marijuana e continuava a farlo anche in seguito, veniva considerato un “drogato”. È come se in un certo senso chi inizia a bere alcolici, e lo fa in un modo che lo rende “allegro” quando si trova in compagnia con amici a casa loro o in discoteca, viene etichettato come alcolista. Comunque lungi da me ora mettermi a discutere se le canne siano da considerare “droga” e se siano da legalizzare o meno. Non credo di avere nessuna verità in tasca su queste due questioni. Torno invece ai fatti.

Una sera del febbraio 1977 si è tenuta al Palalido di Milano una festa organizzata dal Partito Radicale per sostenere una proposta di referendum per abolire il Concordato fra Stato e Chiesa. In quell’occasione mi sono recato anch’io, con amici con cui avevo iniziato a uscire frequentemente da quale mese, alla festa. Lì abbiamo trovato altri nostri amici della casa occupata del Vigentino e, personalmente, molti miei nuovi amici conosciuti al liceo scientifico Donatelli (o Sesto liceo scientifico) da quando i miei genitori mi avevano trasferito lì dal liceo scientifico Einstein, come ho già raccontato in una puntata precedente. In quella occasione, mi sono, per metterla sullo scherzo, messo in pari con il famoso ragazzo olandese conosciuto in campeggio a Brunico nell’estate 1975, che mi aveva raccontato di aver provato l’Lsd. (continua)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 30 - Vacanze spartiacque

 Durante la primavera o l’inizio dell’estate 1976 i miei andarono a visitare un campeggio situato a Colle di Balisio, una località della Valsassina, situata dopo Ballabio salendo da Lecco. Balisio era anche punto di partenza di uno dei più famosi sentieri per salire in cima alla Grigna, passando per il rifugio Tedeschi e arrivando poi al rifugio Brioschi, posto in cima alla montagna. Quando tornarono indietro mi madre mi disse che a loro il campeggio era piaciuto e sarebbe piaciuto anche a me, anche perché lei aveva visto che c’erano molti bambini che sarebbero stati contenti di sentirmi suonare la chitarra.

La chitarra era più che mai diventata uno dei miei passatempi preferiti, da quando avevo iniziato a suonarla all’oratorio nella comunità di Cl. Per un paio d’anni l’avevo suonata, sempre insieme ad un altro ragazzo, anche per accompagnare il coro alla messa della domenica mattina alle undici. Ma in generale mi interessava la musica moderna, pop, rock, folk, e quella di alcuni cantautori italiani. Per tenermi aggiornato sui complessi italiani e internazionali, compravo sempre il settimanale giovanile Ciao 2001 (Editore Lei), dove trovavo anche altri articoli di attualità e altre rubriche con contenuti interessanti. In pratica era diventato quello che, nell’infanzia e nella preadolescenza erano per me Topolino (Arnoldo Mondadori Editore), Il Giornalino (Edizioni Paoline), Il Corriere dei Piccoli (Rizzoli) e Il Corriere dei ragazzi (Corriere della sera). 

A differenza delle testate che acquistavo da bambino, Ciao 2001 non era a fumetti. Quando leggevo le riviste a fumetti, questo tipo di linguaggio riusciva a farmi amare e immedesimare nei personaggi e nelle storie (la serie che amavo di più era Valentina Mela Verde, pubblicata prima sul Corriere dei Piccoli e poi sul Corriere dei ragazzi), mentre con l’adolescenza il fumetto iniziò a non appassionarmi più, eccezion fatta per alcune strisce particolari come i Peanuts, che mi piacciono ancora oggi, anche se non le cerco. Riguardo a Topolino, invece, c’è una storia personale molto simpatica (oltre quella di avere vinto, nel 1972 a Saint Vincent, un secondo premio di disegno a un concorso indetto dalla rivista), che mi è stata raccontata e risale al periodo terza o quarta elementare. In un temino avevo riportato, a sostegno di qualche tesi, un’affermazione del personaggio Giuseppe Tubi, scrivendo qualcosa tipo, “come dice Giuseppe Tubi…”. Con l’adolescenza ho iniziato ad amare soprattutto gli articoli, le interviste, le foto. Tanto che dal 1976 ho iniziato anche a comprare un quotidiano: Lotta Continua. 

Ricardo Cervelli 1976 16 anni 16yo
Io a 16 anni

All’inizio dell’estate 1976 non ero ancora molto libero di muovermi come volevo, a differenza di alcuni ragazzi della mia età o di uno o due anni meno conoscevo; ma si trattava soprattutto di ragazzi che avevano fratelli o sorelle più grandi e che se li portavano dietro. E così, alla fine di giugno, non mi fu permesso di andare al Festival del proletariato giovanile 1976, organizzato al Parco Lambro, fra gli altri, dai circoli del proletariato giovanile, il Partito Radicale, Lotta Continua, la radio libera Canale 96. Invece, ci andarono tutti i giorni, a quanto mi dissero, mio nonno Nevio e mio zio Alfredo, che si trovavano bene anche per la ristorazione.

Nel luglio 1976 salimmo con la roulotte per la prima volta a Camping Grigna di Ballabio. Il campeggio, quell’anno, occupava metà del terreno su cui si sarebbe dispiegato già - credo - dall’anno seguente, ma non era piccolissimo. Erano campeggiate quasi solo roulotte di famiglie con bambini o ragazzi giovani. Accanto alla nostro roulotte (dove inutilmente montai un antenna per il baracchino CB, perché non c’erano radioamatori contattabili da quel posto con i miei mezzi) c’era però una tenda con una nonna sola “sprint” e tre bambini piccoli: due sorelle di sette e quattro anni e un cuginetto di circa cinque o sei. Quei bambini si affezionarono a me quasi subito e anch’io ebbi la conferma che mi piaceva e incuriosiva interagire con i bambini più piccoli. Fu in quel periodo, infatti, che iniziai a leggere articoli e libri di psicologia infantile. Intanto pian piano io e mio fratello facemmo amicizia con altri ragazzi della nostra età e le mie sorelle fecero lo stesso con bambini della loro età (7-11 anni circa). Durante il pomeriggio, noi ragazzi e i bambini andavamo nel bar del campeggio a vedere la televisione. Dal 1974 la tv italiana trasmetteva la serie giapponese Heidi e altri cartoni animati che tutti volevano continuare a vedere anche se non erano a casa. Fra i ragazzi e le ragazze con cui feci amicizia una, mia coetanea, aveva sicuramente affinità con me per la passione della chitarra e le posizioni politiche; altri non si occupavano di queste cose, ma questo non costituiva un ostacolo, perché poi i passatempi con cui ci intrattenevamo piacevano a tutti. Lì imparai a giocare a Machiavelli, gioco di carte che ci impegnava per qualche ora. Qualche volta usavamo il pavimento della sala televisione come pista da ballo. Ecco, in quel caso mi annoiavo perché alla maggior parte dei ragazzi e delle ragazze piaceva la musica commerciale, che a me invece non andava giù.

Dopo qualche settimana nostro padre ebbe le ferie e portammo la roulotte a Milano. Restammo lì un paio di giorni, il tempo di caricarla di quello che serviva per andare in Francia. La notte in cui la roulotte restò parcheggiata sotto casa ci dormirono dentro i miei genitori. Poi partimmo in direzione Liguria e ci fermammo in un campeggio ad Arenzano. Invece che una notte, dovemmo rimanere lì due o tre giorni perché era scappata la nostra gatta e volevano ritrovarla. E così fu e ripartimmo in direzione Costa Azzurra. La prima notte, perché ormai era troppo tardi per cercare un campeggio, ci fermammo in un area di sosta vicino a Mentone. Poi non sono più sicuro di quali città della Costa visitammo all’andata o al ritorno, ma furono diverse quelle in cui ci fermammo: Cannes, Aix-en-Provence, Saintes-Maries-de-la-Mer, Carcassonne quelle che ricordo di più. Io avevo visto l’ultima volta il mare nel ‘67, in colonia, e Annarita nel ‘70 ad Alassio. Per mio fratello e la mia sorella più piccola era la prima volta. Ci sono numerose foto in cui si vede come ci divertivamo a sguazzare nell’acqua salata e fra le onde.

Riccardo Cervelli estate 1976 16 anni 16yo
Io in Costa Azzurra nell'estate 1976

La meta finale del viaggio era il santuario di Lourdes. Ormai in quel periodo avevo smesso di andare in chiesa da molti mesi. Ciò nonostante trovai la visita al santuario interessante e di valore spirituale e sociale. Mentre facevamo la fila per fare il bagno nell’acqua benedetta, un bambino piccolo in braccio a una signora vicino a me mi prese la mano. Quando guardai la sua manina vidi che aveva un ditino in più accanto al mignolo. Non era grande come quello e probabilmente non aveva (o aveva poca) mobilità. Ma credo che fosse comunque in caso di polidattilia. Poi facemmo il bagno. Ricordo che mi disposi in mutande davanti alla vasca e due persone mi fecero immergere e poi mi dettero un asciugamano. Non mi è restato in mente di più. Ricordo invece l’enorme quantità di persone che occupavano gli spazi esterni del santuario o che compivano delle processioni. Anche alla fine della seconda liceo, come a quella della prima, ero stato rimandato in tre materie, soprattutto perché non mi impegnavo, non perché non avessi le capacità. Mi sono sempre chiesto se fra i benefici del pellegrinaggio in cui mia madre (mio padre non penso molto) sperava ci fosse anche quello che mi promuovessero. Cosa che, comunque, accadde a settembre.

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Autobiografia giovanile - Cap. 29 - Anni di ribellione

A dicembre 1975 morì mia nonna paterna Iris. Fu la prima dei miei nonni a lasciarci. Era anche di loro l’unica figura che non ero mai riuscito a conoscere molto in profondità perché da tanti anni soffriva di una forma di demenza. Mia padre, mio nonno paterno e mio zio parlavano di arteriosclerosi. Avevo sentito dire che era stata ricoverata anche per un po’ di tempo all’ospedale psichiatrico Paolo Pini. Di lei, nata nel 1900 a Pisa, avevo saputo da mia madre che, quando era incinta di me e i medici le avevano detto, fin dal terzo mese, di rimanere a letto perché c’era un rischio di aborto, un giorno questa mia nonna era andata a trovarla e le aveva portato del té. Da quelle poche volte che io e mio fratello, da piccoli siamo andati, con nostro padre, a trovare i nonni paterni e mio zio Alfredo, mi ero costruito l’immagine di una nonna di poche parole, come immersa nei suoi pensieri, che ci preparava un té e ci offriva dei biscotti. Aveva otto anni più di mio nonno, classe 1908. Morì durante il trasporto in ospedale. Mio zio Alfredo e mio nonno ce lo vennero a dire poco dopo, di sera, direttamente a casa. Qualche giorno dopo andammo a casa loro e io presi delle scatole di psicofarmaci che utilizzava mia nonna per capire che cosa assumeva e poi me li tenni per qualche anno da parte. Negli anni seguenti, parlando con mio nonno Nevio, capii quanto l'aveva amata. La chiamava spesso "la mia principessa". Io ci rimasi male per la morte della nonna, ma non posso dire che fin da quando ero piccolo avevo stretto un legame così forte da soffrire tanto.

Come ho scritto nella scorsa puntata, i tre giorni dal 16 al 18 aprile 1975, con i loro tre ragazzi di sinistra morti a seguito di scontri con fascisti (Claudio Varalli) e polizia (Giannino Zibecchi e Rodolfo Boschi), mi portarono ad avvicinarmi sempre di più agli ambienti extraparlamentari di sinistra. Ciononostante, sia per la mia giovinezza, sia per la libertà ancora relativa lasciata dai miei genitori nell’uscire la sera, sia per la mia tendenza a seguire soprattutto la mia testa, non aderii a nessun gruppo specifico ma rimasi un cosiddetto "cane sciolto". 

Riccardo Cervelli 15 anni 15yo Ulm
Io ad Ulm, in Germania, nell'estate 1975

Nelle prime settimane dell’anno scolastico 1975-1976 ripresi a frequentare le riunioni del Comitato Autonomo Einstein (Cae) che, a dispetto del nome, non aveva niente a che vedere con Autonomia Operaia. Contemporaneamente, però, continuavo a frequentare la comunità dell’oratorio. Tuttavia, sempre più spesso mi trovavo a discutere con alcuni degli altri ragazzi a proposito della mia posizione intermedia fra le istanze di Cl e quelle dei gruppi di sinistra. Un pomeriggio, durante uno spettacolo organizzato in parrocchia, alcuni ciellini salirono sul palco e iniziarono a cantare una canzone in cui venivano nominate delle persone. Ad ogni nome fatto la musica si interrompeva e veniva chiesto al pubblico che cosa potesse rappresentare di più una certa persona. Quando venne fatto il mio nome, dopo un attimo di sospensione, cantarono l’inizio della canzone Bandiera rossa. Devo dire che rimasi un attimo perplesso, ma poi non potei che condividere la scelta e non mi sembra di essermela nemmeno presa per questo scherzo. 

Fra le mura dell’oratorio e con quasi tutti i ciellini continuavo a trovarmi a mio agio. Va detto, peraltro, che all’oratorio non si presentavano solo persone che si identificavano con la comunità di Cl: ce n’erano altri che avevano deciso di definirsi “dissidenti” e altri che, pur non avendo preso questa posizione, frequentavano l’oratorio ma non partecipavano alle riunioni o alle attività a sfondo religioso o connotate come animazioni specifiche della comunità, per esempio le attività rivolte ai ragazzi più giovani o ai bambini. 

Con alcuni di questi frequentatori dell’oratorio, ma non membri attivi della Comunità, iniziai ad aumentare il numero di amicizie. Alcuni li conoscevo già di vista perché abitavano anche loro da molti anni nel quartiere ma, avendo qualche anno più di me, da piccolo non li avevo frequentati. Solo uno, che era di un anno più vecchio di me, circa tre anni prima avevo avuto un’interazione nel campetto a fianco del mio condominio. Lui era passato di lì e, avendo già compiuto i 14 anni, poteva già guidare una moto da 49 cc. Aveva una moto da cross, un Fantic Motor, che era il sogno di diversi miei amici della mia età, compreso il compagno delle medie che viveva in una cascina a Locate Triulzi. Un pomeriggio, quel ragazzo entrò con la moto nel campetto e iniziò a parlare con me. Visto che mi piaceva la sua moto, mi propose spontaneamente di provarla. Io ne fui felice e feci un breve giro dentro il campetto, senza neanche cambiare le marce. Rimasi per sempre molto grato a quel ragazzo, che conoscevo appena di vista, per l’esperienza che mi aveva fatto fare.

Quando lo rividi all’oratorio, facente parte del gruppo dei “dissidenti”, iniziai a familiarizzare molto perché sapeva suonare molto meglio di me la chitarra. Mi insegnò qualche pezzo di musica pop dei Beatles, dei Rolling Stones e dei Crosby Still Nash & Young. Prima di allora, il mio repertorio era costituito soprattutto da canzoni di Cl e qualche pezzo di Bob Dylan, che era il mio musicista preferito. A questo proposito, il ragazzo di otto anni più grande di me che per primo mi aveva insegnato i primi rudimenti della chitarra di accompagnamento all’oratorio, e che era diventato uno dei responsabili più importanti della comunità, spesso mi chiama Bob Dylan perché avevo i capelli come quelli del cantante e avevo anche qualche somiglianza nel viso. 

Fra gli altri ragazzi non ciellini che venivano tutti i pomeriggi all’oratorio, ma stavano prevalentemente nel cortile, ve n’erano due di alcuni anni più grandi di me e con lo stesso nome di battesimo. Detto senza cattiveria, entrambi non erano molto colti, e soprattutto uno dei due non sembrava avere un quoziente di intelligenza particolarmente alto. L’altro, invece, era più sveglio ma aveva un problema nella voce, che la rendeva sguaiata. Entrambi erano molto alti. Quello che sembrava meno intelligente era stato soprannominato da alcuni ragazzi “testa di legno”. Voleva anche lui imparare a suonare la chitarra ed io mi offrivo sempre di insegnargli quello che conoscevo. Però lui aveva, oltre a una scarsa predisposizione per l’apprendimento anche un problema pratico: aveva le dita molto grosse e questo gli impediva di premere le corde giuste con le dita giuste. Comunque aveva un cuore molto grande. Mi voleva molto bene. Possedeva un ciclomotore con cui tutti i pomeriggi, quando io volevo rientrare a casa, mi accompagnava fino al mio portone. Dopo i primi passaggi, legò al portabagagli del motorino una cuscino, in modo che per me risultasse più comodo starci seduto sopra.

Sempre all'inizio dell'anno, non ricordo né il mese né come avvenne, io e la mia storica fidanzatina da due anni, salvo due interruzioni, ci lasciammo definitivamente. Tra le altre cose che non andavano, il rapporto non progrediva nelle modalità che ci si aspetta per le nostre età. Io non osavo nemmeno baciarla sulla bocca, figurarsi fare qualche avance in più. Forse ero io ad essere bloccato. Forse era lei che preferiva che tutto restasse così o era a sua volta bloccata. Quando la accompagnavo alla messa serale, e poi fin sotto il portone di casa, le tenevo un braccio intorno alle spalle, ma lei non contraccambiava e teneva le mani in tasca.Non avevamo nemmeno più molte cose da dirci, e così compivamo i soliti tragitti in silenzio. Nelle ultime settimane, ogni tanto, con una frequenza casuale, mi diceva di avere paura di me. Non ho mai capito cosa volesse dirmi.

A farmi fare qualche piccolo passetto in avanti nella disinibizione fu una ragazza con cui stetti per qualche mese. Aveva anche un lei un paio d’anni meno di me e frequentava la terza media. Credo che mi avesse notato quando suonavo la chitarra alla messa domenicale delle undici, quella a cui partecipava la maggior parte dei parrocchiani. Fino agli inizi del 1976 non mi era sembrato che frequentasse assiduamente l'oratorio, perché non l’avevo mai notata. La conobbi comunque lì, alla festa di Sabato Grasso.

Ci trovavamo nel salone, in mezzo a una gran folla di bambini e ragazzi. C'era molta musica e si organizzavano diversi balli e girotondi. Lei era mascherata. Mi ricordo che a un certo punto cominciammo a guardarci e poi a ballare insieme. Non ricordo più come ci mettemmo insieme, ma avvenne (come succede spesso a quell'età) nel giro di pochi giorni dal primo incontro. Per qualche tempo la mia ex fidanzatina, quando mi vedeva, faceva delle battute sul mio nuovo rapporto. Mi sembra che, in tono scherzoso, una volta o due mi disse che era gelosa e che “quella l’ammazzo”. Mi sembra anche che mi inviò messaggi simili anche attraverso le sue amiche.

Con la nuova fiamma si instaurò un rapporto diverso da quello precedente. L’intesa che si stabilì, più che intellettuale, era fisica, benché anche in questo caso non arrivammo nemmeno lontanamente ad avere a rapporti sessuali. Spesso, stando in piedi uno di fronte all’altra, i nostri corpi entravano in contatto anche in corrispondenza delle parti erogene. Ciò mi provocava una sensazione piacevole e nuova. Portavamo entrambi dei jeans. Poi ci baciavamo sulla bocca, anche se mai in modo profondo.

Non ho mai ben capito perché ma all’inizio della nostra storia lei mi disse che qualcuno avrebbe potuto dirmi che era una ragazza facile e mi invitò a non dargli retta. Tuttavia questo non avvenne. Inoltre non conobbi nessuna delle sue amicizia e non vidi mai la sua famiglia. Tutti i pomeriggi, dopo esserci trovati all’oratorio compivamo lunghe passeggiate per il quartiere abbracciati. Una volta incrociammo mia nonna Carla che andava a casa nostra o tornava. Qualche giorno dopo mi disse che io e quella ragazza sembravamo usciti da una cartolina. Questa era mia nonna. Romantica. Spesso le passeggiate finiva al parco giochi di via Chopin. Lì ci sedevamo su una panchina e parlavamo. Ogni tanto ci scambiavamo qualche bacio. Mi ricordo che provavo piacere a tenere il mio viso vicino alla sua fronte e sentire il calore e il profumo della sua pelle. Avevo capito che usava sempre un certo profumo. Ogni volta che sentivo quella fragranza da qualche parte, subito mi ricordavo di lei e provavo un momento di estasi. Un pomeriggio condussi questa ragazza nel sottotetto del palazzo dove si trovava l’appartamento dove vivevo con i miei. Aprii il lucernario e mi feci vedere a compiere passo sulle tegole. In realtà, altre volte avevo invece effettuato passeggiate lungo tutti i tetti dei caseggiati (avevo iniziato a salire sui tetti per montare qualche antenna CB a dei miei amici; una volta che passeggiai su quelli dei nostri palazzi un vicino mi vide a chiamo mia madre dicendole: “Suo figlio sta camminando sui tetti!”). Rientrato nel sottotetto, restammo per qualche minuto abbracciati con la metà superiore dei nostri corpi fuori dal lucernario. Neppure quella volta andammo oltre a questi piccoli atti.

A questa ragazza avevo anche cominciato a raccontare delle mie sempre più numerose esperienze politiche. Non mi sembra però né che capisse quello che facevo né che la interessasse. Il ricordo dei momenti in cui le raccontavo queste cose è associato a quello in cui iniziai a fumare regolarmente sigarette Muratti. Ricordo che lei si arrabbiava perché stavo prendendo il vizio del fumo. Dopo pochi mesi il rapporto si esaurì. Un giorno non si presentò all’appuntamento all’oratorio e il giorno dopo mi spiegò che aveva avuto dei problemi in casa, che non l'avevano lasciata uscire e che lei si era arrabbiata moltissimo con sua madre. Non so se quello che era successo avesse qualche relazione con me questa storia. Come ho già scritto avevo potuto farmi la benché minima idea della sua famiglia. Dopo qualche giorno non ci rivedemmo più.

Intanto a scuola ero ormai diventato molto attivo a livello politico. In quel periodo avevo visto crescere il mio ascendente sui ragazzi della mia età: anche sulle ragazze. Con qualcuna di queste mi incontravo spesso durante i cambi di ora, gli intervalli o alla fine delle lezioni. Con una, in particolare, ero arrivato a un certo livello di petting: baci sulla bocca, lunghi abbracci, e cose del genere. Ogni tanto, scherzando, mi proponeva di fare un bambino. Non so più come si chiamasse, ma mi ricordo che era di carnagione chiara, con capelli biondi lunghi e lisci, e con gli incisivi centrali rotti in mezzo. Per un certo periodo, un po' con la scusa di dover difendermi dai fascisti, un po' per pura e semplice stupidità, presi ad andare a scuola con una pistola finta che avevano dato a mio padre (che da anni ormai era direttore di agenzia della Banca Commerciale Italiana) e che lui aveva portato a casa. A volte, questa ragazza mi metteva le mani nel giubbotto e mi chiedeva se poteva toccare quel "gingillo". Credo che non le avessi detto che non era una pistola vera. Ad ogni modo, se fossi stato perquisito, avrei sicuramente passato dei guai.

La maggior parte degli ultimi vecchi leader studenteschi del liceo stavano preparandosi all'esame di maturità 1976-1977. Cionostante, in primavera compimmo un'esperienza di autogestione di quattro giorni. Durante quelle giornate mi presi anche una mezza infatuazione per una compagna di quinta, io che invece frequentavo ancora la prima. Ne ero attratto fisicamente, mi trasmetteva serenità il suo atteggiamento e il suo modo di fare, e condividevo le sue idee. Forse rappresentava un ideale di sorella maggiore che non ho mai avuto. L'ultimo pomeriggio, dopo che eravamo usciti dall’istituto, alcuni compagni di quinta mi consegnarono dei manifesti e altri materiali che erano serviti per l'attività politica. Considerai questo gesto come un simbolico passaggio di consegne. 

Il 6 maggio 1976 andai con il mio migliore amico al Palalido di Milano a vedere un concerto del cantautore Francesco Guccini, molte delle cui canzoni mi erano già note da almeno un paio d’anni e che suonavo spesso anche con la chitarra. A un certo punto sentii muoversi la panca sotto di me. Chiesi al mio amico se per caso era stato lui a provocare quel movimento e mi rispose di no. Poi notammo che l’enorme lampadario posto al centro del soffitto del palazzetto ondeggiava. A provocare tutto era stata la prima scossa forte del tragico terremoto del Friuli, regione situata a qualche centinaio di chilometri di distanza. Nelle mattine seguenti, all’ingresso e all’uscita della scuola mi misi a raccogliere delle offerte da inviare alle famiglie colpite dal sisma. Ricordo il mio disappunto quando un compagno di quelli con i quali avevo vissuto l’autogestione, militante della Federazione Giovanile Socialista (Fgsi, mi disse che era sbagliato raccogliere soldi privatamente, perché il sostegno doveva fornirlo lo stato. Io giudicai dentro di me troppo dogmatica questa posizione, arrivai a raccogliere circa 50mila lire e qualche giorno dopo effettuai un versamento in posta su un conto corrente per le vittime del terremoto. 

(puntata aggiornata il 09/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 28 - Alla scoperta dell'Olanda


Tornato dalla vacanza a Vigo di Fassa con l’oratorio, iniziarono i preparativi per la partenza per le vacanze con la famiglia. La tenda che era stata distrutta l’estate precedente da un nubifragio a Praga fu rimpiazzata da una roulotte. In questi ultimi anni mi sono spesso chiesto come sia stato possibile, a quei tempi (1975) pianificare ed effettuare una ed altre vacanze facendo trainare una roulotte non grandissima (adatta comunque a ospitare sei persone) da una macchina a benzina di soli 1.100 cc di cilindrata e piena di persone e cose. E come abbia fatto mio padre, che aveva la patente da soli tre anni, presa a 36 anni, non un persona attratta dalla meccanica e dai motori, a guidare un simile convoglio per mezza Europa. Eppure ricordo solo di una volta che ho pensato che stesse per avvenire un incidente perché, durante una lunga discesa, la roulotte, sul cui gancio non era installato uno stabilizzatore, prese ad oscillare. Per fortuna, alla fine della discesa riprendemmo ad andare diritti.

Ma ripartiamo dall'inizio della vacanza. Siccome con la roulotte attaccata, la macchina andava molto più lenta del normale (penso sugli 80-90 chilometri l’ora al massimo) i miei prevedettero diverse tappe intermedie. Quella più lunga, che costituì per la verità una vera e propria parte di vacanza, fu a Brunico, in Val Pusteria, dove eravamo già stati con la tenda una o due volte negli anni precedenti. Ci fermammo nel solito campeggio. Qui feci amicizia con un ragazzo di uno o due anni più grande di me olandese. Ci parlavamo in inglese e ci capivamo bene. Faceva parte di un piccolo gruppo di famiglie olandesi. C’erano anche delle ragazze della mia età e altre più piccole. Alcune ragazze olandesi le trovavo molto carine, per via dei loro capelli biondi, la carnagione chiara, gli occhi azzurri e un carattere estroverso e scherzoso. Una volta, mentre eravamo tutti in un prato fuori dal campeggio, mi feci insegnare come si dicevano nella loro lingua gli organi sessuali maschili e femminili in modo volgare. Con il mio amico, in campeggio suonavamo molto la chitarra (una chitarra elettrificata Eko che mi aveva prestato una persona adulta che avevo conosciuto un po' di mesi prima a Milano) e poi ci immergevamo in qualche discussione sulle nostre vite personali. Lui non credeva in nessuna religione “I am free” e mi raccontò che aveva provato l’Lsd. Questa cosa mi impressionò un po’ però non feci nessun commento negativo, anche perché, nonostante tutto, mi sembrava che stesse bene sia fisicamente che psicologicamente. 

Riccardo Cervelli 15 anni 15yo
Io a 15 anni e mezzo a Brunico con il ragazzo olandese conosciuto nel campeggio


Poi, non passando come altre volte per il Brennero, che ha molti dislivelli elevati, bensì per Lienz, raggiungemmo l’Austria e di lì la Germania. Poi attraversammo la Baviera, fermandoci in alcune città tedesche che non avevamo visitato l’anno prima. Fra queste, nell’estate 1975, ci furono Norimberga e Colonia. Sono sicuro perché nella prima volli recarmi in un negozio (Eugen Queck) che faceva pubblicità su una rivista di elettronica (CQ Elettronica) che comperavo tutti i mesi. A Colonia vidi per la prima volta dei ragazzi fra i venti e i trent’anni anni che facevano busking, ossia suonavano per strada raccogliendo offerte dagli ascoltatori. Feci loro una foto che è fra quelle di quegli anni a cui tengo di più. Vederli e sentirli suonare, inoltre, mi confermò che mi piaceva quello stile di vita legato alla musica e alla ricerca di un modo più informale di vivere. Non ricordo più esattamente in quale ordine, ma o all’andata o al ritorno passammo da Aachen (Aquisgrana) e Arnhem (Olanda), dove facemmo visita a una famiglia olandese conosciuta al raduno internazionale dei campeggiatori l’anno precedente in Cecoslovacchia. Altre città tedesche, che fra l’anno precedente e quello di cui sto parlando, complessivamente visitammo ci furono Monaco, Augsburg, Ulm (dove feci la bravata di sedermi per qualche secondo sul davanzale di una delle finestre più alte del campanile più alto del mondo), Heidelberg. Tutte mi piacquero molto anche perché mi sono sempre piaciute le chiese gotiche e gli organi.

Per sommarsi sull’Olanda, ricordo che i miei comperarono a me, mio fratello e mia sorella Annarita degli zoccoli di legno. Io mi feci regalare anche una pipa di terracotta. Ad Amsterdam visitammo la casa di Anna Frank. Ho un ricordo vago della casa, sono sicuro che qualcosa mi colpì, ma non ne ho conservato delle impressioni particolari. Penso che, comunque, avessi già letto il diario e un po’ di cose sulla persecuzione degli ebrei le sapevo già. Due anni prima, durante la permanenza a Monaco, eravamo andati a visitare il campo di concentramento di Dachau, mentre l’anno prima, passando per l’Austria, avevamo visto quello di Mauthausen. Durante un giro in città, in piazza Dam vidi per la prima volta degli Hare Krishna danzare a ritmo di tamburello e cantare la loro preghiera. Passando per il porto militare, invece, ci trovammo vicini alla principessa Beatrice e al suo seguito, ed io riuscii ad avvicinarmi abbastanza da scattare un paio di foto: forse le mie prime foto giornalistiche! Nel negozio del campeggio, di nascosto dai miei genitori, mi comprai un pacchetto di tabacco da pipa Drum, che però non fumai per circa un paio di anni. Mi sembrò di aver compiuto qualcosa di trasgressivo. 

Dutch princess in the summer 1975
Foto da me scattata alla principessa Beatrice nel porto militare di Amsterdam nell'estate 1975


Quando rientrammo in Italia partecipai ad una seconda vacanza con la comunità a Penia, sempre in Val di Fassa. L'ultima notte guida una spedizione in pigiama nella dependence dove erano alloggiate le ragazze. Le svegliammo, stemmo lì per un po’ di minuti, ma non accadde nulla di scandaloso, se non si considera tale il vedersi vestiti da notte. Il giorno dopo, però, mi dissero che non avrei più potuto partecipare a una vacanza dell’oratorio. Non so se la decisione sarebbe rimasta definitiva in futuro, comunque poi non partecipai più a nessuna iniziativa di quel tipo, anche se, fino alla primavera del 1976 continuai a frequentare l’oratorio. 

Iniziato il secondo anno di liceo, strinsi ulteriormente i miei legami con i compagni dei gruppi di sinistra. Anzi, assunsi un ruolo sempre più centrale nelle attività politiche della scuola, peraltro molto limitate perché all’Einstein eravamo pochi a parteciparvi e il preside e il consiglio di istituto erano molto decisi a non consentirne lo svolgimento dentro la scuola. Il presidente del consiglio di istituto era un genitore che era anche presidente di un’associazione di genitori (la Libera) a cui, all’inizio del primo anno, anche mio padre si era iscritto; dopo la prima assemblea dei genitori, a cui partecipai da uditore, spinsi mio padre a iscriversi invece all’Associazione Democratica Einstein, quella dei genitori più di centro-sinistra o sinistra. I rapporti con i miei compagni di classe era molto buono. Avevo un compagno di banco che non era impegnato politicamente ma che divenne un mio grande amico e confidente. A lui raccontavo molte cose della mia vita all’esterno della scuola, in particolare dei miei hobby (fra i quale c’era ancora la radio CB) e delle mie questioni sentimentali. Era un grande ascoltatore e penso che mi dette anche delle opinioni che apprezzavo. Qualche volta sono anche stato a casa sua.

Per un po’ tornai ancora insieme al mio amore più altro platonico. Sembrava una tradizione quella di lasciarci prima dell'estate e ricominciare in autunno. Questa volta, però, il nostro rapporto durò ancora meno del solito. Un amico con cui avevo familiarizzato all’oratorio, anche se di vista lo conoscevo da quando abitavo al Vigentino (era quello che da piccoli avevamo chiamato “strego”) mi disse che, indipendentemente da tutto, avrei sposato quella ragazza. 

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una...