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Autobiografia giovanile - Cap. 15 - Sbarco sulla luna

 Il 1969 è un anno che per me è ricco di ricordi precisi e di altri che, sebbene non sia sicuro essere riconducibili a quell’anno, riguardano fatti molto verosimilmente avvenuti in esso o in quello subito successivo.

Nella seconda metà del 1968, mentre io frequentavo la terza elementare alla scuola di via Noto, mia madre è rimasta incinta. Il 15 aprile è nata la mia seconda sorella Susanna, pre-termine. A differenza di noi primi tre, Susanna non è stata partorita alla clinica Mangiagalli ma alla Regina Elena. Iniziato il travaglio, mentre per noi primi tre nostra madre ha raggiunto l’ospedale in ambulanza (poiché non avevamo l’auto), questa volta è stato un nostro vicino, padre di nostri amici, a portarla alla Regina Elena con la sua Fiat 500 multipla. Credo che i nostri genitori si fossero già messi d’accordo per questo favore. Quando, dopo qualche giorno, nostra madre è tornata a casa, per farci vedere la nuova sorellina ci ha mandato sul balcone e ce l’ha mostrata attraverso il vetro della portafinestra. Subito non mi è sembrata la solita neonata, perché era piccolissima e, senza offesa, l’ho paragonata a piccola scimmietta. Nostra madre deve aver preso questa precauzione di presentarci Susanna attraverso il vetro perché, data la condizione di prematura, temeva che nostra sorella potesse essere infettata da noi. In quegli anni, del resto, si facevano ai bambini già diverse vaccinazioni (antipolio, antidifterica, antivaiolosa), ma non esistevano (o almeno non erano utilizzati) i vaccini contro malattie come pertosse, varicella, morbillo, parotite, rosolia, scarlattina. Se ti dovevi “beccare” una di queste malattie cosiddette “infantili”, te la beccavi e restavi chiuso nella tua stanza per tutto il tempo necessario per guarire. Ti portava il cibo e curavano i genitori che avevano già contratto la tale malattia e si tenevano distanti fratelli e amici (non dico cugini, perché non ne avevano, perlomeno di primo grado e abitanti vicini) a meno che qualcuno non decidesse che fosse meglio che si ammalassero anche loro, così da sviluppare gli anticorpi e non pensarci più. In quel periodo, non mi risulta che nessuno di noi - tranne me e mio fratello, che avevamo già fatto la pertosse (o “tosse cattiva”, come si diceva allora), avesse già contratto le altre malattie esantematiche. Per l’esattezza, non ricordo se Annarita si fosse già ammalata (e resterà, se non sbaglio l’unica) di scarlattina. Se non era già avvenuto, lo è poco tempo dopo.

Per rimanere al 1969, nella prima metà dell’anno andavo spesso il pomeriggio dai miei nonni materni a vedere la “Tv dei ragazzi”. In particolare, come ho già scritto, cercavo di non perdermi nessuna puntata della serie “I ragazzi di padre Tobia”, che mi appassionava molto perché raccontava le avventure di un gruppo di bambini scout di una parrocchia, seguiti da padre Tobia e dal sagrestano Giacinto. La serie è famosa anche per la canzone originale “Chi trova un amico trova un tesoro”, che mi piaceva e che subito ho imparato e canticchiato spesso. In quel periodo, inoltre, alla tv guardavo anche qualche trasmissione che si occupava della preparazione e della cronaca della missione spaziale americana Apollo 11 che ebbe al centro lo sbarco di due astronauti (Neil Armstrong e Buzz Aldrin) sulla Luna, avvenuto il 20 luglio. Ricordo che un po’ mi spiaceva per il terzo astronauta, Michael Collins, che era rimasto a bordo della navicella che doveva riportare tutto l’equipaggio sulla Terra. Lo immaginavo attendere gli altri due su questa navicella orbitante intorno alla Luna e apprezzavo il suo sacrificio di non essere potuto scendere con gli altri sul nostro satellite naturale.

Delle trasmissioni sullo sbarco sulla Luna mi piaceva tutto. In particolare mi affascinavano le immagini del centro di controllo dove c’erano file di scrivanie che, sopra ognuna, un monitor e una tastiera, e davanti scienziati e tecnici che avevano ciascuno un compito preciso per il successo e la sicurezza della missione. 

Sempre come ho già scritto, in quel periodo dell’infanzia si era già manifestata la mia attrazione per tutto ciò che riguardava la scienza e la tecnologia elettronica. Soprattutto quest’ultima rappresentava un forte denominatore comune con un amico, vicino di casa, coetaneo e compagno di classe, con cui dividevo ragionamenti, progetti e attività che avevano come oggetto l’elettronica o, almeno, l’elettricità. La mamma di un altro comune amico, sempre vicino di casa, coscritto e compagno di scuola, in quel periodo concesse a me e all’altro amico in una delle due cantine di pertinenza del loro appartamento doppio, che occupava tutto un piano di una scala della nostra via. Questa famiglia necessitava di un’abitazione così grande poiché era costituita da due genitori e ben nove figli. Però, evidentemente, non aveva l’esigenza anche della seconda cantina e così dette le chiavi a me e al nostro amico, che la utilizzammo per portarci vari oggetti elettronici da smontare e sperimentare. In quei mesi, fece molta amicizia con me un bambino, fratello minore della mia amica di tre anni più grande di me.  Lui, invece, aveva quattro anni meno di me, ma mi sembrava avere un’intelligenza e una maturità superiori alle media, per un bambino di cinque anni. Passava molte ore con me e l’altro mio amico nella cantina. Io, in particolare, gli assegnavo dei piccoli compiti che lui era felice di svolgere, e inoltre cercavo di rispondere alle sue domande. Credo che in quell’occasione ho provato per la prima volta il gusto di insegnare qualcosa a qualcuno più giovane. 

Ricordo che, nei mesi successivi allo sbarco sulla Luna, io proposi al mio amico coetaneo di costruire un razzo, chiamato Diel, per andare o sulla Luna o da qualche altra parte nello spazio. Da dove veniva quel nome? Era semplicemente quello di un’azienda che vedevo stampato su alcuni condensatori che dissaldavo da circuiti di vecchie radio o televisioni. Si trattava di condensatori in mica, alcuni dei quali avevo aperto per tirare fuori i piccoli nastri di mica argentata, che poi mi ricordavano (probabilmente) anche la mica che avevo trovato spesso nei minerali che raccoglievo. Il progetto Diel prevedeva anche la fabbricazione di tute da astronauta ottenute cucendo fra loro tappi di yogurt, fatti di alluminio. Qualche anno più tardi, qualche amico o - più probabilmente amica - mi ha raccontato che avevo chiesto ai nostri amici del condominio di procurarmi più tappi possibili.

Dopo i giorni dello sbarco sulla Luna arrivò il momento di andare in vacanza a Legri. Credo che sia stata questa la seconda volta in cui, per raggiungere la Toscana, invece del treno abbiamo usato un auto. Se non sbaglio la prima volta era stata nel 1968, e a portarci giù era stato il mio padrino della Comunione con una Volkswagen Maggiolino. Ricordo bene che eravamo ben stipati in sette nell’auto: sei umani e un cane barboncino nero di medio-grandi dimensioni di nome Sweetie (per noi “Suitti”). Un cane di cui non ho un particolare buon ricordo perché nel cortile, dopo essere stato lasciato slegato, era difficilisse da rimettere al guinzaglio: ci continuava a girare intorno e non si faceva prendere. Non era gradito da alcuni vicini di casa: qualche volta una donna del terzo piano, vedendo dal balcone che stavamo rientrando a casa con il cane, chiamava l’ascensore e lo teneva fermo al suo piano, costringendoci a salire a piedi fino al quinto. Per vendicarmi, un tardo pomeriggio, rientrando dai giochi in strada, scesi in cantina e staccai loro la luce dal contatore. Scese quindi il marito, il quale mi prese per un orecchio di mi portò su così fino a casa mia.

Dicevo di quel viaggio fino a Legri del 1968. Mi è rimasta impressa la prima visione dell’autostrada del Sole (oggi A1). Allora, ne sono quasi certo, aveva due corsie per carreggiata. A metà strada circa fra Milano e Calenzano, forse poco prima di iniziare i tunnel dell’Appennino tosco-emiliano, c’era un’area di sosta con una chiesetta. Lì ci siamo fermati a fare un pic-nic. Un’altra cosa che mi è rimasta nella memoria è il vedere che, sulla corsia di sorpasso, ci superavano soprattutto le auto Giulia Alfa Romeo. E così, io e mio fratello stavamo sempre con lo sguardo verso la strada indietro a vedere le macchine dietro di noi. Quando ne vedevamo una, urlavamo: “Arriva una Giulia!”.

Ma nell’estate 1969, ad accompagnarci fino a Legri in macchina, sempre che ciò sia effettivamente avvenuto, deve essere stata un’altra persona, forse un collega di nostro padre. Come negli altri anni, quella vacanza nella pieve sopra Calenzano deve essere stata molto bella, con il sole sempre splendente, i giochi con le bambine e qualche volta i bambini - nella piazza della chiesa o nella pineta -, le passeggiate fuori dal paese. Non so se quell’anno, o in uno precedente, nostro padre portò me e mio fratello a visitare la città di Lucca, dove lui era nato nel febbraio 1936. Andammo sicuramente con i mezzi pubblici, autobus e forse treno. Non ricordo di essere andato a visitare alcun parente, sempre che ce ne fossero molti o pochi ormai viventi in quella città. Penso che a mio padre piacesse - come avrebbe sempre voluto anche nei decenni successivi - rivedere la sua città natale (qualche anno più tardi mi raccontò che abitavano nella zona Borgo Giannotti), della quale però non credo potesse conservare molti ricordi di infanzia (dato che già all’epoca della seconda guerra mondiale abitava a Milano). Della città, durante quella visita, mi rimasero impresse nella memoria solo le mura esterne, con un camminamento in alto, che percorremmo. E i bagno pubblici, o meglio i “vespasiani”, che si trovavano lungo quelle mura. Fu quella la prima volta che sentii quel nome (“vespasiano”) che oggi credo in disuso.

A settembre, prima di rientrare a Milano (ricordo che allora le scuole iniziavano il primo ottobre), mio nonno Matteo scattò una bella foto di gruppo di noi bambini (gli unici maschi presenti eravamo solo io e mio fratello) e nostra madre con in braccio Susanna. Ho saputo in questi ultimi anni, avendo ripreso contatti con alcune di quelle allora bambine, che mio nonno inviò quella foto ad almeno una di loro, la più piccola, di un anno più grande della mia sorella Annarita. E ho saputo che i miei nonni e i miei genitori, in effetti, anche loro avevano stretto rapporti di amicizia o conoscenza con gli altri adulti del paese. 

Fatto sta, comunque, che forse già durante quella vacanza mio nonno doveva aver deciso di vendere la casa. In effetti, fra casa e il terreno (una campo di grano, che in una delle prime vacanze avevo visto trebbiare con un grande macchinario, e un uliveto), la gestione non doveva essere semplice per un uomo di ormai ottant’anni (era nato a Cinisi, Palermo, nel 1889). Infatti aveva dovuto prendere un mezzadro, che per quanto potesse essere una persona onesta e precisa, era pur sempre qualcuno non della famiglia e con cui trattare. Ho saputo in questi ultimi anni che la casa (non so se anche il terreno, che comunque mio nonne vendette) fu acquistata dal padre di una delle nostre amiche di Legri (quella che ferì giocando mio fratello nella casetta su un albero). E di questo ne sono oggi contento, visto che era una brava persona e che poi l’ha ristrutturata bene e la possiede tutt’oggi.

Io e mio padre nel novembre 1969 davanti alla nostra abitazione in via Pick Mangiagalli a Milano

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 7 - Terza infanzia - Legri I parte

 Il 1966 resterà per sempre, per me, il primo anno in cui con la famiglia andremo in vacanza a Legri, una frazione di Calenzano, in provincia di Firenze. Queste vacanze continueranno fino al 1969.

La casa di Legri era stata acquistata da mio nonno Matteo Cusumano non so esattamente quando. Forse già nel 1965, anno in cui era nata mia sorella Annarita e in cui (penso per via del suo ricovero a poche settimane dalla nascita per una gastroenterite) non eravamo andati in vacanza, il nonno aveva iniziato questa operazione immobiliare. Ho appreso recentemente da una persona di Legri, ritrovata in un gruppo sul social Whatsapp, che in quegli anni era stata costituita una società che aveva rilevato le proprietà del Castello di Legri. Era stata effettuata una lottizzazione e lanciato un progetto per cui gli acquirenti dei lotti e delle case avrebbero costituito una sorta di cooperativa in cui potevano usufruire di servizi comuni, fra i quali quelli collegati alla lavorazione e alla vendita degli eventuali prodotti coltivati nei terreni di pertinenza delle loro abitazioni. In effetti, anche la proprietà del nonno comprendeva, oltre a una porzione di un edificio nel centro del borgo di Legri (ma al di là del torrente Marinella, dove una volta iniziavano le proprietà del Castello), anche un campo di grano e una parte di un pendio coltivato a ulivi.

La pieve di Legri. In primo piano il terreno acquistato da mio nonno. La casa è sulla destra nascosta da una grossa pianta

Ovviamente, avendo io allora sei anni e mezzo, quando siamo andati a trascorrere le vacanze a Legri non avevo nessuna idea di acquisti, proprietà e vendite di case. I ricordi di questi periodi di villeggiatura in Toscana che mi accingo a raccontare non sarebbero tutti collegabili ad anni precisi, motivo per cui li riporterò liberamente nei vari capitoli fingendo che potrebbero riferirsi allo stesso anno a cui è dedicato un capitolo.

Come ho già ripetuto varie volte, la mia famiglia in quegli anni (fino al 1972) non aveva l’automobile. Se da una parte questo fatto oggi potrebbe essere considerato una fonte di problemi logistici quasi insopportabili, dall’altra era invece un’occasione per sperimentare modi più avventurosi di viaggiare.

Ricordo che, per recarci a Legri (a parte una o due volte negli anni successivi), si prendeva un treno alla stazione Centrale di Milano, a uno dei tanti binari situati sul piazzale che è di molti metri più alto delle strade e delle piazze. Riesco a rivedere me seduto al finestrino dello scompartimento di un vagone di seconda classe con dentro noi cinque (padre, madre, io, mio fratello Cristiano e mia sorella Annarita di un anno) più qualche persona estranea; forse anche con qualche altro bambino. Il treno si muove lentamente e, dopo un po’ di secondi, prende un po’ di velocità.Sento molto sferragliare sotto il pavimento del vagone, a causa dei numerosissimi scambi, e, guardando fuori dal finestrino, resto affascinato nel vedere, al centro dello scalo, una costruzione che sembra una grande porta monumentale sotto la quale possano alcuni binari e in alto ha una fila di finestre, dietro le quali si intravedono delle stanze. Sulla facciata c’è una scritta che non so ancora leggere. Si tratta di una delle centrali di controllo del movimento dei treni. Poi i binari diminuiscono, si dividono in gruppi che prendono direzioni diverse. Il nostro gruppo piega verso destra per circumnavigare la città sul lato orientale. Siamo ancora in alto rispetto alle strade e alle piazze. Non me ne rendo conto, ma passiamo anche vicino alla via Venini, dove c’è ancora la casa dei nonni materni, e poi sopra viale Monza. Dopo una ventina di minuti, il treno, ormai veloce, si immette nella campagna a sud di Milano e corre verso la Pianura padana.

Nel tragitto fra la Lombardia e la Toscana, il treno supera il fiume Po grazie a un ponte di ferro molto lungo. Poi, dopo aver effettuato alcune fermate in città importanti dell’Emilia, arriva a Bologna. Qui entriamo in una stazione di testa. Il treno si ferma ed è necessario cambiare locomotore. La sosta dura circa alcune decine di minuti. Con il papà e forse mio fratello scendiamo e facciamo un giro della stazione. Poi si parte è il senso di marcia è cambiato. Dopo non molto tempo il treno entra in una galleria lunghissima che passa sotto un punto dell’Appennino tosco-emiliano. Negli scompartimenti ci accendono le lampade. Fuori dal finestrino è buio. Sul muro della galleria vedo per la prima volta una striscia dipinta di bianco che forma una linea di segmenti diagonali che vanno in su e in giù. Passa molto tempo prima che si riveda la luce del giorno. Poi il treno si ferma alla stazione di Prato.

Scesi a Prato, prendiamo un autobus che ci porta fino a Calenzano. Qui scendiamo in una piazza molto grande, al centro della quale ci sono dei giardini con dei giochi per i bambini. Io e mio fratello saliamo su una giostra e iniziamo a farla girare afferrando e tirando un tubo che forma un cerchio al centro. Prendiamo velocità. Non cambiamo mai direzione e così, dopo un po’, mi viene un senso di nausea. Quando il malessere va via saliamo su un secondo autobus che farà capolinea a Legri. La “corriera” (allora era in voga questa parola) inizia una strada in leggera salita che entra in una valle. Alla mia destra, a un certo punto, il fianco della collina è sventrato da una cava. Vedo la roccia nuda venire giù in verticale. Poi riappare il bosco, ma subito dopo ecco un’altra scena come la precedente. Riesco però a notare delle differenze nelle forme delle due cave. Poi di nuovo bosco e infine, sempre a destra, iniziano dei prati e vedo bene il torrente Marinella che scorre. Alla fine della strada l’autobus rallenta e si immette in un gruppo di case con una chiesa. Scendiamo in uno slargo della strada che funge anche da parcheggio. Sulla destra ancora la Marinella nascosta da un muretto. Dall’altra parte appare la casa dove passeremo una bellissima vacanza. I nonni ci vengono incontro.

La casa acquistata da mio nonno a Legri, come era negli anni Sessanta

(prima parte - continua)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 5 - Fine seconda infanzia

 Il numero 1965 mi è capitato di ricordarlo spesso nella mia vita. Intendo nel senso di anno. In effetti è particolare perché si è trovato giusto a metà di un decennio, quello degli anni Sessanta del XX secolo. In quell’anno è nata mia sorella Annarita. Ho svolto il servizio militare, dopo alcuni rinvii per l’università (mai finita), tra il 1984 e il 1985, insieme con i ragazzi nati nel 1965 (a parte altri più vecchi come me e qualcuno - molti pochi - di più). Ho avuto, nella mia vita, tre storie con donne di quell’anno, fra le quali la madre dei miei figli, da cui sono divorziato.

Nel 1965 abitavamo (io, mio fratello Cristiano e i miei genitori) ancora in via D’Alviano a Milano. A giugno, come già scritto, è nata la mia prima sorella Annarita. Dei mesi prima della sua nascita non ho molti ricordi. Non ricordo del pancione di mia madre, così come non ricordo nemmeno di quello successivo, per la seconda sorella Susanna, nata nell’aprile 1969.

Come ho già scritto, né io né mio fratello andavamo alla scuola materna, ma passavamo le giornate con mia madre. Forse potrebbero risalire a quell’epoca (ma anche se non fosse così, non li ho ancora rievocati), alcuni ricordi sempre della seconda infanzia. Periodo che, secondo Wikipedia, fa dai 3 ai 6 anni. Tipo che nostro padre, la sera prima di dormire o durante i fine settimana, ci leggeva sempre qualche cosa. Ricordo molto bene che, fra le letture, c’erano dei romanzi di Emilio Salgari e delle poesie di Federico García Lorca. Del resto, come ho già sottolineato, a casa non avevamo la televisione (c’era a casa dei nonni materni; in quella dei nonni paterni non ricordo). In compenso si ascoltavano molto la radio e i dischi sul giradischi. Fra le trasmissioni che ricordo in particolare di sentire sempre alla radio c’erano Sanremo, Lo Zecchino D’oro e - perché lo ascoltava mio padre - Hit Parade.

Io in posa con il telefono a muro nero che si usava negli anni Cinquanta e Sessanta

Dei primi mesi del 1965 ricordo di una sera in cui i miei avevano chiamato un’ambulanza. Già, perché non avendo noi nemmeno l’auto, per andare all’ospedale a partorire mia madre chiamava un’ambulanza (tranne che per Susanna, la quartogenita: allora l’accompagnò in clinica un amico di famiglia, che abitava nella scala a fianco). 

Rammento ancora che io e mio fratello eravamo nella nostra stanza semibuia e ascoltavamo avvicinarsi una sirena. Ho l’impressione che non fosse l’ambulanza che doveva portare la mamma alla clinica Mangiagalli per il parto di Annarita,bensì quella che, poche settimane dopo la nascita, fu chiamata per portare mamma e figlia, all’”ospedale dei bambini” Buzzi. A mia sorella, infatti, era insorta una grave gastroenterite. Desumo che quell’ambulanza fosse per questo secondo fatto poiché mi sembra che non stessi ascoltando una sirena per la prima volta, che per la seconda. E che questo ascolto mi ricordasse il primo.

Fu a seguito del ricovero di nostra madre che, molto probabilmente, io e mio fratello fummo lasciati per qualche ora da una vicina di casa. Ricordo comunque bene questa situazione. Io e Cristiano a fare colazione nella cucina della vicina, con due tazze piene di latte e mio fratello che aveva fatto sgocciolare un po’ di questo sulla tovaglia. Non so se è avvenuto nella stessa giornata, ma un altro bel ricordo di questa vicina è che io e mio fratello stavamo nel suo salotto e lei ci suonava qualcosa con una pianola o un piccolo organo elettronico. Questa immagine mi è rimasta impressa e me ne ricordo quando vedo delle vecchie pubblicità di organi elettronici - soprattutto apparse su riviste americane -  in cui si vedono delle signore che suonano delle musiche per allietare una festicciola con bambini o parenti. 

Io al battesimo di Annarita

Quello che più mi è rimasto più impresso di quell’anno è stato, infine,il periodo in cui, essendo nostra madre ricoverata con nostra sorella all’ospedale pediatrico, e nostro padre impegnato a lavorare in banca, io e mio fratello fummo affidati per diverse settimane ai nonni materni. Vivemmo così per un po’ nella casa di via Venini. Allora i miei nonni avevano una signora che veniva a fare i mestieri e che si occupava anche di noi bambini. Mi sembra che si chiamasse Lina, che fosse di mezza età e che vestisse un camice particolare, di colore nero o comunque scuro. E forse aveva anche un colletto bianco (ma questa potrebbe essere un’impressione derivata dall’aver visto una donna di servizio e tata simile per nostra madre e suo fratello quando erano piccoli). Lina, o Tina, era di sicuro molto premurosa ma anche discreta, per quel poco che mi ricordo. Comunque una che ci sapeva fare. 

Ricordo anche che qualche volta abbiamo dormito (o siamo stati comunque a lungo), nel lettone con i nonni. Questo era avvenuto sicuramente in un’occasione in cui a mio fratello era venuto un mal di pancia. Mi sembra di avere visto per la prima volta, in quell’occasione, mio nonno anziano in canottiera (era del resto piena estate)

Nostro padre ci raggiungeva nel weekend. Ricordo di un pomeriggio che siamo andati vicino all’ospedale. Mi rimasero impressi i vagoni parcheggiati della tramvia che portava da Milano alla Brianza (credo Meda) e che mi sembravano per certi aspetti simili, ma per altri molto diversi dai tram che ero abituato a vedere. Avevano anche un che di misterioso.. 

Ma il fatto che più ritengo essere stato impattante sulla mia vita, di quei giorni di affidamento ai nonni, è stata l’iscrizione di me e Cristiano a un centro estivo allestito in una scuola vicino alla loro casa. Fra parentesi, la nonna Carla era stata maestra elementare, e negli ultimi anni aveva scelto di lavorare come maestra d’asilo, forse perché - come mi racconterà qualche anno più tardi - aveva avuto una trombosi che l’aveva obbligata a dover reimparare quasi tutto, compreso il parlare e scrivere.

Non so se fosse la scuola dove aveva insegnato la nonna. Comunque per me e mio fratello era un’esperienza insolita, quella di trovarci in mezzo a tanti altri bambini, con educatrici che ci tenevano in salone o ci portavano in giardino, ci facevano mangiare e giocare.. Forse non era una prima volta per la maggior parte degli altri bambini. Fra questi mi ricordo in particolare una bambina, che era molto tranquilla ed era anche carina, benché avesse una bocca abbastanza larga che, con un naso forse un po’ all’insù, faceva sì che il suo viso (che ripeto non mi dispiaceva) mi ricordasse un po’ il muso di un’anatra. 

Ricordo bene anche che, a metà pomeriggio, ci portavano in cortile vicino al cancello della scuola, e lì trovavo la nonna che ci veniva a ritirare.

Purtroppo, un pomeriggio accadde un imprevisto, che dimostrò chiaramente due cose: da un lato il mio carattere impulsivo e dall’altro lo svantaggio di non essere stato precedentemente abituato a convivere molte ore con altri bambini in un ambiente come un asilo. Mentre eravamo a giocare in giardino, un compagno aveva fatto qualcosa di male, ma non gravissimo, a mio fratello. Per vendetta io raccolsi una pietra abbastanza grossa e e con causai un taglio sulla pancia di questo bambino. Non so quale sia stata alla fin fine la gravità di questa ferita, ma quello che avvenne subito dopo non lo posso dimenticare: nostra nonna non ci portò più al centro estivo.


Annarita a sei mesi

Concludo scrivendo che, comunque, non ho ricordi visivi di Annarita da neonata. Forse, fra la nascita e il ricovero, era così piccola che nostra madre teneva quasi sempre nella culla nella loro stanza da letto. Ma anche dei mesi successivi non ho ricordi.

Il 1965 è rimasto l’unico anno della nostra infanzia in cui siamo rimasti a Milano. Ma non credo che siamo rimasti dispiaciuti. Nelle estati successive ci siamo ampiamente rifatti.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)




Autobiografia giovanile - Cap. 3 - Seconda infanzia - La Salle

 Non ho certo intenzione di raccontare tutte le vacanze estive trascorse negli ultimi sessant’anni. Alcune di quelle passate da piccolo invece mi piacerebbe restassero nella mia autobiografia per l’influenza che hanno avuto sulla mia crescita.

La prima di cui ho alcuni ricordi abbastanza precisi è stata quella a La Salle, in Valle d’Aosta, nell’estate 1964. Credo sia stata la prima di molte effettuate in campeggio, un modo economico ma anche divertente e sano di trascorrere le vacanze.

Non so come siamo arrivati e tornati da La Salle, visto che non avevamo un auto. Però forse l’aveva già mio zio Alfredo, che allora aveva 23 anni e so che ha passato un po’ di giorni con noi al camping, dove sembra che avesse fatto amicizia con una ragazza. Di zio Alfredo in quella vacanza, però, non mi ricordo. 

Ricordo di un viaggio in pullman sull’autostrada Milano-Torino in cui ero stato preso sulle ginocchia da una ragazza. Credo che sia avvenuto o all’andata o al ritorno di quella vacanza, perché la volta successiva in cui siamo andati in vacanza in Valle d’Aosta è stato nell’estate 1970: e non credo che un ragazzino di dieci anni e mezzo si faccia tenere volentieri in grembo da una ragazza. Questa faceva parte di una compagnia di altre coetanee, che si era messa a sedere in fondo al pullman. Di quella ragazza ricordo un particolare che mi è sempre rimasto impresso. Mentre stavo seduto sulle sue gambe, avevo sentito che una delle due (mi sembra la destra) fosse particolarmente dura. Allora avevo appoggiato il palmo della mano sulla coscia e avevo sentito che, sotto i pantaloni, aveva una struttura metallica. Probabilmente la ragazza aveva avuto la poliomielite.


La nostra tenda e noi nel campeggio di La Salle


Due episodi della vacanza in campeggio a La Salle mi sono rimasti in mente. Il primo è avvenuto una sera. Vicino al camping passava la ferrovia, a un solo binario. Quando faceva buio, i miei portavano me e mio fratello al passaggio a livello a vedere arrivare una littorina, un tipo di treno locale diesel di colore marrone. Mi viene in mente il treno arrivare verso di noi con i fanali accesi. Ricordo anche che il tempo non era bello e che le nuvole erano basse. Mio fratello (probabilmente) le chiamava “ue”. Sia io che lui avevamo un orsacchiotto. Il mio era bianco e il suo marrone. Avevamo adottato il nome Cindy per identificare il loro popolo. Ricordo che, mentre guardavamo le nuvole basse, che quasi ci avvolgevano, mio padre cantava: “Scendono dal cielo le ue a mangiare l’orso di Riccardo”. E poi la ripeteva sostituendo il mio nome con quello di Cristiano.

Il secondo episodio ha ancora più motivi di essere ricordato. Una sera si era tenuta una festa nel centro del prato del campeggio. Per la prima volta avevo sentito dire il nome “vin brulé”, una bevanda calda a base di vino e erbe aromatiche. Lo avevano preparato su un grande fuoco acceso nel prato. Quando la festa è finita, era buio. Sono andato a piedi nudi in bagno a espletare dei bisogni fisiologici. Il ritorno verso la tende lo ricordo con precisione. Ho iniziato il cammino dai bagni verso la tenda  risalendo il prato in diagonale da sinistra verso destra. Avendo incontrato i resti del falò, senza più la fiamma, ho pensato bene di provare a camminarci sopra. Ebbene, non sapevo che sotto c’erano le ceneri ardenti e mi sono ustionato le piante dei piedi. Poi i ricordi si fanno sfumati. Mi sembra che qualcuno che mi aveva visto si è lanciato verso di me a tirarmi fuori, prendendomi in braccio. 

Il ricordo successivo è di me e qualcuno della mia famiglia (mi sembra di intravedere anche mio fratello) che siamo nella sala d’aspetto di un medico; probabilmente un pediatra, perché c’erano dei giocattoli. Per molto giorno non ho più potuto camminare. Mia madre metteva sempre un unguento sulle vesciche delle scottature. Non ho più potuto dimenticare l’odore (o il profumo, a seconda dei gusti personali) di quella pomata. Credo, poiché mi è rimasto impresso il nome, che fosse il Foille. Da allora ho sempre cercato di fare molta attenzione a non scottarmi. A non giocare con il fuoco un po’ meno.

Nostro padre Nilo in versione atletica. 
Del resto aveva praticato la corsa e amava il pallone

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap.2 - Tra prima e seconda infanzia

Da sempre appassionato di sviluppo cognitivo, psicologia infantile e neuroscienze, attribuisco molta importanza ai miei ricordi della prima infanzia. Ovviamente, come credo valga per tutti, i ricordi di quel periodo sono un puzzle formato da due tipi di tessere: i ricordi effettivamente personali e quelli di altre persone che hanno assistito ai miei primi anni di vita e mi hanno raccontato alcuni loro ricordi di me: sia episodi sia comportamenti e atteggiamenti. A questi si aggiungono quelli desunti da fotografie dell'epoca. O un da un mix di racconti e foto, come per esempio per quanto riguarda le prime vacanze nel '60, '61, '62 e '63.

In campagna con un pupazzo gonfiabile 

Se penso a quale possa essere il mio primo ricordo personale, mi viene sempre in mente questo momento. Era un tardo pomeriggio invernale o una sera: comunque era buio. Mi trovavo con i miei genitori a passeggio in una via del quartiere di Milano in cui vivevamo; se posso fare un'ipotesi, poteva essere via Soderini, che incrociava la via D'Alviano, in cui abitavamo. Potevo avere circa due o tre anni. Ero molto probabilmente seduto su un passeggino. Mi sono soffermato a lungo a guardare la luce arancione-giallastra di un lampione, che faceva contrasto con il cielo buio. Quasi sicuramente indicavo la luce con un dito ed emettevo dei versi. I miei genitori, in piedi intorno a me, dicevano qualcosa su quella luce.

La luce è protagonista anche di un altro ricordo precoce. Era sempre sera, camminavamo su un marciapiedi sinistro di via Lorenteggio in direzione centro città, verso Piazza Frattini, per poi girare a sinistra e svoltare in via D'Alviano. Classica passeggiata prima di cena. Credo fossimo in quattro: io, Cristiano e i genitori. A un certo punto, dato che allora ero basso, ho notato alla mia sinistra una finestra che dava su uno scantinato. La stanza era buia ma notavo la sagoma di qualcosa di grosso, scuro, con una finestrella che faceva intravedere una fiamma rossa. Con il senno di poi ho capito che era una caldaia condominiale. Sono stato un po' a osservare la scena. Credo che sia stato dopo quella visione che ho iniziato ad avere un incubo ricorrente, durato per qualche anno. Nel sogno mi vedevo a fianco di un grosso macchinario che avevo distrutto e mi sentivo angosciato e in colpa per il fatto che i miei genitori avrebbero dovuto pagare i danni che avevo provocato. Non ho mai raccontato ai miei genitori di questo sogno ricorrente.

Altra esperienza con la luce. Un giorno, probabilmente invernale, osservai dalla mia camera il cielo fuori dalla finestra. Rimasi a guardare a lungo il cerchio del sole che appariva con una luminosità tenue (tale da poter essere osservato per qualche secondo senza provocare danni alla vista) attraverso una vasta coltre di nubi. Associo a questa visione la presa di coscienza anche di vivere in una città. 

Fra i ricordi di quell'epoca di altri, riportati a me in anni successivi, invece segnalo questi tre.

Dopo essere stato svezzato, non sempre per i miei era facile farmi mangiare quando volevano loro. Per distrarmi, e permettere a mia madre di imboccarmi, mio padre apriva un ombrello, lo posava sul pavimento dalla parte della punta, vi metteva dentro i miei pupazzi e li faceva girare. Io rimanevo estasiato a guardare i giocattoli roteare e, nel frattempo, ingoiavo il cibo.

A un anno, sul balcone della casa dei miei nonni materni (Matteo Cusumano e Carlotta Barbieri) situata in via Venini (zona Stazione Centrale-Piazzale Loreto-Viale Monza) ho mangiato una foglia di oleandro e poi sono stato male.

Sul balcone della casa dei nonni prima di mangiare l'oleandro

Sempre a casa dei miei nonni materni, e sempre in tenera età, mi sono aggrappato al piano di marmo di un tavolino. Questo non era fissato e quindi si è spostato, io sono caduto e il piano mi ha seguito. Uno spigolo è caduto sul dito anulare della mia mano destra, provocando la rottura di un tendine a fra la terza e la seconda falange. In quegli anni la chirurgia della mano non aveva raggiunto i traguardi di oggi, e così la terza falange è rimasta per sempre leggermente piegata. Mia madre mi raccontava che mio nonno, con il quale mi trovavo in quel momento, si è sempre sentito in colpa per quanto era successo. 

Siccome non avevamo la macchina, per andare a trovare i miei nonni materni servivano, ogni volta, due mezzi pubblici: un autobus e un tram e vicevera. Vicino a casa nostra passavano due linee di autobus. Una la potevamo prendere in piazza Frattini e l'altra, se non sbaglio, passava o da via Soderini o piazza Bande Nere. In questa piazza c'era u un plinto che ho scoperto, qualche anno fa, esserci ancora. 

Riccardo Cervelli piccolo
Io in posa sul plinto di piazza Bande Nere

Della casa dei miei nonni materni in via Venini, dove erano cresciuti sia mia mamma sia mio Zio materno Miro Cusumano  (dopo i primissimi anni vissuti in una villetta di via Tiepolo, a Città Studi), ho anche moti dei primi ricordi personali diretti. E così ricordo molto bene anche dell'interno della casa. 

Sempre nella casa di via Venini c'era la televisione, che non avevamo nella casa di via D'Alviano.

C'era un vecchio pianoforte a muro (costruito nel 1898) sul quale strimpellavo e ho dimostrato di avere un notevole orecchio musicale visto che riuscivo - senza conoscere ancora una nota - a riprodurre sulla tastiera alcune melodie di canzoni ascoltate spesso. In quell'epoca, dai racconti dei miei genitori so che amavo canticchiare Il tuo bacio è come un rock (1959) di Adriano Celentano. Sicuramente al piano riproducevo delle melodie di jingle degli spot di Carosello. Mia nonna, qualche volta, mi insegnava a suonare la scala musicale di do maggiore, associando le note ascendenti con la prima metà di una canzoncina e quelle discendenti con la seconda metà. La prima parte era: "Hanno fatto i pesciolini una casa in fondo al mar". La seconda: "L'hanno fatta di cristallo per potersi rispecchiar".

Le vie e le piazze intorno a via Venini erano molto più vive e più ricche di attrazioni di quelle del quartiere Lorenteggio. Ricordo che in un posto in cui passavo spesso con mio nonno c'era una fontana. Credo che quel posso fosse il sottopasso fra viale Monza e viale Padova, dove oggi c'è un centro commerciale.

Compiendo una passeggiata verso il centro città si poteva arrivare c'erano Giardini Pubblici di Porta Venezia (oggi Giardini Indro Montanelli), dove, fra le varie attrazioni per bambini (fra cui un trenino, che c'era ancora quando vi ho portato molti anni dopo i miei figli) e uno zoo a cui si entrava dalla parte di via Manin). Nello zoo c'era un pony sul quale i bambini potevano fare una breve passeggiata e farsi fotografare. Conservo con piacere una foto su questo cavallino che ho trovato in versioni identiche su Internet con altri bambini. Dalla foto non si capisce se ero contento o spaventato, oppure annoiato per dover posare. 

Riccardo Cervelli piccolo
Io sul pony dello zoo di Milano

Di seguito, infine, una serie di ricordi personali diretti relativi a esperienze vissute nel mio quartiere di via D'Alviano.

Rammento un prato dietro ai nostri caseggiati in direzione Ovest, su cui pascolava un asino. Di campi ce n'erano ancora molti, in quei tempi, nelle periferie di Milano. E spesso i nostri genitori ci portavano lì a giocare e scattarci foto.


Infine, un giorno, sulla stradina davanti al portone di casa, trovai una lametta. La raccolsi e mio fratello cercò di strapparmela. Così mi causai un taglio abbastanza lungo profondo sul palmo della mano destra, sotto il pollice. Un vicino mi portò all'Ospedale Militare di Baggio, che era quello più velocmente raggiungibile, dove venni medicato. Ora ho una piccola cicatrice a ricordo di quel momento della mia infanzia.

D'altra parte neanch'io non attentavo alla salute di mio fratello. Una volta gli feci ingoiare un chiodo. Per fortuna, come risultò da una radiografia, esso si appoggiò con la testa su una parete interna dello stomaco e fu in seguito espulso dal corpo con le feci.

Per restare in tema sanitario, un pomeriggio, mentre tornavamo da piazza Bande Nere a casa percorrendo la via D'Alviano, all'incrocio con via Soderini vidi per la prima volta la scena di un incidente stradale.  Il o i feriti erano già stati portati via, ma per terra c'era ancora una striscia di sangue. Una vista che mi rimase impressa.


Riccardo Cervelli piccolo
Io su un prato con un asino giocattolo

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

L'eye-tracking debutta a Tog

Grazie a un finanziamento raccolto dalla società di cosmetici naturali venduti con party a domicilio Just, la fondazione di riabilitazione per bambini con gravi danni cerebrali Tog (Together To Go Onlus) di Milano potrà presto aggiungere alle proprie tecnologie d'uso quotidiano dei sistemi di eye-tracking.

Di che cosa si tratta? Di postazioni costituite da pc, puntatori oculari e appositi software, che permettono di comprendere - analizzando i movimenti degli occhi dei bambini che non riescono a comunicare con la parola o la scrittura - le emozioni dei piccolo paziente e di avviare (se possibile) con lui dei percorsi di tipo cognitivo. Ogni piccolo paziente resterà sempre un caso a sé, ma nella maggior parte dei casi le terapie basate sull'eye-tracking utilizzeranno dei software che permettono di mostrare al bambino immagini e altri contenuti adatti a suscitare in lui un interesse e indurlo a muovere gli occhi per spostare la propria visione da un oggetto all'altro secondo degli schemi e determinate velocità che poi, con un'altra parte di software, verranno analizzate per comprendere le emozioni, il progresso dello sviluppo cognitivo e instaurare una qualche forma di comunicazione.

L'uso dei puntatori oculari non è una novità assoluta, essendo questa tecnologia già stata sviluppata decenni fa da istituzioni come, per esempio la Nasa e enti militari. Solitamente, però, in ambito sanitario oggi troviamo sistemi basati sulla tecnologia dei puntatori oculari soprattutto nei centro di riabilitazione rivolti a pazienti adulti con malattie neurodegenerative quali la Sla. Si tratta, in questi casi, di sistemi molto costosi, acquistabili solo da ospedali e strutture di cura e riabilitazione, e utilizzati con software pensati per gli adulti, il loro pensiero e le loro precedenti capacità.

Per sfruttare l'eye-tracking con i bambini che hanno patologie di tipo neurocerebrale in iniziate in epoca prenatale o dopo la nascita, sono necessari software appositamente pensati per loro. Al Tog, per esempio, hanno previsto di utilizzare delle applicazioni basate sulle logiche dei giochi. Del resto, Un altro obiettivo è quello di iniziare le terapie il prima possibile, quando il sistema cerebrale è più plastico: ovvero in età pre-scolare.

Per fortuna, i tipi di puntatori oculari che oggi possono essere utilizzati, e il resto dell'hardware, hanno prezzi ormai contenuti, grazie al lavoro di ricerca e sviluppo e la produzione con economie di scala che hanno intrapreso negli ultimi anni i produttori di videogiochi. Il che non vuol dire che un sistema di eye-tracking del tipo di cui stiamo parlando sia un "gioco" in senso dispregiativo: basti pensare che al progetto di Tog, che ha vinto il bando dello scorso anno di Just, collabora come partner scientifico la Fondazione Mondino, Istituto Neurologico Nazionale di Pavia, un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS). A essere impegnato presso questa Fondazione è in particolare il suo Centro di Neuroftalmologia dell’età evolutiva, un punto di
riferimento a livello nazionale per la diagnosi e la riabilitazione dei disturbi
visivi per soggetti da 0 a 18 anni.

Già individuati i tipi hardware necessari, ora il tema più pressante per i responsabili dell'iniziativa presso Tog è individuare i software più adatti, eventualmente promuovendone lo sviluppo in collaborazione con il mondo dell'università.

Tog - che attualmente ha in cura 114 bambini inviati da grandi strutture sanitarie di Milano quali Besta, Buzzi e Mangiagalli, cui si aggiunge il San Gerardo di Monza - ha da tempo avviato collaborazioni con l'accademia di belle arti Naba e la scuola di design Domus Academy, entrambe di Milano.

In quanto Onlus, Tog vive anche grazie alla generosità delle imprese (che in alcuni casi hanno donato anche alcuni oggetti molto utili) e dei cittadini. Nella sezione Dona del sito www.togethertogo.org è possibile effettuare donazioni, anche specificando il tipo di pacchetti di terapie che si desidera sostenere. Si può sostenere la Fondazione anche con la destinazione del 5x1000 in occasione della dichiarazione dei redditi. Basta indicare il codice fiscale 97608390155.

Riccardo Cervelli (riproduzione riservata)



Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una...