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Autobiografia giovanile - Cap. 39 - Anno mistico

 Nella classe dei biennio quarta-quinta in cui mi ritrovai nell’autunno 1978, all’Unione Professori di via Torino, feci inizialmente conoscenza con il mio compagno di banco. Durante una delle prime chiacchierate che facemmo gli raccontai qualcosa del mio viaggio in Marocco. Il giorno stesso, o quello successivo, mi avvicinò un altro compagno il quale mi disse che, stando in un banco dietro il nostro, aveva sentito del mio viaggio in Marocco e che anche lui era interessato a certi argomenti che avevo toccato a proposito di questa esperienza. Diventammo così amici. 

Intanto, con alcuni dei vecchi amici del Cpv e qualche altro amico che non ne aveva fatto parte, alcuni pomeriggi ci trovavamo nella casa occupata. Però non utilizzavamo più i due locali storici del primo piano, ma andavamo in un appartamento del terzo che, l’anno prima, era occupato dai fricchettoni che erano stati mandati via dal Mls. Anche quest’ultima ormai non si faceva più vedere alla casa occupata; del resto i suoi membri venivano tutti da fuori zona. Quando andavamo alla casa occupata passavamo lì solo del tempo a divertirci e sentirci raccontare qualcosa da qualche amico più grande. Poi, verso Natale, io, mio fratello, e altri due del gruppo che si era unito a me e ai miei tre amici dalla fine del 1976 (ricordo anche che ci conoscevamo già dalle elementari) decidemmo di passare il capodanno ad Amsterdam. 

Arrivammo ad Amsterdam in treno il giorno di Santo Stefano e alloggiammo in un ostello vicino a piazza Dam in una camerata molto grande. Di notte eravamo in tanti a dormire sui letti a castello, ma non facemmo amicizia con nessuno. Preferimmo stare fra di noi. Passammo le giornate passeggiando per la città. Un fatto divertente che ci capitò fu quello di entrare in un pub, stare per ordinare della birra, ma accorgerci subito che nel locale c’erano solo uomini che ci fissavano e ci lanciavano occhiate ammiccanti. Fu quella la mia scoperta dell’esistenza di luoghi riservati ai gay. Siccome ci sentimmo a disagio, perché in quegli anni non era così frequente conoscere e frequentare persone con un orientamento omosessuale (ne conoscevamo tutti solo uno, che veniva qualche volta alla casa occupata), non ordinammo, salutammo e andammo a cercare un altro locale. Ogni sera andavamo invece in un club grande che si chiamava Paradiso. Esternamente sembrava una casa occupata. All’interno c’era una grande sala dove si tenevano dei concerti. Ovviamente c’era anche un bancone per ordinare da bene e, in un pianerottolo delle scale, c’era una piccola rivendita di hashish e marijuana, con tanto di listino prezzi appese sulla parete. Al Paradiso, una sera, ascoltammo un concerto di Jim Capaldi, l’ex batterista dei Traffic, uno dei complessi che avevo iniziato a conoscere nel 1974 ascoltando il programma Popoff alla radio sul canale Rai Radio 2. Non ho moltissimi ricordi di quel viaggio.

Amsterdam Paradiso
Sulla destra il club Paradiso di Amsterdam nell'inverno 1978-1979

In seguito formammo un trio affiatato anche con un altro compagno di classe. Tutti e tre avevamo diversi interessi comuni. Il primo che avevo conosciuto (dopo il mio compagno di banco), proveniva da un’altra scuola privata e abitava vicino a viale Argonne, non lontano dal liceo da cui arrivavo io: il liceo scientifico Donatelli di viale Campania. Il secondo, invece, abitava al Gallaratese e non ricordo quale scuola avesse frequentato prima. La famiglia era - almeno in parte - marchigiana. Tutta la famiglia, o uno dei genitori, erano proprietari di un albergo sulla costa, a nord di Ancona. Tutti e tre amavamo la musica e fra le prime cose che facemmo insieme fu quella di andare a suonare in una sala prove: io, che in quel periodo stavo riavvicinandomi al piano, anche se senza più il ricorso al materiale didattico ma “andando a orecchi”, scelsi di suonare un organo; il compagno del Gallaratese si mise alla batteria e l’altro alla chitarra. Per la verità non sapeva ancora suonarla, ma gli insegnai un po’ di accordi che poteva fare senza difficoltà. Non suonammo molto e ci limitammo per lo più a provare gli strumenti e a improvvisare per capire quale genere di musica era più nelle nostre corde. L’amico che abitava al Gallaratese ci aveva proposto di chiamarci Mystic Lay Brotherhood; io e l’altro accettammo ma già nei giorni successivi non parlavamo più di questo nome. Riuscimmo a inventare un pezzo che ci tenne impegnati almeno una decina di minuti. Quella fu l’unica volta che suonammo tutti e tre insieme.

Cominciammo anche a uscire qualche pomeriggio dopo la scuola. Almeno una o due volte ci recammo al Parco Lambro. Due o tre volte andai a dormire a casa del compagno del Gallaratese, che mi fece ascoltare alcuni dischi di Max Roach, il batterista che preferiva. Era un musicista jazz e anche a me piacque quello che ascoltai. Uscendo con l’altro amico che abitava vicino viale Argonne, ebbi modo di conoscere la sua ragazza, con cui stava da diverso tempo. L’amico mi raccontava delle cose che facevano insieme e che io non avevo ancora iniziato a fare con nessuna. L’altro non ricordo se avesse una ragazza. In caso positivo non abitava a Milano, ma forse nelle Marche. Con quest’ultimo facemmo qualche giorno in montagna da me in roulotte.

Parco Lambro 1979 montagnetta
Foto scattata da me al Parco Lambro fra l'inverno e la primavera del 1979

Sempre in quei primi mesi del 1979 continuavo a uscire anche con gli amici del quartiere che avevo iniziato a frequentare nel 1978. I miei tre amici con cui, alla fine del 1976, avevo iniziato ad andare alla casa occupata, e con cui avevamo deciso di sistemare un appartamento per trovarci a suonare e svolgere altre attività di tipo artistico, non li vedevo più. Uno, forse, era andato a svolgere il servizio militare in anticipo, non so per quali strade, ma comunque era entrato nella squadra sportiva dell’esercito perché era un bravo sciatore da quando era bambino. Dico che doveva essere partito in anticipo perché, nella primavera e estate 1979 era di nuovo a Milano e mi raccontava alcune esperienze del periodo militare. E lui aveva circa due anni meno di me: quindi, a conti fatti, forse era partito volontario minorenne. Di certo non era un militarista, a forse aveva compiuto questa scelta per qualche ragione particolare, fra quali potrebbe esserci stata quella di levarsi il pensiero di dover partire per la leva più avanti. Nel 1978, del resto, anche lui come me non stava frequentando regolarmente la scuola, e forse i suoi gli avevano prospettato quella possibilità in un momento in cui però non ci stavamo frequentando. 

Quando arrivò la bella stagione, con un grosso gruppo di amici e conoscenti che avevano gravitato intorno alla casa occupata e che ora si incontravano al bar Frison, la sera cominciai ad andare spesso sulle gradinate della chiesa Madonna di Fatima. Qualcuno portava la chitarra, fra cui io, e una di quelle disponibili la suonava quel ragazzo grande che era tornato da Londra un anno, un anno e mezzo prima, e che aveva iniziato a suonare con una band abbastanza famosa di Milano. 

Dopo che era tornato da Londra, quel ragazzo aveva iniziato a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin, a cui era stato convertito da un ragazzo della sua età che abitava a San Donato Milanese. Allora i praticanti di questo buddhismo giapponese, che facevano capo all’organizzazione laica Soka Gakkai, in tutta Italia erano poche centinaia. Diverse decine abitavano a Milano o nei dintorni. Ma si era creato soprattutto un grande gruppo a San Donato, e in particolare nel suo quartiere Metanopoli, dove abitavano soprattutto famiglie di impiegati e dirigenti di aziende del gruppo Eni, che lì aveva la sua sede. Nel 1975 o 1976, un giovane di Metanopoli, anche lui di circa otto anni più grande di me, era stato convertito al buddismo di Nichiren Daishonin da un batterista jazz afroamericano che veniva spesso in Italia. Subito lui parlò di questa pratica a tutti i suoi amici, e molti iniziarono a praticare anche loro. Intanto, altre persone, venute a conoscenza di questo buddismo per altre strade, avevano iniziato in altre città italiane. Ma fu soprattutto a Metanopoli che ci fu un rapido sviluppo, perché ragazzi e ragazze sempre più giovani, molti dei quali frequentavano le scuole dell’istituto omnicomprensivo di San Donato, si misero a praticare. 

Personalmente, già dal 1978 circa, io avevo iniziato ad interessarmi di filosofie orientali. Per qualche mese, fra il 1978 e il 1979, con qualche altro ragazzo della casa occupata avevo iniziato a frequentare un corso di yoga. Ogni tanto mi compravo qualche libro sullo yoga e sul buddismo. La sera che, davanti alla chiesa di Fatima, dopo aver suonato per circa un’ora la chitarra, il ragazzo tornato da Londra e convertito al buddismo di Nichiren Daishonin iniziò a parlarne a me, come aveva fatto le altre sere con altri, io gli dissi: “Non c’è bisogno che cerchi di convincermi. Ti ho ascoltato già le altre sere. Voglio provare a praticare anch’io”. Così iniziai a dire tutti i giorni, mattina e sera, le preghiere (consistenti nella recitazione continua di una frase, che rappresenta la Legge Mistica dell'universo, e nella lettura di parti di due capitoli del Sutra del Loto del Budda Shakyamuni) e ad andare a qualche riunione organizzata nelle case di alcuni praticanti a Milano. Ma dopo un paio di mesi, lo stile di vita che avevo intrapreso in quel periodo con alcuni amici, si dimostrò troppo in conflitto con quello di un serio praticante buddista e così smisi di praticare e di andare alle riunioni. Ciò nonostante, spesso, mentre mi ritrovavo a guidare il motorino per le vie di Milano, mi ritornavano nella mente delle parti del Sutra che ormai avevo imparato a memoria. Non c’era niente da fare: si erano come incarnate nella mia mente. Allora mi mettevo a cantare qualche canzone, fra le quali, mi ricordo chiaramente, c’era L’anno che verrà di Lucio Dalla, pubblicata sull’omonimo album uscito all’inizio del 1979. 

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 33 - 1977 e funerale del nonno

 Il 1977 è un anno ricordato nelle storie dei movimenti giovanili di protesta, anche se meno del 1968. Per me e per molti miei coetanei che facevano attività politica a scuola è stato un anno particolare della nostra storia adolescenziale. Quell’anno rappresenta forse l’inizio degli anni di piombo, nel senso che, mentre si ferma la crescita di singoli gruppi extraparlamentari di sinistra (nel 1978 Pdup, AO, MLS e Lotta Continua formalizzeranno la nascita di un partito unitario, DP, che si presenterà alle elezioni), iniziano a rafforzarsi le BR (Brigate Rosse), la cui ideologia viene in grande parte applaudita dai gruppi che appartengono alla galassia si Aut.Op. (Autonomia Operaia). 

La decrescita della presa dei gruppi che ho citato prima è un segno di quello che viene anche chiamato “riflusso”, il tramonto del movimento politico militante iniziato nel 1968 a favore dell’alba di un movimento - quello appunto del 1977 - caratterizzato da situazioni in cui si dà meno importanza alle ideologie politiche e se ne dà di più ai diritti civili. Si parla meno di marxismo-leninismo e più di femminismo, omosessualità, liberalizzazione del consumo delle droghe leggere. Nelle scuole e nei circoli giovanili, già dall’anno precedente si sentiva ripetere che “il personale è politico” e che bisognava organizzare “riunioni di autocoscienza” in cui tirare fuori pubblicamente i nostri problemi personali, mettersi in discussione e sciogliere insieme alcuni nodi ereditati dalle generazioni precedenti e dalla cultura tradizionale. E così, nel 1977, mentre da un lato i gruppi che fanno riferimento a DP (Democrazia Proletaria) e Autonomia, continuano a scendere in piazza a gridare slogan politici (ma si scontrano sul tema della lotta armata, ripudiata da DP e guardata con simpatia da Aut.Op.), i circoli giovanili e alcune sigle - come gli Indiani Metropolitani - manifestano per il diritto alla creatività e in nome di una nuova cultura e società più libere. Personalmente, continuo a frequentare gli amici di Autonomia, e ogni tanto partecipo a qualche manifestazione con loro, sistemandoci nei cortei vicino a formazioni come la Banda Bellini e Rosso. Ma ormai sono più le volte in cui trascorro i pomeriggi alla casa occupata di Vigentino, o nelle case di qualche mio amico in cui suoniamo, che al circolo giovanile di Corso Lodi 6. Sento crescere in me un interesse crescente per la liberazione della creatività artistica e l’apertura della mente.

Ricardo Cervelli baby
Io a pochi mesi in braccio al nonno Matteo

Il 1977 è segnato, per me, anche dalla morte, a gennaio, di mio nonno materno Matteo. Aveva 87 anni. Nel giro di qualche mese è rimasto a letto, è dimagrito, ha avuto bisogno di un supporto infermieristico giorno e notte, e poi si è spento. Io, mio zio Miro e l’amico storico di mio zio e mia zia, Massimo, che conoscevo ormai da quando ero bambino, abbiamo accompagnato la bara di mio nonno in treno fino a Palermo. Un viaggio molto lungo, passato in uno scompartimento con tre letti su cui abbiamo dormito di notte, e che ha previsto anche il passaggio in traghetto (sempre sullo stesso treno) dello stretto di Messina. Poi siamo stati portati a Cinisi, la città natale di mio nonno. Lì io sono stato ospite nella casa di un cugino di mia madre, e ho familiarizzato con i loro figli, miei cugini di terzo grado, mentre mio zio e Massimo credo che abbiano dormito in un hotel. 

Fra le cose che più mi sono rimaste impresse c’è stata una visita, con mio cugino di un anno o due più grande di me, al terreno dove coltivavano limoni. Lì gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto venire a vivere a Milano. La risposta è stata un deciso no. In quel momento ho capito chiaramente che non tutti hanno la mira di venire a vivere in una metropoli. In un momento della permanenza a Cinisi siamo anche andati per qualche minuto al mare e mi sono sorpreso di poter stare sulla spiaggia con su solo la maglietta, mentre a Milano sicuramente faceva freddo. Poi mi è restato impresso anche il momento successivo alla chiusura della bara di mio nonno nella tomba di famiglia. Ho visto qualche decina di compaesani mettersi in fila per venirmi a baciare. Non avevo mai immaginato una scena del genere ma devo dire che mi ha fatto molto piacere questa dimostrazione di affetto collettivo. Per il ritorno a Milano abbiamo preso un aereo che è decollato a Punta Raisi ed è atterrato a Linate. Quello è stato il mio primo viaggio in aereo e l’esperienza mi è piaciuta molto.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 32 - Classe mista

 Verso la fine del 1976, come ho già scritto, cambiai scuola perché così era stato anche consigliato ai miei genitori. Fu una scelta azzeccata, perché il mio futuro all’Einstein ormai era compromesso e io stesso non so come avrei potuto resistere in quell’ambiente sotto il profilo disciplinare. Certamente mi dispiacque lasciare alcuni compagni con i quali si era stretta amicizia nei due anni scolastici precedenti, ma con alcuni restai amico anche negli anni successivi. 

Sempre negli ultimi mesi del 1976 avevo, come ho già accennato, girato diversi luoghi di ritrovo dei giovani della sinistra extraparlamentare, spesso anche con visioni con diversi punti di contrasto fra loro. Ero proprio un cane sciolto. A un certo punto iniziai anche a frequentare la “casa occupata” di piazza dell’Assunta, di fronte all’oratorio che era stata la mia seconda casa fino ai primi mesi dell’anno. Qui cominciai a conoscere persone, la maggior parte delle quali le conoscevo di vista fin da quando ero piccolo. Quelle che conobbi inizialmente avevano visioni di sinistra a livello politico, ma non erano militanti. In quella palazzina disabitata (vi abitava solo una signora in un appartamento al piano terreno) e in stato di degrado, nel 1975 avevano fondato un Circolo giovanile. Ricordo che ci avevo fatto una visita veloce poche settimane dopo che era nato e in occasione di una festa che avevano organizzato in giardino. Alcuni di loro mi erano piaciuti per il modo di fare aperto, gentile e per l’abbigliamento vagamente hippie. Quando, agli inizi dell’inverno 1976-1977 entrai di nuovo in quella casa occupata, il Circolo giovanile non c’era già più come entità organizzata, ma i ragazzi che lo avevano fatto nascere continuavano a ritrovarsi lì. 

Andai in quella casa occupata con dei miei nuovi amici, e in quel momento la mia intenzione era ancora quella di coinvolgere più persone possibili in attività di tipo politico. Invece, fui io ad essere attratto verso una nuova dimensione più culturale che politica. Dopo che nei primi giorni avevo detto ai miei amici che la ritenevo una cosa sbagliata, un pomeriggio provai a fumare una canna. I miei amici che già lo facevano da un po’, dopotutto, stavano bene, erano intellettualmente impegnati, non mi sembravano delle persone da salvare. Scoprii che il fumo non aveva effetti sconvolgenti, rendeva solo più euforici e disinibiti nel parlare, accentuava alcune percezioni, lasciava intatto l’autocontrollo rispetto a un’ubriacatura. A differenza delle sbornie, poi, non lasciava sensi di malessere fisico e psicologico quando finiva l’effetto. Nei tempi successivi continuai a fare tutto quello che facevo prima, a livello di attività politica e frequentazioni varie, anche se ogni tanto mi capitava di fumare degli spinelli. Rispetto al me stesso di prima, però, sentivo di essere entrato in un nuovo territorio sul quale pesava uno stigma sociale. Io stesso, una volta, parlando con un nuovo amici, usai un termine (“farsi”) con cui involontariamente accomunavo il consumo di sostanze leggere con quello di droghe pesanti. Giustamente il mio amico me lo fece notare e non usai più quella parola. 

Riccardo Cervelli 17 anni 17yo
Io a 17 anni circa

Queste nuove amicizie mi portarono ad aumentare il mio interesse verso la musica e verso tematiche attinenti più ai temi di liberazione personale che a quelli di cambiamento politico. In quel periodo iniziai ad acquistare nuove riviste. Oltre a Ciao 2001, cominciai a comprare il mensile Re Nudo. In quel periodo questa rivista pubblicava molti articoli sulla liberazione sessuale, sulle esperienze dei centri giovanili, sulle lotte del sottoproletariato per l'emancipazione socio-culturale (oltre che economica) e sulla musica popolare. Continuai anche ad acquistare una rivista di musica contenente articoli, interviste e servizi fotografici sui gruppi musicali che mi interessavano in quel periodo, con diverse incursioni anche nel mondo del jazz. Nel 1975 compravo Muzak, che chiuse quell’anno e di cui prestai tutte le mie copie a mia zia Paola, che poi si dimenticò di restituirmele. Dal 1976 iniziai a comperare il mensile Gong, fondato da alcuni giornalisti di Muzak e più o meno improntato allo stesso modo.  

La militanza politica continuò ancora attivamente, soprattutto grazie alla contemporanea frequentazione del Circolo Giovanile Romana-Vigentina, alla partecipazione a manifestazioni con i gruppi di Autonomia Operaia e ad altre insieme ai compagni impegnati politicamente nel liceo Sesto, o Donatelli a seconda delle preferenze in fatto di nome da utilizzare per indicare la stessa scuola. 

Il primo impatto con il nuovo liceo fu, ovviamente, con la mia classe (terza C) e i suoi insegnanti. Trovai meravigliosi sia la prima che i secondi. Per la prima volta dalla prima elementare mi ritrovai in una classe mista. Mi fece un certo effetto essere circondato per diverse ore al giorno, in un’aula scolastica, sia da ragazzi che da ragazze. Le ragazze stavano per lo più in banco fra loro e i ragazzi idem. Mi ricordo ancora la prima aula. Era rettangolare, ma arrotondata, poiché così era la scuola, un ex clinica. Era molto più piccola di quelle dell'Einstein, ma anche gli alunni erano meno.

Non appena arrivai nella nuova classe, i miei nuovi compagni fecero a gara per farmi sentire a mio agio e dimostrarmi la loro amicizia. In quel periodo ero un po' frastornato, sicché mi sentii come un bambino che ritrova il calore dei propri genitori dopo essersi smarrito. Anche i professori mi apparvero meno formali e più disponibili di quelli dell'Einstein. Nel mio liceo precedente o erano troppo severi e arroganti, o si comportavano comunque in modo freddo e nervoso. Il che si rifletteva sugli studenti, che in massima parte finivano per diventare o indifferenti o competitivi o indisciplinati. Nella nuova classe mi fu spiegato che a ognuno veniva attribuito un soprannome. Ma mentre nella vecchia classe (anche se bisogna tenere conto che eravamo più immaturi) si sceglievano soprannomi che rappresentavano prese in giro di una persona (anche se in senso bonario), nella nuova l'attribuzione aveva come obiettivo solo quello di evitare gli scontati nomi e cognomi a favore di qualcosa di più fantasioso. È stato qui che, per la prima volta, mi sentii chiamare “Richard Brains”, cosa che si ripeterà anche nei decenni successivi in varie situazioni. Mi divertì il fatto di avere, come compagni di banco, due ragazzi che avevano come cognomi entrambi nomi di animali alterati con la stessa desinenza.

Sebbene nella scuola vi fosse qualche centinaio di studenti militanti in gruppi extraparlamentari di sinistra, nella mia classe non c'erano ragazzi impegnati nell'attività politica. Anzi, uno dei miei due compagni di banco si definiva di destra, ma non sembrava affatto un militante. Poi c'erano tre o quattro altri ragazzi e ragazze che si potevano definire simpatizzanti di sinistra. La maggior parte dei miei compagni di classe, comunque, non dava mostra di identificarsi con una parte politica. Quello che mi importava di più, comunque, è che erano tutti simpatici, aperti o comunque tranquilli. Le ragazze erano le più calme e composte nei banchi. Una aveva i capelli castano chiari ondulati e pettinati in un modo tale che sembrava che non si muovessero mai. La sua testa sembrava quella di una statua greca. Ai miei occhi aveva un'aria misteriosa e, nonostante non sentissi di avere molte cose in comune con lei, in un certo senso mi attraeva. 

Durante il primo anno svolsi la mia attività politica in modo abbastanza discreto. Non mi assentavo troppo dalla classe per stare in "aula-studenti", non litigavo con i professori. I miei rapporti con gli altri militanti di sinistra divennero però subito abbastanza stretti anche se, essendo l'ultimo arrivato, non godevo di particolare notorietà. Un problema che non tardai a risolvere. Durante una manifestazione nelle strade del quartiere (gli studenti del Sesto erano addirittura in grado di formare piccoli cortei da soli) inventai uno slogan che ebbe abbastanza successo. Dato la nostra preside si chiamava Teresa Pomodoro, e il ministro della pubblica istruzione in carica si chiamava Malfatti, coniai la frase: "Pomodoro al forno, Malfatti di contorno". Fu forse la mia prima prova di copywriting. 

Tra ragazzi e ragazze di questo gruppo ci si baciava sempre quando ci si incontrava: anche sulla bocca. E io ci presi gusto a baciare soprattutto due o tre compagne che mi piacevano. Ma continuavo ad essere il Riccardo che non osava e che si limitava a fare quello che per prime facevano le ragazze con me. In quel periodo non avevo neanche più una ragazza, neanche con una relazione platonica.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)



Autobiografia giovanile - Cap. 29 - Anni di ribellione

A dicembre 1975 morì mia nonna paterna Iris. Fu la prima dei miei nonni a lasciarci. Era anche di loro l’unica figura che non ero mai riuscito a conoscere molto in profondità perché da tanti anni soffriva di una forma di demenza. Mia padre, mio nonno paterno e mio zio parlavano di arteriosclerosi. Avevo sentito dire che era stata ricoverata anche per un po’ di tempo all’ospedale psichiatrico Paolo Pini. Di lei, nata nel 1900 a Pisa, avevo saputo da mia madre che, quando era incinta di me e i medici le avevano detto, fin dal terzo mese, di rimanere a letto perché c’era un rischio di aborto, un giorno questa mia nonna era andata a trovarla e le aveva portato del té. Da quelle poche volte che io e mio fratello, da piccoli siamo andati, con nostro padre, a trovare i nonni paterni e mio zio Alfredo, mi ero costruito l’immagine di una nonna di poche parole, come immersa nei suoi pensieri, che ci preparava un té e ci offriva dei biscotti. Aveva otto anni più di mio nonno, classe 1908. Morì durante il trasporto in ospedale. Mio zio Alfredo e mio nonno ce lo vennero a dire poco dopo, di sera, direttamente a casa. Qualche giorno dopo andammo a casa loro e io presi delle scatole di psicofarmaci che utilizzava mia nonna per capire che cosa assumeva e poi me li tenni per qualche anno da parte. Negli anni seguenti, parlando con mio nonno Nevio, capii quanto l'aveva amata. La chiamava spesso "la mia principessa". Io ci rimasi male per la morte della nonna, ma non posso dire che fin da quando ero piccolo avevo stretto un legame così forte da soffrire tanto.

Come ho scritto nella scorsa puntata, i tre giorni dal 16 al 18 aprile 1975, con i loro tre ragazzi di sinistra morti a seguito di scontri con fascisti (Claudio Varalli) e polizia (Giannino Zibecchi e Rodolfo Boschi), mi portarono ad avvicinarmi sempre di più agli ambienti extraparlamentari di sinistra. Ciononostante, sia per la mia giovinezza, sia per la libertà ancora relativa lasciata dai miei genitori nell’uscire la sera, sia per la mia tendenza a seguire soprattutto la mia testa, non aderii a nessun gruppo specifico ma rimasi un cosiddetto "cane sciolto". 

Riccardo Cervelli 15 anni 15yo Ulm
Io ad Ulm, in Germania, nell'estate 1975

Nelle prime settimane dell’anno scolastico 1975-1976 ripresi a frequentare le riunioni del Comitato Autonomo Einstein (Cae) che, a dispetto del nome, non aveva niente a che vedere con Autonomia Operaia. Contemporaneamente, però, continuavo a frequentare la comunità dell’oratorio. Tuttavia, sempre più spesso mi trovavo a discutere con alcuni degli altri ragazzi a proposito della mia posizione intermedia fra le istanze di Cl e quelle dei gruppi di sinistra. Un pomeriggio, durante uno spettacolo organizzato in parrocchia, alcuni ciellini salirono sul palco e iniziarono a cantare una canzone in cui venivano nominate delle persone. Ad ogni nome fatto la musica si interrompeva e veniva chiesto al pubblico che cosa potesse rappresentare di più una certa persona. Quando venne fatto il mio nome, dopo un attimo di sospensione, cantarono l’inizio della canzone Bandiera rossa. Devo dire che rimasi un attimo perplesso, ma poi non potei che condividere la scelta e non mi sembra di essermela nemmeno presa per questo scherzo. 

Fra le mura dell’oratorio e con quasi tutti i ciellini continuavo a trovarmi a mio agio. Va detto, peraltro, che all’oratorio non si presentavano solo persone che si identificavano con la comunità di Cl: ce n’erano altri che avevano deciso di definirsi “dissidenti” e altri che, pur non avendo preso questa posizione, frequentavano l’oratorio ma non partecipavano alle riunioni o alle attività a sfondo religioso o connotate come animazioni specifiche della comunità, per esempio le attività rivolte ai ragazzi più giovani o ai bambini. 

Con alcuni di questi frequentatori dell’oratorio, ma non membri attivi della Comunità, iniziai ad aumentare il numero di amicizie. Alcuni li conoscevo già di vista perché abitavano anche loro da molti anni nel quartiere ma, avendo qualche anno più di me, da piccolo non li avevo frequentati. Solo uno, che era di un anno più vecchio di me, circa tre anni prima avevo avuto un’interazione nel campetto a fianco del mio condominio. Lui era passato di lì e, avendo già compiuto i 14 anni, poteva già guidare una moto da 49 cc. Aveva una moto da cross, un Fantic Motor, che era il sogno di diversi miei amici della mia età, compreso il compagno delle medie che viveva in una cascina a Locate Triulzi. Un pomeriggio, quel ragazzo entrò con la moto nel campetto e iniziò a parlare con me. Visto che mi piaceva la sua moto, mi propose spontaneamente di provarla. Io ne fui felice e feci un breve giro dentro il campetto, senza neanche cambiare le marce. Rimasi per sempre molto grato a quel ragazzo, che conoscevo appena di vista, per l’esperienza che mi aveva fatto fare.

Quando lo rividi all’oratorio, facente parte del gruppo dei “dissidenti”, iniziai a familiarizzare molto perché sapeva suonare molto meglio di me la chitarra. Mi insegnò qualche pezzo di musica pop dei Beatles, dei Rolling Stones e dei Crosby Still Nash & Young. Prima di allora, il mio repertorio era costituito soprattutto da canzoni di Cl e qualche pezzo di Bob Dylan, che era il mio musicista preferito. A questo proposito, il ragazzo di otto anni più grande di me che per primo mi aveva insegnato i primi rudimenti della chitarra di accompagnamento all’oratorio, e che era diventato uno dei responsabili più importanti della comunità, spesso mi chiama Bob Dylan perché avevo i capelli come quelli del cantante e avevo anche qualche somiglianza nel viso. 

Fra gli altri ragazzi non ciellini che venivano tutti i pomeriggi all’oratorio, ma stavano prevalentemente nel cortile, ve n’erano due di alcuni anni più grandi di me e con lo stesso nome di battesimo. Detto senza cattiveria, entrambi non erano molto colti, e soprattutto uno dei due non sembrava avere un quoziente di intelligenza particolarmente alto. L’altro, invece, era più sveglio ma aveva un problema nella voce, che la rendeva sguaiata. Entrambi erano molto alti. Quello che sembrava meno intelligente era stato soprannominato da alcuni ragazzi “testa di legno”. Voleva anche lui imparare a suonare la chitarra ed io mi offrivo sempre di insegnargli quello che conoscevo. Però lui aveva, oltre a una scarsa predisposizione per l’apprendimento anche un problema pratico: aveva le dita molto grosse e questo gli impediva di premere le corde giuste con le dita giuste. Comunque aveva un cuore molto grande. Mi voleva molto bene. Possedeva un ciclomotore con cui tutti i pomeriggi, quando io volevo rientrare a casa, mi accompagnava fino al mio portone. Dopo i primi passaggi, legò al portabagagli del motorino una cuscino, in modo che per me risultasse più comodo starci seduto sopra.

Sempre all'inizio dell'anno, non ricordo né il mese né come avvenne, io e la mia storica fidanzatina da due anni, salvo due interruzioni, ci lasciammo definitivamente. Tra le altre cose che non andavano, il rapporto non progrediva nelle modalità che ci si aspetta per le nostre età. Io non osavo nemmeno baciarla sulla bocca, figurarsi fare qualche avance in più. Forse ero io ad essere bloccato. Forse era lei che preferiva che tutto restasse così o era a sua volta bloccata. Quando la accompagnavo alla messa serale, e poi fin sotto il portone di casa, le tenevo un braccio intorno alle spalle, ma lei non contraccambiava e teneva le mani in tasca.Non avevamo nemmeno più molte cose da dirci, e così compivamo i soliti tragitti in silenzio. Nelle ultime settimane, ogni tanto, con una frequenza casuale, mi diceva di avere paura di me. Non ho mai capito cosa volesse dirmi.

A farmi fare qualche piccolo passetto in avanti nella disinibizione fu una ragazza con cui stetti per qualche mese. Aveva anche un lei un paio d’anni meno di me e frequentava la terza media. Credo che mi avesse notato quando suonavo la chitarra alla messa domenicale delle undici, quella a cui partecipava la maggior parte dei parrocchiani. Fino agli inizi del 1976 non mi era sembrato che frequentasse assiduamente l'oratorio, perché non l’avevo mai notata. La conobbi comunque lì, alla festa di Sabato Grasso.

Ci trovavamo nel salone, in mezzo a una gran folla di bambini e ragazzi. C'era molta musica e si organizzavano diversi balli e girotondi. Lei era mascherata. Mi ricordo che a un certo punto cominciammo a guardarci e poi a ballare insieme. Non ricordo più come ci mettemmo insieme, ma avvenne (come succede spesso a quell'età) nel giro di pochi giorni dal primo incontro. Per qualche tempo la mia ex fidanzatina, quando mi vedeva, faceva delle battute sul mio nuovo rapporto. Mi sembra che, in tono scherzoso, una volta o due mi disse che era gelosa e che “quella l’ammazzo”. Mi sembra anche che mi inviò messaggi simili anche attraverso le sue amiche.

Con la nuova fiamma si instaurò un rapporto diverso da quello precedente. L’intesa che si stabilì, più che intellettuale, era fisica, benché anche in questo caso non arrivammo nemmeno lontanamente ad avere a rapporti sessuali. Spesso, stando in piedi uno di fronte all’altra, i nostri corpi entravano in contatto anche in corrispondenza delle parti erogene. Ciò mi provocava una sensazione piacevole e nuova. Portavamo entrambi dei jeans. Poi ci baciavamo sulla bocca, anche se mai in modo profondo.

Non ho mai ben capito perché ma all’inizio della nostra storia lei mi disse che qualcuno avrebbe potuto dirmi che era una ragazza facile e mi invitò a non dargli retta. Tuttavia questo non avvenne. Inoltre non conobbi nessuna delle sue amicizia e non vidi mai la sua famiglia. Tutti i pomeriggi, dopo esserci trovati all’oratorio compivamo lunghe passeggiate per il quartiere abbracciati. Una volta incrociammo mia nonna Carla che andava a casa nostra o tornava. Qualche giorno dopo mi disse che io e quella ragazza sembravamo usciti da una cartolina. Questa era mia nonna. Romantica. Spesso le passeggiate finiva al parco giochi di via Chopin. Lì ci sedevamo su una panchina e parlavamo. Ogni tanto ci scambiavamo qualche bacio. Mi ricordo che provavo piacere a tenere il mio viso vicino alla sua fronte e sentire il calore e il profumo della sua pelle. Avevo capito che usava sempre un certo profumo. Ogni volta che sentivo quella fragranza da qualche parte, subito mi ricordavo di lei e provavo un momento di estasi. Un pomeriggio condussi questa ragazza nel sottotetto del palazzo dove si trovava l’appartamento dove vivevo con i miei. Aprii il lucernario e mi feci vedere a compiere passo sulle tegole. In realtà, altre volte avevo invece effettuato passeggiate lungo tutti i tetti dei caseggiati (avevo iniziato a salire sui tetti per montare qualche antenna CB a dei miei amici; una volta che passeggiai su quelli dei nostri palazzi un vicino mi vide a chiamo mia madre dicendole: “Suo figlio sta camminando sui tetti!”). Rientrato nel sottotetto, restammo per qualche minuto abbracciati con la metà superiore dei nostri corpi fuori dal lucernario. Neppure quella volta andammo oltre a questi piccoli atti.

A questa ragazza avevo anche cominciato a raccontare delle mie sempre più numerose esperienze politiche. Non mi sembra però né che capisse quello che facevo né che la interessasse. Il ricordo dei momenti in cui le raccontavo queste cose è associato a quello in cui iniziai a fumare regolarmente sigarette Muratti. Ricordo che lei si arrabbiava perché stavo prendendo il vizio del fumo. Dopo pochi mesi il rapporto si esaurì. Un giorno non si presentò all’appuntamento all’oratorio e il giorno dopo mi spiegò che aveva avuto dei problemi in casa, che non l'avevano lasciata uscire e che lei si era arrabbiata moltissimo con sua madre. Non so se quello che era successo avesse qualche relazione con me questa storia. Come ho già scritto avevo potuto farmi la benché minima idea della sua famiglia. Dopo qualche giorno non ci rivedemmo più.

Intanto a scuola ero ormai diventato molto attivo a livello politico. In quel periodo avevo visto crescere il mio ascendente sui ragazzi della mia età: anche sulle ragazze. Con qualcuna di queste mi incontravo spesso durante i cambi di ora, gli intervalli o alla fine delle lezioni. Con una, in particolare, ero arrivato a un certo livello di petting: baci sulla bocca, lunghi abbracci, e cose del genere. Ogni tanto, scherzando, mi proponeva di fare un bambino. Non so più come si chiamasse, ma mi ricordo che era di carnagione chiara, con capelli biondi lunghi e lisci, e con gli incisivi centrali rotti in mezzo. Per un certo periodo, un po' con la scusa di dover difendermi dai fascisti, un po' per pura e semplice stupidità, presi ad andare a scuola con una pistola finta che avevano dato a mio padre (che da anni ormai era direttore di agenzia della Banca Commerciale Italiana) e che lui aveva portato a casa. A volte, questa ragazza mi metteva le mani nel giubbotto e mi chiedeva se poteva toccare quel "gingillo". Credo che non le avessi detto che non era una pistola vera. Ad ogni modo, se fossi stato perquisito, avrei sicuramente passato dei guai.

La maggior parte degli ultimi vecchi leader studenteschi del liceo stavano preparandosi all'esame di maturità 1976-1977. Cionostante, in primavera compimmo un'esperienza di autogestione di quattro giorni. Durante quelle giornate mi presi anche una mezza infatuazione per una compagna di quinta, io che invece frequentavo ancora la prima. Ne ero attratto fisicamente, mi trasmetteva serenità il suo atteggiamento e il suo modo di fare, e condividevo le sue idee. Forse rappresentava un ideale di sorella maggiore che non ho mai avuto. L'ultimo pomeriggio, dopo che eravamo usciti dall’istituto, alcuni compagni di quinta mi consegnarono dei manifesti e altri materiali che erano serviti per l'attività politica. Considerai questo gesto come un simbolico passaggio di consegne. 

Il 6 maggio 1976 andai con il mio migliore amico al Palalido di Milano a vedere un concerto del cantautore Francesco Guccini, molte delle cui canzoni mi erano già note da almeno un paio d’anni e che suonavo spesso anche con la chitarra. A un certo punto sentii muoversi la panca sotto di me. Chiesi al mio amico se per caso era stato lui a provocare quel movimento e mi rispose di no. Poi notammo che l’enorme lampadario posto al centro del soffitto del palazzetto ondeggiava. A provocare tutto era stata la prima scossa forte del tragico terremoto del Friuli, regione situata a qualche centinaio di chilometri di distanza. Nelle mattine seguenti, all’ingresso e all’uscita della scuola mi misi a raccogliere delle offerte da inviare alle famiglie colpite dal sisma. Ricordo il mio disappunto quando un compagno di quelli con i quali avevo vissuto l’autogestione, militante della Federazione Giovanile Socialista (Fgsi, mi disse che era sbagliato raccogliere soldi privatamente, perché il sostegno doveva fornirlo lo stato. Io giudicai dentro di me troppo dogmatica questa posizione, arrivai a raccogliere circa 50mila lire e qualche giorno dopo effettuai un versamento in posta su un conto corrente per le vittime del terremoto. 

(puntata aggiornata il 09/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


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