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Autobiografia giovanile - Cap. 21 - Lunghe vacanze e Olimpiadi di Monaco

 Dovuto rientrare prima del tempo a Milano dal campeggio al Parco di Monza organizzato dal comune di Milano, passai i giorni della varicella chiuso in camera mia. La precauzione era dovuta al fatto che mio fratello e le mie sorelle, e forse anche i miei, non avevano avuto questa malattia. Forse, ma ora è solo un vago ricordo, l’aveva avuta mia nonna e fosse lei che, almeno durante il giorno, veniva in camera mia. Io passavo quasi tutte le ore del giorno sdraiato su quello che era normalmente il letto di mio fratello, ovvero quello in fondo alla stanza e sotto la finestra. Avendo già un po’ di pratica con l’elettronica, mi ero creato una sorta di amplificazione con un microfono e mi divertivo a chiamare aiuto a chi c’era in casa utilizzando un altoparlante, che però era vicino al mio letto e serviva solo a fare sentire più forte la mia voce.

A quei giorni è associato anche il ricordo del profumo intenso del talco mentolato che mi spargevo sulle parti del corpo dove sentivo più prurito. L’effetto rinfrescante riduce per un po’ di tempo il bruciore causato dalle pustole della varicella. Comunque, almeno un paio di grosse, le ho grattate spesso e mi sono rimaste le cicatrici: una sul lato sinistro del naso e una sul petto, sempre a sinistra. 

La maggior parte delle ore le passavo ascoltando la radio. Avevo chiesto ai miei di comprarmi la rivista Radiocorriere TV, dove potevo trovare tutte le trasmissioni che mi interessavano. Una in particolare non la perdevo mai: il talk show pomeridiano Chiamate Roma 3131, su Rai 2. Durante il programma, il conduttore riceveva telefonate da alcuni radioascoltatori, che gli esponevano delle storie personali o dei punti di vista su qualche fatto di attualità, e lui interagiva con loro ponendo domande o esprimendo opinioni. In quegli anni il conduttore era il giornalista Franco Moccagatta, del quale mi piaceva molto la voce oltre che il pensiero. Meno sicuro, ma molto plausibile, è il ricordo che in quella situazione avevo iniziato ad ascoltare con assiduità programma serale di musica pop internazionale: Supersonic. Anche questo veniva trasmesso su Rai 2. Se considero, come ho già scritto nella puntata precedente, che anche Alto Gradimento era su quella rete, devo concludere che dal canale radiofonico Rai 2, negli anni Settanta, ho attinto molto del mio background di cultura popolare e di immaginario personale. Sono anche quasi sicuro che, per passare il tempo durante quella varicella, avevo iniziato a farmi acquistare e a leggere il settimanale Epoca, per soddisfare la mia curiosità circa i fatti e i temi di attualità più importanti in quegli anni. Forse si stava già sviluppando in me un germoglio di attrazione verso il giornalismo. Ma di certo non mancavano nemmeno le letture di qualche romanzo. Diversi di quelli letti in quell’epoca devo averli letti mentre ero malato.

Guarito dalla varicella, potei ricominciare ad uscire con i miei amici del quartiere. La mia prima compagna era sempre la bicicletta da cross Legnano e probabilmente la prima cosa che facevo spesso, mentre attendevo di ritrovarmi con gli amici, era andare fino al boschetto lungo via dell’Assunta nei campi verso Vaiano Valle. Un pomeriggio, lì, ebbi modo di rendermi conto che il mio corpo stava cambiando, ovvero vidi i segni dell’inizio della pubertà. I pomeriggi di inizio estate passavano in vari modi. A volte, invece, di gironzolare per il quartiere e le campagne, passavo qualche ora nel cortile dietro la mia scala. Non lo facevo più da qualche anno, perché tutti noi bambini degli anni a cavallo fra il 1957 e il 1962 ormai uscivamo quasi sempre dal condominio per andare a passare il tempo con amici conosciuti a scuola e che vivevano in altre parti della zona Vigentino o anche al di fuori. Ora invece in cortile c’erano bambine e bambini dai tre anni in su, comprese le mie due sorelle, altre tre bambine e due bambini della mia scala. Qualche volta passati qualche ora in cortile con loro, facendoli giocare o accompagnandoli fino al loro appartamento in ascensore quando avevano bisogno di andare in bagno. Già, perché avendo ormai passato i 12 anni, potevo legalmente utilizzare l’ascensore, anche se già lo facevo da tempo.



Credo che potrebbe essere verosimilmente nella primavera di quell’anno che, fra le attività che noi preadolescenti avevamo iniziato a fare nei pomeriggi delle belle giornate, c’era quella di andare a curiosare fra quello che facevano i ragazzi di qualche anno più grandi di noi in varie parti del quartiere. In un prato a ridosso del vecchio cimitero, vicino a un tratto del fiume Vettabbia, alcuni di cinque o sei anni più grandi di noi avevano iniziato a far volare degli aeromodelli con motore. Non erano radiocomandati, ma fatti girare in cerchio in aria vincolati a un filo tenuto da una persona posizionata nel centro del campo. Un’altra attività che questi “grandoni” (così come li chiamavamo, e fra i quali c’erano anche fratelli di nostri coetanei) era quella di giocare a baseball. Molti di loro si erano comprati divise per questo sport, mazze, palline e guantoni e avevano trasformato il campi di calcio - per la verità mai utilizzato in modo strutturale per questo scopo - a una lato della chiesa di Fatima come un diamante su cui allenarsi e giocare partite di baseball. Nel giro di poco tempo, anche molti ragazzi della nostra età avevano comprato attrezzature da baseball. A me e mio fratello nostro padre aveva comprato dei guanti e una mazza. Altri ragazzini si erano comprati ancora più materiale. E così, durante molti pomeriggi, sul diamante si alternavano a praticare baseball ragazzi di ormai sedici o diciassette anni - che a noi sembravano, appunto, grandoni - e preadolescenti di undici, dodici anni come noi. Personalmente, non ero bravissimo (come non lo sono stato in nessuno sport, a partire dal calcio) e dopo un po’ persi l’interesse per la cosa.

Intanto mio padre aveva superato l’esame della patente e avevamo acquistato un’auto, una Opel Kadett 1100 familiare bianca. Non era il massimo della bellezza estetica ma era molto spaziosa e pratica. Inoltre, i miei avevano comperato anche una nuova tenda da campeggio tipo casetta un po’ più grande della precedente e di colore marrone. Non appena a mio padre furono concesse le ferie, all’incirca fra la fine di luglio e i primi di agosto, siamo partiti con la macchina in direzione Valle d’Aosta e Francia. La prima tappa fu La Salle, dove andammo a passare alcuni giorni nel campeggio dove eravamo stati nel 1964. Nel camping, a differenza di quello di Cogne (dove forse ne avevo visti pochi e giovani), c’erano diversi turisti stranieri. Mi piaceva anche vedere come gli adulti delle diverse famiglie cercavano di essere utili gli uni agli altri. Già quando eravamo arrivati, alcuni - credo in particolare stranieri - appena avevano visto nostro padre davanti ai sacchi della tenda e dei pali, si erano lanciati ad aiutare me, mio fratello e papà a montare la tenda. E così fu innalzata in poco tempo. Per la prima volta vidi  una famiglia di olandesi. Avevano una bambina di quattro anni biondissima e con un sorriso bellissimo. Sembrava un angioletto. Mi sorrideva ogni volta che la incontravo. Poi c’era una famiglia, credo, di tedeschi, con un bambino dell’età di Annarita. Un giorno avevano montato una piccola piscina gonfiabile e la mamma del bambino chiese alla mia di farci entrare anche mia sorella.

Riccardo Cervelli 1972 Aiguille du Midi
Io a 12 anni a Chamonix-Mont-Blanc con, sullo sfondo, l'Aiguille du Midi

Poi iniziammo il viaggio verso Chamonix-Mont-Blanc, la nostra meta finale. Superammo il tunnel del Monte Bianco e per la prima volta in vita mia mi ritrovai all’estero. Montammo la tenda in un campeggio da cui si poteva ammirare la Aiguille du Midi, che mi affascinava moltissimo per la sua forma ad ago. Nostro padre aveva imparato il francese durante le scuole medie e superiori (si era diplomato in ragioneria al Cattaneo di Milano) e quindi se la cavava nelle comunicazioni con la proprietaria del campeggio, i negozianti, i residenti e così via. A proposito della proprietaria del camping, ogni tardo pomeriggio faceva il giro delle tende a riscuotere la tariffa della giornata; credo che nella maggior parte dei campeggi del mondo invece si facesse alla fine della permanenza. Vicino alla nostra tenda c’era una compagnia di ragazzi o uomini bergamaschi amanti dell’alpinismo. Ricordo che ogni giorno andavano a fare qualche scalata e che, al loro ritorno, tiravano fuori corde e altre attrezzature alpinistiche. Io, mio fratello e nostro padre avevamo fatto amicizia con loro e ci facevamo raccontare alcune delle loro avventure. Ricordo che una volta uno di loro disse una frase che rimase nelle memorie di famiglia: “Non è ancora nata la montagna che può uccidere il Bula”. Questo era il suo soprannome, credo. 

Anche noi facemmo qualche escursione. In particolare ricordo una gita alla Mer de glace, dove c’erano un ghiacciaio e una grande grotta. Per arrivare lì credo che prendemmo una funivia, la prima della mia vita. Facevamo anche passeggiate nei dintorni del campeggio. Durante una di queste, in un bosco che affiancava la strada che conduceva da Chamonix verso un altro paese, chiesi da mio padre chi fosse il presidente della Francia: lui mi rispose che si chiamava Georges Pompidou. Sempre in quel luogo una volta sentimmo una forte rumore di frenata, provenire dalla strada, al di là degli alberi, seguita da una serie di colpi. Doveva essere avvenuto un tamponamento a catena. Poco dopo sentimmo arrivare dei mezzi con un tipo di sirena bitonale che in Italia non avevo mai sentito.

Spesso poi, dal campeggio ci inoltravamo nella cittadina di Chamonix a fare dei giri e delle compere. Ricordo di avere imparato per la prima volta parole quali patisserie, boulangerie e combien. Le torte erano molto buone. Un giorno si tenne una festa folkloristica e per la prima volta sentii questa parola, folklore, e mi piacque molto. Lo abbinavo soprattutto ai vestiti, che riproducevano quelli in uso in epoche passate. Durante la festa si esibì anche una squadra di majorette. Erano bambine e ragazze più o meno della mia età. Mi colpirono molto i vestiti attillati e movimenti che facevano con il corpo. Mi presi una cotta di tutte. A Chamonix i miei devono avermi comprato quindi un paio di calzoni tradizionali di cuoio, di un tipo che oggi credo sia comune lungo tutto l’arco alpino. Questi calzoni corti, sempre la stessa estate (se non la successiva) sono stati causa di un simpatico malinteso, sul genere sessuale a cui appartengo, avvenuto nella città di Assisi.

Riccardo Cervelli 12 anni
Io con calzoni folkloristici

Al rientro in Italia, ci siamo fermati per circa una settimana in un campeggio di Saint-Vincent, ancora in Valle d’Aosta. Questa permanenza mi è rimasta impressa soprattutto per due aspetti. Il primo è che io e mio fratello siamo stati iscritti a un corso di equitazione in un maneggio del posto. L’esperienza mi piacque molto. A me fu assegnato un cavallo bianco con macchie grigie e nere di nome Zeus. Imparammo ad andare solo fino al trotto, ma l’ultimo giorno mi ritrovai da solo a cavallo nel recinto insieme a un’altra persona più esperta che lanciò il suo cavallo al galoppo. Il mio prese la stessa andatura e non seppi come fermarlo. Dopo un giro di pista al galoppo io caddi. Non mi feci niente. L’istruttore mi disse che comunque, dopotutto ero riuscito ad andare anche al galoppo. L’altra esperienza che mi ricordo volentieri è stata la partecipazione, un giorno, a un concorso di pittura organizzato dalla rivista Topolino. Noi concorrenti stavamo su una piazza in una posizione elevata. All’inizio non sapevo che cosa disegnare. Poi, guardandomi intorno, ho deciso di disegnare il panorama, ponendo enfasi, più che sull’esattezza delle copie delle costruzioni, sulla varietà dei colori. Alla fine, con mia sorpresa, seppi di avere vinto il secondo posto. Come premio mi venne regalata una scatola o di soldatini o di macchinine. Ma il premio più bello fu vedere il mio disegno riprodotto su un numero di Topolino nelle settimane successive.

Riccardo Cervelli 12 anni cavallo
Io sul cavallo Zeus a Saint-Vincent

Ripartiti da Saint-Vincent, le vacanze erano comunque destinate a durare. Credo che anche a mio padre piacesse andare in vacanza, ma che a decidere e a spingere per compiere viaggi di un certo impegno logistico, fosse soprattutto mia madre. Quando era piccolo, la famiglia di mio padre andava tutte le estati a Rimini, quasi sicuramente nella stessa pensione. Forse a mio padre sarebbe piaciuto tornare lì, ma poi finivamo sempre per andare in posti diversi, soprattutto in collina, montagna e all’estero. E così - non ricordo se dopo essere ripassati da Milano - quell’estate finimmo anche ad Assisi. 

Era fine agosto, prima metà di settembre. Anche lì eravamo in campeggio e, presente nostro padre con la macchina, visitammo, oltre che Assisi, altre località vicine, soprattutto dove c’erano santuari. In quel periodo ormai i capelli mi erano cresciuti molto, considerato che forse li avevo tagliati intorno fine della scuola. Un giorno, mentre stavamo per entrare in una chiesa, un frate anziano ci vide e notò che io avevo su i calzoni corti di cuoio, che lasciavano in bella vista le gambe. Vedendo che avevo i capelli lunghi e lineamenti non spiccatamente maschili, mi ha scambiato per una ragazzina e si è rivolto a noi dicendo: "Scandalosa! Scandalosa!". Non ricordo come andò a finire. Forse i miei, o mia madre, chiarirono l'equivoco e potemmo entrare in chiesa.

Quella prima vacanza ad Assisi, ripetuta anche l’anno seguente, mi rimase impressa soprattutto per le Olimpiadi di Monaco 1972, culminate con il tragico evento terroristico in cui un commando di terroristi palestinesi sequestrarono per alcuni giorni gli atleti della nazionale israeliana, uccidendone già alcuni nel villaggio olimpico. Alla fine, si fecero condurre con alcuni elicotteri all’aeroporto per poter fuggire con un aereo. All’aeroporto le Teste di cuoio tedesche tentarono un blitz per catturare il commando e liberare gli ostaggi, causando così degli scontri a fuoco nel corso dei quali morirono molti terroristi e ostaggi. In quei giorni io mi recai spesso nel bar del campeggio per seguire i reportage televisivi su questa tragedia. Le immagini mi facevano un po’ di impressione ma non al punto di non volerle vedere. 

(capitolo aggiornato il 06/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 20 - Nuovi amici, tv e Parco di Monza

 1972, dodici anni. Anno di molte novità. Credo che sia in quel periodo che abbiamo smesso di frequentare lezioni private di pianoforte, dato che ero piuttosto svogliato e preferivo dedicare il mio tempo libero ad uscire con gli amici. Più o meno nella stessa epoca, io e mio fratello abbiamo cessato anche di andare ai corsi di scherma. Nella mia nuova classe alla scuola media Luigi Majno mi sono fatto nuovi amici, così anche qualche compagno al quale non andavo a genio per qualche motivo. Due o tre dicevano che non mi lavavo molto e che puzzavo. Tra i miei nuovi amici, uno abitava poco lontano dalla scuola, aveva una bella casa, condividevamo la passione per la musica, ed eravamo entrambi i migliori a livello di rendimento scolastico: lui più di me. I nostri relativi genitori ci hanno iscritto alla Gioventù Musicale, e i sabati pomeriggio iniziammo ad andare a sentire i concerti organizzati da questa associazione che si tenevano nella sala Verdi del Conservatorio. Alla fine dei concerti, facevamo sempre un giro alla Ricordi e alle Messaggerie Musicali, dove ci soffermavamo ad ammirare gli strumenti musicali. In particolare a me piacevano gli organi elettronici. Alcuni, in mostra in una grande stanza del seminterrato delle Messaggerie Musicali, erano a più tastiere e con tanti registri. Mi piaceva sentirli suonare dal personale del negozio.

Fra i miei migliori amici, fra i compagni di classe, iniziò presto a esserci il ragazzo che veniva da Locate Triulzi. Per venire e tornare a casa doveva prendere una corriera delle autolinee Sgea, che faceva capolinea in Porta Vigentina. Abitava in una grande cascina. Qualche volta, insieme a quello fra i miei amici e coetanei del condominio che era in classe con me, in quegli anni andammo a trovare questo nostro compagno della cascina. Lì i figli del proprietario del luogo ci lasciavano guidare per brevi tratti i trattori. Poi facevamo dei giri nelle stalle e nei fienili. Nel tardo pomeriggio tornavamo a casa con le scarpe sporche di fango e letame ma molto felici per le belle ore passate in campagna. 

Se non erro, fu sempre in quell’anno scolastico che la scuola organizzò una vacanza bianca sulla neve a Selvino. Della mia classe partecipammo sicuramente io e il mio compagno e amico da tanti anni perché viveva nel mio stesso condominio. Quello, inoltre, con la cui famiglia la mia era stata per la prima volta una giornata in montagna sulla neve qualche anno prima. Io e lui condividemmo una camera doppia. Fra gli insegnanti accompagnatori c’era la nostra professoressa di musica, che notai essere una donna di mezza età molto a suo agio nelle situazioni conviviali sia con noi che con un paio di altri insegnanti. Forse è stata la prima volta che ho visto degli insegnanti in una situazione di vita diversa da quella della classe. Il mio amico era già bravo a sciare e quindi faceva lezione con dei maestri per gli allievi già di livello avanzato. Io ero nel gruppo dei principianti. Ricordo che il maestro ci faceva scendere lentamente quasi in orizzontale, in lunghi tratti a zig zag per la discesa. Alla fine di ogni tratto dovevamo frenare e curvare a spazzaneve. Una o due sere ci portarono al cinema. I film erano vietati ai minori di 14 anni ma ci fecero entrare lo stesso. Ricordo di aver visto per la prima volta delle scene di violenza tipo “pulp” e delle parti di nudo totale. Alla fine della vacanze organizzarono una gara. Io feci la mia discesa facendo in maniera da non cadere. Risultato: non fui squalificato ma arrivai ultimo. O, come mi dicevo e dicevo scherzando ad altre persone: primo degli ultimi (gli squalificati).


Io ancora in vacanza, poche settimane prima di iniziare la prima media nell'anno scolastico 1971-1972

A scuola la nostra classe continuava a distinguersi per non essere un gioiello di disciplina. Un gruppo di compagni aveva preso a bullizzare un compagno. La vittima era abbastanza alta, leggermente sovrappeso, timida e goffa. Non mi sembra che in classe avesse stretto amicizia con qualcuno. Non ricordo se solo per queste o altre caratteristiche divenne il bersaglio di scherzi. Una mattina in aula si sentì un grido di dolore. Il compagno di classe seduto dietro questo ragazzo bullizzato gli aveva infilato l’ago del compasso in una natica. Non ricordo da chi fosse partita l’idea, ma per un certo periodo di tempo, nelle lezioni di religione la classe chiese alla professoressa, della quale non avevamo peraltro molto rispetto (quando entrava in classe trovava spesso tutti i banchi schierati lungo i muri, con noi nascosti dietro gli zaini pronti a fare la guerra con le cannucce delle biro a mo’ di cerbottane e palline di carta o chicchi di riso), di affrontare il “caso…” dove al posto dei punti di sospensione c’era il cognome della vittima di bullismo e discriminazione.

Un 'altra volta ne facemmo una grossa ai danni di un bidello. Durante l'intervallo, in cinque o sei ragazzini, ci divertimmo a giocare con la pompa dell'acqua che veniva usata per pulire i bagni. Credendo che in un bagno chiuso ci fosse un nostro compagno, qualcuno ebbe l'idea di fargli cadere addosso dell'acqua. Non ci fu reazione e suonò la campanella. Dopo che qualche minuto che eravamo rientrati in classe, si aprì la porta ed entro la preside professoressa Pettinari, molto temuta per la sua severità, insieme a un bidello del nostro corridoio tutto bagnato. Il collaboratore scolastico era muto. Era lui che si trovava nel bagno in cui avevamo spruzzato l'acqua dall'alto e non aveva potuto dirci di smettere. Credo che ci prendemmo una nota di classe sul registro.

Ho sempre associato - anche perché deve essere avvenuto effettivamente così - il periodo fine 1971 -inizi 1972 all'arrivo, in casa nostra, del televisore. Da quel momento, per vedere i programmi quotidiani, non sarei più dovuto andare a casa dei nonni materni; in più potevamo vedere anche i programmi serali. Fra questi, venivano mandati in onda spesso sceneggiati televisivi, che la famiglia seguiva tutta riunita davanti all'angolo del soggiorno dove c'era la tv, dopo cena. Fra questi, ricordo dell'Eneide e - che mi aveva molto appassionato, Orfeo in paradiso, dall'omonimo romanzo di Luigi Santucci, che poi volli leggere anche come libro. Fra altri altri sceneggiati che ricordo di avere guardato ci sono di sicure anche Le sorelle Materassi, anche se non mi sono particolarmente rimaste impresse, e Le avventure di Pinocchio, del regista Luigi Comencini, con Nino Manfredi nel ruolo di Geppetto e il piccolo Andrea Balestri (di soli tre anni più giovane di me) in quello di Pinocchio. Sono quasi sicuro che, poiché stavamo ancora aspettando la tv a casa, devo essermi perso Il segno del comando, che aveva fra gli interpreti l'attore Ugo Pagliai, del quale si era presa una cotta la mia amica più grande. Sono invece in dubbio se ho effettivamente guardato - o se l'ho fatto sporadicamente - A come Andromeda, in cui recitava Paola Pitagora, che a me piaceva e della quale mi ero appeso il ritaglio di una fotografia dietro l'anta della scarpiera del bagno. Forse, però, il televisore - che non era né piccolo né grande come quello dei miei nonni- deve effettivamente essere arrivato a casa verso la fine del 1971, perché credo di ricordare di aver visto, andato in onda in quel periodo, E le stelle stanno a guardare. Come nel caso di Orfeo in paradiso, più tardi avrei letto anche il romanzo, di Archibald Joseph Cronin, che considero una delle mie prime letture di formazione. La trama mi aveva interessato moltissimo e così anche la figura della madre che interferisce negativamente nella vita dei suoi figli. Dopo aver letto il romanzo ne parlai con mia madre, che lo conosceva già.

Penso che nella prima metà del 1972, mio padre sia stato impegnato nelle lezioni di scuola guida. Sentivo parlare in casa dell'autoscuola e del suo titolare, che insegnava a guidare a mio padre così come le avrebbe fatto a me sei anni più tardi. 

Nel primo weekend di giugno, probabilmente il sabato pomeriggio, a casa nostra si tenne una festa di compleanno per i 7 anni di mia sorella Annarita. Di norma, quando c’erano delle feste per compleanni o altre celebrazioni, tutta la famiglia vi partecipava. E così anch’io rimasi in casa. Alla festa erano invitate soprattutto bambine (se non solo). Molte, forse la maggior parte, erano compagne di classe. Ebbi così l’occasione di conoscere piccole amiche di mia sorella. Io passai molto tempo nella camera mia e di mio fratello, dove vennero alcune di queste bambine. Erano piccole ma anche sveglie e simpatiche. Come ho verificato anche da adulto, molti bambini della prima e seconda infanzia, conoscendo una persona più grande, in questo caso solo un ragazzino di cinque anni più vecchio, tendono a voler raccontare qualcosa di particolare che fanno nella loro vita oppure qualcosa che gli piace. Ricordo che venne fuori, parlando con una bambina in camera mia, che lei frequentava una scuola di danza. Questa bambina era, secondo me, molto carina e con modi di fare molto femminili. Era una bambina estroversa. Mi fece vedere qualche esercizio di danza e come faceva la posizione del cigno, del balletto Il lago dei cigni musicato da Pëtr Il'ič Čajkovskij, quando era morto. Questa bambina si chiusa tutta su se stessa sul pavimento. Mi sembrò essere una promessa della danza.   

Finito l'anno scolastico, trascorsi una delle più belle pagine della mia vita. Rivissi, per la prima volta dopo cinque anni (dal 1967), un'esperienza simile a quella della colonia a Cesenatico. Solo che questa volta non ero più un bambino ma un ragazzino di dodici anni e mezzo. I miei genitori avevano iscritto a due settimane di campeggio al Parco di Monza organizzato dal Comune di Milano. La vacanza era per soli maschi. Un giorno credo che partimmo con alcuni pullman dalle vicinanze del Castello sforzesco e arrivamo a Biassono all'ingresso del Parco, dove si trovava (e c'è ancora) la Cascina Costa Alta. In un prato vicino alla vecchia costruzione - in realtà più simile a una villa che a una cascina, se non fosse per quelle che sembravano essere state stalle - erano state montate una decina di tende di tipo militare. In ogni tenda erano stati installati dei letti a castello. A occhio e croce, in ogni tenda, ce n'erano tre da un lato e tre da un altro, in modo da ospitare circa dodici ragazzini per tenda. Ogni paio di tende di ragazzini ce n'era una per gli educatori. Nessuno di questi dormiva con noi e questo mi aveva fatto piacere perché voleva dire, che una volta che gli educatori si fossero ritirati, noi eravamo da soli.

Ricordo che qualche volta, dopo che era scattata l'ora del riposo notturno, fra noi bambini e gli educatori della tenda più vicina, scoppiavano battaglie a colpi di cuscini. Solo in quelle occasioni gli educatori violavano il nostro spazio, forse perché sentivano che non stavamo ancora dormendo. Questi responsabili erano tutti giovani e simpatici. 

In tenda, io avevo fatto particolare amicizia con il ragazzino che dormiva sopra di me. Più di me lui aveva paura delle "forbicine", delle piccole blatte che avevano due pinze in fondo alla schiena e che qualche volta trovavano sui letti o fra le lenzuola. D'altra parte i letti erano issati sopra il terreno (non ricordo se ci fosse un pavimento di plastica, ma comunque le forbicine sarebbero ugualmente entrate nella tenda). Prima di andare a dormire, questo mio nuovo amico, controllava con cura il letto e canticchiava qualcosa che aveva ribattezzato "la canzone della forbicina". 

La mattina venivamo svegliati con una musica emessa da altoparlanti a tromba montati su dei pali ai lati del prato. Quelle musiche mi sono rimaste impresse e, al ritorno dal campeggio, chiesi a miei di comprarmi i dischi. Una era Popcorn, suonata dal gruppo Strana Società; un'altra era una versione pop di un movimento della sinfonia n. 40 di Mozart, arrangiata da Waldo De Los Rios e suonata sotto la sua direzione con un'orchestra che utilizzava anche strumenti elettronici. 

Nei primi giorni della vacanza io mi feci notare dagli altri per il fatto che li invitavo a non dire parolacce. Così qualcuno decise di darmi come soprannome Prete, che però non veniva molto utilizzato.

Ogni giorno i nostri educatori ci facevano svolgere diverse attività. Spesso stavamo nel prato dalla parte opposta della cascina a fare dei giochi tutti insieme. Altre volte ci mettevano fra il prato e la cascina e ci facevano cantare le canzone della trasmissione radiofonica serale (su Rai 2) Alto Gradimento, condotta da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni (la cui prima stagione era iniziata nel 1970 e si concluse nel 1976). Il programma prevedeva molti personaggi e credo che i nostri educatori ci facessero vedere alcune gag in cui li imitavano. C'era da morire dal ridere. Un giorno, invece, ci fecero scavalcare il filo spinato che chiudeva la pista dell'Autodromo di Monza, che si trovava proprio dietro il campo dove stavano le nostre tende. Nell'oltrepassare il filo, mi ferì un ginocchio di una spina di ferro e iniziò ad uscire sangue. Qualcuno dei responsabili mi guardò la ferita e decise che non si poteva fare niente, che comunque non era grave, e proseguimmo. Ricordo che facemmo un giro della pista, iniziando dalla parte delle Curve di Lesmo, e che, fra tutte le cose, mi piacque percorrere la curva parabolica. Credo di avere ancora una piccola cicatrice a ricordo di quella avventura "illegale" voluta dai nostri adulti educatori.

Un giorno del primo fine settimana, mi venne a trovare mio padre, forse insieme a mio fratello. Era venuto con alcuni autobus. Mi portò fuori e, sempre utilizzando uno di questi autobus, mi portò in un convento di frati che si trovava lì vicino e dove risiedevano alcuni frati che, nel periodo 1969-1970 circa, venivano a Vigentino a gestire l'oratorio domenicale. Andammo a trovare in particolare uno di loro, che era quello con cui avevo stretto più legame e che era venuto, una volta, anche a trovarci a casa nostra in occasione di un compleanno o di un'altra ricorrenza.

Riccardo Cervelli anni 70 oratorio
Foto di gruppo di una gita in montagna con i frati che hanno gestito l'oratorio dell'Assunta fra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta

Poi cominciò la seconda settimana. In quel periodo avevo stretto un'amicizia più forte con un altro ragazzo, tranquillo e più alto di me. Credo che sul finire di tutti i pomeriggi ci recavamo anche insieme a farci la doccia. Fu a Cascina Costa Alta che ci presi gusto a fare la doccia. A casa, infatti, avevamo una vasca da bagno con un tubo doccia flessibile. Stare in piedi e farsi spruzzare l'acqua ad alta pressione dall'alto - soprattutto quando avevi cominciato a sentire che il corpo era sudato e sporco per i giochi quotidiani - era un piacere. E, comunque, non era come quando, in colonia, ci facevano delle docce così, ma camminando tutti in fila sotto diverse docce, con addetti che ci lavavano e ci asciugavano come in una catena di montaggio, e i tempi decidevano loro. Lì decidevamo noi, da una certa ora in poi, se, quando e con chi andarci a fare la doccia. Fatto sta che un giorno mi venne un po' di febbre e di prurito in tutto il corpo. Il responsabile della vacanza, un signore sportivo, elegante e professionale (mi sembra che avesse anche lavorato nel settore delle corse), decise di spostarmi nell'infermeria che si trovava nel corpo principale della Cascina. Quel mio amico con cui andavamo anche a fare le docce insieme disse che aveva già avuto la varicella e mi accompagnò alla tenda a fare il bagaglio e poi nella stanza dell'infermeria. Qui, mi avevano messo a disposizione un letto, non fatto, e delle lenzuola. Il mio amico volle assolutamente farmi il letto lui. Dopo che ci salutammo e uscì non lo vidi più. Il giorno dopo vennero mia padre e mio zio Alfredo a prendermi con la macchina dello zio. Negli anni successivi ho ripensato spesso a quel ragazzo e alla generosità dei gesti che aveva compiuto nell'ultima mezz'ora che abbiamo passato insieme.

(aggiornato il 03/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


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