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Autobiografia da adulto - Cap. 10 - In attesa di chiamata

Riprendo, dopo una lunga parentesi impegnativa per questioni soprattutto di lavoro, questa autobiografia. Negli ultimi capitoli mi sono soffermato soprattutto su alcuni fatti avvenuti fra il 1981 (primo anno di lavoro, all’inizio part-time e poi full-time; difficoltà a conciliare nuovi impegni crescenti con lo studio universitario alla facoltà di Lettere Moderne dell’Università Statale di Milano; processo penale per una vecchia storia di militanza politica, conclusosi con assoluzione con formula piena; brevissima avventura con una ragazza di un paio d’anni più grande di me; attività in occasione di una visita in Italia di Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale; vacanze estive con amici in Olanda, Inghilterra e Scozia; lungo ricovero di mia madre, etc.) e il 1982. Di quest’ultimo anno e del successivo ho solo fornito alcuni brevi accenni. Con il racconto di alcuni avvenimenti e della situazione del 1982 e 1983 vorrei concludere il resoconto di questi tre anni che hanno preceduto il servizio militare di leva (febbraio 1984 - gennaio 1985), il quale, come per la maggior parte dei giovani che lo hanno svolto, ha rappresentato uno spartiacque nella prima parte della mia vita.

Per quanto riguarda la pratica buddhista, ritengo esatto far risalire al 1982 il mio passaggio da responsabile di un gruppo di Milano a responsabile di settore. Questa nomina giunse inaspettata per me e altri miei amici, in quanto, quando arrivò la voce che avrei cambiato gruppo, si pensava che sarei diventato responsabile di un altro gruppo, non di un settore composto da cinque gruppi. Così invece fu, segno che i responsabili più elevati di allora riponevano una grande fiducia nei miei confronti. Accettai subito la proposta di questa nuova responsabilità, anche perché rappresentava uno stimolo a una nuova crescita personale che abbracciava la pratica buddista e anche altri aspetti della mia vita. 

L’ambiente del mio lavoro si ampliò, ma io mantenni la posizione che avevo, il che significò diventare la colonna (soprattutto operativa, data la mia giovanissima età) di una “macchina” che ora aveva, fra gli altri, un nuovo direttore (Antonio Pilati, che veniva a lavorare in redazione al pomeriggio, spesso accompagnato da me, visto che abitava lungo la mia strada per l’ufficio) e nuovi collaboratori esterni. A questi si aggiunsero anche alcuni collaboratori che venivano a lavorare in redazione, giovani come me, fra i quali un paio di ragazze molto simpatiche e carine. 

Benché provassi a volte attrazione per qualcuna delle mie giovani colleghe, così come per alcune praticanti buddhiste, però, una caratteristica di questo triennio fu che, dopo l’esperienza del 1981, non volli mai buttarmi veramente sul serio a iniziare una nuova relazione. Più di uno i motivi: uno sicuramente la mia insicurezza rispetto al corteggiare ragazze; un altro il fatto che, nonostante lavorassi in un ruolo che spesso mi costringeva a stare in redazione ben oltre le classiche otto ore, e che avessi una nuova impegnativa responsabilità nell’organizzazione buddhista, volevo comunque cercare di portare avanti gli studi universitari, benché da non frequentante; terzo, che agiva in modo inconscio, il fatto di dover ancora svolgere il servizio militare: un confine vago che cercavo di spostare più avanti possibile con rinvii per motivi di studio. 

Rinvii di cui, a un certo punto, non potei più usufruire. Per poterli godere occorreva sostenere almeno un esame per anno accademico. Nel 1981, nonostante tutto, riuscii a superare un esame di quelli relativamente più facili, benché al secondo tentativo. Si trattava di Geografia umana, per il quale avevo studiato soprattutto leggendo i libri (non avevo frequentato le lezioni) durante il viaggio estivo in Scozia. La prima volta venni mandato via, la seconda lo passai, seppur con un misero ventidue. Nel 1982, invece, mi accinsi a preparare un esame pesante: Storia della lingua italiana. Scelsi questo esame anche perché questo corso avevo cominciato a seguirlo in presenza all’inizio dell’anno accademico 1980-1981, prima di passare dal lavoro part-time (solo pomeriggio) a quello full-time. Il corso era tenuto da più professori. La parte monografica, dedicata alla storia della Lessicografia, era svolta dal professor Maurizio Gentile, un docente già abbastanza anziano, da me considerato molto carismatico, ma anche severo: ricordo che una mattina arrivai a lezione con dieci minuti di ritardo e non mi ammise in aula. Un’altra parte del corso era tenuta da un altro professore, di cui non ricordo il nome, più giovane ma sui quaranta-cinquant’anni, e riguardava direttamente la storia della lingua italiana, a partire dal latino, dal volgare, dai dialetti (a volte vere e proprie lingue) fino ad arrivare all’italiano oggi comunemente usato in tutto il Paese. In queste lezioni si parlava anche di linguistica, che poi sarebbe diventato uno dei temi che continuo ancora oggi a studiare per conto mio e che, ad ogni modo, mi sono serviti anche per crescere come giornalista. 

Il primo anno, comunque, avevo soprasseduto dal tentare questo esame particolarmente impegnativo. Nell’anno accademico 1981-1982 scelsi di concentrarmi - con tutte le difficoltà dovute alla non frequenza, al numero di libri da studiare, al cambiamento annuale del programma del corso, e ai numerosi impegni di lavoro, di attività buddhista e sociale (ci tenevo a uscire anche con gli amici non buddhisti) - su questo esame. Purtroppo non andò bene. Il 17 dicembre 1982, un venerdì (magari i superstiziosi avranno qualcosa da ridire sul venerdì 17 che avevo scelto), mi presentai davanti agli esaminatori e ad iniziare a interrogarmi fu proprio il professor Gentile. Già alla prima domanda si accorse che non ero preparato bene. Gli chiesi di provare a pormi un’altra domanda e fallì nel rispondere anche a quella. Quindi mi disse che dovevo ritornare un’altra volta e io gli rivelai: “Così non potrò più chiedere il rinvio del servizio militare…”. Allora lui si alzò in piedi con il volto severo e disse con ironia: “Che cosa dobbiamo fare, metterci sull’attenti?”. Accusai il colpo e lo guardai con un po' di vergogna per il tentativo goffo di fare compassione e passare l’esame, magari con un voto bassissimo. Al che fui rincuorato vedendo il professor Gentile cambiare espressione, assumerne una tranquilla e dirmi: “Vai, caro”. Quel “caro” non me lo dimenticherò mai, rappresenta per me una prova di come si possa essere allo stesso tempo severi ma molto umani. Per la cronaca, qualche anno più tardi il professor Gentile divenne rettore dell’Università degli Studi di Milano. Quando lo seppi provai orgoglio per aver conosciuto una persona così importante. Quando, ancora qualche anno più tardi, lessi sui giornali che era morto, mi dispiacque.

Dopo quella bocciatura, mi rassegnai all’idea che avrei potuto ricevere presto la “cartolina” di richiamo al servizio militare, la “naja”, prima di laurearmi. E così avrei anche interrotto l’attuale esperienza lavorativa. Prima, però, pensai di giocare un’altra carta. Da qualche anno mi sottoponevo periodicamente ad esami del sangue per tenere sotto controllo i valori del fegato, e non erano perfetti. Quindi chiesi una visita all’Ospedale Militare di Baggio (si chiamava così quello di Milano) e lì mi sottoposero a un prelievo del sangue. Ricordo che, subito dopo il prelievo, mi si offuscò la vista e mi sentii svenire. Mi fecero sdraiare su un lettino e dopo dieci minuti passò tutto. Ringraziai il dottore e l’infermiere, entrambi militari, perché erano stati premurosissimi. I risultati confermarono che i valori erano, benché di poco, fuori dalla norma. Fui dichiarato “T.N.I. 180 gg”, brutto acronimo che significava “temporaneamente non idonei per sei mesi”. 

Per tornare alla mia situazione degli anni 1982 e 1983, che cose ricordo con particolare affetto? Nel 1982, dopo il primo anno da giornalista, che continuavo a ripetermi (e a dire anche ad altre persone) era un lavoro che mi era arrivato “non cercato” e che non intendevo continuare dopo la laurea, avevo iniziato a prendere gusto per questa professione. La rivista in cui lavoravo, “Pubblicità Domani”, si rivolgeva agli operatori della pubblicità (in agenzie, aziende, editori), che scoprii essere un mondo pieno di persone interessanti e che richiedeva l’integrazione di attività molto diversificate e tutte ricche di temi che mi incuriosivano e affascinavano: dal marketing alle strategie di comunicazione, dalla creatività alla produzione di spot, alla pianificazione dei media. Inoltre, la maggior parte di queste persone con cui entravo in contatto - soprattutto manager di grandi agenzie o fondatori di strutture più piccole, direttori creativi, direttori media, responsabili pubblicità di importanti aziende italiane e multinazionali - esprimeva simpatia, stima e spesso volontà di mentorship nei miei confronti, come giovane giornalista volonteroso, perspicace ed empatico.

Nel 1982, due eventi importanti, diversi fra loro, catturarono la mia attenzione e mi portarono ad “abbeverarmi” quotidianamente al lavoro giornalistico svolto da colleghi molto più esperti di me su testate nazionali e in televisione: il crack del Banco Ambrosiano (con la morte del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra) e i Mondiali di Calcio in Spagna, vinti dall’Italia nella finale contro la Germania. 

Del 1982 e del 1983 ricordo sempre, come occasioni di esperienze molto intense (soprattutto belle, ma anche qualcuna non piacevole), le vacanze con amici del quartiere rispettivamente in Spagna e a Vieste, in Puglia. Della prima ricordo soprattutto il calore - oltre quello meteo - con il quale gli spagnoli ci salutavano, quando ci vedevano, dicendoci: “Italiani, campeones do mundo”. E poi la bellezza dei panorami delle colline dell’Andalusia, della città di Malaga, dove eravamo campeggiati, e delle uscite serati a Torremolinos. Ovviamente ci fermeranno anche a Barcellona, dove ero stato da solo nel 1978. 

Di Vieste, cittadina di origine del padre di due dei miei amici con cui ero in vacanza, ricordo la simpatia dei ragazzi e delle ragazze che ho conosciuto, il fascino dei vicoli dove la sera andavamo a comperare il moscato fatto in casa da una signora, le gradinate dove poi andavamo a sederci la sera (dove ci veniva spesso a salutare una bambina piccola del posto, vestita un po’ poveramente, che non parlava italiano ma solo dialetto) e un grande trabucco. Quasi sempre questo era la meta dell'ultima parte della serata. Da lì mi piaceva osservare il mare, che si estendeva davanti a noi nella notte, con increspature argentate dalla luce della luna che potevano essere causate da piccole onde o da pesci che saltavano fuori dall’acqua per tornarci subito. E cercavo di immaginarmi le terre lontane, invisibili dietro l’orizzonte. 

Io in Spagna nell'estate 1982


Autobiografia da adulto - Cap. 9 - Responsabilità

 Come forse ho già scritto, molti fatti avvenuti nella mia vita fra il 1981 e il 1983 ( e inizi 1984), non sono più facilmente databili, nella mia memoria, a un anno preciso di questo triennio. Continuerò, quindi, a raccontarli senza pretendere esattezza cronologica. Già ho parlato della visita in Italia del presidente della Soka Gakkai Internazionale, Daisaku Ikeda, che mi ha visto coinvolto h24 per qualche giorno (ed è stata una bella, profonda, indimenticabile esperienza), del secondo rapporto sessuale della mia vita e di altre prime esperienze erotiche con l’altro sesso, del viaggio in Scozia, e del processo che ho subito (per fatti del 1978) e dal quale sono uscito assolto “con formula piena” per non aver commesso il fatto (o almeno non ricordarlo con esattezza).

Dal punto di vista della pratica buddhista, in questo periodo di tempo che precede la partenza, nel febbraio 1984, per il servizio militare, oltre alla già citata visita del presidente Ikeda, ricordo come fatti più rilevanti il successo nella conversione - almeno per un certo periodo di tempo - di alcuni giovani e l’assunzione prima della responsabilità di un gruppo e, quindi, di quella di settore. 

La seconda, seguita a circa poco più di un anno dalla prima (tra il 1982 e il 1983), mi portò, dopo pochi mesi, a prendere drastiche decisioni circa il mio modo di trascorrere il tempo libero, di sera e nei fine settimana, abbandonando alcuni passatempi derivati dal passato e la frequenza di alcuni amici del quartiere - per la correttezza molto “in gamba” - con cui avevo ripreso ad uscire dopo qualche anno (erano quelli con cui avevo stretto rapporti per un certo periodo nel 1978). Questa mia decisione improvvisa e perentoria, durò in realtà per alcuni mesi: un giorno rividi uno di questi amici, che mi chiese il motivo per cui avevo da un giorno all’altro rotto i rapporti, e dopo che glielo spiegai, mi rimproverò dicendo che avrei potuto risolvere i problemi anche continuando a vederci e che mi ero comportato male. Dovetti ammetterlo e credo che mi scusai. 

Da allora ripresi a frequentarli pur continuando a impegnarmi il più possibile nella mia responsabilità all’interno dell’organizzazione buddhista. Che condividevo con un viceresponsabile - che però non era sempre disponibile come me - e una responsabile giovane donna, con la quale mi sentivo tutti i giorni e con la quale riuscimmo a creare un settore molto grande, con gruppi sparsi su Milano (e uno a Bolzano), e che totalizzava oltre il centinaio di presenze alle riunioni di discussione, le quali allora si tenevano a cadenza quindicinale.

Nel frattempo, anche a livello lavorativo, mi ritrovai a dover raddoppiare la mia responsabilità e il mio impegno. Come ho già scritto, quando iniziai a lavorare nella redazione del mensile Pubblicità Domani (edito da New International Media) nel settembre 1980, mi trasferii dal corso di laurea in fisica (dove non avevo ancora sostenuto alcuno degli esami del primo anno) a quello di lettere moderne, sempre all’Università degli Studi di Milano. Il primo anno riuscii a frequentare tutte le mattine, poiché il mio accordo con l’editore (che come forse ho già detto, apparteneva - come la sua compagna - alla cerchia degli amici e conoscenti di mio zio Miro Cusumano, fratello di mia madre e pittore astratto), prevedeva che io lavorassi tutti i giorni dalle 14.30 alle 18.30. Ciononostante, però, sia perché il lavoro mi assorbiva molto mentalmente sia perché l’attività buddhista era molto intensa (e su base pressoché  giornaliera), in quel primo anno non riuscii a dare che un solo esame, peraltro con un voto basso (20 in geografia umana). 

Un pomeriggio, appena arrivai in redazione (in via Revere 16), mi dissero che durante la mattinata era arrivata la polizia, che aveva perquisito tutti i locali. La ragione era che la persona che era stata incaricato a tempo pieno per coordinare l’attività redazione (e di cui io ero il subordinato diretto nel pomeriggio) si era trovata coinvolta in un’indagine legata al mondo delle Brigate Rosse, anche se lui non era un terrorista, ma probabilmente conosceva da anni qualcuno che apparteneva nelle BR per averlo frequentato in anni ancora più lontani come semplice militante di sinistra. L’editore, per evitare problemi futuri, aveva ritenuto di dire al collega di non venire più. Nel frattempo aveva deciso di chiedere a me se me la sentivo, dal giorno dopo, di svolgere io anche i compiti di quella persona. Io accettai. Questo, però, segnò la fine della frequenza alle lezioni in università e l’inizio della mia attività lavorativa a tempo pieno anche negli anni a venire.

Un altro evento importante di quel periodo è stata una malattia di mia madre. Da qualche tempo aveva iniziato ad avere frequenti episodi di diarrea. Giorno dopo giorno avevo notato che il suo volto diventava più emaciato e che perdeva forze. A un certo punto presi la decisione di costringerla a farsi visitare da un buon medico gastroenterologo, che individuai io stesso. Quindi la portai da lui nel suo studio, in zona Porta Vigentina, e questi le consigliò di farsi ricoverare al più presto. Il ricovero avvenne, forse, il giorno dopo stesso. 

All’ospedale San Paolo, i medici si diedero molto da fare per cercare di dare un nome alla patologia. Nei primi giorni si parlò di sprue, ma poi questa diagnosi venne esclusa. Invece di qualche giorno, il ricoverò si prolungò per settimane. Io andavo a trovarla tutti i giorni. La vita in famiglia era cambiata. La maggiore delle mie sorelle si era presa in carico dei compiti di nostra madre, e notai che mi stirava i vestiti. Nostro padre non riusciva a capacitarsi di quanto stava avvenendo. Per fortuna eravamo una famiglia numerosa. Un giorno, la mamma entrò in una specie di stato comatoso e non fu esclusa la possibilità di morte. Io avvisai i miei amici buddisti. Rimasi, con altri parenti al capezzale di mia madre, che dopo qualche ora, si risvegliò. Il volto mi appariva più disteso di prima. Disse che aveva sognato che stava cacciando via qualcosa. Allora richiamai una mia amica e responsabile buddista e le raccontai l’avvenuto. Lei mi disse che, nelle ore più critiche e prima che mia madre si risvegliasse, molti praticanti avevano pregato per me e mia mamma. Il ricovero proseguì poi per ancora qualche tempo. Quando la ripresa fu più consolidata, mia madre venne dimessa con una probabile diagnosi di morbo celiaco. Da allora cominciò a seguire la dieta per celiachia, facendosi procurare gli alimenti a base di farina in farmacia.

Autobiografia da adulto - Cap. 7 - Questioni di sessualità

 Del 1981 ho già avuto modo di raccontare vari eventi importanti, quali l'inizio di nuove amicizie con ragazzi conosciuti per caso ai Navigli e che ho introdotto al Buddhismo di Nichiren Daishonin, la visita a Firenze e Milano del presidente della Soka Gakkai Internazionale (SGI) Daisaku Ikeda e le vacanze estive in Olanda e in Gran Bretagna (Inghilterra e Scozia) con i ragazzi di cui sopra.

Del 1981 mi ricordo con piacere della seconda volta in cui ho avuto, in vita mia, un'avventura sessuale completa con una ragazza. Come ho già raccontato, la prima in assoluto l'avevo vissuta nella primavera o estate del 1979, ma era stata un'esperienza "sui generis", in quanto ero stato portato da alcuni amici (i quali sapevano che ero ancora vergine) a casa di una loro amica disponibile e io ero in uno stato di non piena lucidità. Quindi, benché, dopo molti tentativi, siamo riusciti ad avere un rapporto completo, le sensazioni - benché piacevoli - non erano state quelle che avrei potuto attendermi. 

Dopo la mia conversione al Buddhismo, alla fine del 1979 e il cambiamento di frequentazioni, mi ero trovato in altre situazioni in cui era coinvolto il lato sessuale della vita. Una donna amica di miei amici, di qualche anno più grande di me, aveva provato più volte a invitarmi a casa sua, anche per fare sesso, ma non avevo accettato per un paio di motivi principali: non mi piaceva e non mi sentivo pronto per avere una relazione di coppia, che temevo anche potesse limitarmi nella mia libertà. Nell'estate successiva, durante un breve viaggio a Firenze con un mio amico, la ragazza con cui si era messo da poco ed alcune amiche di questa, ho finito una sera per trovarmi sul letto di una di loro semplicemente per chiacchierare (e forse giocare a carte). 

Provando una certa attrazione per lei (che aveva quattro anni meno di me) ho iniziato a divenire abbastanza ardito, trovando anche da parte sua una crescente complicità. Dopo un po' ci siamo spogliati, ma purtroppo lei aveva le mestruazioni, quindi abbiamo fatto molto petting ma non abbiamo avuto un rapporto completo. Poi ci siamo addormentati. La mattina mi sono svegliato con lei che aveva dormito con la sua testa sul mio petto. Questa scena mi ha fatto provare una sensazione bellissima e la ricordo ancora con molta tenerezza. La sera dopo io mi sentivo stanco e non eccitato. Mi sono sdraiato su un divano nella sala dell'appartamento in cui ci trovavamo (vicino agli Uffizi). Poco dopo lei è venuta da me e mi ha detto che, se volevo, mi poteva offrire "asilo politico" nel suo letto. Io però ho declinato. Negli anni successivi mi sono pentito di questa scelta.

Una dimostrazione eclatante della mia goffaggine con le donne è stata anche questa, in cui non è coinvolto il lato sessuale. Durante una serata in compagnia di mio zio Miro a casa di suoi amici artisti nel quartiere Brera di Milano, avevo incontrato una ragazza della mia età. Subito ci eravamo fatti notare reciprocamente questa circostanza, perché eravamo gli unici giovanissimi, mentre gli altri presenti nella casa erano tutti dell'età dei nostri genitori. Siamo stati per un po' da soli in una stanza. Io avevo trovato una chitarra e suonavo, mentre lei mi ascoltava. Non ricordo che avessimo parlato molto. Comunque la trovavo molto carina. 

Qualche settimana o mese dopo, quando ancora frequentavo l'università la mattina e il pomeriggio andavo a lavorare in redazione, sono andato a mangiare nella mensa dell'ateneo. C'era un tavolo vuoto e mi sono messo lì con il vassoio preso al self-service. Dopo qualche minuto si è seduta di fronte a me una ragazza con il suo vassoio. Io l'ho riconosciuta: era quella della serata in Brera. Non so se lei mi abbia riconosciuto a sua volta. Io non ebbi il coraggio di chiederle se si ricordava di me, di noi, e lei nemmeno iniziò a parlarmi. Passammo una - almeno per me - imbarazzante mezz'ora a mangiare senza scambiarci una parola. Poi ci lasciammo senza, mi sa, neanche salutarci. Anche di questa esperienza ho portato il rimorso per sempre.

Ma torniamo alla "seconda volta". In questo caso, era quasi sicuramente il 1981 o al massimo gli inizi del 1982, un sabato sera ci siamo trovati a casa di un nostro amico praticante io e altri amici buddhisti (fra i quali uno di quelli con cui ero andato in Scozia). C'era una ragazza di un due o tre anni più grande di me che avevo conosciuto alcuni giorni o settimane prima. Era carina ed estroversa. Aveva simpatia per me. A un certo punto della serata, eravamo seduti per terra in sala. Io e lei ci trovavamo uno di fronte all'altra. Vedevo le sue mutandine e questo di fece eccitare e diventare sempre più intraprendente, al punto che - non ricordo con esattezza chi lo propose per primo - andammo in una camera da letto. In quella stanza c'era due letti singoli. Su uno eravamo sdraiati io e lei e su un altro il mio ex compagno di viaggio in Scozia con la proprietaria di casa. La presenza di loro non ci dette alcun fastidio e viceversa. Anzi, ci incoraggiavamo in un certo senso. La mia amica era più esperta di me e quindi guidò le danze. Fu un'esperienza molto piacevole e ricca, e senza i problemi della prima volta nel 1979. Ho sempre considerato, di fatto, questa come la vera prima avventura sessuale normale della mia vita. 

Poi lei mi accompagnò a casa in auto. Prima di lasciarmi fece un gesto che significava che ci saremmo sentiti per telefono. Quel segno, però, visto attraverso il vetro del portone, mi fece sentire come se fossi in trappola. Tuttavia, uscimmo insieme un'altra serata, senza fare nulla. Quella volta lei volle che io la accompagnassi a casa guidando la sua macchina e poi mi pagò (ancora guadagnavo pochissimo al lavoro) un taxi per tornare a casa. Ricordo che il tassista comprese la situazione e, durante il viaggio fino a destinazione, chiacchierammo sulle relazioni fra uomo e donna. Nei giorni successivi, però, crebbe il mio timore di essermi infilato in una storia di cui non ero convinto e pian piano smisi di sentirmi con quella ragazza. La rividi ancora, insieme ad altri amici, e ciò fu motivo di imbarazzo. Venni anche un po' rimproverato dall'amica che ci aveva fatto conoscere per averla fatta soffrire.

Continuai fino ad almeno dopo il servizio militare (1984-1985) ad vivere situazioni inconcludenti con l'altro sesso. I fattori erano un mix di timidezza, autocontrollo nel non voler sfruttare il carisma che mi derivava dalla mia responsabilità nell'ambiente buddhista per attrarre a me delle ragazze giovani e carine che mi piacevano, timore di legarmi con donne più grandi di me (ce n'erano anche nel lavoro) che mi sembrava cercassero di avere delle avventure con il sottoscritto, e, last but not least altre due circostanza: la prima era che cercavo, dopo il lavoro e l'attività religiosa, di studiare per dare qualche esame all'università; la seconda, forse, era che dovevo ancora svolgere il servizio militare. Questo credo che costituisse uno spartiacque psicologico fra il momento attuale e quello che sarebbe stato il mio futuro negli anni successivi a una desiderata laurea e all'assolvimento degli obblighi di leva militare. Non può non avere avuto un ruolo anche una certa inibizione verso il tema delle conquiste sessuali già emerso durante le preadolescenza e l'adoloscenza, anche a causa di un'educazione un po' conservatrice sulla sessualità.

Da un punto di vista lavorativo, benché mi piacesse abbastanza l'attività giornalistica che svolgevo (anche per gli stimoli che permetteva di avere, occupandomi della vita del mondo pubblicitario, come redattore in una rivista specializzata su questo tema), non pensavo che avrei voluto fare il giornalista tutta la vita. Credevo che, forse, la laurea in lettere mi avrebbe aperto altre strade, come quella di diventare uno sceneggiatore, lavori che in quel momento mi attraevano. O al limite anche un copywriter pubblicitario. 

In questa situazione, mi impegnavo nel lavoro e nell'attività buddhista, nonché in famiglia (in quel periodo mia madre non stette bene e fu ricoverata per alcuni mesi). Frequentavo ragazze che mi piacevano, ma non osavo corteggiarle in modo efficace. Una sera, durante una gita in Liguria con amici, mi capitò di condividere una stanza di una casa che ci avevano prestato con una ragazza che mi attraeva molto. Anche un mio amico aveva provato ad essere lui a prendere il mio posto, ma io ero stato più deciso. Nonostante le ipotesi che gli altre stavano facendo su quanto poteva avvenire nella nostra stanza, in realtà io e quella ragazza ci sistemammo ciascuno su uno dei due letti singoli disponibili, e chiacchierammo fino a che non decidemmo che fosse giunta l'ora di dormire. 

A volte ero io a non rendermi conto che potessero esserci ragazze che mi desideravano e con le quali avrei almeno potuto provare. Un week-end a Bolzano, ero ospite di una famiglia di due fratelli, un maschio e una femmina. La ragazza, una sera, si mise a piangere, e il fratello mi disse che era innamorata di me. Io ero però, già da altre fine settimana trascorsi a Bolzano, attratto inutilmente da un'altra ragazza, spigliata, giovanissima maestra. E speravo di mettermi un giorno con lei. Così non avevo colto eventuali segnali che potevano venirmi da quella che era effettivamente interessata a me, e che tra l'altro era anche carina e buona. A ben pensarci, ora mi mi ricordo che, anche quella volta di Firenze, tra i motivi che mi avevano portato a non accettare l'invito della ragazza con cui avevo "giocato" la notte prima, c'era il fatto che aveva iniziato ad attrarmi un'altra loro amici, rossa di capelli, con la pelle diafana, e molto vivace. La quale, però, non mi filava. Mi aveva, però, lusingato dicendomi che avevo cucinato un sugo buonissimo. Non avevo seguito una ricetta precisa, ma avevo messo nella passata di pomodoro tutte le spezie che avevo trovato nella credenza.


Io in Andalusia nell'estate 1982
Io in Andalusia nell'estate 1982

Autobiografia da adulto - Cap. 6 - Viaggio in Scozia

 Il 1981 non è per me caratterizzato solo dalla importantissima esperienza del primo incontro - sebbene non personalizzato - con il presidente della SGI Daisaku Ikeda.

A poco più di un anno dal mio cambiamento di vita, rispetto al periodo 1975-1979, non tutto era completamente archiviato. Durante un piccolo ritorno all'indietro, ho avuto modo di fare un'esperienza molto significativa. Mi trovavo in via Torricelli, a Milano, vicino al locale La clinica, e stavo suonando la chitarra. A un certo punto mi si avvicina un ragazzo della mia età circa e mi chiede se possiamo suonare un bluen insieme. Lui ha con sè un armonica a bocca. Dopo aver finito di suonare, io inizio a parlargli della mia pratica buddista. Subito lui reagisce dicendo: "Ah! Voi siete i bodhisattva!". Dopo un po' io lo invito a venire ad una nostra riunione. Gli detto un indirizzo, un giorno e un orario. Lui scrive.

Dopo una settimana circa, io mi ero completamente dimenticato di quel ragazzo. Vado a una riunione in casa di un giapponese che vive in una casa di ringhiera in via Vigevano, vicino alla Darsena e al naviglio Grande. A un certo punto si sente bussare e poi entrano nella stanza un gruppo di alcuni ragazzi. Erano il giovane che avevo conosciuto alla Clinica e altri suoi amici.

Nelle settimane successive, lui e gli altri iniziano a praticare e a venire a recitare anche casa del nostro amico che offre casa (per le recitazioni) in via Ripamonti. Con quel ragazzo e altre tre suoi amici, ad agosto, andremo poi in vacanza in auto in Scozia.

Partiamo, come da me suggerito, da casa mia prima dell'alba dopo aver riposato. La mattina presto passiamo la dogana fra l'Italia e la Svizzera senza problemi, nonostante avremmo potuto averne. Trascorriamo la prima notte in Germania, non ricordo se in un campeggio o all'aperto. Poi arriviamo ad Amsterdam. Lì ci accampiamo nel campeggio in cui io ero stato con la mia famiglia nel 1975. Purtroppo, al primo caffé che decidiamo di farci con la moka e un fornellino che avevamo portato dietro, io mi dimentico di mettere l'acqua nella caffettiera e così bruciamo il filtro. Fine dei caffé all'italiana fatti con la moka. Nel campeggio conosciamo un paio di ragazze straniere. Passiamo un po' di tempo con loro. Mi resta impressa la frase di una di loro, secondo la quale il nostro inglese era un po' divertente ("funny". Capisco che all'estero si studia l'inglese più seriamente che in Italia.

Dopo aver passato un paio di giorni, o tre, ad Amsterdam (ed essere stati in alcuni locali e al club Paradise, dove abbiamo assistito a un concerto di Jim Capaldi, ex Traffic), ci trasferiamo a Delft, dove andiamo a trovare dei ragazzi olandesi che i miei amici avevano conosciuto l'estate prima in Grecia. Qui alloggiamo in un caseggiato per giovani, in cui, ad ogni piano, c'erano tanti monolocali e cucine comuni. Poi ci rechiamo a Zeebrugge a prendere il traghetto per Dover, in Inghilterra.

A Londra alloggiamo in un ostello. Qui conosciamo un ragazzo. I miei amici lo invitano a proseguire il viaggio con noi. Io non lo dico, ma non sono d'accordo. Sono geloso dei miei amici e preferirei continuare il viaggio solo fra di noi: io, i due che avevano iniziato a praticare e un loro amico, che non conoscevo e che abitava ad Affori, e che dorme in tenda con me fin dall'inizio del viaggio. Ad ogni modo, non dico nulla e accetto di buon grado che ora siamo in cinque. Alla fine va bene così: ad ogni sosta io continuo a dormire con il ragazzo di Affori e il nuovo amico dorme con gli altri due.

Nel frattempo, mi ero dimenticato di dire che, fin dal passaggio in Svizzera, si era rotto il motorino di avviamento della macchina. E così, dopo ogni volta che la spegnevamo, dovevamo spingerla per farla ripartire. Un giorno, visto che faceva sempre più fatica a ripartire, dobbiamo cercare un meccanico in Inghilterra, Ne troviamo uno gentilissimo, che si offre di ospitarci a dormire in una stanza di una casa semicostruita di sua proprietà. Prima di lasciarci lì scrive su un foglio che ci sta ospitando lui e lo firma. Quindi, se fosse passata la polizia, non avremmo avuto problemi.

Un giorno arriviamo in Scozia. La prima sosta è a Edimburgo. Sebbene i miei amici non siano interessati, un giorno decido di visitare da solo la città. Vado a vedere un museo e poi mi reco sulla collina di un parco da cui si vede tutto il panorama di Edimburgo. Qui incontro tre signore anziane con cui mi intrattengo in una piacevole chiacchierata in inglese.

Nei giorni successivi arriviamo fino a Inverness. Una sera sostiamo, dopo averci fatto una bella bevuta di birra in un pub, sulla riva del lago di Lochness. Io, ubriaco fradicio, guardo verso il lago e sfido il drago a venire fuori. Lungo la strada del ritorno sostiamo in una città sulla riva dell'Oceano Atlantico, dove veniamo massacrati dalle zanzare (moschitoes). Poi ripassiamo da Londra - dove lasciamo il nostro nuovo amico, con cui non ho mai veramente simpatizzato - e torniamo in Olanda. Qui, passiamo un'altra serata al Paradise e poi puntiamo verso l'Italia, dove decidiamo di entrare dalla dogana di Piaggio Valmara, sul lago Maggiore. Alla dogana veniamo fermati a lungo dalla polizia di frontiera. Infine rientriamo a Milano.

Autobiografia da adulto - Cap. 3 - Avvio al lavoro

Intorno alla primavera del 1980, ormai le mie routine di vita erano completamente cambiate rispetto a quelle degli ultimi anni Settanta. Vivevo ancora in famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli (un fratello e una sorella più giovani di me), ma passavo la maggior parte delle mie giornate e serate fuori casa. Le lezioni universitarie alla facoltà di Fisica (Università Statale di Milano) che frequentavo (ero iscritto al primo anno di corso) si tenevano tutte il pomeriggio. Così, la mattina mi potevo alzare con comodità intorno alle nove, quindi, dopo colazione, recitavo Gongyo (le preghiere del Buddhismo di Nichiren Daishonin che avevo abbracciato l’anno precedente) e poi ripassavo le materie che stavo seguendo.

Dopo un pranzo veloce, con l’autobus 95, preso in via Quaranta, e quindi il filobus 93, che partiva da piazza Gabrio Rosa, raggiungevo l’università, sita in via Celoria. Al termine delle lezioni tornavo nel mio quartiere Vigentino, dove tutti tardi pomeriggi, alle 18.30, noi buddhisti della zona ci trovavamo per fare insieme Gongyo sera, guidati da un nostro amico che ci aveva tutti introdotti a questa religione negli ultimi anni Settanta. E la sera? Chi di noi voleva, ci davamo appuntamento allo storico bar Frison, in via Ripamonti, e da lì partivamo per andare, solitamente, a casa di un responsabile buddhista che abitava in via Lancetti, in zona Maciachini. Altre volte andavamo in qualche locale sui Navigli, dove spesso l’amico che ci aveva convertito suonava la con un gruppo blues importante del momento, oppure andavamo ad ascoltare qualche concerto in qualche teatro o parco di Milano o dell’Hinterland. 

Con l’arrivo delle belle giornate, altre volte, ci ritroviamo la sera sulla piazza della chiesa Madonna di Fatima e stavamo lì alcune ore sulle gradinate a suonare e conversare. In quel periodo ho avuto spesso l’occasione di accompagnare, con la mia chitarra, il nostro amico, che era senza dubbio uno dei migliori chitarristi blues del momento a livello italiano. Io suonavo gli accordi e lui cantava e suonava le parti soliste. Ogni tanto mi chiedeva di provare a “svisare”, ma non mi sentivo in grado e quindi continuavo ad accompagnarlo nelle parti ritmiche, ma intanto imparavo ugualmente molto da lui.

Un giorno di primavera, dopo un po’ di tempo che non lo facevo, andai a trovare mio zio materno Miro Cusumano, uno dei più noti pittori astrattisti italiani dell’epoca, a casa sua. Quel pomeriggio c’era anche la moglie Paola Errichelli, autrice teatrale, critica e traduttrice. Con entrambi gli zii, fin da bambini, avevo sviluppato un legame di confidenza e affetto molto forte, anche se potevano anche molti mesi fra i nostri incontri. Con loro potevo parlare di politica, di questioni esistenziali e - soprattutto con Paola - di scrittura e tendenze sociali e culturali del momento. Fin da quando ero preadolescente, lei mi incoraggiava a scrivere e, quando le mostravo qualcosa, se lo portava a casa per leggerlo. Quel pomeriggio parlai a entrambi dell’esperienza buddhista che avevo iniziato da qualche mese, dei benefici che avevo ottenuto praticando questa religione e della possibilità che potesse essere utile anche a loro. Purtroppo, quella fu l’ultima occasione in cui vidi la zia Paola: dopo poco tempo si trasferì a Roma, dove morì nel 1981.

Nei mesi successivi, decisi di andare a trovare e uscire più spesso con lo zio Miro. Lui mi fece conoscere molti amici pittori, scultori, letterati, o comunque intellettuali. Fra quelli che ricordo maggiormente, anche per averli incontrati più spesso, ci sono il poeta Giancarlo Majorino e gli artisti Gianni Brusamolino, Ferdinando Chevrier, Alberto Croce Gianfranco Motton e Carlo Nangeroni. Insieme, questi e altri artisti formavano per me un affascinante e stimolante bohème in cui mi sentivo a mio agio perché, nonostante fossi l’unico ventenne, mi sentivo comunque accolto e trattato da pari a pari, a volte anche con il tipico affetto che le persone più grandi sviluppano per una persona molto più giovane.

Nel frattempo, avvicinandosi l’estate, mi capitò in quei mesi di fare anche alcune brevi gite di due o più giorni, sia con amici buddhisti e non, sia con mio zio. Con alcuni dei primi, andai un paio di volte a Firenze, dove in quel periodo era iniziate una forte propagazione del nostro buddhismo fra i giovani e le loro famiglie. Devo dire che mi trovai molto bene con i ragazzi fiorentini che praticavano come me, tutti calorosi, pieni di interessi, aperti a fare amicizia. Ovviamente, mi affascinò anche la città in quanto tale. Da allora rimasi molto affezionato a Firenze. Un’altra bella gita di quel periodo la fece invece con lo zio Miro. Andammo a Bormio a trovare una famiglia di suoi amici. Lui era architetto e lei insegnante. Avevano anche una bambina di quattro o cinque anni straordinariamente intelligente e simpatica, con la quale mi successe di fare qualche discorso in cui si dimostrava “competente” quasi come un’adulta. In quell’occasione credo che ci fosse anche qualche altra persona amica e, fra le altre cose, mangiammo e bevemmo molto bene.

Nel frattempo, purtroppo, la mia preparazione ai primi esami all’università procedeva a fatica, complici soprattutto le lacune che mi ero portato dietro dagli ultimi due anni di liceo scientifico in analisi matematica e geometria. Ricordo che mio padre, che era direttore di agenzia alla Banca Commerciale, chiese a una insegnante di matematica sua cliente se potesse darmi un aiuto, ma questa rispose che non se la sentiva di fare ripetizione a uno studente universitario (forse perché ormai alcune parti che si imparano solo all’università non se le ricordava più bene). 

Sentendo che alcuni miei amici del quartiere avevano iniziato a fare lavori di tre mesi come autisti delle guardie mediche della Croce Rossa, verso luglio decisi di provare anch’io a fare questa esperienza invece di passare tutta l’estate in vacanza. Così avrei anche guadagnato qualche cosa, per non dipendere finanziariamente solo dalla famiglia. Al colloquio in una sede della Croce Rossa in zona Sempione non andò tutto liscio. Il selezionatore mi chiese di indicarmi via Novara su una grande cartina di Milano appesa a una parete. Io ero convinto di conoscere molto bene la città, perché durante l’adolescenza avevo sempre girato molto fra i vari quartieri, ma per rispondere riuscii a indicare solo la zona dove ricordavo che si trovasse la via, ma non il punto preciso. Me ne andai senza sapere se il colloquio fosse andato bene, perché mi dissero che mi avrebbero fatto sapere successivamente l’esito. Dopo qualche giorno, quando ormai pensavo che non mi avrebbero preso, mi chiamarono per dirmi che, di lì ad alcuni giorni o poche settimane (non ricordo bene) avrei preso servizio.

In attesa di iniziare a lavorare, però, un giorno di luglio mio zio Miro mi portò nella sede di una casa editrice fondata da alcuni suoi amici e che cercava un ragazzo in grado di svolgere alcune mansioni redazionali, dallo scrivere qualche articolo a cercare foto, andare in tipografia a portare pezzi da comporre e così via. Arrivati in redazione, io e mio zio entrammo nella stanza del direttore, che aveva più o meno la stessa età di mio zio e che si dimostrò subito molto affabile. Anzi, devo dire che rimasi molto affascinato dal carisma e dalla simpatia che emanava. Dopo un colloquio di una ventina di minuti, mi disse che avrei potuto iniziare a lavorare agli inizi di settembre, mezza giornata, da lunedì a venerdì. In questo modo avrei potuto anche continuare a frequentare l’università.

Nei giorni seguenti, presi due importanti decisioni. La prima fu, visto che non ero più convinto di continuare a frequentare Fisica (l’avevo scelta più per interesse filosofico che veramente scientifico), di iscrivermi a Lettere Moderne, che ritenevo anche più affine con il nuovo tipo di lavoro - il giornalismo, e l’editoria in generale - che mi era stato offerto; la seconda, quella di comunicare alla Croce Rossa che non avrei più preso servizio (peraltro non avevo ancora firmato un contratto). Scelsi invece di andare, forse per l’ultima volta, a trascorrere le vacanze estive con la famiglia nel campeggio di Ballabio, in Valsassina. In questo modo avrei potuto stare qualche settimana con gli amici che mi ero fatto lì negli ultimi anni, e che negli anni a venire avrei visto molto meno. 

Prima della vacanza in Valsassina, comunque, era previsto anche un corso estivo del nostro buddhismo all’hotel La Torre di Trevi, in Umbria. Come la maggior parte dei giovani, anch’io fui coinvolto nello staff dei soka-han (maschi) e delle byakuren (femmine). Il suo compito era quello di garantire che tutto si svolgesse in modo fluido e nella massima sicurezza. Noi soka-han facevamo dei giri di controllo all’interno dell’hotel di notte, e con le byakuren, durante il giorno, dovevamo indirizzare le persone verso l’auditorium dove si svolgevano le riunioni principali e assicurarci che ci fosse tutto quanto fosse necessario per lo svolgimento dei meeting. Era un’attività che ci permetteva di seguire il corso, ma nello stesso tempo dedicare quel momento della nostra vita a sostenere le persone e proteggere l’attività. Inoltre ci avrebbe consentito di stabilire forti legami fra di noi, anche se venivano da città diverse.

Dopo il corso a Trevi, la vacanza in campeggio in Valsassina fu molto lunga e bellissima. Nei primi giorni, ebbi più volte l’occasione di raccontare ai miei amici della mia pratica buddhista e dell’esperienza del corso in Umbria. Facemmo spesso escursioni sui monti intorno alla Valsassina. Passammo anche lunghi pomeriggi nel campeggio stesso, durante i quali, quasi sempre, suonavo e cantavo tutto il mio repertorio di canzoni di cantautori italiani o di artisti e gruppi pop internazionali. Nel gruppo di amici, c’era sempre la ragazza con la quale c’era una storia più platonica che fisica nel vero senso della parola, ma della quale ero molto “cotto”. Una storia che iniziava e finiva sempre con l’inizio e la fine della vacanza.





Autobiografia giovanile - Cap. 40 - Verso l'età adulta

 A metà primavera circa del 1979,interruppi, dopo pochi mesi che avevo iniziato, di praticare il buddismo di Nichiren Daishonin e di frequentare i nuovi amici della Soka Gakkai. Per qualche giorno avevo pensato che avrei potuto continuare pur mantenendo il mio stile di vita sregolato e, sotto certi aspetti, ormai sempre più anche autolesionista. Ma alla fine cedetti e archiviai quell’esperienza come una delle diverse vissute negli anni precedenti. Avevo già smesso, dopo pochi mesi, anche di frequentare la palestra di yoga. Non mi sembrava di fare progressi in quella disciplina: in particolare, quando alla fine dovevamo passare molti minuti sdraiati in uno stato di rilassamento, io non riuscivo a raggiungere questo stato: per lo meno non come avrei voluto. 

Fra i temi che avevo archiviato già nella seconda metà del 1978 c’era la politica. Dopo non più di due o tre cortei, a cui avevo preso parte nella prima metà, portandomi dietro qualcuno degli amici del Collettivo Politico Vigentino (Cpv), che avevo fondato nelle seconda metà del 1977 con l’idea di creare un punto di riferimento dell’area dell’Autonomia anche nel mio quartiere (ma in realtà non fu mai un soggetto politico bensì una compagnia di amici), dalla primavera del 1978 la militanza politica aveva smesso di fare parte del mio bagaglio esperienziale. Non frequentai più il Circolo Giovanile Romana-Vigentina di Corso Lodi. 

Fra la fine del 1978 e l’inizio del 1979, quando ormai gli amici con cui mi vedevo erano nuovamente gli ex-Cpv (dopo che per qualche mese mi avevano emarginato), i nuovi amici del quartiere con cui avevo iniziato a uscire quell’anno, e i miei due nuovi amici fra i compagni di scuola all’Unione Professori, ebbi solo una volta l’occasione di rivedere delle persone del Circolo Giovanile Romana-Vigentina a un concerto di gruppi rock studenteschi che si tenne nell’aula magna del Settimo liceo scientifico. In particolare, nell’atrio dell’aula magna, mentre eravamo entrambi su di giri, fui avvicinato ad uno di questi miei ex compagni di attività politica, che mi rinfacciò di avere smesso di andare alla casa occupata di Corso Lodi 6 in un momento in cui l’impianto elettrico che avevo installato (peraltro, devo avere aggiunto io, con l’intervento decisivo di un altro di loro, che di lavoro faceva l’elettricista) aveva cominciato a saltare spesso. E si lamentò per il fatto che loro si trovavano in varie occasioni a cercare di risolvere queste interruzioni di corrente, che non colpivano solo la loro sede al piano terreno, ma anche gli appartamenti delle famiglie dei piani soprastanti. Trovai questo ragazzo particolarmente arrabbiato con me, il che mi colpì relativamente perché, anche in passato, non era mai stato uno che mi sembrava avermi in simpatia, tranne forse qualche rara occasione. Ma dietro quel parlarmi in tono così esasperato, quella sera mi sembrò esserci anche un malessere psicologico che non c’entrava con me ma che riguardava lui solo. Diversi mesi più tardi mi ritornò, questo mi tornò in mente quando seppi la notizia che quel ragazzo si era suicidato lanciandosi da un terrazzino condominiale a un piano molto alto del palazzo in cui viveva in zona Corvetto.

Fra il 1977 e il 1979, comunque, io ero uno dei tanti adolescenti che si erano avvicinati alla militanza politica, nelle formazioni più estreme, nell’”ultima coda” del ‘68 (così me la definì, qualche anno dopo, un giornalista che poteva essere mio padre) e che poi si erano progressivamente disimpegnati per perseguire stili di vita differenti in cui la ricerca di sensazioni forti, a costo di infrangere limiti imposti dal buon senso comune e dal rispetto della salute, faceva la parte del leone. E questo avveniva tanto a sinistra quanto a destra. Lo posso affermare perché, agli inizi della primavera 1979, più o meno nello stesso periodo in cui stavo ancora sperimentando la pratica del buddismo, mi ritrovai ad aggiungere alla mia cerchia di amicizie anche ragazzi della mia età che, solo fino a un paio d’anni prima, erano stati militanti dell’estrema destra. Giovani con cui, noi dell’altra parte, ci odiavamo e che in qualche occasione avremmo potuto scontrarci fisicamente al punto da causare delle tragedie. Devo però dire che, nonostante io allora mi ritrovassi con persone che ce l’avevano “a morte” con i fascisti, dentro di me non ho mai sentito realmente il desiderio di fare del male a qualcuno per via di idee politicamente opposte. E non ho mai giustificato, per esempio, l’uccisione, nel 1975, di Sergio Ramelli, un giovane di destra di Milano. Il suo omicidio, così come quelli, da parte di neofascisti, dei “compagni” Claudio Varalli (1975) e Gaetano Amoroso (1976; cugino di un mio compagno di classe delle medie), mi sembravano tutti assurdi. 

Ma in quegli anni frequentavo ugualmente chi la pensava in maniera diversa sull’inutilità e l’atrocità di certi atti violenti, perché comunque condividevo con loro altri obiettivi della lotta politica. Il giorno in cui rapirono Aldo Moro, così, durante un’assemblea studentesca straordinaria al Donatelli, intervenni giustificando l’azione delle Brigate Rosse e fui sommerso di fischi. Ma sicuramente, qualche settimana più tardi, non approvai l’uccisione del politico. Su questo punto condivisi il titolo di prima pagina, a caratteri cubitali, dell’edizione del giorno dopo di Lotta Continua (quotidiano che acquistavo quasi tutti i giorni in quel periodo), che condannava senza appello l’omicidio di Moro.

Come iniziai a frequentare degli ex potenziali nemici da combattere? Un sabato pomeriggio della primavera 1979 mi ritrovai con uno dei miei due amici compagni di classe con cui uscivo ogni tanto. Ci trovavamo in Piazza Vetra, allora già in realtà una parte del Parco delle Basiliche, che era un luogo noto per la presenza di spacciatori di droghe di ogni tipo. Io e il mio amico venimmo all’improvviso accerchiati da un gruppo di militanti di estrema sinistra con i fazzoletti rossi a coprire parte della faccia e i classici manici di piccone con un pezzo di stoffa rossa arrotolati a mo’ di bandiera. Fra i primi di loro che notai ci fu una ragazzina apparentemente di prima liceo, ma che poteva dimostrare anche dodici anni. Aveva uno sguardo determinato ma non feroce. Forse mi sembrò come potevo essere io un po’ di anni prima, nel 1975. Lui era in prima fila ma non parlò. Si rivolsero a noi altri più grandi, i quali qualificarono il gruppo come una ronda contro lo spaccio dell’eroina. Io invece dissi che ero un compagno, e feci qualche nome di un gruppo antifascista che avevo frequentato negli anni precedenti e che loro conosceva. Così ci lasciarono andare. 

Dopo un po’ di passi, vidi che il mio amico aveva gli occhi arrossati. Mi disse che era stato fortunato che ci fossi io e che, se ci avessero chiesto di mostrare i nostri documenti, lui forse sarebbe stato picchiato. Mi spiegò che, prima di allora, non mi aveva raccontato del suo passato nel Fronte della Gioventù perché, sapendo che io ero stato un compagno e forse lo ero ancora, non voleva “rovinare la nostra amicizia”. Io gli dissi subito che perché quello che era passato era passato, che noi potevamo essere amici anche se avevamo avuto esperienze diverse. Dopo quell’episodio continuammo il pomeriggio e la sera insieme ad altri suoi amici, tutti “ex fasci”, maschi, della nostra età. Alcuni, come me e il mio amico, erano impegnati a prepararsi per la “matura” (l’esame di maturità). 

Tutti divennero miei amici da quel giorno. Quella sera decidemmo di girare per Milano ammassati nella macchina dei miei (la Opel Kadett familiare). A una certa ora, all’incrocio fra via Ferrari e via Farini, facemmo un piccolo incidente stradale con un’altra macchina. In quel momento scoprii il carattere ancora focoso di alcuni di loro, che collegai anche con il tipo di militanza politica che avevano praticato. Prima di me scesero subito dalla mia macchina e andarono a litigare con il guidatore dell’altra. Quasi certamente aveva torto lui, ma anch’io ero stato piuttosto distratto. Comunque sia, io e l’altro guidatore ci scambiammo i dati e, nei giorni successivi l’assicurazione di mio padre ci mandò i fogli della constatazione amichevole da compilare. I miei nuovi amici si offrirono come testimoni a mio favore pochi giorni dopo ci rivedemmo per firmare tutti insieme il documento. 

Da quel weekend iniziai a trascorrere tutti i fine settimana con quella compagnia, mentre nello stesso periodo smettevo di frequentare i buddisti e di praticare. Ricordo che - memore del “tradimento” della nostra amicizia effettuato nei miei confronti l’anno prima da alcuni dei miei amici ex-Cpv e altri che si erano uniti a noi nel 1978 - un giorno chiesi al mio compagno di classe e amico di dirmi che cosa avevano detto di me i suoi amici. Lui mi disse che erano contenti di avermi conosciuto. Nelle settimane successive anch’io feci conoscere qualche mio amico al mio compagno di classe. Infatti, nei giorni infrasettimanali continuavo a frequentare il bar Frison, dove mantenevo i miei rapporti di amicizia con diversi giri di persone con cui mi uscivo dagli anni precedenti e qualcuno nuovo. Un giorno presentai a questo compagno di scuola anche il mio migliore amico di sempre. Per l’occasione menzionai il fatto che tutti e tre avevamo in comune la passione per l’elettronica. Per la verità io non mi dedicavo più a questo hobby, così come a quello della radio CB. Anzi, un giorno chiesi e ottenni dal mio compagno di scuola che prendesse lui tutti i componenti elettronici che mi erano rimasti, compresi quelli che mi aveva regalato l'ingegnere parente acquisito che, in passato, mi aveva fatto ripetizioni di matematica.

Fra i nuovi amici che mi feci in quei mesi in quartiere, ce ne furono alcuni che negli anni passati erano stati simpatizzanti per l’estrema destra, ma che ora vivevano anche loro una vita sregolata. Un pomeriggio uscimmo insieme io, uno di questi e il mio compagno di classe, che si affezionò alla persona che avevo portato io. Ma poi avemmo poche occasioni di uscire di nuovo tutti insieme. Intanto era riapparso anche quello del quartetto della fine 1976 che, agli inizi del 1978, era rimasto nel gruppo Cpv, o ormai ex-Cpv, e che poi non avevo più visto per lungo tempo. Con lui avevo sempre avuto un legame personale molto forte, soprattutto da dopo la festa contro il Concordato al Palalido nel febbraio 1978.

Però nei fine settimana uscivo sempre con la compagnia del mio compagno di scuola, e qualche volta ci raccontavamo a vicenda qualche episodio accaduto in passato, quando militavamo su fronti politici opposti. Un pomeriggio accadde un’altra volta un episodio simile a quello che era successo a me e al mio compagno di classe in Piazza Vetra. Questa volta ci trovavamo nei giardinetti di Piazzale Susa. Arrivò un gruppo di compagni, impegnati credo in una ronda antifascista, che riconobbero alcuni dei miei amici. Prima che potesse avvenire qualcosa di brutto, io dissi ai compagni che io avevo frequentato un comitato antifascista, feci il nome di alcuni di quel comitato che loro conoscevano bene e li assicurai che ora i ragazzi con cui ero lì non facevano più parte di nessun gruppo di estrema destra. Tutto si risolse e ci lasciarono in pace. 

Un giorno di una settimana, il mio compagno di classe mi disse che lui e altri nostri amici avevano deciso che dovevo conoscere una loro amica con cui tutti avevano fatto l’amore (forse il termine fu “sesso”) la prima volta. Mi disse che proprio in quei giorni c’era stato un altro dei nostri amici, che era anche lui vergine come me. Così, il sabato sera successivo, andammo a casa di questa loro amica, i cui genitori erano fuori per il fine settimana, e iniziammo a festeggiare. Io e il mio compagno di classe, mentre eravamo entrambi su di giri, ci sdraiammo sul letto matrimoniale con questa ragazza, che aveva anche lei la nostra età e che io avevo già identificato come una ragazza tranquilla e verso la quale io non nutrivo un giudizio negativo per il fatto che avesse scelto di avere rapporti promiscui con più ragazzi, anche contemporaneamente. Anche gli altri nostri amici erano nella stessa stanza seduti su alcune poltrone. C’era un giradischi e io proposi di ascoltare l’album Ummagumma dei Pink Floyd con le luci spente. Ero curioso di vedere quale reazione avrebbero avuto gli altri, ma soprattutto la ragazza sotto le lenzuola con me e il mio amico più intimo in quel periodo, ascoltando il punto del brano Careful with that axe, Eugene in cui avviene l’assalto con l’ascia e la vittima urla. E forse desideravo anche che, grazie alle luci spente, si raggiungesse la situazione giusta perché la ragazza iniziasse a fare qualcosa con me. 

Come infatti accadde. Mentre andava la musica sentii che con il suo piede sinistro iniziò a carezzare il mio destro. Anch’io risposi facendo lo stesso movimento nei suoi confronti. Poi iniziammo a praticare del petting, durante il quale una volta urtai con la mia mano quella del mio amico, e lui si scusò e mi lasciò campo libero. Quindi con molta fatica, dato che non ero lucidissimo, riuscimmo ad avere un rapporto completo. Già dal giorno successivo o un paio dopo la ragazza mi telefonò a casa per dirmi che si era trovata molto bene con me, che ero stato molto dolce, e che le sarebbe piaciuto rivedermi. Io accampai qualche scusa per non fissare un appuntamento. Anch’io le volevo bene e le ero anche grato per avermi fatto vivere quella prima esperienza, ma non mi sentivo attratta da lei. La rividi solo un pomeriggio insieme agli altri nostri amici, ma non accennammo più a quanto era avvenuto.

Intanto si avvicinavano gli esami di maturità. Gli scritti erano previsti per i primi giorni di luglio 1979. Qualche settimana prima, il mio compagno di classe e amico mi invitò ad andare nella casa in montagna della sua famiglia a studiare insieme. Nei primi giorni ci fu anche la sua ragazza, poi restammo da soli. Avevamo anche portato su due chitarre, e così continuai a insegnargli qualche nuovo accordo e ogni tanto potemmo suonare insieme. Io improvvisavo e lui mi accompagnava. Devo dire che allora - come si era dimostrato quando suonavo sulle gradinate della chiesa con il mio amico chitarrista blues - non avevo imparato a suonare scale e riff. E così le mie improvvisazioni erano molto limitate. Ricordo che mangiavamo quasi sempre pasta aglio e olio e peperoncino o pasta alla carbonara come primi e cotolette come secondo. Studiavamo molte ore, ma soprattutto di notte fino a poco prima dell’alba. Lui si impegnava soprattutto con matematica, io invece con italiano. Mi rilessi, forse tutti i tre volumi del Compendio di storia della letteratura italiana di Natalino Sapegno, che ancora conservo gelosamente. 

Al nostro rientro affrontammo gli esami di quarta e quinta da privatisti presso il Liceo Scientifico L. Bottoni di Milano. Trovai quel periodo come un tunnel che non finiva mai. Per lo scritto di italiano scelsi una traccia di attualità incentrata sul problema della crisi energetica di quell’anno (nota come seconda crisi petrolifera). Esordii affermando che il problema mi preoccupava relativamente ,perché auspicavo un modello di società diversa, in cui non ci sarebbe stato molto bisogno di carburanti fossili. Una società non capitalista e molto ambientalista. Scrissi così tanto che non feci in tempo a copiare in bella tutto il testo e invitai la commissione a finire la lettura dalla brutta. Il giorno dopo ci fu lo scritto di matematica. La mia preparazione migliore si fermava al programma di terza liceo. Avevo sì studiato qualcosa, ma non ero preparato a fondo sugli argomenti relativi alle funzioni trascendenti (esponenziali, logaritmi, trigonometria) e all’analisi (derivate e integrali). Per riuscire a finire un po’ più di metà del compito riuscii a farmi aiutare un pochino dal mio amico nei bagni, così come io gli avevo dato dei suggerimenti il giorno prima durante lo scritto di italiano. Gli orali andarono più facilmente, anche se due materie che erano state estratte per me per l’orale - storia dell’arte e geografia astronomica - non mi ero preparato bene. Lo dissi sinceramente subito prima delle interrogazioni. Trovai per fortuna due commissari comprensivi. Il professore di storia dell’arte mi chiese di parlargli di un argomento che mi piaceva e io scelsi l’Impressionismo, sul quale avevo un po’ di conoscenze, acquisite più che altro per interesse personale. Il docente di geografia astronomica, invece, mi chiese la forza gravitazionale. Per fortuna ebbi l’intuizione che avesse qualche analogia con la legge di Coulomb, che avevo studiato bene nel programma di fisica, e riuscii così a dirgli la formula giusta. Finiti tutti gli orali ebbi la bella sorpresa di essere stato promosso, anche se con un voto basso (38/60), ma non il più basso (36/60) con cui si diplomò qualche altro nostro amico. Il mio amico con cui mi ero preparato e l’altro nostro compagno di classe con cui eravamo usciti quell’anno scolastico furono promossi anche loro con due votazioni leggermente superiori alla mia. Noi tre fummo gli unici promossi di tutta la classe, il che mi dispiacque per gli altri che si erano dati da fare ma non erano riusciti a diplomarsi.

Dopo gli esami ripresi a frequentare sia il mio compagno di classe e i suoi amici, sia il gruppetto dell’ex-Cpv. Con quest’ultimo, l’11 luglio 1979, andai a sentire un concerto di B.B. King al velodromo Vigorelli di Milano. Uno dei nostri amici, quello con cui avevo sempre legato di meno, anche se ci conoscevamo dall’infanzia e abitavamo nello stesso condominio, rimase così entusiasta che ci trascinò tutti alla ricerca dei camerini dopo potevamo trovare B.B. King e la sua band. Li trovammo e riuscimmo ad entrare, senza essere fermati da nessuno, in una saletta dove erano tutti riuniti. B.B. King fu molto gentile e forse anche divertito. Ci facemmo scattare da qualcuno delle foto insieme al bluesman e agli altri musicisti. Mi sono sempre chiesto se da qualche parte del mondo esistono ancora quelle foto o almeno i loro negativi.

Qualche giorno dopo, il mio amico del quartetto di amici del 1976, un altro di quelli che si erano aggiunti a noi più tardi,  e con cui avevamo fondato il Cpv, ed io ci recammo in una casa sul lago di Como del primo. Poche ore dopo che ci eravamo sistemati io ho iniziato ad avere un disturbo neurologico. Non ricordavo più dove eravamo, chi c’era effettivamente (un mio amico si accorse che dicevo che c’era mio padre in un’altra stanza) e poi chi fossi io e chi erano loro. Ero cosciente solo che erano bravi con me. Uno o due giorni dopo mi tornò la memoria e rientrammo a Milano. 

Poi, come tutti gli anni, raggiunsi la mia famiglia al Camping Grigna di Ballabio. Lì mi rilassai e mi ripresi bene. C’erano gli amici di tutti i sessi, tutte le età, tutte le provenienze e tutti i modi di vivere diversi di sempre. Per qualche giorno portai su un amico del gruppo del mio compagno di classe, che aveva avuto dei diverbi in famiglia ed era voluto andarsene via di casa. Di giorno stava con me e la mia compagnia, mangiava con noi, e di notte dormiva nella nostra macchina. Poi tornò a Milano dalla famiglia. Io mi rimisi - sempre per modo di dire, ossia quasi esclusivamente platonico - con la ragazza di cui ero sempre stato un po’ innamorato. Un’altra, più grande, invece, una sera mi propose di andare a dormire nella sua roulotte con lei ma io declinai l’invito perché ero troppo perso per quella con cui, però, non combinavo molto. 

Forse, essendomi già tolto la soddisfazione di aver avuto un rapporto sessuale completo prima dell’estate - anche se l’esperienza era stata molto pregiudicata dal mio stato mentale del momento - non mi interessava fare di nuovo sesso. Sospinto anche dalla malinconia per l’avvicinarsi dei rientri dalle vacanze (e la mia ragazzina non mi aveva assicurato che ci saremmo rivisti prima dell’estate successiva) quei giorni scrissi anche una poesia, un sonetto, triste, in cui associavo l’arrivo dell’autunno e del maltempo con la fine della giovinezza e l’incombere dell'età adulta. Questa era simboleggiata, più che dalla fine del liceo e l’inizio dell’università, dal fatto che il 10 gennaio 1980 avrei compiuto 20 anni. Le poche persone a cui fece leggere la poesia - che peraltro non era l’unica scritta su un certo quadernetto in quegli anni - la trovarono abbastanza ben scritta ma ingenua.

Al rientro a Milano, la vita riprese esattamente come l’avevo lasciata prima, con le stesse abitudini e le stesse frequentazioni. Aumentarono quelle con gli amici del quartiere che si erano uniti al quartetto iniziale con la nascita del Cpv. Con alcuni di loro, il 9 settembre, andammo in auto a Bologna a sentire un concerto di Patti Smith. Riuscimmo a trovare un posto nel prato dello stadio molto vicino al palco. Il concerto mi piacque, e mi restai estasiato soprattutto durante una canzone in cui Patti Smith eseguì, a pochi metri da dove mi trovavo, dei lunghi assoli con il sax soprano. Quello strumento mi piaceva molto. E per la cronaca non era la prima volta che lo sentivo suonare dal vivo, poiché nel 1978, poco tempo dopo che avevo conseguito la patente di guida, insieme a mio fratello e al mio caro amico con cui abbiamo passato molto tempo insieme da soli fra la fine del 1976 e gli inizi del 1977, eravamo andati una sera a Cremona ad ascoltare un concerto del jazzista Steve Lacy. Ma, mentre quest’ultimo avevo fatto molta fatica ad ascoltarlo, perché si trattava di free jazz, gli assoli di sax soprano di Patti Smith mi penetrarono nella testa e nel cuore con piacere, e non mi sarei mai stancato di ascoltarli.

Durante il resto del mese, il gruppo di amici ex Cpv cominciò a sciogliersi. Mio fratello era già tornato a frequentare dei nostri amici di infanzia. Io continuai a verdermi con gli altri e un giorno chiesi, all’amico con cui avevo sempre legato di meno, come mai prima dell’estate mi avevano cercato, dopo un periodo in cui mi avevano emarginato. Lui mi rispose che si erano accorti che io stavo incamminandomi su una strada pericolosa con altri miei amici e che temevano che avrei compiuto qualche passo eccessivo che poi avrebbero potuto iniziare a compiere anche loro. Insomma, in qualche modo avevano cercato di stringere nuovamente i nostri legami per cercare tutti insieme di salvarci da un destino fatale. Io presi atto di questa confessione, che però non ritenni una conferma di un disamore nei miei confronti. Mi resi conto che anch’io avevo posto delle cause per il comportamento scostante che loro avevano avuto verso di me. A partire da quello di ritenermi un po’ più colto e intelligente. 

Purtroppo, però, verso quella strada pericolosa io avevo continuato ad andare ugualmente e anche loro avevano iniziato a incamminarsi. Dopo quel dialogo, io continuai ancora per un po’ di tempo a frequentare il mio ex compagno di scuola e altri ragazzi del quartiere. Intanto mi ero iscritto alla facoltà di Fisica dell’Università Statale di Milano, con l’obiettivo di diventare un astrofisico e scoprire i misteri dell’universo. Sia il mio ex compagno di scuola con cui avevo passato buona parte dell’anno, sia il mio migliore amico dall’infanzia (che andavo a trovare di tanto in tanto a casa sua la sera tardi), si iscrissero invece a Ingegneria Elettronica al Politecnico di Milano. 

Una sera, mentre mi trovavo seduto a un tavolino del bar Frison in attesa di qualche amico con cui passare la serata, arrivò da solo uno dei miei amici più grandi con i quali avevo iniziato a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin fra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Mi chiese se volevo andare con lui alla birreria La Clinica di via Torricelli, sui Navigli. Accettai l’invito. Quando fummo là, si fece raccontare da me come stavo vivendo in quel periodo. Chiunque mi avesse guardato bene capiva che non scoppiavo di salute, né fisicamente né psicologicamente. Mi disse che se volevo risolvere una volta per tutte la situazione l’unica alternativa era ricominciare a praticare. Accettai anche questa proposta e dal giorno dopo inizia a frequentare lui e gli altri buddisti della zona tutti i giorni. Questo mio amico mi disse anche che, se mi sentivo in pericolo se fossi uscito di casa durante il giorno, era meglio se restavo a casa e poi uscissi con loro nel tardo pomeriggio e la sera. Così smisi per qualche tempo di vedere gli amici di prima. 

Una sera, il nostro amico chitarrista blues mi portò a casa della persona che gli aveva parlato per la prima volta del buddismo e a me sembrò che fosse quasi un buddha in persona, tanto era felice e convinto delle cose che diceva. Sempre a casa di quel ragazzo, che allora aveva 28 anni come il mio amico chitarrista, una di quelle sere incontrai un giapponese di trentasei anni, che praticava circa sedici anni. Abitava da qualche anno in Italia e risiedeva a Bergamo. Spesso, prima di tornare dalla sua famiglia, si fermava a Milano per incontrare dei giovani praticanti. Il giapponese mi lasciò parlare a lungo, mi fece alcune domande, si prese anche qualche appunto, e alla fine, con una voce calma e in grado di toccare il cuore mi disse: “Devi avere più rispetto di te”. Quelle parole mi fecero capire quale era stato il mio problema più grande di quegli ultimi anni. Qualche settimana più tardi, portai sempre in quella casa il mio ex compagno di classe, con cui ogni tanto avevamo iniziato a incontrarci all’università fra una lezione e un’altra: Fisica non era distante dal Politecnico. Anche in quell’occasione c’era il responsabile giapponese. Per almeno una mezz’ora recitammo Daimoku (la frase che riteniamo rappresentare la Legge mistica universale). Anche il mio amico lo fece con noi. Poi il giapponese parlò un po’ anche con lui. Lui però non decise di iniziare a praticare e dopo di allora ci rivedemmo sempre meno frequentemente, anche se ho continuato a pensare a lui molto spesso. (fine)

(pubblicazione riservata - Riccardo Cervelli 2022)



Autobiografia giovanile - Cap. 39 - Anno mistico

 Nella classe dei biennio quarta-quinta in cui mi ritrovai nell’autunno 1978, all’Unione Professori di via Torino, feci inizialmente conoscenza con il mio compagno di banco. Durante una delle prime chiacchierate che facemmo gli raccontai qualcosa del mio viaggio in Marocco. Il giorno stesso, o quello successivo, mi avvicinò un altro compagno il quale mi disse che, stando in un banco dietro il nostro, aveva sentito del mio viaggio in Marocco e che anche lui era interessato a certi argomenti che avevo toccato a proposito di questa esperienza. Diventammo così amici. 

Intanto, con alcuni dei vecchi amici del Cpv e qualche altro amico che non ne aveva fatto parte, alcuni pomeriggi ci trovavamo nella casa occupata. Però non utilizzavamo più i due locali storici del primo piano, ma andavamo in un appartamento del terzo che, l’anno prima, era occupato dai fricchettoni che erano stati mandati via dal Mls. Anche quest’ultima ormai non si faceva più vedere alla casa occupata; del resto i suoi membri venivano tutti da fuori zona. Quando andavamo alla casa occupata passavamo lì solo del tempo a divertirci e sentirci raccontare qualcosa da qualche amico più grande. Poi, verso Natale, io, mio fratello, e altri due del gruppo che si era unito a me e ai miei tre amici dalla fine del 1976 (ricordo anche che ci conoscevamo già dalle elementari) decidemmo di passare il capodanno ad Amsterdam. 

Arrivammo ad Amsterdam in treno il giorno di Santo Stefano e alloggiammo in un ostello vicino a piazza Dam in una camerata molto grande. Di notte eravamo in tanti a dormire sui letti a castello, ma non facemmo amicizia con nessuno. Preferimmo stare fra di noi. Passammo le giornate passeggiando per la città. Un fatto divertente che ci capitò fu quello di entrare in un pub, stare per ordinare della birra, ma accorgerci subito che nel locale c’erano solo uomini che ci fissavano e ci lanciavano occhiate ammiccanti. Fu quella la mia scoperta dell’esistenza di luoghi riservati ai gay. Siccome ci sentimmo a disagio, perché in quegli anni non era così frequente conoscere e frequentare persone con un orientamento omosessuale (ne conoscevamo tutti solo uno, che veniva qualche volta alla casa occupata), non ordinammo, salutammo e andammo a cercare un altro locale. Ogni sera andavamo invece in un club grande che si chiamava Paradiso. Esternamente sembrava una casa occupata. All’interno c’era una grande sala dove si tenevano dei concerti. Ovviamente c’era anche un bancone per ordinare da bene e, in un pianerottolo delle scale, c’era una piccola rivendita di hashish e marijuana, con tanto di listino prezzi appese sulla parete. Al Paradiso, una sera, ascoltammo un concerto di Jim Capaldi, l’ex batterista dei Traffic, uno dei complessi che avevo iniziato a conoscere nel 1974 ascoltando il programma Popoff alla radio sul canale Rai Radio 2. Non ho moltissimi ricordi di quel viaggio.

Amsterdam Paradiso
Sulla destra il club Paradiso di Amsterdam nell'inverno 1978-1979

In seguito formammo un trio affiatato anche con un altro compagno di classe. Tutti e tre avevamo diversi interessi comuni. Il primo che avevo conosciuto (dopo il mio compagno di banco), proveniva da un’altra scuola privata e abitava vicino a viale Argonne, non lontano dal liceo da cui arrivavo io: il liceo scientifico Donatelli di viale Campania. Il secondo, invece, abitava al Gallaratese e non ricordo quale scuola avesse frequentato prima. La famiglia era - almeno in parte - marchigiana. Tutta la famiglia, o uno dei genitori, erano proprietari di un albergo sulla costa, a nord di Ancona. Tutti e tre amavamo la musica e fra le prime cose che facemmo insieme fu quella di andare a suonare in una sala prove: io, che in quel periodo stavo riavvicinandomi al piano, anche se senza più il ricorso al materiale didattico ma “andando a orecchi”, scelsi di suonare un organo; il compagno del Gallaratese si mise alla batteria e l’altro alla chitarra. Per la verità non sapeva ancora suonarla, ma gli insegnai un po’ di accordi che poteva fare senza difficoltà. Non suonammo molto e ci limitammo per lo più a provare gli strumenti e a improvvisare per capire quale genere di musica era più nelle nostre corde. L’amico che abitava al Gallaratese ci aveva proposto di chiamarci Mystic Lay Brotherhood; io e l’altro accettammo ma già nei giorni successivi non parlavamo più di questo nome. Riuscimmo a inventare un pezzo che ci tenne impegnati almeno una decina di minuti. Quella fu l’unica volta che suonammo tutti e tre insieme.

Cominciammo anche a uscire qualche pomeriggio dopo la scuola. Almeno una o due volte ci recammo al Parco Lambro. Due o tre volte andai a dormire a casa del compagno del Gallaratese, che mi fece ascoltare alcuni dischi di Max Roach, il batterista che preferiva. Era un musicista jazz e anche a me piacque quello che ascoltai. Uscendo con l’altro amico che abitava vicino viale Argonne, ebbi modo di conoscere la sua ragazza, con cui stava da diverso tempo. L’amico mi raccontava delle cose che facevano insieme e che io non avevo ancora iniziato a fare con nessuna. L’altro non ricordo se avesse una ragazza. In caso positivo non abitava a Milano, ma forse nelle Marche. Con quest’ultimo facemmo qualche giorno in montagna da me in roulotte.

Parco Lambro 1979 montagnetta
Foto scattata da me al Parco Lambro fra l'inverno e la primavera del 1979

Sempre in quei primi mesi del 1979 continuavo a uscire anche con gli amici del quartiere che avevo iniziato a frequentare nel 1978. I miei tre amici con cui, alla fine del 1976, avevo iniziato ad andare alla casa occupata, e con cui avevamo deciso di sistemare un appartamento per trovarci a suonare e svolgere altre attività di tipo artistico, non li vedevo più. Uno, forse, era andato a svolgere il servizio militare in anticipo, non so per quali strade, ma comunque era entrato nella squadra sportiva dell’esercito perché era un bravo sciatore da quando era bambino. Dico che doveva essere partito in anticipo perché, nella primavera e estate 1979 era di nuovo a Milano e mi raccontava alcune esperienze del periodo militare. E lui aveva circa due anni meno di me: quindi, a conti fatti, forse era partito volontario minorenne. Di certo non era un militarista, a forse aveva compiuto questa scelta per qualche ragione particolare, fra quali potrebbe esserci stata quella di levarsi il pensiero di dover partire per la leva più avanti. Nel 1978, del resto, anche lui come me non stava frequentando regolarmente la scuola, e forse i suoi gli avevano prospettato quella possibilità in un momento in cui però non ci stavamo frequentando. 

Quando arrivò la bella stagione, con un grosso gruppo di amici e conoscenti che avevano gravitato intorno alla casa occupata e che ora si incontravano al bar Frison, la sera cominciai ad andare spesso sulle gradinate della chiesa Madonna di Fatima. Qualcuno portava la chitarra, fra cui io, e una di quelle disponibili la suonava quel ragazzo grande che era tornato da Londra un anno, un anno e mezzo prima, e che aveva iniziato a suonare con una band abbastanza famosa di Milano. 

Dopo che era tornato da Londra, quel ragazzo aveva iniziato a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin, a cui era stato convertito da un ragazzo della sua età che abitava a San Donato Milanese. Allora i praticanti di questo buddhismo giapponese, che facevano capo all’organizzazione laica Soka Gakkai, in tutta Italia erano poche centinaia. Diverse decine abitavano a Milano o nei dintorni. Ma si era creato soprattutto un grande gruppo a San Donato, e in particolare nel suo quartiere Metanopoli, dove abitavano soprattutto famiglie di impiegati e dirigenti di aziende del gruppo Eni, che lì aveva la sua sede. Nel 1975 o 1976, un giovane di Metanopoli, anche lui di circa otto anni più grande di me, era stato convertito al buddismo di Nichiren Daishonin da un batterista jazz afroamericano che veniva spesso in Italia. Subito lui parlò di questa pratica a tutti i suoi amici, e molti iniziarono a praticare anche loro. Intanto, altre persone, venute a conoscenza di questo buddismo per altre strade, avevano iniziato in altre città italiane. Ma fu soprattutto a Metanopoli che ci fu un rapido sviluppo, perché ragazzi e ragazze sempre più giovani, molti dei quali frequentavano le scuole dell’istituto omnicomprensivo di San Donato, si misero a praticare. 

Personalmente, già dal 1978 circa, io avevo iniziato ad interessarmi di filosofie orientali. Per qualche mese, fra il 1978 e il 1979, con qualche altro ragazzo della casa occupata avevo iniziato a frequentare un corso di yoga. Ogni tanto mi compravo qualche libro sullo yoga e sul buddismo. La sera che, davanti alla chiesa di Fatima, dopo aver suonato per circa un’ora la chitarra, il ragazzo tornato da Londra e convertito al buddismo di Nichiren Daishonin iniziò a parlarne a me, come aveva fatto le altre sere con altri, io gli dissi: “Non c’è bisogno che cerchi di convincermi. Ti ho ascoltato già le altre sere. Voglio provare a praticare anch’io”. Così iniziai a dire tutti i giorni, mattina e sera, le preghiere (consistenti nella recitazione continua di una frase, che rappresenta la Legge Mistica dell'universo, e nella lettura di parti di due capitoli del Sutra del Loto del Budda Shakyamuni) e ad andare a qualche riunione organizzata nelle case di alcuni praticanti a Milano. Ma dopo un paio di mesi, lo stile di vita che avevo intrapreso in quel periodo con alcuni amici, si dimostrò troppo in conflitto con quello di un serio praticante buddista e così smisi di praticare e di andare alle riunioni. Ciò nonostante, spesso, mentre mi ritrovavo a guidare il motorino per le vie di Milano, mi ritornavano nella mente delle parti del Sutra che ormai avevo imparato a memoria. Non c’era niente da fare: si erano come incarnate nella mia mente. Allora mi mettevo a cantare qualche canzone, fra le quali, mi ricordo chiaramente, c’era L’anno che verrà di Lucio Dalla, pubblicata sull’omonimo album uscito all’inizio del 1979. 

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 38 - Campeggio e nuova scuola

Riccardod Cervelli 18 anni 18yo
Io ancora a Tengeri, sulla spiaggia con un amico tedesco, nell'estate 1978
 

Dopo il viaggio di ritorno all’insegna della fame dal Marocco a Milano e il pranzo con mio padre, ancora impegnato nel lavoro, come ho già scritto, raggiunsi il resto della famiglia al Camping di Grigna di Ballabio. Qui ritrovai quasi tutti i miei amici e le mie amiche conosciuti nelle due estati precedenti. A questi, in quelle settimane si aggiunsero altri ragazzi e ragazze che non avevamo mai visto prima ma che si integrarono nel nostro gruppo già bello numeroso. Io continuavo ad essere il “chitarrista”, nel senso che mi portavo quasi sempre dietro la chitarra ed eseguivo, per chi volesse ascoltare, un repertorio di canzoni soprattutto di cantautori italiani come Edoardo Bennato, Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Claudio Lolli. Non mancava anche qualche brano internazionale, come alcuni pezzi del Crosby Still Nash & Young (quelli dell’album Four Way Street) o di Bob Dylan. A volte si univa a me nel suonare l’amica coetanea che a Milano frequentava l’istituto tecnico per il Turismo Varalli. 


Giorno dopo giorno mi ripresi dagli stenti del viaggio di ritorno dal Marocco e iniziai una serie di settimane di divertimento e di lunghe chiacchierate con ragazze e ragazzi che, quando non erano su un vacanza al campeggio, praticavano stili di vita molto diversi dal mio, senza escursioni in territori al di là della legge e del buonsenso. Erano, insomma, quello che nel gergo mio e dei miei amici che frequentavo di più a Milano, del “regolari”. Mi ero anche lasciato alle spalle un'esperienza una tantum di salto di qualità nell’utilizzo di sostanze. Furono settimane in cui forse le uniche esperienze di sballo furono qualche birra in più con qualcuno più grande di me. C’era un addetto adulto del campeggio che, qualche volta la sera, portava me e qualche altro di noi più grandicelli a Lecco. Fu durante una di quelle uscite che feci la prima scoperta delle “angurie al gelo”, di cui divenni molto goloso da allora in poi. Un’altra volta mi portò a cena in un ristorante che si trovava fuori Lecco, all’inizio della salita per la Valsassina, dove mangiai per la prima volta le rane fritte, che trovai deliziose. E sicuramente le annaffiammo con del buon vino o della birra.

A metà agosto circa, scesi a Milano con mio padre per un imprevisto che era avvenuto nella parentela. Quasi tutti gli anni, durante la permanenza al campeggio di Ballabio, una volta ero sceso a Milano con mio padre, per motivi diversi. La prima volta, credo nel 1976, lo feci per tenergli compagnia ma anche perché avevo sentito per la prima volta che era alcuni mesi precedenti (dicembre 1975) era nata Radio Montevecchia, una nuova radio privata che irradiava il suo segnale dalla collina vicino a Monza verso Milano, ed ero curioso di ascoltarla. L’anno dopo, invece, accompagnai mio padre a casa nostra per - credo - uno sopralluogo, e la sera decidemmo di andare a vedere un film. C’erano pochissimi cinema aperti e finimmo per andare in uno dove proiettavano il film Maladolescenza, un film uscito nel 1977 di Giuseppe Murgia e che trattava delle prime esperienze erotiche di due ragazzine (interpretate da Eva Ionesco e Lara Wendel) e di un ragazzino (Martin Loeb), con scene di nudo che oggi sarebbero bandite come pedopornografia. Nel 1978, invece, quando scesi andammo a trovare mio nonno paterno e allora rafforzai il mio legame con lui, in un modo che non si era potuto verificare negli anni precedenti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Oltre che suonare, nella compagnia del campeggio di Balisio, giocavo molto con amici di tutte le età. In effetti stavamo quasi sempre tutti insieme in un salone, quello dove c’era il ping pong. A me si era molto affezionata una bambina di dieci anni più piccola di me, sorella minore di due amiche di età più prossima alla mia. Questa bambina trovava in me la persona che riusciva ad entrare nel suo mondo psicologico e con cui riusciva a parlare, molto più che con gli altri bambini della sua età. Intanto però io avevo iniziato ad essere attratto da una ragazza che trovavo da sempre molto carina e con cui decidemmo che stavamo insieme, in quel periodo di vacanze, ma senza che fra noi avvenisse qualcosa di molto più spinto di abbracci, bacini, carezze innocenti e così via. Lei mi ascoltava molto, sia suonare ma anche raccontare le mie esperienze. E quell’anno c’era sicuramente il viaggio in Spagna e Marocco. Di lei, invece, non parlava molto, forse perché ero io a monopolizzare i discorsi o forse perché era una ragazza che viveva come la maggior parte di quelle della sua età. Con la mia amica coetanea, invece, capitava che parlavamo di politica. Feci anche molta amicizia con un ragazzo della Brianza che alloggiava con i suoi in un appartamento fuori dal campeggio e con il quale, negli anni successivi, iniziammo a fare delle escursioni sulla Grigna. 

Ogni tanto, siccome io ero forse l’unico ad avere la patente, caricavo più ragazzi e ragazze possibili sulla Opel Kadett familiare e li portavo fino a Barzio. Per qualche tempo si unì alla nostra compagnia anche un uomo adulto single, che era venuto in campeggio da solo, forse con una tenda. E un giorno andammo a fare una passeggiata tutti insieme vicino a Moggio. Al ritorno io volli fare il bullo e spinsi la mia auto a tutta velocità, mettendo a rischio me e tutti i miei passeggeri. Superai il nostro amico adulto, che guidava un’altra macchina e stetti davanti per tutto il percorso fino a Colle di Balisio, dove si trovare per la precisione il campegno di Ballabio. Raggiunta la strada principale della Valsassina mi fermai allo stop. Fu allora che il nostro amico mi raggiunse e mi superò, vincendo così la gara a chi arrivava prima al campeggio. Fra le cose belle che facemmo durante quelle vacanze, grazie anche all’autonomia che ci concedeva il mio avere la patente, ci fu andare a Barzio a vedere il divertentissimo film Animal House, uscito da poco, diretto da John Landis e in cui vidi e apprezzai per la prima volta l’indimenticabile attore John Belushi. 

Poi le vacanze finirono e tornammo tutti nelle nostre rispettive città. Rientrato a Milano ricominciai a vedere i miei amici nuovi con cui avevo cominciato ad uscire quasi sempre dopo che avevo smesso di frequentare la parte rimanente di quello che una volta era stato il Cpv, ossia gli amici che si erano uniti a me e ad altri tre nella seconda metà del 1977. Come ho già scritto, con quel gruppo, dopo i fatti collegati allo sgombero dei fricchettoni che abitavano al terzo piano della casa occupata da parte di una squadra di militanti del Mls, visto che non mi sentivo benvoluto, mi ero allontanato da quegli amici. Nel frattempo, sempre come già riportato nella puntata precedente avevo cessato quasi del tutto (se non del tutto) di andare alla casa occupata.

Il nostro appartamentino su due piani che avevamo sistemato per farne la sede del Cpv nella seconda metà del 1977 e nei primi mesi del 1978, ormai erano abbandonati. I fasti di quel luogo erano diventati in breve tempo roba del passato. Prima che io e altri due miei amici dalla fine 1976 ci staccassimo dal gruppo ex Cpv, uno di loro (quello che aveva la casa in montagna dove andavamo spesso) aveva portato nei locali del Cpv il suo impianto di amplificazione. Doveva trattarsi ancora dei primi mesi del 1978. Avevamo montato l’impianto nella stanzetta del secondo piano e qualche volta ci mettevamo lì a suonare. In quel periodo, da qualcuno dei nostri amici più grandi, che ogni tanto venivano a farci visita, avevamo sentito che un loro amico chitarrista era da poco tornato da Londra, dove era stato per molto tempo e aveva conosciuto e suonato qualche volta con Eric Clapton. Ebbene, una sera, mentre ci trovavamo tutti nella stanzetta a suonare, dal buco dove sbucava la scaletta con cui si accedeva al locale, apparve un ragazzo alto, con un aspetto molto più grande di noi, i capelli lunghi. Ci salutò e ci chiese se poteva suonare anche lui. Era il ragazzo, che allora aveva circa 26 anni, tornato poco da Londra. Prese in mano una delle due chitarre elettriche che avevamo lì e iniziò a suonare. Mi sembra che io lo accompagnai solo con gli accordi che mi diceva di fare. Lui invece improvvisava con una tecnica che non avevo mai visto finora da nessuno, almeno da pochi metri di distanza. Siccome però avevamo il volume alto fu proprio in quella occasione (e non nelle altre in cui avevamo suonato fra di noi) che poco dopo qualcuno che abitava nelle vicinanze chiamò la polizia. 

Fatto sta che mentre stavamo suonando, sempre dallo stesso buco nel pavimento si palesarono due agenti. Io rimasi tranquillo perché pensavo che fossero i vigili urbani che avevamo già conosciuto. Infatti stavo per dire che la nostra presenza lì era un fatto risaputo dal loro comandante o collega superiore, quando notai la riga rossa sui loro pantaloni grigi. Allora mi scappò da dire: “Ah, voi siete della PS”. Comunque gli agenti si limitarono a riportarci le lamentele ricevute e noi decidemmo o di abbassare notevolmente il volume o di smettere addirittura di suonare. Del resto era ormai sera tardi. La polizia se ne andò senza effettuare nessuna identificazione e scrivere alcun verbale. Ci salutarono, forse, facendo le solite raccomandazioni di rito, e se ne andarono. Fu così che conobbi quel famoso chitarrista, che era tornato dopo anni ad abitare nel nostro quartiere (e che un anno e mezzo o due dopo scoprii essere stato un grande amico del ragazzo della Comunità di Cl che mi aveva insegnato a suonare la chitarra) e che ebbi, per la prima volta l’onore di suonare con lui.

Tornando alla fine dell’estate 1978, oltre ai miei nuovi amici acquisiti quell’anno nel quartiere, ripresi anche a vedere gli altri dai quali mi ero allontanato mesi prima perché mi ero sentito non più gradito. E ciò era dimostrato dal fatto che, dopo un po’ che ci eravamo ritrovati nello stesso posto, a un certo punto loro se ne andavano via senza invitarmi a seguirli (portandosi dietro anche l’amico della fine 1976 che non si era già distaccato dal gruppo) e io restavo da solo. E a quel punto o me ne tornavo a casa o andavo a cercare gli altri amici dai quali invece mi sentivo benvoluto, fra i quali i nuovi o quelli più grandi di me e che frequentavano il bar Frison. 

Ma al rientro delle vacanze, come ho scritto più sopra, si riallacciò il rapporto con questi, ai quali nel frattempo si era unito anche qualcun altro, fra cui un mio ex compagno delle elementari che non avevo mai frequentato prima. Intanto, però, avevo iniziato a frequentare una nuova scuola: il terzo diverso istituto della mia carriera liceale. Si trattava di una scuola privata situata in via Torino e che offriva la possibilità di fare due anni in uno. Già, perché mia madre, santa, dopo che avevo smesso di frequentare decisamente il Donatelli prima della fine dell’anno scolastico 1977-1978, e che avevo manifestato l’intenzione di dedicarmi all’agricoltura (a partire dall’esperienza dell’orto), mi convinse a finire il liceo. Del resto la mia scelta di non andare più a scuola e iniziare qualche tipo di lavoro non era mai stata frutto di molti ragionamenti. Continuavo, a latere di molte altre cose, a interessarmi di scienze e di filosofia. Così quando si parlò di frequentare quel biennio per prendere il diploma, accettai volentieri, mettendo fra i miei obiettivi futuri anche quello di iscrivermi all’università. Tra l’altro, la stessa scelta che aveva fatto la mia famiglia l’aveva fatta anche quella di un mio vecchio amico d'infanzia, di condominio ed ex compagno di scuola, con cui quindi potevo riprendere a fare la strada insieme per la nuova scuola, anche se eravamo nella stessa classe. In questa invece subito feci amicizia con i nuovi compagni, con due dei quali, poco tempo dopo abbiamo iniziato a uscire insieme.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 37 - Orto, Spagna e Marocco

Riccardo Cervelli 18 anni 18yo
Io a 18 anni

 Dopo i fatti alla casa occupata che hanno visto come aggressore l’Mls nei confronti dei fricchettoni che occupavano il terzo piano e che hanno portato alla mia, e alla nostra reazione di vendetta, pian piano smettemmo di andare alla casa occupata stessa. I rapporti con gli altri dell’ormai ex-Cpv si allentarono. In occasione delle festività pasquali, insieme a mio fratello, due dei miei amici pre-Cpv e due ragazzi che si erano uniti a noi negli ultimi tempi, e che erano stati miei compagni di classe all’Einstein, feci un viaggio ad Assisi e a Firenze. Ad Assisi andammo nello stesso campeggio dove ero stato da dodici-tredicenne. La mattina dopo la prima notte, ci svegliammo che sul prato fuori dalle tende c’era della neve. I miei ricordi di quei giorni sono un po’ confusi. Forse vivevo in uno stato di lucidità un po’ appannata. 

Al ritorno, comunque, iniziai a frequentare altre persone del mio quartiere, meno dedite a uno stile di vita sopra le righe come il mio, ma con cui comunque c’erano comunque affinità. E loro dimostravano nei miei confronti un forte senso di amicizia. Fra questi c’era la ex ragazza di uno dei miei più cari amici dalla fine del 1976 fino a pochi mesi prima (quando l'avevo perso di vista) e altre due ragazze. Era insomma una compagnia più mista di quella precedente. Anche loro, ma più raramente, erano venuti alla casa occupata nel periodo Cpv. Ricordo, in particolare, che una di queste ragazze una volta decise di fare quello che noi stavamo rimandando da tempo per mettere in ordine due locali che si trovavano sopra i nostri due e che noi avevamo collegato con una scala autocostruita. Si trattava di portare in cortile una vecchia stufa. Appena seppe quale era il nostro obiettivo, lei, come se nulla fosse, prese da sola la stufa, uscì sul ballatoio del secondo piano e buttò la stufa nel prato dietro la casa occupata. Rimasi stupito della forza, oltre che della decisione, di questa ragazza, che qualche anno dopo diventò una delle prime vigilesse a Milano.

E la scuola? Mi stavo dimenticando di dire che da metà novembre fino a metà febbraio circa eravamo stati in autogestione. Poi avevo iniziato a non andarci più se non per qualche lezione che mi interessava - come filosofia, latino e inglese -, con professori che stimavo e per andare a trovare i miei compagni, la maggior parte dei quali stavano diventando per me come degli estranei. Nel giro di alcuni mesi ai miei genitori arrivarono tre lettere (che ancora ho) in cui si segnalavano le mie assenze, l’impossibilità di effettuare le valutazioni e si esprimeva preoccupazione per l’esito dell’anno scolastico. A un certo punto, io dissi a mia madre che era inutile che continuavo ad andare a scuola, che l’anno scolastico ormai era compromesso, e che preferivo dedicarmi all’orto che, nei due anni precedenti, avevo iniziato a coltivare in un prato dietro a casa mia. Mia madre accettò e un giorno mi feci accompagnare da lei al consorzio agrario di Lodi a vedere e acquistare qualche attrezzo e prodotto per l’orto. A marzo avevo superato l’esame per la patente di guida e così andammo con la macchina di famiglia in quella città. Approfittammo dell’occasione per fare un giro del centro storico. Questa gita mi è rimasta impressa come il ricordo di una bella cosa fatta da solo con mia madre.

La primavera proseguì come me che frequentavo questi nuovi amici del quartiere, qualcuno del Donatelli con cui mantenevo un legame o che conoscevo per la prima volta quelle poche volte che mi facevo vedere a scuola, e qualcuno dei ragazzi più grandi di me che avevo conosciuto fra il 1975 e il 1976 durante le prime volte che ero andato alla casa occupata di piazza Assunta, ma molti li conoscevo di vista dall’infanzia. Ormai il punto di ritrovo, però, non era più la casa occupata, bensì un bar di via Ripamonti: il bar Frison. Con un ragazzo del Donatelli che avevo conosciuto per la prima volta durante uno dei miei giri nel liceo, trascorremmo insieme un weekend. Era più giovane di me, forse di prima o seconda liceo, con i capelli lunghi biondi, un viso serafico, quasi infantile. Poi non ci rivedemmo più ma ci eravamo scambiati i numeri di telefono. Chi vedevo di più erano i nuovi amici del quartiere che consideravo più “regolari” di me e delle persone che stavo frequentando in quegli anni. Un pomeriggio fra maggio e giugno mi ritrovai a casa di una delle ragazze che non avevo mai visto negli anni passati, anche perché non abitava esattamente nel nostro quartiere. Con noi c’era la ex fidanzata del mio amico che avevo perso di vista. La padrona di casa tirò fuori una bottiglia di vino siciliano e ce lo scolammo. Restammo ubriachi e ci sedemmo sul divano. La ex del mio amico era particolarmente sbronza e io mi sentii attratto da lei, che però non mi dava corda. Nel frattempo mi accorsi che l’altra invece avrebbe voluto fare qualcosa con me, ma io ero troppo fissato sull’altra. A un certo punto, come da accordi precedenti, citofonò il mio migliore amico per farmi scendere e accompagnare lui, sua madre e suo fratello a ritirare una moto Kawasaki 650 che avevano acquistato. L’accordo prevedeva che poi avrei guidato io la moto fino a casa sua, perché lui non aveva ancora la patente e suo fratello doveva guidare la macchina con cui dovevamo andare al negozio di moto. Dissi al mio amico di salire un attimo e, da come racconta ancora lui, vide la scena di me e le due ragazze ubriachi. Allora rinunciò a portarmi con lui e, a suo rischio, guidò lui la moto fino a Vigentino.

Pian piano si avvicinavano le vacanze. Io non sapevo proprio con chi andare, visto che non avevo più rapporti con gli ex Cpv e non conoscevo ancora bene i nuovi amici. Intanto avevo avuto l’occasione di conoscere uno dei ragazzi più grandi di quelli che avevano frequentato la casa occupata ancora negli ultimi periodi in cui io andavo ancora all’oratorio. Un ragazzo di circa otto anni più grande di me e che, tra l’altro, abitava nella mia stessa via. La conoscenza con questo ragazzo, al bar Frison, mi fece molto piacere, perché parlavamo di libri e di viaggi. Lui mi consigliò di provare, almeno una volta, a fare un viaggio all’estero da solo, perché mi avrebbe permesso di fare delle esperienze che, stando con altre persone che conoscevo, forse non avrei potuto fare perché perché ci sarebbero stati comunque dei compromessi da fare. Inoltre, viaggiando da solo, potevo anche riflettere su me stesso. Decisi allora di dire ai miei che volevo andare in Spagna con un mio amico, ma in realtà pianificai di fare il viaggio da solo e di arrivare fino in Marocco.

Little beggars
Bambini che chiedono l'elemosina nella metropolitana di Barcellona nel 1978

Fu così che, con i soldi che mi feci comunque regalare per la fine della scuola (nonostante fossi stato bocciato con “non classificato” in tutte le materie, tranne filosofia) acquistai alla Transalpino un biglietto ferroviario Milano-Algeciras e ritorno. Un biglietto aperto, nel senso che potevo fare le soste che volevo, e quando volevo, lungo i due percorsi. Così, un giorno partii da Milano Centrale con uno zaino con dentro sacco a pelo, vestiti di cambio, macchina fotografica Kodak Instamatic e il libro che avevo scelto di leggere durante il viaggio: Sulla strada di Jack Kerouac. Avevo anche carta e buste, perché ero rimasto d’accordo con la mia amica a casa della quale ci eravamo ubriacati quella volta che feci il “pacco” a Mario, che le avrei scritto un po’ di lettere su cui era scritta una sorta di diario di viaggio.

La prima sosta la feci a Barcellona, che trovai una città molto bella. Mi sistemai in una pensioncina all’inizio della Rambla, la quale fu poi il fulcro di quella tappa, nel senso che non visitai molti posti, ma soprattutto quelli che c’erano intorno a quella arteria. Poi ripartii alla volta di Madrid. Il viaggio fu molto lungo e rimasi stupito di vedere, lungo il percorso, vasti territori aridi e quasi deserti su cui il tramonto era molto affascinante. Arrivato a destinazione, scelsi un’altra pensione. Il luogo più importante che visitai fu il museo Prado, dove rimasi un po’ di tempo ad ammirare alcuni famosi quadri, fra i quali la Maya Desnuda di Goya e alcuni dipinti di Bosch. Per mangiare acquistavo sempre delle tapas in qualche bar, che consumavo seduto al bancone. Mi piacevano in particolare le olive spagnole nere. Per accompagnare le tapas bevevo soprattutto vino e poi concludevo con del café solo, ossia nero e senza leche (latte). Non ricordo quante notti mi fermai. Feci amicizia, da finestra a finestra, con un bambino di circa quattro anni che si chiamava Pedro, da cui ci divideva un cortile interno. Una sera, invece, mentre ero sdraiato sul letto, sentii armeggiare alla maniglia. Era come se qualcuno cercasse di entrare. Mi alzai lentamente e aprii la porta di scatto. Feci in tempo a vedere alcuni bambini scappare di corsa lungo il corridoio. Evidentemente avevano visto che ero un ragazzo e volevano farmi solo uno scherzo. L’ultima sera rientrai nella pensione ubriaco. Mi sdraiai sul letto e iniziai a sentire la stanza girare. A un certo punto feci giusto in tempo a prendere un sacchetto di plastica e rimisi. Non sapendo dove buttare il sacchetto lo gettai in cortile. La mattina presto, per timore che scoprissero quello che avevo fatto, me ne andai senza farmi notare. Per fortuna avevo già saldato il conto.

Il piccolo Pedro

Presi un treno verso l'Andalusia e mi fermai a Cordova, che era lungo il tragitto. La cittadina mi piacque tantissimo. In particolare rimasi estasiato a vedere la Grande Moschea con tutti i suoi mosaici e le arcate. Lì comprai un piattino nero con delle decorazioni dorate da portare ai miei come ricordo. Mi piacquero però anche le stradine piene di case basse intonacate di bianco e, in alcune, entrai a vedere i patio. Non avevo mai visto cortili piccoli così, pieni di piante rampicanti e altri elementi molto belli da vedere.

Sul treno che portava da Cordova a Algeciras dormii. La mattina mi svegliai sentendo parlare in Italiano. Scoprii che nel mio scompartimento c’erano una coppia di giovani - che non ricordo se erano fidanzati o marito e moglie - e due ragazzi con i capelli lunghi e un aspetto da hippie. C’era anche un giovane spagnolo. Feci subito conoscenza con tutti. I due ragazzi venivano dalla bergamasca ed erano diretti in Marocco, e precisamente a Ketama, una cittadina dove avevano sentito che si trovava del “fumo” (hashish) molto buono. La coppia, invece, era pisana ed era diretta a Tangeri, dove abitava un loro amico marocchino, che avevano conosciuto all’università di Pisa. Lo spagnolo, invece, era diretto a Ceuta, una città spagnola sulla costa del Marocco, dove contava di comprare un chilogrammo di fumo da rivendere poi in Spagna. I due bergamaschi mi invitarono a proseguire il mio viaggio con loro. Ricordo che uno mi disse: “In due si sta bene, in tre meglio”. Io accettai, ma quando arrivammo in nave a Tangeri, la polizia di frontiera lì rimandò indietro dicendo “Morocco doesn’t want hippies”. Io non ricordo se feci per dire che tornavo indietro con loro per solidarietà, se loro mi dissero di scendere dalla nave almeno io, o se dissi che mi dispiaceva e sbarcai. Intanto i due pisani mi avevano detto che potevo stare con loro. Così facemmo insieme la strada a piedi fino alla pensione dove il loro amico gli aveva detto di andare. Qui loro presero una camera matrimoniale ed io una con diversi letti. Per me era insomma come andare in un ostello della gioventù, dove non sapevi chi ti poteva capitare come compagno di stanza. Mi ritrovai con due amici tedeschi e un norvegese che viaggiava anche lui da solo come me. Io ero il più giovane di tutti, avendo solo 18 anni.

Nel pomeriggio uscimmo tutti insieme - io, la coppia di Pisa, i tedeschi e il norvegese - e ci recammo in un bazar gestito da alcuni giovani amici dell’amico dei due ragazzi pisani. Salimmo sul tetto e ci mettemmo sotto una tenda di tappeti, dove c’erano anche dei ragazzi olandesi, e un vecchio marocchino che, mi venne detto, conosceva ventitré lingue. Non so se questo fosse vero, ma riusciva a parlare con tutti noi nelle nostre lingue. A un certo punto sentii una voce che emetteva un canto. Poi subito dopo un’altra da un’altra direzione e un’altra ancora. Mi si accapponò la pelle, non per lo spavento, ma per qualcosa di inaspettato e misterioso. Uno dei marocchini mi disse: “È il muezzin”, cioè un addetto della moschea che invita i musulmani a pregare.

Tangier Bazar Riccardo Cervelli
Foto di gruppo all'interno del bazar a Tangeri. Io sono quello al centro con gli occhiali

Da quella sera cominciai a frequentare sempre il bazaar. Avevo fatto amicizia con l’amico marocchino della coppia pisana e con altri suoi amici, compresi i proprietari del bazar. Durante il giorno stavo lì a bere il té alla menta con i turisti che entravano nel bazar, alla sera andavamo a mangiare in qualche ristorantino non costoso ma buono. Fu lì a Tangeri che mangiai per la prima volta il pesce spada alla griglia e l’insalata di barbabietole, che scoprii piacermi molto. A differenza dei pisani avevo deciso di adeguarmi alle usanze locali e di non bere alcolici. Bevevo invece molto succo d’arancia. Dopo pochi giorni inviai una cartolina da Tangeri ai miei, ben sapendo che li avrei sorpresi spedendola dal Marocco e non dalla Spagna. Mi dissi che gli avrei spiegato di aver deciso durante il viaggio di andare anche in quel paese. Feci anche uno scarabocchio per fingere che li salutava anche il mio amico con cui ero partito, che non esisteva. 

Fra tutti i ragazzi marocchini che frequentavo, avevo fatto amicizia particolarmente con Sherif, che aveva poco più della mia età o forse eravamo coetanei. Una sera mi invitò a casa sua a cena. Ricordo la casa abbastanza grande, nel centro storico e una sorella che ci portò da mangiare. Credo che la vidi senza velo perché era ancora molto giovane: fuori, invece, le donne e le ragazze portavano tutte il velo. Vidi solo un’altra volta una ragazzina senza velo in piedi sulla porta di casa sua. Mi colpì molto il fatto che avesse gli occhi azzurri. Per il resto ero proprio marocchina. 

Nella zona dove abitava quella ragazza si vedevano spesso gruppi di bambini che lavoravano fuori da alcune case, che dovevano essere dei laboratori. Il loro compito consisteva nell’arrotolare, partendo da lontano, dei fili intorno a dei rocchetti. Anche i bambini di Tangeri mi colpirono molto. C’era un gruppetto che abitava nei vicoli che dovevo percorrere, la sera, per tornare dal bazaar alla pensione. Appena mi vedevano, mi venivano incontro, mi parlavano in italiano e mi accompagnavano fino quasi all’albergo. Erano molto simpatici e non mi chiedevano né soldi né altro: solo farmi compagnia. Le strade, non erano pulitissime: ogni tanto, percorrendo quei vicoli, passavo per un piccolo slargo illuminato, dall’alto, da una lampadina. Lì sentivo decine di scarafaggi abbastanza grossi correre sul selciato e colpirmi le scarpe; ma non provavo ripugnanza. Altre volte, in pieno giorno, si vedevano dei topi camminare tranquillamente lungo i cordoli dei marciapiedi a caccia di qualche avanzo di cibo.

Rimasi a Tangeri almeno tre settimane. Durante la permanenza, insieme ai due ragazzi pisani, al loro amico e a qualcuno dei nostri amici stranieri, facemmo una gita in pullman fino a Tétouan. Ricordo che, durante il viaggio, a un certo punto il pullman si fermò e salirono delle persone con delle capre. A Tétouan visitammo un forte e girammo per le vie della città. Rimasi impressionato dalla quantità di piccoli negozi che vendevano oggetti d’oro. Mi dissero che non era un oro purissimo, ma dai banchetti arrivava un bagliore di luce del sole riflessa che sembrava di essere in un forziere. Una sera, invece, i ragazzi di Pisa e io fummo invitati a casa dell’amico universitario. La famiglia era molto benestante. Ci disse che avevano tre pescherecci. La casa era molto grande, con stanze dai soffitti alti e stuccati. Ci accomodammo in angolo rialzato della sala e lì mangiai per la prima volta del cous cous. Dentro c’era molto pesce buonissimo. 

Una stradina di Tétouan

Una caratteristica che avevano i ragazzi marocchini che frequentavo - non l’amico dei pisani - era quella di parlarmi spesso della loro religione. Lo facevano in particolare Sherif e Mustafà, un altro più o meno coetaneo, con cui però non passavo molto tempo. Ammirai molto la loro fede, che comunque non si abbinava a un atteggiamento fanatico o bigotto. Era semplicemente sentita e loro desideravano che prendessi in considerazione la possibilità di abbracciarla. Ogni tanto mi facevano conoscere qualche amico adulto, o anche anziano, che conoscevano in altri punti di Tangeri. Una volta mi portarono da uno che aveva un negozio (non ricordo più di che tipo, forse una macelleria) con le pareti tappezzate da foto di famosi culturisti italiani. Me ne mostrò alcune parlandomi di chi era ritratto. Non so se fu anche quella persona a farlo, ma spesso, quando i marocchini mi conoscevano per la prima volta, si divertivano a dirmi: “Italia?... Mafia! Brigate Rosse!” e ridevano di gusto. E così anch’io.

Verso la fine della vacanza, poiché ormai i soldi stavano finendo, i miei amici di Tangeri mi convinsero, senza troppa difficoltà, che un passo importante che potevo fare era quello di farmi circoncidere. Mi dissero che avevano deciso di fare una colletta e di portarmi da una persona che faceva questa operazione. Quando andammo da lei, ci disse che lui praticava la circoncisione sui bambini e che non si sentiva di farla su un ragazzo grande. Allora i miei amici mi portarono in un posto dove c’era, come dicevano loro, un ospedale italiano. Per la verità mi sembrava più una piccola clinica o, forse meglio, una specie di ambulatorio. Comunque c’era un medico italiano, con cui rimasi da solo. Lui mi disse che forse era meglio che ci pensassi. E mi disse che poi avrei dovuto fare il viaggio di ritorno con una medicazione. Insomma alla fine, mi convinse ad aspettare, eventualmente, a sottopormi a questa operazione a Milano. Cosa che poi non feci.

Ormai erano arrivati gli ultimi giorni. Mi erano rimasti giusto i soldi che pensavo che bastavano per arrivare fino a Milano. Mi sembra che i miei amici marocchini mi regalarono qualche soldo, ma non era tanto. Così ripartii, ma il viaggio si rivelò essere più lungo di quello che mi sembrava di ricordare. Già nella tratta fra Algeciras e Madrid mi ritrovai che non avevo niente da mangiare. A un certo punto il treno si fermò in mezzo alla campagna. Ci dissero che le rotaie erano bollenti e che, essendosi dilatate, non ci permettevano di avanzare. Cominciai ad avere fame e provai a mangiare dei rametti con dei semi sopra. Poi, quando ripartimmo, mi feci coraggio, e andai in un vagone dove avevo visto che c’erano degli scout e loro mi regalarono una pagnotta.

Arrivato a Madrid, dovevo passare la notte da qualche parte. Decisi per stare vicino alla stazione. Non c’era nessuno ma dopo un po’ mi si avvicinò un ragazzo grande, il quale mi disse che conosceva un posto dove si poteva andare e che era sicuro. Mi incamminai con lui ma dopo qualche minuto mi resi conto che probabilmente aveva intenzione di appartarsi con me e così, con una scusa, tornai indietro all’ingresso della stazione. Qui mi sdraiai sotto il portico principale. Già all’andata avevo visto dei poliziotti che facevano le ronde nelle stazioni e che avevano dei grossi manganelli. Avevo pensato che dovevano essere più brutali di quelli italiani. Ma in quel momento, mi ritrovai a sperare che passasse la polizia e che mi portasse in un commissariato dove mi avrebbero dato da mangiare.

Il giorno dopo chiesi a una signora se poteva darmi qualche moneta e lei me le diede, cosicché riuscii a mangiare qualcosa. A Barcellona si ripetè la stessa situazione di Madrid. Ma qui trovai un bar che aveva appena chiuso e che aveva messo fuori dei sacchi. In uno c’erano dei panini svuotati dal loro contenuto. In quel momento c’era lì anche un barbone e ci contendemmo i panini. Per fortuna ce n’era per tutti e due.

Quando arrivai a Milano, la prima cosa che feci fu andare da mio padre all’agenzia della banca in via Ripamonti. Non dissi niente della fame che avevo sofferto durante i tre o quattro giorni di viaggio dal Marocco a casa. Lui mi portò a mangiare in una tavola calda che si trovava lì vicino, e dove lui andava sempre a pranzare. Il resto della famiglia era in campeggio a Ballabio. Non riuscii neanche a finire il primo piatto, perché lo stomaco si era chiuso.

Il giorno dopo salii anch’io a Ballabio. Non ricordo se me l’aveva già detto mio padre, o se me lo disse mia madre in campeggio, fatto che ritengo più probabile. In pratica era successo che, pochi giorni dopo la mia partenza, un camion che trasportava carburante si era rovesciato appena fuori da un campeggio a Barcellona. Il liquido aveva preso fuoco ed erano morte delle persone. C’erano ancora dei dispersi. Mia madre, in quei giorni, era andata tutti i giorni al consolato spagnolo per sapere se erano state identificate tutte le vittime e sincerarsi che io non fossi fra loro. Questa era l’epoca in cui non c’erano i telefonini e i ragazzi, quando viaggiavano, non pensavano di dover telefonare tutti i giorni a casa. Poi, un giorno, arrivò la mia cartolina dal Marocco e, insieme alla sorpresa per dove ero andato a finire, mia madre provò sollievo per sapere che ero vivo. Mia madre mi disse anche che, pochi giorni dopo che ero partito, mi aveva cercato al telefono un mio amico per chiedermi se volevo andare in vacanza con lui. Era il ragazzo del Donatelli che avevo conosciuto pochi mesi prima e che voleva propormi di andare con lui ad Amsterdam. Mi fece piacere sapere che qualcuno avrebbe voluto passare le ferie con lui.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


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