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Autobiografia da adulto - Cap. 7 - Questioni di sessualità

 Del 1981 ho già avuto modo di raccontare vari eventi importanti, quali l'inizio di nuove amicizie con ragazzi conosciuti per caso ai Navigli e che ho introdotto al Buddhismo di Nichiren Daishonin, la visita a Firenze e Milano del presidente della Soka Gakkai Internazionale (SGI) Daisaku Ikeda e le vacanze estive in Olanda e in Gran Bretagna (Inghilterra e Scozia) con i ragazzi di cui sopra.

Del 1981 mi ricordo con piacere della seconda volta in cui ho avuto, in vita mia, un'avventura sessuale completa con una ragazza. Come ho già raccontato, la prima in assoluto l'avevo vissuta nella primavera o estate del 1979, ma era stata un'esperienza "sui generis", in quanto ero stato portato da alcuni amici (i quali sapevano che ero ancora vergine) a casa di una loro amica disponibile e io ero in uno stato di non piena lucidità. Quindi, benché, dopo molti tentativi, siamo riusciti ad avere un rapporto completo, le sensazioni - benché piacevoli - non erano state quelle che avrei potuto attendermi. 

Dopo la mia conversione al Buddhismo, alla fine del 1979 e il cambiamento di frequentazioni, mi ero trovato in altre situazioni in cui era coinvolto il lato sessuale della vita. Una donna amica di miei amici, di qualche anno più grande di me, aveva provato più volte a invitarmi a casa sua, anche per fare sesso, ma non avevo accettato per un paio di motivi principali: non mi piaceva e non mi sentivo pronto per avere una relazione di coppia, che temevo anche potesse limitarmi nella mia libertà. Nell'estate successiva, durante un breve viaggio a Firenze con un mio amico, la ragazza con cui si era messo da poco ed alcune amiche di questa, ho finito una sera per trovarmi sul letto di una di loro semplicemente per chiacchierare (e forse giocare a carte). 

Provando una certa attrazione per lei (che aveva quattro anni meno di me) ho iniziato a divenire abbastanza ardito, trovando anche da parte sua una crescente complicità. Dopo un po' ci siamo spogliati, ma purtroppo lei aveva le mestruazioni, quindi abbiamo fatto molto petting ma non abbiamo avuto un rapporto completo. Poi ci siamo addormentati. La mattina mi sono svegliato con lei che aveva dormito con la sua testa sul mio petto. Questa scena mi ha fatto provare una sensazione bellissima e la ricordo ancora con molta tenerezza. La sera dopo io mi sentivo stanco e non eccitato. Mi sono sdraiato su un divano nella sala dell'appartamento in cui ci trovavamo (vicino agli Uffizi). Poco dopo lei è venuta da me e mi ha detto che, se volevo, mi poteva offrire "asilo politico" nel suo letto. Io però ho declinato. Negli anni successivi mi sono pentito di questa scelta.

Una dimostrazione eclatante della mia goffaggine con le donne è stata anche questa, in cui non è coinvolto il lato sessuale. Durante una serata in compagnia di mio zio Miro a casa di suoi amici artisti nel quartiere Brera di Milano, avevo incontrato una ragazza della mia età. Subito ci eravamo fatti notare reciprocamente questa circostanza, perché eravamo gli unici giovanissimi, mentre gli altri presenti nella casa erano tutti dell'età dei nostri genitori. Siamo stati per un po' da soli in una stanza. Io avevo trovato una chitarra e suonavo, mentre lei mi ascoltava. Non ricordo che avessimo parlato molto. Comunque la trovavo molto carina. 

Qualche settimana o mese dopo, quando ancora frequentavo l'università la mattina e il pomeriggio andavo a lavorare in redazione, sono andato a mangiare nella mensa dell'ateneo. C'era un tavolo vuoto e mi sono messo lì con il vassoio preso al self-service. Dopo qualche minuto si è seduta di fronte a me una ragazza con il suo vassoio. Io l'ho riconosciuta: era quella della serata in Brera. Non so se lei mi abbia riconosciuto a sua volta. Io non ebbi il coraggio di chiederle se si ricordava di me, di noi, e lei nemmeno iniziò a parlarmi. Passammo una - almeno per me - imbarazzante mezz'ora a mangiare senza scambiarci una parola. Poi ci lasciammo senza, mi sa, neanche salutarci. Anche di questa esperienza ho portato il rimorso per sempre.

Ma torniamo alla "seconda volta". In questo caso, era quasi sicuramente il 1981 o al massimo gli inizi del 1982, un sabato sera ci siamo trovati a casa di un nostro amico praticante io e altri amici buddhisti (fra i quali uno di quelli con cui ero andato in Scozia). C'era una ragazza di un due o tre anni più grande di me che avevo conosciuto alcuni giorni o settimane prima. Era carina ed estroversa. Aveva simpatia per me. A un certo punto della serata, eravamo seduti per terra in sala. Io e lei ci trovavamo uno di fronte all'altra. Vedevo le sue mutandine e questo di fece eccitare e diventare sempre più intraprendente, al punto che - non ricordo con esattezza chi lo propose per primo - andammo in una camera da letto. In quella stanza c'era due letti singoli. Su uno eravamo sdraiati io e lei e su un altro il mio ex compagno di viaggio in Scozia con la proprietaria di casa. La presenza di loro non ci dette alcun fastidio e viceversa. Anzi, ci incoraggiavamo in un certo senso. La mia amica era più esperta di me e quindi guidò le danze. Fu un'esperienza molto piacevole e ricca, e senza i problemi della prima volta nel 1979. Ho sempre considerato, di fatto, questa come la vera prima avventura sessuale normale della mia vita. 

Poi lei mi accompagnò a casa in auto. Prima di lasciarmi fece un gesto che significava che ci saremmo sentiti per telefono. Quel segno, però, visto attraverso il vetro del portone, mi fece sentire come se fossi in trappola. Tuttavia, uscimmo insieme un'altra serata, senza fare nulla. Quella volta lei volle che io la accompagnassi a casa guidando la sua macchina e poi mi pagò (ancora guadagnavo pochissimo al lavoro) un taxi per tornare a casa. Ricordo che il tassista comprese la situazione e, durante il viaggio fino a destinazione, chiacchierammo sulle relazioni fra uomo e donna. Nei giorni successivi, però, crebbe il mio timore di essermi infilato in una storia di cui non ero convinto e pian piano smisi di sentirmi con quella ragazza. La rividi ancora, insieme ad altri amici, e ciò fu motivo di imbarazzo. Venni anche un po' rimproverato dall'amica che ci aveva fatto conoscere per averla fatta soffrire.

Continuai fino ad almeno dopo il servizio militare (1984-1985) ad vivere situazioni inconcludenti con l'altro sesso. I fattori erano un mix di timidezza, autocontrollo nel non voler sfruttare il carisma che mi derivava dalla mia responsabilità nell'ambiente buddhista per attrarre a me delle ragazze giovani e carine che mi piacevano, timore di legarmi con donne più grandi di me (ce n'erano anche nel lavoro) che mi sembrava cercassero di avere delle avventure con il sottoscritto, e, last but not least altre due circostanza: la prima era che cercavo, dopo il lavoro e l'attività religiosa, di studiare per dare qualche esame all'università; la seconda, forse, era che dovevo ancora svolgere il servizio militare. Questo credo che costituisse uno spartiacque psicologico fra il momento attuale e quello che sarebbe stato il mio futuro negli anni successivi a una desiderata laurea e all'assolvimento degli obblighi di leva militare. Non può non avere avuto un ruolo anche una certa inibizione verso il tema delle conquiste sessuali già emerso durante le preadolescenza e l'adoloscenza, anche a causa di un'educazione un po' conservatrice sulla sessualità.

Da un punto di vista lavorativo, benché mi piacesse abbastanza l'attività giornalistica che svolgevo (anche per gli stimoli che permetteva di avere, occupandomi della vita del mondo pubblicitario, come redattore in una rivista specializzata su questo tema), non pensavo che avrei voluto fare il giornalista tutta la vita. Credevo che, forse, la laurea in lettere mi avrebbe aperto altre strade, come quella di diventare uno sceneggiatore, lavori che in quel momento mi attraevano. O al limite anche un copywriter pubblicitario. 

In questa situazione, mi impegnavo nel lavoro e nell'attività buddhista, nonché in famiglia (in quel periodo mia madre non stette bene e fu ricoverata per alcuni mesi). Frequentavo ragazze che mi piacevano, ma non osavo corteggiarle in modo efficace. Una sera, durante una gita in Liguria con amici, mi capitò di condividere una stanza di una casa che ci avevano prestato con una ragazza che mi attraeva molto. Anche un mio amico aveva provato ad essere lui a prendere il mio posto, ma io ero stato più deciso. Nonostante le ipotesi che gli altre stavano facendo su quanto poteva avvenire nella nostra stanza, in realtà io e quella ragazza ci sistemammo ciascuno su uno dei due letti singoli disponibili, e chiacchierammo fino a che non decidemmo che fosse giunta l'ora di dormire. 

A volte ero io a non rendermi conto che potessero esserci ragazze che mi desideravano e con le quali avrei almeno potuto provare. Un week-end a Bolzano, ero ospite di una famiglia di due fratelli, un maschio e una femmina. La ragazza, una sera, si mise a piangere, e il fratello mi disse che era innamorata di me. Io ero però, già da altre fine settimana trascorsi a Bolzano, attratto inutilmente da un'altra ragazza, spigliata, giovanissima maestra. E speravo di mettermi un giorno con lei. Così non avevo colto eventuali segnali che potevano venirmi da quella che era effettivamente interessata a me, e che tra l'altro era anche carina e buona. A ben pensarci, ora mi mi ricordo che, anche quella volta di Firenze, tra i motivi che mi avevano portato a non accettare l'invito della ragazza con cui avevo "giocato" la notte prima, c'era il fatto che aveva iniziato ad attrarmi un'altra loro amici, rossa di capelli, con la pelle diafana, e molto vivace. La quale, però, non mi filava. Mi aveva, però, lusingato dicendomi che avevo cucinato un sugo buonissimo. Non avevo seguito una ricetta precisa, ma avevo messo nella passata di pomodoro tutte le spezie che avevo trovato nella credenza.


Io in Andalusia nell'estate 1982
Io in Andalusia nell'estate 1982

Autobiografia giovanile - Cap. 22 - Oratorio e cotte

 Al ritorno dall’Umbria, riprese la solita vita di quartiere in attesa dell'inizio della seconda media. Nell’anno scolastico 1972-1973 mio fratello iniziò a frequentare la prima media nella mia stessa scuola. Come lingua straniera fu scelto il tedesco. Nella scuola c’era una sola classe con quella materia ed era anche con un numero di alunni inferiore a tutte le altre classi.

Uno dei miei compagni di classe che era anche mio amico della via in cui abitavamo era stato respinto. Non ricordo quali difficoltà avesse avuto a livello scolastico, dato che era un ragazzo sveglio e intelligente. Del condominio rimaneva nella mia classe un altro mio amico, quello che alle elementari non era in classe con me. Il mio migliore amico invece era stato inserito fin dall’inizio delle medie in un’altra sezione della scuola. In classe ripresi comunque a frequentare soprattutto due compagni. Uno era quello che viveva non lontano dalla scuola, che prendeva sempre ottimi voti e con cui condividevamo la passione per la musica e l’andare insieme, i sabati pomeriggio, ad ascoltare i concerti organizzati dalla Gioventù Musicale al Conservatorio. L’altro era quello che abitava in una cascina a Locate Triulzi.

Da qualche mese io avevo in testa sempre una bambina più giovane di me e che avevo visto dal vivo solo una volta. Ne discutevo così spesso con il mio compagno di Locate Triulzi che un giorno, mentre camminavamo sotto i portici di una via del mio quartiere, mi disse che non ne voleva più sentire parlare. La mia cotta era puramente platonica. Sono stato, anche negli anni successivi, poco intraprendente sul piano fisico con le altre tre ragazzine con cui ho avuto delle relazioni, ma in questo caso il mio pensiero per questa andava quasi esclusivamente al suo viso e al suo carattere, per quel poco che ricordavo.

Riccardo Cervelli 1972 12 anni
Io in versione quasi hippie alla fine dell'estate 1972

Una bambina con cui invece ho iniziato a vedermi, anche se una sola volta la settimana all’oratorio domenicale, piombò nella mia vita sotto Natale. In quel periodo, andati via i frati, l’oratorio aveva ripreso vita in un altro modo. Per la verità non mi sembra che nell’ultimo anno c’ero andato spesso. Comunque mi ritrovai, pochi giorni prima di Natale, a partecipare alla preparazione di un’animazione sul tema della Natività con altri bambini e bambine delle medie e delle elementari. Le prove le facemmo non all’oratorio della chiesa dell’Assunta, ma in una sala dietro l’altare della chiesa di Fatima: proprio la sala dove, qualche anno prima, avevo fatto arrabbiare un responsabile dei chierichetti ad una “adunanza” e questo aveva battuto il manico dell’ombrello su un tavolino di vetro, provocando su di esso una crepa.

Ricordo che alla prima prova dell’animazione io dovevo fare parte del “coro”, non inteso in senso musicale ma teatrale. Durante la prova notai questa bambina alta, con i capelli scuri e mossi (forse addirittura un po’ riccioluti) con due occhi vispi che mi fissavano. Guardandola mi vennero un po’ di quelle famose “farfalle nello stomaco”. Ogni tanto ci fissavamo negli occhi per un po’ di secondi, ma non ci presentammo né parlammo, se non ricordo male. Nella seconda prova ci rivedemmo, ma a me fu chiesto di non fare parte del coro, bensì di interpretare il ruolo di San Giuseppe. A una bambina del mio condominio fu affidato il ruolo di Maria. In qualche modo mi sentii lusingato perché era come se da quel momento, anche se per finta, avevo una moglie. Anche quella volta continuò il gioco di sguardi con l’altra bambina. 

Poi arrivò il giorno della rappresentazione, la cui preparazione a me sembrò più facile che per gli altri perché non dovevo recitare nulla, ma stare solo in ginocchio davanti alla mia Maria, con in mezzo - non ricordo più - se un bambolotto o un bambino piccolo in carne ed ossa. Ho dimenticato anche se la rappresentazione la facemmo in chiesa durante una messa o durante uno spettacolo che il giorno stesso, o uno successivo, si tenne nella sala dell’oratorio dell’Assunta. 

Sotto vari aspetti quello spettacolo nell’oratorio dell’Assunta fu un momento di passaggio. La maggior parte della rappresentazione ebbe come protagonista un folto gruppo di ragazzi e ragazze del quartiere, che già frequentavano le scuole superiori, che avevano iniziato un percorso di crescita religiosa e spirituale sotto la guida del giovane Don Gianni Casiraghi, e che, per l’occasione, aveva preparato una serie di canzoni in parte di motivo religioso e in parte di genere folk internazionale. Appena iniziarono a cantare, accompagnati con una chitarra a dodici corde Ibanez da un ragazzo che non avevo mai visto, ma che mi piacque subito molto per l’atteggiamento e l’aspetto, rimasi estasiato. Era questo il tipo di musica che in quel momento amavo di più. Guardando il Festival di Sanremo 1972 in casa alla televisione, la canzone che mi era piaciuta di più era stata Jesahel, eseguito dal complesso dei Delirium, che erano saliti sul palco con un coro di giovani “capelloni”. In qualche modo lo spettacolo a cui stavo assistendo - anche se lì non deci quel collegamento - mi riproponeva una situazione simile. 

In quel momento non mi trovavo seduto in mezzo al pubblico, ma in piedi dietro le ultime panche. Questo fatto deporrebbe a favore dell’ipotesi che il gruppo della rappresentazione della Natività, in cui io interpretavo San Giuseppe, si era esibito prima e poi noi attori non avevamo più trovato posto. Dopo qualche minuto che ammiravo rapito i ragazzi sul palco sentii qualcosa appoggiarsi al mio braccio destro. Mi girai ed era la ragazzina con cui ci guardavamo nelle prove che era evidentemente da un po’ lì accanto e aveva deciso di appoggiarsi a me. Farfalle nello stomaco e restammo così per alcuni minuti. Poi non ricordo che cosa successe, se semplicemente ci dicemmo delle cose relativamente banali e ci salutammo. Ma era implicito che tra noi era stato stabilito qualcosa.


Autobiografia giovanile - Cap. 21 - Lunghe vacanze e Olimpiadi di Monaco

 Dovuto rientrare prima del tempo a Milano dal campeggio al Parco di Monza organizzato dal comune di Milano, passai i giorni della varicella chiuso in camera mia. La precauzione era dovuta al fatto che mio fratello e le mie sorelle, e forse anche i miei, non avevano avuto questa malattia. Forse, ma ora è solo un vago ricordo, l’aveva avuta mia nonna e fosse lei che, almeno durante il giorno, veniva in camera mia. Io passavo quasi tutte le ore del giorno sdraiato su quello che era normalmente il letto di mio fratello, ovvero quello in fondo alla stanza e sotto la finestra. Avendo già un po’ di pratica con l’elettronica, mi ero creato una sorta di amplificazione con un microfono e mi divertivo a chiamare aiuto a chi c’era in casa utilizzando un altoparlante, che però era vicino al mio letto e serviva solo a fare sentire più forte la mia voce.

A quei giorni è associato anche il ricordo del profumo intenso del talco mentolato che mi spargevo sulle parti del corpo dove sentivo più prurito. L’effetto rinfrescante riduce per un po’ di tempo il bruciore causato dalle pustole della varicella. Comunque, almeno un paio di grosse, le ho grattate spesso e mi sono rimaste le cicatrici: una sul lato sinistro del naso e una sul petto, sempre a sinistra. 

La maggior parte delle ore le passavo ascoltando la radio. Avevo chiesto ai miei di comprarmi la rivista Radiocorriere TV, dove potevo trovare tutte le trasmissioni che mi interessavano. Una in particolare non la perdevo mai: il talk show pomeridiano Chiamate Roma 3131, su Rai 2. Durante il programma, il conduttore riceveva telefonate da alcuni radioascoltatori, che gli esponevano delle storie personali o dei punti di vista su qualche fatto di attualità, e lui interagiva con loro ponendo domande o esprimendo opinioni. In quegli anni il conduttore era il giornalista Franco Moccagatta, del quale mi piaceva molto la voce oltre che il pensiero. Meno sicuro, ma molto plausibile, è il ricordo che in quella situazione avevo iniziato ad ascoltare con assiduità programma serale di musica pop internazionale: Supersonic. Anche questo veniva trasmesso su Rai 2. Se considero, come ho già scritto nella puntata precedente, che anche Alto Gradimento era su quella rete, devo concludere che dal canale radiofonico Rai 2, negli anni Settanta, ho attinto molto del mio background di cultura popolare e di immaginario personale. Sono anche quasi sicuro che, per passare il tempo durante quella varicella, avevo iniziato a farmi acquistare e a leggere il settimanale Epoca, per soddisfare la mia curiosità circa i fatti e i temi di attualità più importanti in quegli anni. Forse si stava già sviluppando in me un germoglio di attrazione verso il giornalismo. Ma di certo non mancavano nemmeno le letture di qualche romanzo. Diversi di quelli letti in quell’epoca devo averli letti mentre ero malato.

Guarito dalla varicella, potei ricominciare ad uscire con i miei amici del quartiere. La mia prima compagna era sempre la bicicletta da cross Legnano e probabilmente la prima cosa che facevo spesso, mentre attendevo di ritrovarmi con gli amici, era andare fino al boschetto lungo via dell’Assunta nei campi verso Vaiano Valle. Un pomeriggio, lì, ebbi modo di rendermi conto che il mio corpo stava cambiando, ovvero vidi i segni dell’inizio della pubertà. I pomeriggi di inizio estate passavano in vari modi. A volte, invece, di gironzolare per il quartiere e le campagne, passavo qualche ora nel cortile dietro la mia scala. Non lo facevo più da qualche anno, perché tutti noi bambini degli anni a cavallo fra il 1957 e il 1962 ormai uscivamo quasi sempre dal condominio per andare a passare il tempo con amici conosciuti a scuola e che vivevano in altre parti della zona Vigentino o anche al di fuori. Ora invece in cortile c’erano bambine e bambini dai tre anni in su, comprese le mie due sorelle, altre tre bambine e due bambini della mia scala. Qualche volta passati qualche ora in cortile con loro, facendoli giocare o accompagnandoli fino al loro appartamento in ascensore quando avevano bisogno di andare in bagno. Già, perché avendo ormai passato i 12 anni, potevo legalmente utilizzare l’ascensore, anche se già lo facevo da tempo.



Credo che potrebbe essere verosimilmente nella primavera di quell’anno che, fra le attività che noi preadolescenti avevamo iniziato a fare nei pomeriggi delle belle giornate, c’era quella di andare a curiosare fra quello che facevano i ragazzi di qualche anno più grandi di noi in varie parti del quartiere. In un prato a ridosso del vecchio cimitero, vicino a un tratto del fiume Vettabbia, alcuni di cinque o sei anni più grandi di noi avevano iniziato a far volare degli aeromodelli con motore. Non erano radiocomandati, ma fatti girare in cerchio in aria vincolati a un filo tenuto da una persona posizionata nel centro del campo. Un’altra attività che questi “grandoni” (così come li chiamavamo, e fra i quali c’erano anche fratelli di nostri coetanei) era quella di giocare a baseball. Molti di loro si erano comprati divise per questo sport, mazze, palline e guantoni e avevano trasformato il campi di calcio - per la verità mai utilizzato in modo strutturale per questo scopo - a una lato della chiesa di Fatima come un diamante su cui allenarsi e giocare partite di baseball. Nel giro di poco tempo, anche molti ragazzi della nostra età avevano comprato attrezzature da baseball. A me e mio fratello nostro padre aveva comprato dei guanti e una mazza. Altri ragazzini si erano comprati ancora più materiale. E così, durante molti pomeriggi, sul diamante si alternavano a praticare baseball ragazzi di ormai sedici o diciassette anni - che a noi sembravano, appunto, grandoni - e preadolescenti di undici, dodici anni come noi. Personalmente, non ero bravissimo (come non lo sono stato in nessuno sport, a partire dal calcio) e dopo un po’ persi l’interesse per la cosa.

Intanto mio padre aveva superato l’esame della patente e avevamo acquistato un’auto, una Opel Kadett 1100 familiare bianca. Non era il massimo della bellezza estetica ma era molto spaziosa e pratica. Inoltre, i miei avevano comperato anche una nuova tenda da campeggio tipo casetta un po’ più grande della precedente e di colore marrone. Non appena a mio padre furono concesse le ferie, all’incirca fra la fine di luglio e i primi di agosto, siamo partiti con la macchina in direzione Valle d’Aosta e Francia. La prima tappa fu La Salle, dove andammo a passare alcuni giorni nel campeggio dove eravamo stati nel 1964. Nel camping, a differenza di quello di Cogne (dove forse ne avevo visti pochi e giovani), c’erano diversi turisti stranieri. Mi piaceva anche vedere come gli adulti delle diverse famiglie cercavano di essere utili gli uni agli altri. Già quando eravamo arrivati, alcuni - credo in particolare stranieri - appena avevano visto nostro padre davanti ai sacchi della tenda e dei pali, si erano lanciati ad aiutare me, mio fratello e papà a montare la tenda. E così fu innalzata in poco tempo. Per la prima volta vidi  una famiglia di olandesi. Avevano una bambina di quattro anni biondissima e con un sorriso bellissimo. Sembrava un angioletto. Mi sorrideva ogni volta che la incontravo. Poi c’era una famiglia, credo, di tedeschi, con un bambino dell’età di Annarita. Un giorno avevano montato una piccola piscina gonfiabile e la mamma del bambino chiese alla mia di farci entrare anche mia sorella.

Riccardo Cervelli 1972 Aiguille du Midi
Io a 12 anni a Chamonix-Mont-Blanc con, sullo sfondo, l'Aiguille du Midi

Poi iniziammo il viaggio verso Chamonix-Mont-Blanc, la nostra meta finale. Superammo il tunnel del Monte Bianco e per la prima volta in vita mia mi ritrovai all’estero. Montammo la tenda in un campeggio da cui si poteva ammirare la Aiguille du Midi, che mi affascinava moltissimo per la sua forma ad ago. Nostro padre aveva imparato il francese durante le scuole medie e superiori (si era diplomato in ragioneria al Cattaneo di Milano) e quindi se la cavava nelle comunicazioni con la proprietaria del campeggio, i negozianti, i residenti e così via. A proposito della proprietaria del camping, ogni tardo pomeriggio faceva il giro delle tende a riscuotere la tariffa della giornata; credo che nella maggior parte dei campeggi del mondo invece si facesse alla fine della permanenza. Vicino alla nostra tenda c’era una compagnia di ragazzi o uomini bergamaschi amanti dell’alpinismo. Ricordo che ogni giorno andavano a fare qualche scalata e che, al loro ritorno, tiravano fuori corde e altre attrezzature alpinistiche. Io, mio fratello e nostro padre avevamo fatto amicizia con loro e ci facevamo raccontare alcune delle loro avventure. Ricordo che una volta uno di loro disse una frase che rimase nelle memorie di famiglia: “Non è ancora nata la montagna che può uccidere il Bula”. Questo era il suo soprannome, credo. 

Anche noi facemmo qualche escursione. In particolare ricordo una gita alla Mer de glace, dove c’erano un ghiacciaio e una grande grotta. Per arrivare lì credo che prendemmo una funivia, la prima della mia vita. Facevamo anche passeggiate nei dintorni del campeggio. Durante una di queste, in un bosco che affiancava la strada che conduceva da Chamonix verso un altro paese, chiesi da mio padre chi fosse il presidente della Francia: lui mi rispose che si chiamava Georges Pompidou. Sempre in quel luogo una volta sentimmo una forte rumore di frenata, provenire dalla strada, al di là degli alberi, seguita da una serie di colpi. Doveva essere avvenuto un tamponamento a catena. Poco dopo sentimmo arrivare dei mezzi con un tipo di sirena bitonale che in Italia non avevo mai sentito.

Spesso poi, dal campeggio ci inoltravamo nella cittadina di Chamonix a fare dei giri e delle compere. Ricordo di avere imparato per la prima volta parole quali patisserie, boulangerie e combien. Le torte erano molto buone. Un giorno si tenne una festa folkloristica e per la prima volta sentii questa parola, folklore, e mi piacque molto. Lo abbinavo soprattutto ai vestiti, che riproducevano quelli in uso in epoche passate. Durante la festa si esibì anche una squadra di majorette. Erano bambine e ragazze più o meno della mia età. Mi colpirono molto i vestiti attillati e movimenti che facevano con il corpo. Mi presi una cotta di tutte. A Chamonix i miei devono avermi comprato quindi un paio di calzoni tradizionali di cuoio, di un tipo che oggi credo sia comune lungo tutto l’arco alpino. Questi calzoni corti, sempre la stessa estate (se non la successiva) sono stati causa di un simpatico malinteso, sul genere sessuale a cui appartengo, avvenuto nella città di Assisi.

Riccardo Cervelli 12 anni
Io con calzoni folkloristici

Al rientro in Italia, ci siamo fermati per circa una settimana in un campeggio di Saint-Vincent, ancora in Valle d’Aosta. Questa permanenza mi è rimasta impressa soprattutto per due aspetti. Il primo è che io e mio fratello siamo stati iscritti a un corso di equitazione in un maneggio del posto. L’esperienza mi piacque molto. A me fu assegnato un cavallo bianco con macchie grigie e nere di nome Zeus. Imparammo ad andare solo fino al trotto, ma l’ultimo giorno mi ritrovai da solo a cavallo nel recinto insieme a un’altra persona più esperta che lanciò il suo cavallo al galoppo. Il mio prese la stessa andatura e non seppi come fermarlo. Dopo un giro di pista al galoppo io caddi. Non mi feci niente. L’istruttore mi disse che comunque, dopotutto ero riuscito ad andare anche al galoppo. L’altra esperienza che mi ricordo volentieri è stata la partecipazione, un giorno, a un concorso di pittura organizzato dalla rivista Topolino. Noi concorrenti stavamo su una piazza in una posizione elevata. All’inizio non sapevo che cosa disegnare. Poi, guardandomi intorno, ho deciso di disegnare il panorama, ponendo enfasi, più che sull’esattezza delle copie delle costruzioni, sulla varietà dei colori. Alla fine, con mia sorpresa, seppi di avere vinto il secondo posto. Come premio mi venne regalata una scatola o di soldatini o di macchinine. Ma il premio più bello fu vedere il mio disegno riprodotto su un numero di Topolino nelle settimane successive.

Riccardo Cervelli 12 anni cavallo
Io sul cavallo Zeus a Saint-Vincent

Ripartiti da Saint-Vincent, le vacanze erano comunque destinate a durare. Credo che anche a mio padre piacesse andare in vacanza, ma che a decidere e a spingere per compiere viaggi di un certo impegno logistico, fosse soprattutto mia madre. Quando era piccolo, la famiglia di mio padre andava tutte le estati a Rimini, quasi sicuramente nella stessa pensione. Forse a mio padre sarebbe piaciuto tornare lì, ma poi finivamo sempre per andare in posti diversi, soprattutto in collina, montagna e all’estero. E così - non ricordo se dopo essere ripassati da Milano - quell’estate finimmo anche ad Assisi. 

Era fine agosto, prima metà di settembre. Anche lì eravamo in campeggio e, presente nostro padre con la macchina, visitammo, oltre che Assisi, altre località vicine, soprattutto dove c’erano santuari. In quel periodo ormai i capelli mi erano cresciuti molto, considerato che forse li avevo tagliati intorno fine della scuola. Un giorno, mentre stavamo per entrare in una chiesa, un frate anziano ci vide e notò che io avevo su i calzoni corti di cuoio, che lasciavano in bella vista le gambe. Vedendo che avevo i capelli lunghi e lineamenti non spiccatamente maschili, mi ha scambiato per una ragazzina e si è rivolto a noi dicendo: "Scandalosa! Scandalosa!". Non ricordo come andò a finire. Forse i miei, o mia madre, chiarirono l'equivoco e potemmo entrare in chiesa.

Quella prima vacanza ad Assisi, ripetuta anche l’anno seguente, mi rimase impressa soprattutto per le Olimpiadi di Monaco 1972, culminate con il tragico evento terroristico in cui un commando di terroristi palestinesi sequestrarono per alcuni giorni gli atleti della nazionale israeliana, uccidendone già alcuni nel villaggio olimpico. Alla fine, si fecero condurre con alcuni elicotteri all’aeroporto per poter fuggire con un aereo. All’aeroporto le Teste di cuoio tedesche tentarono un blitz per catturare il commando e liberare gli ostaggi, causando così degli scontri a fuoco nel corso dei quali morirono molti terroristi e ostaggi. In quei giorni io mi recai spesso nel bar del campeggio per seguire i reportage televisivi su questa tragedia. Le immagini mi facevano un po’ di impressione ma non al punto di non volerle vedere. 

(capitolo aggiornato il 06/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 20 - Nuovi amici, tv e Parco di Monza

 1972, dodici anni. Anno di molte novità. Credo che sia in quel periodo che abbiamo smesso di frequentare lezioni private di pianoforte, dato che ero piuttosto svogliato e preferivo dedicare il mio tempo libero ad uscire con gli amici. Più o meno nella stessa epoca, io e mio fratello abbiamo cessato anche di andare ai corsi di scherma. Nella mia nuova classe alla scuola media Luigi Majno mi sono fatto nuovi amici, così anche qualche compagno al quale non andavo a genio per qualche motivo. Due o tre dicevano che non mi lavavo molto e che puzzavo. Tra i miei nuovi amici, uno abitava poco lontano dalla scuola, aveva una bella casa, condividevamo la passione per la musica, ed eravamo entrambi i migliori a livello di rendimento scolastico: lui più di me. I nostri relativi genitori ci hanno iscritto alla Gioventù Musicale, e i sabati pomeriggio iniziammo ad andare a sentire i concerti organizzati da questa associazione che si tenevano nella sala Verdi del Conservatorio. Alla fine dei concerti, facevamo sempre un giro alla Ricordi e alle Messaggerie Musicali, dove ci soffermavamo ad ammirare gli strumenti musicali. In particolare a me piacevano gli organi elettronici. Alcuni, in mostra in una grande stanza del seminterrato delle Messaggerie Musicali, erano a più tastiere e con tanti registri. Mi piaceva sentirli suonare dal personale del negozio.

Fra i miei migliori amici, fra i compagni di classe, iniziò presto a esserci il ragazzo che veniva da Locate Triulzi. Per venire e tornare a casa doveva prendere una corriera delle autolinee Sgea, che faceva capolinea in Porta Vigentina. Abitava in una grande cascina. Qualche volta, insieme a quello fra i miei amici e coetanei del condominio che era in classe con me, in quegli anni andammo a trovare questo nostro compagno della cascina. Lì i figli del proprietario del luogo ci lasciavano guidare per brevi tratti i trattori. Poi facevamo dei giri nelle stalle e nei fienili. Nel tardo pomeriggio tornavamo a casa con le scarpe sporche di fango e letame ma molto felici per le belle ore passate in campagna. 

Se non erro, fu sempre in quell’anno scolastico che la scuola organizzò una vacanza bianca sulla neve a Selvino. Della mia classe partecipammo sicuramente io e il mio compagno e amico da tanti anni perché viveva nel mio stesso condominio. Quello, inoltre, con la cui famiglia la mia era stata per la prima volta una giornata in montagna sulla neve qualche anno prima. Io e lui condividemmo una camera doppia. Fra gli insegnanti accompagnatori c’era la nostra professoressa di musica, che notai essere una donna di mezza età molto a suo agio nelle situazioni conviviali sia con noi che con un paio di altri insegnanti. Forse è stata la prima volta che ho visto degli insegnanti in una situazione di vita diversa da quella della classe. Il mio amico era già bravo a sciare e quindi faceva lezione con dei maestri per gli allievi già di livello avanzato. Io ero nel gruppo dei principianti. Ricordo che il maestro ci faceva scendere lentamente quasi in orizzontale, in lunghi tratti a zig zag per la discesa. Alla fine di ogni tratto dovevamo frenare e curvare a spazzaneve. Una o due sere ci portarono al cinema. I film erano vietati ai minori di 14 anni ma ci fecero entrare lo stesso. Ricordo di aver visto per la prima volta delle scene di violenza tipo “pulp” e delle parti di nudo totale. Alla fine della vacanze organizzarono una gara. Io feci la mia discesa facendo in maniera da non cadere. Risultato: non fui squalificato ma arrivai ultimo. O, come mi dicevo e dicevo scherzando ad altre persone: primo degli ultimi (gli squalificati).


Io ancora in vacanza, poche settimane prima di iniziare la prima media nell'anno scolastico 1971-1972

A scuola la nostra classe continuava a distinguersi per non essere un gioiello di disciplina. Un gruppo di compagni aveva preso a bullizzare un compagno. La vittima era abbastanza alta, leggermente sovrappeso, timida e goffa. Non mi sembra che in classe avesse stretto amicizia con qualcuno. Non ricordo se solo per queste o altre caratteristiche divenne il bersaglio di scherzi. Una mattina in aula si sentì un grido di dolore. Il compagno di classe seduto dietro questo ragazzo bullizzato gli aveva infilato l’ago del compasso in una natica. Non ricordo da chi fosse partita l’idea, ma per un certo periodo di tempo, nelle lezioni di religione la classe chiese alla professoressa, della quale non avevamo peraltro molto rispetto (quando entrava in classe trovava spesso tutti i banchi schierati lungo i muri, con noi nascosti dietro gli zaini pronti a fare la guerra con le cannucce delle biro a mo’ di cerbottane e palline di carta o chicchi di riso), di affrontare il “caso…” dove al posto dei punti di sospensione c’era il cognome della vittima di bullismo e discriminazione.

Un 'altra volta ne facemmo una grossa ai danni di un bidello. Durante l'intervallo, in cinque o sei ragazzini, ci divertimmo a giocare con la pompa dell'acqua che veniva usata per pulire i bagni. Credendo che in un bagno chiuso ci fosse un nostro compagno, qualcuno ebbe l'idea di fargli cadere addosso dell'acqua. Non ci fu reazione e suonò la campanella. Dopo che qualche minuto che eravamo rientrati in classe, si aprì la porta ed entro la preside professoressa Pettinari, molto temuta per la sua severità, insieme a un bidello del nostro corridoio tutto bagnato. Il collaboratore scolastico era muto. Era lui che si trovava nel bagno in cui avevamo spruzzato l'acqua dall'alto e non aveva potuto dirci di smettere. Credo che ci prendemmo una nota di classe sul registro.

Ho sempre associato - anche perché deve essere avvenuto effettivamente così - il periodo fine 1971 -inizi 1972 all'arrivo, in casa nostra, del televisore. Da quel momento, per vedere i programmi quotidiani, non sarei più dovuto andare a casa dei nonni materni; in più potevamo vedere anche i programmi serali. Fra questi, venivano mandati in onda spesso sceneggiati televisivi, che la famiglia seguiva tutta riunita davanti all'angolo del soggiorno dove c'era la tv, dopo cena. Fra questi, ricordo dell'Eneide e - che mi aveva molto appassionato, Orfeo in paradiso, dall'omonimo romanzo di Luigi Santucci, che poi volli leggere anche come libro. Fra altri altri sceneggiati che ricordo di avere guardato ci sono di sicure anche Le sorelle Materassi, anche se non mi sono particolarmente rimaste impresse, e Le avventure di Pinocchio, del regista Luigi Comencini, con Nino Manfredi nel ruolo di Geppetto e il piccolo Andrea Balestri (di soli tre anni più giovane di me) in quello di Pinocchio. Sono quasi sicuro che, poiché stavamo ancora aspettando la tv a casa, devo essermi perso Il segno del comando, che aveva fra gli interpreti l'attore Ugo Pagliai, del quale si era presa una cotta la mia amica più grande. Sono invece in dubbio se ho effettivamente guardato - o se l'ho fatto sporadicamente - A come Andromeda, in cui recitava Paola Pitagora, che a me piaceva e della quale mi ero appeso il ritaglio di una fotografia dietro l'anta della scarpiera del bagno. Forse, però, il televisore - che non era né piccolo né grande come quello dei miei nonni- deve effettivamente essere arrivato a casa verso la fine del 1971, perché credo di ricordare di aver visto, andato in onda in quel periodo, E le stelle stanno a guardare. Come nel caso di Orfeo in paradiso, più tardi avrei letto anche il romanzo, di Archibald Joseph Cronin, che considero una delle mie prime letture di formazione. La trama mi aveva interessato moltissimo e così anche la figura della madre che interferisce negativamente nella vita dei suoi figli. Dopo aver letto il romanzo ne parlai con mia madre, che lo conosceva già.

Penso che nella prima metà del 1972, mio padre sia stato impegnato nelle lezioni di scuola guida. Sentivo parlare in casa dell'autoscuola e del suo titolare, che insegnava a guidare a mio padre così come le avrebbe fatto a me sei anni più tardi. 

Nel primo weekend di giugno, probabilmente il sabato pomeriggio, a casa nostra si tenne una festa di compleanno per i 7 anni di mia sorella Annarita. Di norma, quando c’erano delle feste per compleanni o altre celebrazioni, tutta la famiglia vi partecipava. E così anch’io rimasi in casa. Alla festa erano invitate soprattutto bambine (se non solo). Molte, forse la maggior parte, erano compagne di classe. Ebbi così l’occasione di conoscere piccole amiche di mia sorella. Io passai molto tempo nella camera mia e di mio fratello, dove vennero alcune di queste bambine. Erano piccole ma anche sveglie e simpatiche. Come ho verificato anche da adulto, molti bambini della prima e seconda infanzia, conoscendo una persona più grande, in questo caso solo un ragazzino di cinque anni più vecchio, tendono a voler raccontare qualcosa di particolare che fanno nella loro vita oppure qualcosa che gli piace. Ricordo che venne fuori, parlando con una bambina in camera mia, che lei frequentava una scuola di danza. Questa bambina era, secondo me, molto carina e con modi di fare molto femminili. Era una bambina estroversa. Mi fece vedere qualche esercizio di danza e come faceva la posizione del cigno, del balletto Il lago dei cigni musicato da Pëtr Il'ič Čajkovskij, quando era morto. Questa bambina si chiusa tutta su se stessa sul pavimento. Mi sembrò essere una promessa della danza.   

Finito l'anno scolastico, trascorsi una delle più belle pagine della mia vita. Rivissi, per la prima volta dopo cinque anni (dal 1967), un'esperienza simile a quella della colonia a Cesenatico. Solo che questa volta non ero più un bambino ma un ragazzino di dodici anni e mezzo. I miei genitori avevano iscritto a due settimane di campeggio al Parco di Monza organizzato dal Comune di Milano. La vacanza era per soli maschi. Un giorno credo che partimmo con alcuni pullman dalle vicinanze del Castello sforzesco e arrivamo a Biassono all'ingresso del Parco, dove si trovava (e c'è ancora) la Cascina Costa Alta. In un prato vicino alla vecchia costruzione - in realtà più simile a una villa che a una cascina, se non fosse per quelle che sembravano essere state stalle - erano state montate una decina di tende di tipo militare. In ogni tenda erano stati installati dei letti a castello. A occhio e croce, in ogni tenda, ce n'erano tre da un lato e tre da un altro, in modo da ospitare circa dodici ragazzini per tenda. Ogni paio di tende di ragazzini ce n'era una per gli educatori. Nessuno di questi dormiva con noi e questo mi aveva fatto piacere perché voleva dire, che una volta che gli educatori si fossero ritirati, noi eravamo da soli.

Ricordo che qualche volta, dopo che era scattata l'ora del riposo notturno, fra noi bambini e gli educatori della tenda più vicina, scoppiavano battaglie a colpi di cuscini. Solo in quelle occasioni gli educatori violavano il nostro spazio, forse perché sentivano che non stavamo ancora dormendo. Questi responsabili erano tutti giovani e simpatici. 

In tenda, io avevo fatto particolare amicizia con il ragazzino che dormiva sopra di me. Più di me lui aveva paura delle "forbicine", delle piccole blatte che avevano due pinze in fondo alla schiena e che qualche volta trovavano sui letti o fra le lenzuola. D'altra parte i letti erano issati sopra il terreno (non ricordo se ci fosse un pavimento di plastica, ma comunque le forbicine sarebbero ugualmente entrate nella tenda). Prima di andare a dormire, questo mio nuovo amico, controllava con cura il letto e canticchiava qualcosa che aveva ribattezzato "la canzone della forbicina". 

La mattina venivamo svegliati con una musica emessa da altoparlanti a tromba montati su dei pali ai lati del prato. Quelle musiche mi sono rimaste impresse e, al ritorno dal campeggio, chiesi a miei di comprarmi i dischi. Una era Popcorn, suonata dal gruppo Strana Società; un'altra era una versione pop di un movimento della sinfonia n. 40 di Mozart, arrangiata da Waldo De Los Rios e suonata sotto la sua direzione con un'orchestra che utilizzava anche strumenti elettronici. 

Nei primi giorni della vacanza io mi feci notare dagli altri per il fatto che li invitavo a non dire parolacce. Così qualcuno decise di darmi come soprannome Prete, che però non veniva molto utilizzato.

Ogni giorno i nostri educatori ci facevano svolgere diverse attività. Spesso stavamo nel prato dalla parte opposta della cascina a fare dei giochi tutti insieme. Altre volte ci mettevano fra il prato e la cascina e ci facevano cantare le canzone della trasmissione radiofonica serale (su Rai 2) Alto Gradimento, condotta da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni (la cui prima stagione era iniziata nel 1970 e si concluse nel 1976). Il programma prevedeva molti personaggi e credo che i nostri educatori ci facessero vedere alcune gag in cui li imitavano. C'era da morire dal ridere. Un giorno, invece, ci fecero scavalcare il filo spinato che chiudeva la pista dell'Autodromo di Monza, che si trovava proprio dietro il campo dove stavano le nostre tende. Nell'oltrepassare il filo, mi ferì un ginocchio di una spina di ferro e iniziò ad uscire sangue. Qualcuno dei responsabili mi guardò la ferita e decise che non si poteva fare niente, che comunque non era grave, e proseguimmo. Ricordo che facemmo un giro della pista, iniziando dalla parte delle Curve di Lesmo, e che, fra tutte le cose, mi piacque percorrere la curva parabolica. Credo di avere ancora una piccola cicatrice a ricordo di quella avventura "illegale" voluta dai nostri adulti educatori.

Un giorno del primo fine settimana, mi venne a trovare mio padre, forse insieme a mio fratello. Era venuto con alcuni autobus. Mi portò fuori e, sempre utilizzando uno di questi autobus, mi portò in un convento di frati che si trovava lì vicino e dove risiedevano alcuni frati che, nel periodo 1969-1970 circa, venivano a Vigentino a gestire l'oratorio domenicale. Andammo a trovare in particolare uno di loro, che era quello con cui avevo stretto più legame e che era venuto, una volta, anche a trovarci a casa nostra in occasione di un compleanno o di un'altra ricorrenza.

Riccardo Cervelli anni 70 oratorio
Foto di gruppo di una gita in montagna con i frati che hanno gestito l'oratorio dell'Assunta fra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta

Poi cominciò la seconda settimana. In quel periodo avevo stretto un'amicizia più forte con un altro ragazzo, tranquillo e più alto di me. Credo che sul finire di tutti i pomeriggi ci recavamo anche insieme a farci la doccia. Fu a Cascina Costa Alta che ci presi gusto a fare la doccia. A casa, infatti, avevamo una vasca da bagno con un tubo doccia flessibile. Stare in piedi e farsi spruzzare l'acqua ad alta pressione dall'alto - soprattutto quando avevi cominciato a sentire che il corpo era sudato e sporco per i giochi quotidiani - era un piacere. E, comunque, non era come quando, in colonia, ci facevano delle docce così, ma camminando tutti in fila sotto diverse docce, con addetti che ci lavavano e ci asciugavano come in una catena di montaggio, e i tempi decidevano loro. Lì decidevamo noi, da una certa ora in poi, se, quando e con chi andarci a fare la doccia. Fatto sta che un giorno mi venne un po' di febbre e di prurito in tutto il corpo. Il responsabile della vacanza, un signore sportivo, elegante e professionale (mi sembra che avesse anche lavorato nel settore delle corse), decise di spostarmi nell'infermeria che si trovava nel corpo principale della Cascina. Quel mio amico con cui andavamo anche a fare le docce insieme disse che aveva già avuto la varicella e mi accompagnò alla tenda a fare il bagaglio e poi nella stanza dell'infermeria. Qui, mi avevano messo a disposizione un letto, non fatto, e delle lenzuola. Il mio amico volle assolutamente farmi il letto lui. Dopo che ci salutammo e uscì non lo vidi più. Il giorno dopo vennero mia padre e mio zio Alfredo a prendermi con la macchina dello zio. Negli anni successivi ho ripensato spesso a quel ragazzo e alla generosità dei gesti che aveva compiuto nell'ultima mezz'ora che abbiamo passato insieme.

(aggiornato il 03/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 19 - Preadolescenza, affettività e scuola

 Il 9 giugno 1971 (fonte: Tecnica della scuola.it) è finito l’anno scolastico 1970-1971. Per me dev’essersi concluso qualche giorno più tardi, perché dovevo affrontare l’esame di stato della quinta elementare, necessario per poter accedere alle scuole medie. Avevo 11 anni e mezzo. Essendo nato agli inizi di gennaio, sono sempre stato fra i più grandi delle classi che ho frequentato.

Le vacanze estive successive prevedevano ancora qualche settimana di campeggio a Cogne, Valle d’Aosta. Ancora quell’anno non avevamo l’auto e quindi dobbiamo aver affrontato lo stesso tipo di viaggio da Milano a Cogne e ritorno con l’utilizzo di pullman fino ad Aosta e poi taxi fino alla destinazione. E come sempre, qualche settimana prima della partenza, mia madre ha confezionato i colli da spedire al luogo di vacanza tramite corriere, parola che ho imparato in quelle occasioni. La tenda, spedita anch’essa per corriere, era quella a casetta blu, con delle “stanze” separate per i miei genitori, che dormivano con le mie sorelle, e una per me e mio fratello.

Quell’estate nella palazzina dove vivevano i proprietari del campeggio, e dove al piano inferiore c’era la direzione e una, era venuta a vivere, in un piccolo appartamento, una famiglia. Tra i figli c’era un ragazzo della mia età, o forse un anno di più. Presto feci amicizia con lui. Trascorrevamo molto tempo insieme e una volta ricordo che siamo andati da soli a piedi fino al paese prima di Cogne, Cretaz. Al ritorno, per fare prima, facemmo l’autostop. Nei confronti di questo bambino ho sperimentato per la prima volta un senso di colpa per un mio atto di cattiveria che mi fece vergognare di me stesso ai miei occhi. La storia è rimasta però fra noi due e quindi nessuno mi ha sgridato. Non da lui, ma da altre persone, ero venuto a sapere che nella sua famiglia una persona, in passato, aveva avuto un problema giudiziario. Al mio amico non avevo mai domandato nulla in proposito per non ferirlo. Ma un giorno che per qualche motivo, mentre ci trovavamo da soli io e lui, avevamo avuto una discussione, gli rinfacciai per offenderlo quel problema giudiziario di un suo parente. Lui si mise a piangere. Non ricordo come io reagii a questo, ma penso che poi mi perdonò e restammo amici. Da allora quell’episodio è rimasto nella mia vita come esempio di come i bambini possono diventare cattivi anche se normalmente non lo sono. Non credo di aver ripetuto più lo stesso errore che feci quella volta con nessun’altra persona: usare qualcosa di cui non ha colpa per ferirla.

Riccardo Cervelli 11 anni
Io a Cogne nell'estate 1971

Quella vacanza a Cogne è restata, nel vero senso della parola, incisa nella mia vita anche per un altro motivo. Allora io - come poi anche in seguito - ero una persona molto curiosa e accumulatrice e che non si faceva troppi problemi a violare anche qualche regola per scoprire qualcosa di nascosto e, magari, prendermi un cimelio. Un pomeriggio, io, mio padre e, forse, mia sorella di 6 anni, siamo andati a fare una passeggiata nel cosiddetto Prato di Sant’Orso, una grande distesa erbosa che si trovava al di là della strada di fronte al campeggio. In alto, nel prato, c’era una casupola per gli attrezzi con una porta di legno chiusa con un chiavistello bloccato da un lucchetto. Con il bastone da montagna, con la parte superiore a forma di piccozza, che utilizzavo quando passeggiavamo, ho deciso di forzare quel lucchetto. Questo si ruppe ma volò verso la mia bocca, spezzandomi un incisivo centrale superiore. Subito tornammo al campeggio e mia madre, quando vide quello che era successo, si mise a piangere. Non me n’ero ancora reso conto, ma quell’incisivo era un dente definitivo, non deciduo. Quando tornammo a Milano - non subito perché comunque potevo continuare la vacanza anche così - iniziò una lunga sequenza di sedute Istituto stomatologico di via della Commenda. Ma le protesi che misi in successione da quell’anno fino a quando sono diventato adulto, non sono mai venute benissimo, tanto che ho passato diversi anni con corone che stavano in posizione solo perché c’era il perno, mentre l’adesivo si consumava sempre e dovevo stare attento perché facilmente il dente si staccava. A un certo punto mi sono abituato ad avere un dente che si toglieva e rimetteva. Un fatto che però ha, anche se molto limitatamente, nuociuto alla qualità della vita. Oltre alla paura che per un nonnulla venisse via il dente, c’era anche sempre anche l’ansia di trovarmi in imbarazzo a stare, anche se per poco, senza quel dente davanti. Allo stesso tempo, però, non mi andava di far preoccupare e mettere in qualche difficoltà i miei per risolvere in modo definitivo la situazione. Ogni tanto ne parlavo, cambiavamo dentista, ma poi il problema si ripresentava e allora me lo tenevo.

Ricordo che a Cogne, probabilmente grazie al juke-box del bar oltre che alle radioline portati, sentivo spesso una canzone di Lucio Battisti che mi piaceva molto: Pensieri e Parole. Negli anni a venire, quando la sentivo, mi ricordavo di Cogne.

Tornando al 1971, al ritorno da Cogne, verso fine agosto o i primi di settembre, abbiamo trovato, fra varie cartoline, anche una lettera a me indirizzata. Me la misi via perché non avevo intenzione di aprirla davanti ad altre persone e condividerne il contenuto. Il mittente era la mia amica del cortile più grande di me e l’aveva scritta dalle vacanze. Credo di averla aperta e letta mentre stavo per uscire, con la mia bicicletta tirata fuori dal box, dai garage sotto casa mia. Ne sono quasi certo perché ho ancora viva nella memoria la sensazione di angoscia che ho provato dopo averla letta una prima volta. In quel momento mi trovavo davanti alla rampa di uscita dal box. Sono rimaste abbinate la sensazione di groppo allo stomaco e la vista della rampa. Che cosa c’era scritto nella lettera? La mia amica mi raccontava di avermi molto pensato e di aver deciso di chiedermi se volevamo metterci insieme. Diversi pensieri si sono formati nella mia mente. Mi sembrava qualcosa di peccaminoso e per il quale non ero preparato. Non mi sentivo pronto a stringere una relazione sentimentale da ragazzi o adulti. Mi chiedevo che cosa avrebbe comportato. In più la mia amica mi piaceva per l’intesa intellettuale e affettiva che avevamo, ma non l’avevo mai pensata in altri termini. Dovevo anche essermi reso conto che il suo corpo si era già un po’ sviluppato in quello di una ragazzina, e non più una bambina, mentre io mi sentivo ancora un bambino. Però mi faceva anche piacere pensare che una ragazza desiderasse stare con me anche se ero più piccolo. Però non ricordo come andò a finire. Non ho memoria di averne discusso con lei. Può anche essere che, la prima volta che ci siamo rivisti feci finta di nulla, così come che, invece, le abbia detto che non me la sentivo di legarmi. Tutto, comunque, si risolse subito e continuammo a restare ottimi amici.

Forse ho comunque pensato al fatto che da quel momento avevamo qualcosa in più in comune: frequentare entrambi scuole successive alle elementari. Non ricordo se lei si accingesse a concludere le medie o a iniziare le prima superiore. Molto probabilmente, dati i tre anni di scarto fra noi, doveva essere vera la seconda ipotesi. Il che, forse, mi faceva sentire contemporaneamente più lusingato ma anche più perplesso per la proposta che alla mia amica doveva essere nata dal cuore e da una lunga meditazione.

Riccardo Cervelli 11 anni
Sempre io a 11 anni a Cogne

In quell'anno scolastico 1971-1972 mio fratello si accingeva a frequentare la quinta elementare e mia sorella Annarita la prima elementare. Entrambi andavano alla vicina scuola Wolf Ferrari. Per me, invece, iniziava un lungo periodo, durato praticamente fino all'università, di viaggi con i mezzi pubblici per raggiungere i miei luoghi di studio. 

In quel periodo non c’era ancora una scuola media nel quartiere Fatima. Le possibilità erano due: andare a quella situata in Via dei Fontanili, in quello che per noi era il quartiere Chiaradia, nato prima del nostro, e che si trovava nella parte Nord della zona Vigentino, più verso il centro città; oppure andare, prendendo il tram, nelle scuole che si trovano in zona Porta Romano. I miei genitori e quelli degli altri bambini della nostra compagnia scelsero questa seconda opzione. E così venimmo quasi tutti iscritti alla Scuola Media Luigi Majno - se maschi - o alla Scuola Media Arconati, se femmine. Le due scuole si trovavano entrambe in via Commenda e nello stesso complesso dove si trovava anche il liceo classico Berchet. Per raggiungere queste scuole, da Vigentino dovevamo prendere il tram 24, scendere alla Crocetta e percorrere a piedi un pezzo di via Lamarmora fino all’incrocio con via Commenda. Il viaggio da casa a scuola richiedeva circa tre quarti d’ora. Per quanto mi riguarda, poiché già utilizzavo da qualche anno il tram per andare a scherma in via Cerva, prendere da solo questo mezzo non era una novità. Oggi qualcuno potrebbe avere da ridire sul fatto che bambini di 8-10 anni viaggiassero da soli sui mezzi pubblici per percorrenze di non poco conto. Ma, al di là che in quegli anni c’era maggiore fiducia da parte dei genitori nei confronti della società, oggi penso che un motivo in più per non preoccuparsi era il fatto che, sui tram, gli autobus e i filobus, oltre a molti passeggeri adulti non c’era solo un altro adulto, ovvero il guidatore: c’era anche il bigliettaio. Questo si trovava in fondo al mezzo, dove c’era la salita, e alla fine, oltre a vendere i biglietti, poteva controllare che cosa avveniva sulla vettura ed eventualmente intervenire in caso di problemi. Ho appena letto che la figura del bigliettaio, sui mezzi Atm, è stata mandata in pensione il 3 marzo 1974, mentre io stavo finendo la terza media.

Per tornare alla scuola, per raggiungerla, una volta percorso a piedi l’equivalente di una fermata di tram 23 in via Lamarmora, arrivati all’incrocio con via Commenda si girava a destra. Poche decine di metri dopo c’era il portone della Arconati, dove entravano le ragazzine, e poi quello della Majno, dove ci infilavamo noi ragazzi. Ancora più avanti c’era l’ingresso, un po’ più imponente, del Berchet. La Majno e il Berchet erano collegati internamente da un cortile comune. Fino al 1940, anno in cui fu creata la scuola media Majno, tutto l’edificio era occupato Berchet, che comprendeva dal ginnasio fino al liceo classico.

La classe prima in cui mi trovai era, come lo erano allora tutte le classi di ogni grado, numerosa e, ovviamente, composta tutta da maschi. Poiché si trovava praticamente in centro, i miei compagni di classe provenivano in parte dalla mia zona e uno addirittura da Locate Triulzi (dopo Vigentino e anche dopo Opera) e in parte dalle zone di Porta Romana e Porta Vigentina. C’era anche un buon assortimento di classi sociali, che però si potevano notare solo guardando alcuni capi di vestiario o andando a trovare i compagni a casa dopo la scuola. In classe eravamo tutti uguali; a fare la differenza erano la voglia di studiare e il carattere. La mia classe era abbastanza indisciplinata, ma avevamo anche delle professoresse con alcuni anni di esperienza sulle spalle che si sapevano fare rispettare e seguire, soprattutto quelle di Lettere (professoressa Seletti), Matematica e Scienze (professoressa Formenti) e Inglese (professoressa Lolli). Allora non era prevista la seconda lingua, ma in compenso si studiava il latino (abolito nel 1978 in questo grado). Personalmente, le materie che mi piacevano di più - e in cui avevo anche un buon rendimento - erano italiano, latino, scienze, educazione artistica, applicazioni tecniche e musica. 

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 18 - Jeunes filles en fleur

 Autobiografia - Cap. 18 - Jeunes filles en fleurDopo il ritorno da Cogne, prima vacanza in campeggio dal 1964, nell’autunno 1970 ho iniziato la classe quinta nella nuova scuola elementare del quartiere Vigentino, cioè quella intitolata al compositore italiano Ermanno Wolf-Ferrari, situata nell’omonima via. Colgo l’occasione per segnalare che diverse vie su cui stati edificati i nuovi condomini della zona Vigentino nella seconda metà degli anni Sessanta (dando vita al quartiere Fatima), sono stati intitolati a compositori. Lo stesso vale per la strada dove abitavo (via Pick Mangiagalli) e quella più lunga subito attaccata (via Chopin).

Si è compiuto così il “tradimento” della scuola elementare di via Noto, e per me il passaggio a una terza diversa scuola elementare, dopo quella di via Scrosati (zona Lorenteggio) e via Noto (vecchio Vigentino). Del resto, per i miei genitori si è trattato di una scelta razionale, perché per arrivare da casa alla scuola Wolf Ferrari erano sufficienti cinque minuti e l’attraversamento di una sola strada. Per di più l’uscita della scuola era anche visibile dal balcone davanti del nostro appartamento.


scuole Wolf Ferrari primi anni 70
Foto scattata da mio nonno da una finestra di casa sua. In primo piano l'asilo e dietro la scuola elementare di via Wolf Ferrari. Più dietro ancora la chieda Madonna di Fatima. A sinistra la fila di case davanti condominio in cui vivevo (la via interna è via Pick Mangiagalli)

Il mio migliore amico, abitante nel mio condominio e compagno di classe in via Noto, è rimasto nella vecchia scuola a concludere il ciclo scolastico. In ogni caso ci vedevamo lo stesso tutti i pomeriggi e i week-end. Un altro nostro amico, coetaneo e condomino, che in via Noto era nella nostra stessa classe, ha cambiato anche lui e me lo sono ritrovato in classe. Per la prima volta mi sono ritrovato come compagno di classe un altro nostro amico, coetaneo e condomino che, alla scuola di via Noto, era con una maestra diversa. Un’altra novità seguita al cambiamento di scuola è che per la prima (e resterà l’unica) volta ci siamo ritrovati un maestro: il mitico maestro Rezzaghi, che già in via Noto insegnava soprattutto in classi quarte e quinte. Credo di aver provato un po’ di orgoglio, quindi, ad avere il maestro Rezzaghi, perché, dato che lo avevamo sempre visto insegnare nelle classi degli ultimi anni, essere suoi alunni mi faceva già sentire un po’ più grande. Giusto come ci si doveva sentire a meno un anno dalle scuole medie.

Nella nuova classe, quindi, ci siamo trovati rimescolati con altri bambini provenienti dalla scuola di via Noto (e forse non solo), che però stavano in classi diverse. Non è stata una novità, invece, quella di ritrovarci comunque tutti in una classe maschile. Per noi che in via Noto avevamo avuto come maestra la signora Maria Gidino, che soffriva di una claudicanza, è stata anche la prima volta (esclusa la prima elementare, per chi come me l’aveva fatta in un altro quartiere) che andavamo in palestra nell’ora di educazione fisica. A farci fare gli esercizi era sempre il maestro Rezzaghi. Ricordo ancora noi con la casacca nera che iniziavamo a scaldarci correndo in circolo lungo i muri della palestra e poi ci impegnavamo con salti del cavallo (cavallina) da ginnastica, sulle spalliere o ad arrampicarsi su funi e pertiche. Sicuramente non ero uno dei più bravi in queste cose, nonostante frequentassi i corsi di scherma in via Cerva.

Il maestro Rezzaghi non era giovanissimo; direi che poteva avere sui cinquant’anni. Mi sembra che fosse competente e stimolante nell’insegnare le materie e sapeva come essere spiritoso o severo, con ironia. Ogni tanto faceva la rivista unghie. Ognuno esponeva le mani e controllava la loro igiene. Quando lo faceva teneva in mano un piccolo righello. Una volta che mi ha trovato con le unghie sporche, mi ha detto: “E queste sarebbero le mani di un pianista?”, e poi mi ha battuto leggerissimamente le dita con il righello.

Del maestro Rezzaghi mi è rimasta impressa anche un'altra situazione. Un giorno richiamò la nostra attenzione e ci disse che a scuola era arrivata la comunicazione circa la possibilità di partecipare a un provino per accedere a una scuola di danza. Nel dircelo ci guardava con uno sguardo che dimostrava già l'attesa di un accoglienza ilare della proposta. Come infatti fu. Ricordo che ci disse: "Guardate che la danza non è una solo per le femmine". Ma non insistette a farci considerare seriamente l'opportunità di partecipare al provino. 

In quell’epoca, la compagnia dei bambini del cortile e della via Pick Mangiagalli iniziava un po’ a cambiare. In cortile non andavamo più perché ormai lo avevamo lasciato ai bambini più piccoli. Noi della terza infanzia e preadolescenza preferivamo la strada o il campetto, situato sul limitare nord del condominio e praticamente di fronte alla scuola elementare. Questo era stato anche ripianato, ripulito dalle erbacce e circondato da una rete. Lì ci giocavamo a pallone o stavamo seduti alla base della grandissima e vecchia pianta. Quando giocavamo a calcio, io stavo sempre in difesa, perché non amavo tanto questo sport, non mi ci impegnavo, ed ero quindi anche un po’ impacciato. Come ho già scritto in altri capitoli, ero più di tutto interessato di elettronica e di chimica, biologia, minerali etc. Prima della vacanza estiva in campeggio a Cogne, i miei nonni materni erano andati a passare qualche settimana ad Alassio e si erano portati dietro mia sorella Annarita, di 5 anni. Io avevo chiesto a lei di portarmi dal mare una boccetta con dell’acqua marina e un sacchetto di sabbia. L’unica volta che ero stato al mare era stato tre anni prima in colonia e non sapevo ancora quando ci sarei tornato. Volevo l’acqua e la sabbia per analizzarli con il microscopio che avevo avuto in regalo in qualche recente occasione.

La mia classe di quinta elementare. In piedi a destra il maestro Rezzaghi. Ho visto anche foto di classe con lui, in cui si trovava nella stessa posizione e con lo sguardo sempre nella stessa direzione. 


Più del pallone amavo la bicicletta, che adesso era un bici da cross Legnano verde con tre marce. La maggior parte dei miei amici aveva la stessa marca di bici da cross senza marce, ma forse più adatta a saltare e compiere evoluzioni. La mia Legnano era adatta agli sterrati, (grazie ai pneumatici larghi e con il grip), e ad affrontare qualche ostacolo o dislivello, ma per via delle marce era più ideale per compiere percorsi lunghi, per il quartiere o per le stradine di campagna. Due miei nuovi compagni di classe abitavano in due diverse cascine: una a Macconago - dove c’era anche un piccolo plesso scolastico che, ai tempi in cui andavo a scuola in via Noto, era ancora funzionante; e spesso per intimorirci le maestre ci dicevano che ci avrebbero mandati lì - e una nella frazione Selvanesco. Con la bici ogni tanto andavo a trovarli dove abitavano e mi piaceva fare un giro dentro le cascine, che mi affascinavano. Spesso, all’inizio del pomeriggio, in attesa di riunirmi con gli altri amici, invece imboccavo la via dell’Assunta, nella parte in cui si immetteva fra i campi, passando a fianco di un cimitero in disuso (in cui spesso entravamo di nascosto a curiosare fra le tombe e le cappelle) e mi recavo fino a una stradina sterrata che si immetteva fra i prati. La stradina si trovava sotto un filare di alberi. Stavo lì un po’ e poi tornavo in quartiere.

La bici da cross, con il suo lungo sedile imbottito, era anche un mezzo che mi permetteva di dare un passaggio ad altri bambini. Fra questi anche bambine, che continuavano ad attrarmi sempre di più, anche se non avevo obiettivi di tipo sessuale. Probabilmente, il fatto di non avere avuto fratelli più grandi e frequentato i loro amici, fino a quel momento mi aveva lasciato piuttosto all’oscuro in materia di conquiste e di avventure erotiche. E non sapevo nemmeno più di tanto i nomi “volgari” delle parti “private” delle persone. Il pene era il “pistolino”, ai genitali femminili non abbinavo forse ancora nessun nome ma solo un’immagine vista finora pochissime volte. E comunque mai di una femmina sviluppata. 

Riccardo Cervelli 10 anni
Io a dieci anni e mezzo


Più o meno in quel periodo, un pomeriggio, mio padre mi chiamò e mi condusse nella camera da letto sua e di mia madre. Chiuse la porta e mi disse che mi doveva spiegare qualcosa. Mi chiese se sapevo come nascevano i bambini. Io dissi di no e lui mi spiegò, mimando le azioni fra noi due, completamente vestiti, che l’uomo e la donna si mettevano uno di fronte all'altra, appoggiavano i loro corpi uno contro l’altro e compivano il “coito”. Non parlò esplicitamente di organi sessuali e di penetrazione. E non disse neanche che quell’atto veniva compiuto - almeno nella maggior parte dei casi - da sdraiati e non in piedi. Ora, non ricordo più se di queste cose ero già venuto a conoscenza di altri coetanei. Forse fino a quel momento non mi ero nemmeno interessato più di tanto a come avvenisse il concepimento dei bambini. Fatto sta che compresi vagamente quello che mio padre voleva farmi intendere e non posi nessuna domanda di approfondimento. Il tutto durò pochi minuti e poi ognuno tornò ai fatti suoi ed io non pensai più di tanto all’episodio.

Però, come dicevo, qualche sensazione nuova iniziavo a provarla nei confronti di alcune bambine. Quando ho letto il romanzo A l'ombre des jeunes filles en fleurs di Marcel Proust mi sono ritrovato spesso in alcune situazioni e identificato con il ragazzino Marce.. Con alcune ragazzine iniziavo ad avere colloqui esclusivi e che potevano durare anche a lungo. Con la ragazzina di tre anni più grande di me parlavo molto di tanti argomenti come l’amicizia o gli interessi personali. Trovavamo molto affinità fra noi. Non so come, ma un certo momento conobbi una ragazzina che viveva in fondo a via Chopin e di cui non ricordo né il nome né per quanto tempo abbia vissuto lì, perché a un certo punto ne persi le tracce. Poteva avere la mia età o uno o due anni meno. Era alta quasi come me, era longilinea, aveva la carnagione scura, tanto che pensavo che fosse sempre abbronzata o che, dopo l’estate, le rimanesse l’abbronzatura a lungo. Probabilmente aveva origini meridionali. Aveva i capelli abbastanza corti ed era estroversa. Non ci frequentavamo, però ricordo che qualche volta l’ho accompagnata con la bici da scuola a casa sua. Sentirla seduta dietro di me, con il suo busto appoggiato alla mia schiena, e con la sua testa vicina alla mia per parlarmi, mi fece venire per la prima volta quella bellissima sensazione che si chiama “avere le farfalle nello stomaco”. 

Non so se ispirato da questa conoscenza, ma forse risale a quel periodo l’idea di scrivere un racconto in cui c’erano due bambini, un maschio e una femmina, che con la bicicletta di lui andavano a prestare soccorso a qualche altro bambino che era stato male o aveva avuto un infortunio, come se fossero due paramedici. Nell’epoca in cui scrissi questo abbozzo di romanzetto, ogni tanto venivano a trovarci i miei zii materni Miro Cusumano e Paola Errichelli, giornalista, critica teatrale, appassionata di letteratura, e figlia del giornalista Corrado Maria Errichelli. Con lei parlavo molto e mi faceva sempre molte domande. Quando le dissi che avevo scritto un racconto, mi chieste di prestarglielo perché voleva leggerlo. Poi, per non so quali motivi, deve essersi dimenticata di restituirmelo. 

Ma, come dicevo, sebbene l’erotismo non fosse poi così una faccenda estranea a me, nel senso che come la maggior parte dei bambini lo praticavo da solo, la mia idea di erotismo non comprendeva la possibilità di praticarlo con una ragazza. Non avevo ancora questo tipo di fantasie. Le bambine, o ragazzine, mi piacevano se i loro visi e altre caratteristiche fisiche e psicologiche mi facevano provare belle sensazioni, in alcuni casi estetiche e intellettuali, in altre solo estetiche o solo intellettuali. Ricordo sempre con dolcezza un episodio con una ragazzina coetanea o di un anno più piccola che, dopo qualche anno che già noi abitavamo in via Pick Mangiagalli, era venuta ad abitare nel nostro condominio. Era anche lei abbastanza alta e snella, con un viso molto carino e un carattere affabile. Un pomeriggio eravamo giù nella strada privata con i pattini a rotelle, quelli che oggi si chiamano “quad” per distinguerli da quelli “inline”. Percorremmo da soli, io e lei, più volte avanti e indietro la via parlando di argomenti che non ricordo, ma sicuramente del tipo che possono interessare dei preadolescenti. Da parte mia c’era certamente, lo ricordo, un po’ di attrazione nei suoi confronti, da parte sua non lo so, e probabilmente no. Però mi restò impresso questo momento condiviso in modo esclusivo fra noi, piacevole per lo meno sul piano dell’affettività.

(puntata aggiornata il 02/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 17 - Piano, oratorio, campeggio

 Eccoci al 1970. Il 10 gennaio di quell’anno ho compiuto 10 anni. Sono iniziati gli anni a doppia cifra. In quel periodo stavo frequentando la quarta classe alla scuola elementare di via Noto, Milano, sempre con la maestra Maria Gidino. Sempre classe maschile, quasi quaranta bambini, metà lombardi e metà immigrati dal Meridione, tutti con il grembiule o, più verosimilmente, la casacca nera, che non richiedeva il colletto bianco. A scuola non sono più in difficoltà come lo ero stato in seconda, a causa della provenienza da un’altra scuola di un altro quartiere di Milano, con conseguenti difficoltà ad adattarmi a tanti cambiamenti. A partire dalla terza, al contrario, ero diventato uno fra quelli considerati più bravi. Continuavo a essere, comunque, estroverso e vivace. Alcuni anni più tardi, in una lettera che ancora conservo, la maestra Gidino mi ha scritto che con le mie “arguzie facevo ridere tutta la classe”. E quando, negli anni delle superiori, ogni tanto andavo a trovarla in classe con il mio migliore amico, lei faceva mettere sull’attenti i bambini e ci presentava come “due dei miei migliori alunni”.

In quel periodo, oltre a frequentare con mio fratello un corso di scherma (fioretto) alla palestra di via Cerva, ho iniziato anche a prendere lezioni di pianoforte da una signora che abitava nel nostro condominio, il cui marito suonava i timpani in un’orchestra importante e che aveva due figli più grandi di me. Devo dire che sicuramente ero portato per suonare e in generale per lo studio della musica, ma ero anche attirato dalla vita libera che noi bambini di quel quartiere di periferia-campagna e di quel periodo storico, potevamo avere finita la scuola e il pranzo. Così, fra compiti, scherma e pianoforte, mi sentivo probabilmente un po’ sovraccarico e non vedevo l’ora di ritrovarmi con gli amici in strada o al campetto incolto attiguo al condominio. E da lì partire per esplorazioni nei boschetti, nei campi o nelle case abbandonate della zona. Oppure scendere con il mio amico coetaneo e compagno di classe, e magari il piccolino che mi dava una mano negli esperimenti, nella cantina che la mamma di un altro nostro amico ci aveva prestato per tenere televisori, radio e altre tecnologie elettroniche in disuso da smontare. O per costruire, secondo un mio progetto dell’epoca post sbarco sulla sulla, un razzo e delle tute spaziali. Per tornare al pianoforte, spesso arrivavo a lezione senza aver fatto gli esercizi di pratica (a casa era arrivato il piano che in passato stava a casa dei miei nonni materni) e di teoria (leggi solfeggio). Per fortuna la maestra di piano si limitava a rimproverarmi un poco e poi, pazientemente, cercavamo di andare avanti. Alla fine della lezione, provavamo sempre un brano un po’ difficile da suonare come saggio finale per i miei genitori.

Per restare al tema spaziale, non ricordo se per il carnevale di quell’anno, o addirittura per quello del 1969, alla festa organizzata in classe mi ero presentato mascherato da astronauta, con una tuta di plastica che, nel giro di pochi minuti, mi aveva fatto sudare tutto. Il casco, poi, sono riuscito a tenerlo su poco. Però ho l’impressione che mi ero molto divertito.

Ma oltre alla scuola e al condominio, fra il 1969 e il 1970 un altro luogo diventò un punto di riferimento fisso della mia vita: l’oratorio parrocchiale nel fine settimana, forse solo la domenica pomeriggio.

Vale la pena dedicare un po’ di spazio alla descrizione del posto. Iniziamo dalla chiesa di S. Maria Assunta, alla quale l’oratorio era annesso. Da quanto risulta prima di tutto da una lapide sulla facciata della chiesa (monumento nazionale) e da una delle fonti che sto utilizzando (“La nostra storia”, a cura della Commissione Cultura della Parrocchia Madonna di Fatima- Milano, documento pubblicato in occasione del cinquantenario dell’inaugurazione della chiesa Madonna di Fatima nel 2012), la chiesa S. Maria Assunta fu edificata nel XVI secondo, in un luogo dove c’era già stata una chiesetta costruita nel XII secolo. La chiesa dell’Assunta subì importanti interventi decorativi e di ampliamento sia nel secolo XVII che in quello XIX. Fino all’inaugurazione della nuova chiesa di Fatima nel 1962, l’Assunta fu la chiesa parrocchiale del Vigentino, che fino al 1923 era un comune in provincia di Milano.

La chiesa dell’Assunta si trovava, e si trova tutt’ora, sull’omonima piazzetta nella parte centro-Nord del quartiere Vigentino. Fino alla grande espansione del quartiere, iniziata nella prima metà del secolo scorso con la costruzione di case e condomini in cui ospitare una quota della popolazione milanese accresciuta con l’immigrazione dal Sud Italia, il Vigentino a Sud e a Ovest della chiesa dell’Assunta era costituito dalla parte finale della via Ripamonti, dove c’erano il capolinea del tram 24 e vecchie case con altrettanto storici negozi, e per il resto da cascine. 


cantiere via Assunta Milano anni '70
Foto scattata da mio nonno dal balcone che dava sulla via dell'Assunta. Esempio di costruzione di nuovi condominii. Dove si vede il cantiere c'era una cascina in cui viveva un nostro compagno delle elementari

Quando la mia famiglia si trasferì a Vigentino nel 1967, e già la chiesa più frequentata era quella moderna dedicata alla Madonna di Fatima (rispetto alla quale il nostro condominio si trovava dietro alla parte posteriore) il complesso della chiesa dell’Assunta, visto dalla piazza omonima era così. Al centro la facciata da cui si accedeva alla navata principale. A destra, si vedeva una costruzione realizzata che conteneva una nuova navata della chiesa, a cui si poteva teoricamente (in realtà non ho mai visto aperto quel portone) dall’esterno. Oggi so che questa navata era stata creata nei primi decenni del Novecento come “chiesa degli uomini” (una volta gli uomini e le donne sedevano in posti separati nelle chiese). Incastonata fra questa navata e il corpo principale e antico della chiesa, sulla destra della facciata principale c’era una casetta con giardino in cui viveva un sacerdote della parrocchia. Alla sinistra della facciata, invece, c’era il cancello dell’oratorio, dietro al quale c’era un cortile lastricato. In fondo al cortile, sulla destra, si trovava una porta che dava accesso direttamente alla chiesa passando sotto il campanile (infatti in quel punto scendevano dal soffitto delle corde per suonare le campane; sempre grande tentazione per noi bambini). Sempre in fondo al cortile, sulla sinistra, c’era invece un’altra porta, da cui si accedeva nel salone dell’oratorio. Invece, se una volta superata la cancellata si girava subito a sinistra, si accedeva a un piccolo vialetto porticato, sul quale si affacciavano dei locali diroccati: era un vecchio asilo delle suore appartenenti all'Ordine della "Congregazione della Divina Provvidenza" di Don Guanella, chiuso nel 1968. Ricordo ancora che per terra, in questi locali, si trovavano vecchi libretti e santini, di cui alcuni raffiguravano Don Guanella. Di fronte all’ex asilo c’era un giardinetto che lo collegava a una vecchia casa rettangolare, a cui si poteva accedere anche da un cancelletto sulla parte sinistra della piazza. Questa, mi fu spiegato, era la casa del parroco Emilio Penatti. Quando riuscii per la prima volta ad accedere a questa costruzione, era diventata disabitata in quanto in quel periodo il parroco era misteriosamente “sparito” dopo che era esploso uno scandalo circa l’utilizzo dei soldi che erano stati necessari per costruire la chiesa di Fatima (ricordo che della vicenda si occuparono anche i giornale, fra cui il settimanale ABC, che ebbi l’occasione di leggere).

Il cuore dell’oratorio era il lungo salone, al termine del quale (lato Est) c’era il palco per il teatrino e lo schermo su cui venivano proiettati dei film. Sulla destra del salone, alcune porte davano accesso a tre stanze, la prima della quali, con le finestre sul cortile, era quella dove delle signore molto gentili e sorridenti, allestivano dei tavolini pieni di dolciumi venduti a prezzo molto basso (caramelle, gomme da masticare, liquirizie etc.). All’inizio delle attività della domenica pomeriggio, un sacerdote della parrocchia incaricato di gestire l’oratorio, Don Francesco Colombini, ci portava, attraverso il passaggio sotto il campanile, nei primi banchi davanti a sinistra della navata della chiesa S. Maria Assunta a recitare delle preghiere. Mi sembra di ricordare che non tutti i bambini - maschi e femmine insieme (almeno questa istituzione, l’oratorio, nel nostro caso era mista) - si comportavano bene in quel momento. Alcuni stavano attenti e pregavano e altri chiacchieravano a bassa voce o facevano degli scherzi. Don Francesco non era allora un prete giovane, anzi era abbastanza avanti negli anni e dall’aspetto severo: magro, alto, con il viso quasi sempre serio. Mi sono sempre chiesto come mai fosse stato scelto lui: forse perché, nonostante le apparenze (almeno a me) amava i bambini ed era in grado di occuparsi della loro catechesi ed educazione; forse perché aveva il polso necessario a gestire una mandria di bambini scalmanati. Se la memoria non mi ha fatto scherzi fin dagli anni successivi, mi ricordo che un pomeriggio, nel cortile, si arrabbiò così tanto con uno o più bambini, dal minacciare di picchiarlo o picchiarli con la cintura dei pantaloni. Mi sembra anche che se la fosse sfilata. Allora, però, non era raro che gli adulti incaricati di curare ed educare i bambini (come dimostra la storia del direttore della colonia dove ero stato a Cesenatico nel 1967), arrivassero a urlare e ad usare dei mezzi correttivi fisici, ovviamente con molti limiti. Eventi che oggi farebbero insorgere molti genitori e portarli addirittura a sporgere delle denunce.

Il fatto che l’oratorio fosse misto per me è stato molto importante, perché ero abituato a passare molte ore in una classe elementare maschile e le poche bambine che conoscevo - a parte le mie sorelle molto più piccole di me - erano le coetanee (anno più o meno) del cortile. Che ormai conoscevo a menadito ed erano sempre le stesse. All’oratorio, invece, ho potuto conoscere altre femmine più grandi e più piccole che abitavano in altri condominii oppure nelle case vecchie - e probabilmente anche cascine - del Vigentino. Molte erano figlie di immigrati dal Meridione e notavo, in alcune, caratteri somatici spiccatamente mediterranei, che mi affascinavano, soprattutto se le bambine erano già ragazzine o quasi. Non so per quale motivo, ma ce n’era di due o tre anni più grande di me, che credo abitasse dall’altro lato della via Ripamonti in una casa di quelle preesistenti all’espansione del quartiere. Era più alta di me, snella, con i capelli lisci, neri, a metà lunghezza, con il colorito della pelle del viso sull’olivastro (non roseo insomma). Era tranquilla ma anche loquace. Non so perché ma quando la pensavo mi veniva in mente la parola “gelato”. Era per me la bambina “con la faccia da gelato”, anche se non esisteva alcun nesso fisiognomico tra un gelato e il suo volto. 

Non so se fu lei, o una sua amica, che durante i due tempi di una proiezione di un film, trovandosi seduta vicino a me, iniziò ad abbracciarmi, a accarezzarmi, a sussurrarmi frasi, e a baciarmi sul viso, e lo fece per tutto il tempo in cui le luci erano spente. Nessun contatto sessuale, sia chiaro (o almeno non ricordo), ma molta frenetica e per me inspiegabile espansività e possessività. Devo dire che io, in famiglia, non ero affatto abituato a ricevere quel tipo di gesti affettuosi. Io, dopo poco, smisi di apprezzare quegli abbracci, sussurri continui nell’orecchio (che non mi permettevano di seguire il film), baci, ma non avevo il coraggio o la forza o il desiderio di sottrarmi. Ero diventato una bambola di proprietà di quella bambina o ragazzina. Di solito, quando finivano i film, iniziavano a scorrere i titoli di coda e si accendevano le luci al neon del salone, noi bambini ci alzavamo urlando e ci buttavamo a spingerci e farci cadere nello spazio fra le panche e il palco del teatrino. Quella volta, invece, quando il film finì e la mia “amante” mi lasciò andare, mi sentii stordito e confuso. E anche sollevato dalla fine di quell’esperienza. Ricordo che per un po’ di tempo, anche durante la settimana quando mi trovavo per le strade del quartiere, avevo il timore di rivedere quella bambina.

Agli inizi dell’estate 1970 ho finito di frequentare la scuola elementare di via Noto, poiché, quell’anno, hanno finito di costruire la scuola elementare di via Wolf Ferrari, a neanche duecento metri da casa mia. 

Riccardo Cervelli 1970 Cogne
Io a Cogne nell'estate 1970 a 10 anni e mezzo

L’estate 1970 è stata la prima, dopo alcuni anni, in cui non siamo più andati in vacanza a Legri, in Toscana. I miei nonni avevano venduto la casa. Così ci siamo organizzati per andare a passare l’estate a Cogne, in Valle d’Aosta. Dal momento che ancora non avevamo acquistato una macchina e nostro padre non aveva la patente, la tenda e le valigie con i vestiti e gli altri suppellettili necessari sono stati spediti al campeggio con un corriere. Qualche giorno dopo noi siamo arrivati ad Aosta in pullman. Credo che abbiamo preso un pullman dell’Autostradale a Milano, poi abbiamo cambiato autobus in un’altra città, forse Santhià. Ad Aosta siamo saliti tutti su un auto a noleggio con conducente (non mi sembrava che fosse un taxi), un grande Mercedes beige guidata da un signore di mezza età molto gentile e discreto. Quindi siamo arrivati al camping, dove abbiamo montato una tenda a casetta blu, che forse era la stessa che avevano utilizzato nel 1964 a La Salle. 

Ricordo che di notte, anche se eravamo in piena estate, faceva molto freddo e bisognava andare a letto nei sacchi a pelo molto coperti, mi sembra addirittura con un cappello di lana. A Cogne e nei dintorni c’erano molto possibilità di escursioni. Spesso andavamo alle cascate di Lillaz, o a piedi fino a Valnontey, da dove si vedeva un panorama mozzafiato del Gran Paradiso. Il proprietario del campeggio e del bar aveva un camion. Qualche volta prendeva su me e mio fratello, ci faceva sedere nel posto del passeggero e ci portava avanti e indietro in qualche paese vicino. Era un camion rumoroso, con il cambio manuale, e non c’erano le cinture di sicurezza.

La prima estate a Cogne ho familiarizzato con gli altri bambini del campeggio, ma non mi ricordo di uno in particolare con cui avessi fatto amicizia, a differenza del secondo anno. Nella tenda a fianco alla nostra c’era una famiglia di torinesi: padre, madre e due maschietti dell’età mia e di mio fratello. Con loro spesso andavamo nella tenda di un ‘altra famiglia - credo anch’essa torinese - che aveva una figlia di circa 13 anni. Con lei avevano fatto amicizia degli altri ragazzi un po’ più grandi di lei, che una volta l’avevano portata a ballare. Ricordo che il giorno dopo, mentre ci trovavamo dentro la tenda, sentii un paio di loro parlare alla ragazza dell’esperienza del ballo e fare delle allusioni alle sue parti intime. Forse ci stavano, o continuavano, a “provarci”, ma inutilmente. Fu la prima volta che sentii una certa parola. Qualche giorno più tardi, seppi che, a causa forse di uno scherzo che uno dei due bambini della tenda vicino alla nostra, aveva fatto alla ragazza più grande di noi, scoppiò una lite fra le due famiglie. Sentii dire che il padre dei due bambini aveva fatto allusione al possesso di una pistola. Forse era un poliziotto in vacanza. Fatto sta che, forse soprattutto per questo fatto, il proprietario del campeggio mandò via questa famiglia e mia madre ci disse di essere dispiaciuta per il fatto che, a causa di un incidente che forse era sfuggito di mano, ci dovessero andare di mezzo i bambini, o la famiglia intera. 

Fu quella una delle prime volte, insieme quella in cui avevo assistito, per qualche minuto, a una rissa fra due uomini (che si rotolavano avvinghiati sull’asfalto in una cittadina di provincia), che mi resi conto che gli adulti potevano farsi del male a vicenda per motivi futili. Un’altra esperienza negativa che ebbi durante quella vacanza fu un incidente stradale davanti al campeggio. Il camping, come ho detto aveva un bar, dove c’era anche un juke box dal quale, fra parentesi, sentii per la prima volta canzoni di Lucio Battisti, che per me sono rimaste associate alle due estati di vacanza a Cogne. In quel bar veniva sempre un signore che alla fine della giornata ne usciva completamente ubriaco. Un pomeriggio, mentre mi trovavo con alcuni bambini nel prato del campeggio all’altezza della strada e del bar, sentii lo stridore di una lunga frenata. Andai verso l’ingresso del campeggio e vidi che alcuni uomini sostenevano il signore ubriaco, che era stato investito da un auto. Subito un ragazzo grande allontanò noi bambini dalla scena. Poi seppi che il ferito era stato subito trasportato con una macchina all’infermeria della miniera di ferro che si trovava sopra Cogno, ma che poi era morto.

Ho citato la miniera. In effetti, una delle cose che mi piacevano di Cogne erano i punti in cui venivano scaricati i detriti degli scavi della miniera. Rovistando fra le pietre, infatti, riuscivo sempre a trovarne alcune con dei cristalli di pirite, che sembravano (ma sapevo che non era così) oro. Salendo a piedi sopra Cogne, nelle vicinanze della miniera, inoltre, era possibile trovare delle stelle alpine. Sapevo già che erano fiori rari e che andavano lasciati lì. Nonostante ciò ne prendevo una o due da portare a Milano come ricordo.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

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