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Autobiografia da adulto - Cap. 9 - Responsabilità

 Come forse ho già scritto, molti fatti avvenuti nella mia vita fra il 1981 e il 1983 ( e inizi 1984), non sono più facilmente databili, nella mia memoria, a un anno preciso di questo triennio. Continuerò, quindi, a raccontarli senza pretendere esattezza cronologica. Già ho parlato della visita in Italia del presidente della Soka Gakkai Internazionale, Daisaku Ikeda, che mi ha visto coinvolto h24 per qualche giorno (ed è stata una bella, profonda, indimenticabile esperienza), del secondo rapporto sessuale della mia vita e di altre prime esperienze erotiche con l’altro sesso, del viaggio in Scozia, e del processo che ho subito (per fatti del 1978) e dal quale sono uscito assolto “con formula piena” per non aver commesso il fatto (o almeno non ricordarlo con esattezza).

Dal punto di vista della pratica buddhista, in questo periodo di tempo che precede la partenza, nel febbraio 1984, per il servizio militare, oltre alla già citata visita del presidente Ikeda, ricordo come fatti più rilevanti il successo nella conversione - almeno per un certo periodo di tempo - di alcuni giovani e l’assunzione prima della responsabilità di un gruppo e, quindi, di quella di settore. 

La seconda, seguita a circa poco più di un anno dalla prima (tra il 1982 e il 1983), mi portò, dopo pochi mesi, a prendere drastiche decisioni circa il mio modo di trascorrere il tempo libero, di sera e nei fine settimana, abbandonando alcuni passatempi derivati dal passato e la frequenza di alcuni amici del quartiere - per la correttezza molto “in gamba” - con cui avevo ripreso ad uscire dopo qualche anno (erano quelli con cui avevo stretto rapporti per un certo periodo nel 1978). Questa mia decisione improvvisa e perentoria, durò in realtà per alcuni mesi: un giorno rividi uno di questi amici, che mi chiese il motivo per cui avevo da un giorno all’altro rotto i rapporti, e dopo che glielo spiegai, mi rimproverò dicendo che avrei potuto risolvere i problemi anche continuando a vederci e che mi ero comportato male. Dovetti ammetterlo e credo che mi scusai. 

Da allora ripresi a frequentarli pur continuando a impegnarmi il più possibile nella mia responsabilità all’interno dell’organizzazione buddhista. Che condividevo con un viceresponsabile - che però non era sempre disponibile come me - e una responsabile giovane donna, con la quale mi sentivo tutti i giorni e con la quale riuscimmo a creare un settore molto grande, con gruppi sparsi su Milano (e uno a Bolzano), e che totalizzava oltre il centinaio di presenze alle riunioni di discussione, le quali allora si tenevano a cadenza quindicinale.

Nel frattempo, anche a livello lavorativo, mi ritrovai a dover raddoppiare la mia responsabilità e il mio impegno. Come ho già scritto, quando iniziai a lavorare nella redazione del mensile Pubblicità Domani (edito da New International Media) nel settembre 1980, mi trasferii dal corso di laurea in fisica (dove non avevo ancora sostenuto alcuno degli esami del primo anno) a quello di lettere moderne, sempre all’Università degli Studi di Milano. Il primo anno riuscii a frequentare tutte le mattine, poiché il mio accordo con l’editore (che come forse ho già detto, apparteneva - come la sua compagna - alla cerchia degli amici e conoscenti di mio zio Miro Cusumano, fratello di mia madre e pittore astratto), prevedeva che io lavorassi tutti i giorni dalle 14.30 alle 18.30. Ciononostante, però, sia perché il lavoro mi assorbiva molto mentalmente sia perché l’attività buddhista era molto intensa (e su base pressoché  giornaliera), in quel primo anno non riuscii a dare che un solo esame, peraltro con un voto basso (20 in geografia umana). 

Un pomeriggio, appena arrivai in redazione (in via Revere 16), mi dissero che durante la mattinata era arrivata la polizia, che aveva perquisito tutti i locali. La ragione era che la persona che era stata incaricato a tempo pieno per coordinare l’attività redazione (e di cui io ero il subordinato diretto nel pomeriggio) si era trovata coinvolta in un’indagine legata al mondo delle Brigate Rosse, anche se lui non era un terrorista, ma probabilmente conosceva da anni qualcuno che apparteneva nelle BR per averlo frequentato in anni ancora più lontani come semplice militante di sinistra. L’editore, per evitare problemi futuri, aveva ritenuto di dire al collega di non venire più. Nel frattempo aveva deciso di chiedere a me se me la sentivo, dal giorno dopo, di svolgere io anche i compiti di quella persona. Io accettai. Questo, però, segnò la fine della frequenza alle lezioni in università e l’inizio della mia attività lavorativa a tempo pieno anche negli anni a venire.

Un altro evento importante di quel periodo è stata una malattia di mia madre. Da qualche tempo aveva iniziato ad avere frequenti episodi di diarrea. Giorno dopo giorno avevo notato che il suo volto diventava più emaciato e che perdeva forze. A un certo punto presi la decisione di costringerla a farsi visitare da un buon medico gastroenterologo, che individuai io stesso. Quindi la portai da lui nel suo studio, in zona Porta Vigentina, e questi le consigliò di farsi ricoverare al più presto. Il ricovero avvenne, forse, il giorno dopo stesso. 

All’ospedale San Paolo, i medici si diedero molto da fare per cercare di dare un nome alla patologia. Nei primi giorni si parlò di sprue, ma poi questa diagnosi venne esclusa. Invece di qualche giorno, il ricoverò si prolungò per settimane. Io andavo a trovarla tutti i giorni. La vita in famiglia era cambiata. La maggiore delle mie sorelle si era presa in carico dei compiti di nostra madre, e notai che mi stirava i vestiti. Nostro padre non riusciva a capacitarsi di quanto stava avvenendo. Per fortuna eravamo una famiglia numerosa. Un giorno, la mamma entrò in una specie di stato comatoso e non fu esclusa la possibilità di morte. Io avvisai i miei amici buddisti. Rimasi, con altri parenti al capezzale di mia madre, che dopo qualche ora, si risvegliò. Il volto mi appariva più disteso di prima. Disse che aveva sognato che stava cacciando via qualcosa. Allora richiamai una mia amica e responsabile buddista e le raccontai l’avvenuto. Lei mi disse che, nelle ore più critiche e prima che mia madre si risvegliasse, molti praticanti avevano pregato per me e mia mamma. Il ricovero proseguì poi per ancora qualche tempo. Quando la ripresa fu più consolidata, mia madre venne dimessa con una probabile diagnosi di morbo celiaco. Da allora cominciò a seguire la dieta per celiachia, facendosi procurare gli alimenti a base di farina in farmacia.

Uscito il mio ultimo articolo sul Giornale su Takeda

 Nonostante la mia attività lavorativa si sia spostata sempre più sull'insegnamento, come docente per supplenze temporanee in una scuola secondaria di primo grado e in una primaria dello stesso istituto comprensivo, non ho smesso di scrivere.

Ieri, 29 marzo 2022 è uscita su Il Giornale una mia intervista a due top manager dell'azienda biofarmaceutica Takeda Italia, consociata di uno dei più importanti gruppi farmaceutici mondiali focalizzato soprattutto sulla ricerca di soluzioni terapeutiche per le malattie rare

Come riporto nell'articolo, in Europa, con il termine "malattie rare" si intendono quelle patologie che colpiscono fino a 5 persone ogni 10.000. In Italia ne risulterebbero affette circa due milioni di individui. Molto incerto il numero di malattie rare censite nel mondo: a seconda delle fonti si oscilla fra 5.000 e 8.000. Quello che preoccupa particolarmente è il fatto che - a quanto sostengono gli esperti - solo l'1% di queste patologie ha una terapia specifica a disposizione.

Da quanto ho ricavato dalla mia intervista, Takeda è una delle aziende che hanno fatto maggiormente propria la missione di cercare soluzioni per i cosiddetti "unmet medical needs", i "bisogni medici non soddisfatti". Fra le malattie rare su cui la multinazionale si sta più concentrando si segnalano quelle che possono trarre vantaggio dai farmaci plasmaderivati, i quali sfruttano molecole derivate da complessi e innovativi processi di lavorazione di una materia prima preziosissima e limitata: il sangue umano donato da volontari. 

A Rieti e a Pisa, Takeda dispone di due stabilimenti molto moderni, che impiegano più di 1.100 persone, i quali fungono da punti di riferimento nazionale e internazionale per l'attività dell'azienda biofarmaceutica nel settore dei farmaci plasmaderivati. 


Il mio articolo uscito su Il Giornale del 29 marzo 2022

Salute: italiani favorevoli al digitale

Una ricerca realizzata in cinque paesi da VMware, una software house multinazionale leader nelle tecnologie per il cloud e la virtualizzazione, certifica che gli italiani non sono affatto restii a utilizzare l'ICT (information communications technology) per la tutela della salute e la cura delle malattie.

Secondo l'indagine, il 45% dei nostri connazionali (44% a livello europeo) non sono contrari a sostituire consulti medici in presenza con visite online. Ben l'88% del campione si è definito o "digitalmente curioso" o "esploratore digitale", il che indica una fiducia circa gli effetti positivi delle tecnologie ICT nei confronti della gestione della salute.

Interessante notare che il 61% ha affermato di essere felice se le tecnologie digitali possono permettere a famigliari con malattie croniche, o di lunga durata, di vivere il località lontane dai medici e dalle strutture sanitarie ma che consentono di godere di una maggiore qualità della vita. Questo se le tecnologie sono in grado di prevedere - attraverso metodologie di elaborazione intelligente dei dati - quando il familiare dovra tornare per sottoporsi alla prossima visita o terapia.

Per concludere, il 73% degli intervistati italiani del sondaggio VMware ritiene che le tecnologie digitali hanno il potenziale per ridurre la diffusione del Covid-19. Il 57% pensa che possano contribuire a diminuire il rischio di sottoporsi a interventi chirurgici invasivi nell'arco del prossimi cinque anni. Il 61% ha fiducia che possano contribuire al miglioramente della qualità della vita delle persone vulnerabili, come anziani e disabili.



Covid-19: app open source per monitorare gli spostamenti

Non è quella che ha scelto il governo italiano, ma è interessante. E' l'app creata da una comunità internazionale volontaristica di sviluppatori, data scientist e altri esperti guidati da un professore del MIT. Si tratta di PrivateKit, frutto dell'iniziativa Safe Paths, promossa appunto dal MIT il collaborazione con altre entità. L'app, rigorosamente open source, ha partecipato call for action Innova Italia indetta dal governo italiano, che però alla fine ha scelto per un'altra Immuni. In questo articolo che ho scritto per ZeroUno trovate tutti i dettagli di PrivateKit. Che se non sarà usata in Italia, potrà esserlo in altri paesi.

https://www.zerounoweb.it/cio-innovation/app-per-muoversi-con-meno-rischi-nella-fase-2-della-pandemia/

Mio articolo sulla trombosi venosa profonda

Domenica 13 ottobre 2019 si è celebrata Giornata Mondiale della Trombosi (World Thrombosis Day). Il lunedì mattina successivo ho avuto la fortuna di poter partecipare a un evento su questa patologia presso la sede milanese di Boston Scientific, una multinazionale biomedicale nota soprattutto per la ricerca, lo sviluppo e la produzione di soluzioni per la chirurgia mini-invasiva per la cura di diverse patologie.

All'incontro, dedicato in particolare alla Trombosi Venosa Profonda (TVP) e alla sue possibili complicanze (fra cui la pericolosissima embolia polmonare), era stato invitato a parlare il dottor Domenico Baccellieri, coordinatore Vein Center dell'Unità di Chirurgia Vascolare dell'Ospedale San Raffaele di Milano. Altra ospite d'eccezione la signora Federica Fedele, colpita due anni fa da un episodio di TVP (dovuto, fra gli altri fattori, a una mai diagnosticata sindrome di May Thurner), la quale ha raccontato la sua esperienza di vita prima e dopo essersi sottoposta due interventi chirurgici per l'asportazione di un trombo e la ricanalizzazione della vena iliaca esterna, praticati da dottor Baccellieri.

Dalla mia presenza alla conferenza e da due interviste esclusive al dottor Baccellieri e alla signora Fedele, effettuate al termine della mattinata, ho tratto un articolo pubblicato il 23 ottobre 2019 su Il Giornale. Se siete interessati a leggerlo, cliccate qui.

ALT, controllo fibrillazione atriale

Dall'ufficio stampa di ALT, Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle Malattie Cardiovascolari – Onlus, riceviamo e volentieri pubblichiamo

15 secondi per ascoltare il ritmo del proprio cuore, 3 minuti per convincere anche gli altri a farlo, condividendo questo messaggio di ALT. Perché due dita sul polso possono salvare una vita.

È la sfida che ALT - Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle Malattie Cardiovascolari – Onlus lancia in occasione dell’8°Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi , in programma mercoledì 17 aprile 2019,  per dire «ALT» all’ictus cerebrale da fibrillazione atriale, con la campagna ChYP- Check Your Pulse.

Due milioni di italiani e 6 milioni di europei soffrono di fibrillazione atriale: un problema diffuso e grave, spesso ignorato o non riconosciuto,  che può avere conseguenze devastanti, quando provoca un ictus cerebrale. Riconoscere la fibrillazione atriale permette di curarla e di evitare l’ictus cerebrale.
È questo l’obiettivo di  ChYP - Check Your Pulse, il progetto ideato da ALT che invita tutti, partendo dai bambini e dai ragazzi, a imparare a “sentire il ritmo del cuore”, un gioco che salva la vita agli adulti, con un gesto semplice come due dita sul polso.

Un messaggio che, in occasione dell’8° GNLT, ALT vuol far diventare virale, grazie al tutorial di 45 secondi - in italiano e in inglese – che invita tutti, grandi e piccini, a compiere un gesto semplice ma vitale. E a diffonderlo: 10 secondi per impararlo, 15 secondi per condividerlo, passando dalla “visione all’azione”.

L’intervallo fra un battito e l’altro deve essere regolare, come il ritmo di un tamburo: se non lo è, un elettrocardiogramma può confermarlo, un medico può suggerire la cura appropriata, e noi avremo salvato una, molte, tante vite. Talmente facile che può farlo anche un bambino.

ALT invita tutti a collegarsi alle sue pagine Facebook e Instagram, per rispondere fino al 17 aprile al sondaggio online  ChYP&QUIZ, dove gli utenti possono testare il proprio livello di informazione e conoscenza sulla Fibrillazione atriale e Ictus cerebrale mettendosi alla prova rispondendo a una domanda al giorno.

Una campagna tutta social con l’invito speciale a fare ChYP&CLICK. Mercoledì 17 aprile tutti sono chiamati a fare un ChYP -  Check your pulse con due dita sul polso per sentire il ritmo del cuore, e un Click, per scattare la foto e postarla ciascuno sui propri canali Facebook e Instagram, usando gli hasthag #alt #chyp #checkyourpulse #atrialfibrillation #giornatanazionaletrombosi #stroke #ictus #heart #rhythm e @alt - Associazione per la Lotta alla Trombosi – Onlus, per aiutarci a fare in modo che il messaggio arrivi  a tutti e che nessuno, un giorno, possa dire “…Io non lo sapevo…”.
Il messaggio di ChYP è promosso anche dal Gruppo Bracca Acque Minerali che, in occasione della Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi, distribuisce sulle tavole degli italiani 2 milioni di bottiglie di acqua con la retro etichetta dedicata al messaggio di prevenzione.

INCIDENZA - La fibrillazione atriale è un problema globale che moltiplica di 4-5 volte il rischio di ictus, un evento grave che ruba la vita e la qualità della vita lasciando invalidità gravi: ma che può essere evitato, almeno in un caso su tre, come tutte le malattie causate da un trombo, che si forma nel cuore e libera emboli provocando la morte di cellule lontane dal cuore, come quelle del cervello.
La fibrillazione atriale è una aritmia molto frequente, è presente in 4 persone su 1000 nella popolazione generale, e in oltre 3 persone su 100 in chi ha superato i 60 anni.

L’incidenza raddoppia per ogni decade di vita dopo i 55 anni. È più frequente in persone che soffrono di ipertensione, che hanno avuto un infarto, o soffrono di scompenso cardiaco e/o di diabete, che hanno livelli di colesterolo nel sangue troppo alti e troppo a lungo nel tempo, che consumano abitualmente quantità elevate di alcool, che hanno problemi renali: una squadra di complici che rendono più probabile l’insorgenza dell’aritmia e le sue temibili conseguenze.

L’aspetto più drammatico della fibrillazione atriale è che troppo spesso chi ne soffre non  la percepisce o sottovaluta sintomi come mancanza di respiro, palpitazioni, cuore che salta nel petto, senso di svenimento e di debolezza improvvisa: sintomi che non vanno mai sottovalutati.

Uno studio recentemente pubblicato, Silent Atrial Fibrillation and Cryptogenic Strokes,  ha analizzato 10 mila pazienti ricoverati in ospedale per un ictus cerebrale e ha confermato che 237 pazienti su mille, uno su 4, soffrivano di fibrillazione atriale silente, che non dava sintomi finché non ha provocato un ictus cerebrale. Lo studio ha seguito per 24 mesi più di 10mila pazienti colpiti da ictus cerebrale apparentemente senza causa: e ha scoperto che un paziente su due ha avuto un episodio di fibrillazione atriale silente durato oltre cinque minuti, mentre 10 pazienti su 100 hanno avuto per almeno 12 ore in un giorno la fibrillazione atriale senza rendersene conto.

«Se tutte queste persone avessero saputo che il ritmo del cuore si può sentire con due dita sul polso, un gesto talmente  semplice che può farlo anche un bambino, probabilmente avrebbero evitato un ictus cerebrale: un evento catastrofico che lascia uno strascico grave, fisico, mentale e psicologico, che cambia la vita del paziente e di chi lo assiste. Parliamo di un allarme globale, che sta sollecitando l’attenzione di molte Associazioni e Fondazioni dedicate alla prevenzione delle malattie del cuore e del cervello: ecco perchè  ALT dedica l’ottava edizione della “Giornata nazionale per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari” a questa emergenza, chiedendo a quanti vorranno ascoltare il nostro messaggio di imparare a fare la cosa giusta: guardare il video ChYP di ALT, imparare a “sentire” il ritmo del cuore, postare sui social il proprio gesto e condividere la campagna, un’azione collettiva che  può realmente salvare vite e qualità della vita a molti. Anche giovani vite, perchè la fibrillazione atriale e l’ictus colpiscono anche i giovani, i bambini, a persino i neonati. Sarebbe uno spreco enorme perdere questa occasione per diffondere consapevolezza e risparmiare vite e qualità della vita di molti” sottolinea la dott.ssa Lidia Rota Vender, presidente di ALT.

BAMBINI E ADOLESCENTI – i bambini e gli adolescenti possono e devono imparare a “sentire” il ritmo del cuore. Un gruppo di lavoro di LANCET sottolinea come sia urgente e indispensabile cambiare la cultura dei medici e della popolazione, aumentando gli sforzi mirati a diffondere conoscenza sulla possibilità di prevenzione di eventi fatali o gravemente invalidanti come l’ictus cerebrale, implementando strategie di prevenzione, ad ampio raggio e interdisciplinari, condivise a livello internazionale, che richiedono e meritano investimenti in ambito sanitario, educativo, economico e sociale che hanno un alto ritorno sull’investimento : il progetto ChYP è coerente con questa necessità .

Una squadra di giovani aspiranti registi, scenografi e tecnici del suono del CSC- Centro Sperimentale di Cinematografia Lombardia, i giovani percussionisti dell’Orchestra LaVerdi, due scuole milanesi, Istituto Santa Gemma e British School of Milan – Sir James Henderson, e ALT: questa è la squadra che ha dato vita al progetto ChYP che con il sostegno di Fondazione Cariplo e del Fondo in memoria dei coniugi Marsigliesi e al patrocinio di Pubblicità Progresso ha ideato, prodotto e sta diffondendo lo spot ChYP Check Your Pulse, in programmazione sui media grazie alla generosità di giornalisti, concessionari, case editrici, radio e reti televisive, persone e istituzioni generose che stanno collaborando per aiutarci ad amplificare il messaggio che “prevenire l’ictus cerebrale da fibrillazione atriale si può e si deve, con due dita sul polso, per sentire il ritmo del cuore: un gesto semplice, lo può fare anche un bambino”

Lo può fare chiunque, lo potete fare tutti voi, potete insegnarlo a tutti coloro che fanno parte della vostra vita: perchè le malattie cardio e cerebrovascolari da trombosi possono essere prevenute in un caso su tre, con l’informazione.

Tutti insieme, se sapremo usare i mezzi di comunicazione oggi accessibili a tutti, che diventano potenti mezzi di prevenzione, salveremo vite e qualità della vita a molti, che potranno un giorno dire grazie a tutti coloro che vorranno partecipare a questa campagna: con un Click per ChYP.
IL CUORE FIBRILLA: perchè? La parola fibrillazione indica un movimento scomposto, disordinato, che può provocare guai, viene spesso usato dai media per definire uno stato di confusione che fa mancare l’obiettivo: fibrilla il governo, fibrilla l’economia, fibrilla l’Europa, il mondo fibrilla. Fibrillazione è un termine che in medicina significa aritmia, un’irregolarità del ritmo del cuore, che diventa meno efficiente nello svolgere il proprio compito.

Compito del cuore è contrarsi per spingere il sangue pulito nelle arterie e farlo arrivare fino alle cellule più lontane, proprio come l’albero spinge la linfa fino alle venature delle foglie, laddove cede ossigeno e recupera scorie: e dilatarsi per aspirare il sangue sporco che scorre nelle vene per spingerlo nei polmoni a ricaricarsi di ossigeno e di nuovo contrarsi per spingerlo nelle arterie per un nuovo giro.

Il cuore deve battere con un ritmo regolare, più o meno veloce, ma con un intervallo regolare fra un battito e l’altro. A volte accelera, per l’attività fisica, per le emozioni, o rallenta, durante il sonno, ma mantiene un ritmo regolare: altre volte batte invece in modo irregolare, la spinta che imprime al sangue diventa meno efficiente, il cuore non riesce a svuotarsi ad ogni contrazione, il sangue ristagna e coagula formando trombi che liberano frammenti chiamati emboli, che attraverso le arterie viaggiano e si fermano nei rami più piccoli, chiudendoli e provocando la morte delle cellule che avrebbe dovuto invece nutrire: è l’aritmia che causa ischemia, ictus cerebrale, infarto nell’organo colpito.

«Quando il cuore fibrilla – spiega la dott.ssa Lidia Rota Vender, presidente di ALT – possono manifestarsi sintomi quali fiato corto, senso di vertigine, sensazione di pulsazioni nel petto violente e irregolari che il paziente riferisce come “un pesce preso all’amo che si dibatte per liberarsi, o uno sfarfallio, fino alla perdita di coscienza, della capacità di parlare o di muovere una parte del corpo. Se la pompa funziona in modo irregolare le conseguenze somigliano a quelle di un motore che perde i colpi, il sangue non arriva  dove dovrebbe e la mancanza di ossigeno fa soffrire le cellule: e se il cuore non si svuota ad ogni battito, al suo interno si formano coaguli chiamati trombi, che possono sciogliersi, oppure frammentarsi e liberare emboli che, viaggiando nelle arterie, causeranno ischemia o infarto in punti lontani dal cuore, provocando malattie che conosciamo con il nome dell’organo colpito: infarto, ictus cerebrale, ischemia. La fibrillazione atriale è una aritmia del cuore, ma causa eventi gravi in organi diversi dal cuore: conoscerla, e riconoscerla per tempo, permette di intervenire per ristabilire il ritmo del cuore ed evitare che si formino emboli, e di prevenire  l’ictus cerebrale. Ecco perché la FA non può essere sottovalutata. Ecco perché dobbiamo sapere come riconoscerla. Ecco perchè dobbiamo fare la cosa giusta, passando parola, con  ChYP&CLICK.

Fonte: ALT





La dott.ssa Lidia Rota Vender, presidente di ALT



Emicrania: una malattia molto di genere

Recentemente ho scritto un servizio sull'emicrania, basato sulle risultanze di una ricerca di un centro studi della SDA, School of management dell'Università Bocconi di Milano, un'intervista a un professore esperto di cefalee della Irccs Raffaele Pisana di Roma, e sulla notizia dell'approvazione di un farmaco anticorpo monoclonale sviluppato da Novartis.
Potete leggere gli articoli su Il Giornalehttp://www.ilgiornale.it/news/salute/emicrania-4-milioni-donne-colpite-1636301.html
Grazie per gli eventuali commenti, suggerimenti e like che vorrete inserire in questo blog o sul sito del quotidiano.

Le donne tendono più degli uomini al "presentismo". Si recano più frequentemente al lavoro anche in stato di malessere.

Vacanze, occasione anche per contagiarsi

Qualche giorno fa, sono entrato nella sala di accettazione dello studio del mio medico di medicina generale, sul quale si affacciano anche gli studi di un altri medici, fra cui una pediatra. Dovevo solo ritirare una ricetta dalla signora che sta alla reception. Mi era già capitato di capitare lì nell'orario di ricevimento della pediatra e di vedere qualche adulto accompagnare dei bambini, soprattutto molto piccoli. L'altro giorno, invece, la stanza era piena di genitori e altri parenti con tanti bambini di tutte le età, dai lattanti ai preadolescenti. E sono rimasto un po' stupito.

Poi, negli stessi giorni, ho sentito un mio amico raccontarmi di come lui, la moglie e il figlio abbiano passato tutta la prima metà di gennaio a letto per via di un'influenza.

Oggi mi arriva il comunicato stampa relativo alla rilevazione del fenomeno secondo cui durante le vacanze, nelle famiglie dove ci sono componenti non vaccinati contro l'influenza, e/o non già dotati di anticorpi contro la stessa, le vacanze sono un'occasione per vere e proprie "epidemie familiari". E questo è dovuto non solo al fatto che chi dovrebbe (soprattutto chi ha oltre una certa età o lavora a contatto continuo con il pubblico) non si è vaccinato; si spiega anche con il fatto che, se qualcuno dei componenti della famiglia - bambini che vanno al nido o alle scuole primarie, adulti che lavorano in aziende con altri colleghi - si è "beccato" l'influenza, la stessa poi si diffonde in casa perché non vengono adottate opportune contromisure di igiene elementari: ad esempio, lavarsi spesso le mani, evitare che quando si tossisce o starnutisce l'espettorato vada dappertutto, restare in caso almeno negli stadi acuti della malattia, usare mascherine.

Ovviamente va presa in seria considerazione anche la vaccinazione.

Vi rimando comunque al sito dell'Osservatorio Influenza del Ministero della Salute per maggiori e più autorevoli informazioni.

(Photo: Robert de Bock)

L'eye-tracking debutta a Tog

Grazie a un finanziamento raccolto dalla società di cosmetici naturali venduti con party a domicilio Just, la fondazione di riabilitazione per bambini con gravi danni cerebrali Tog (Together To Go Onlus) di Milano potrà presto aggiungere alle proprie tecnologie d'uso quotidiano dei sistemi di eye-tracking.

Di che cosa si tratta? Di postazioni costituite da pc, puntatori oculari e appositi software, che permettono di comprendere - analizzando i movimenti degli occhi dei bambini che non riescono a comunicare con la parola o la scrittura - le emozioni dei piccolo paziente e di avviare (se possibile) con lui dei percorsi di tipo cognitivo. Ogni piccolo paziente resterà sempre un caso a sé, ma nella maggior parte dei casi le terapie basate sull'eye-tracking utilizzeranno dei software che permettono di mostrare al bambino immagini e altri contenuti adatti a suscitare in lui un interesse e indurlo a muovere gli occhi per spostare la propria visione da un oggetto all'altro secondo degli schemi e determinate velocità che poi, con un'altra parte di software, verranno analizzate per comprendere le emozioni, il progresso dello sviluppo cognitivo e instaurare una qualche forma di comunicazione.

L'uso dei puntatori oculari non è una novità assoluta, essendo questa tecnologia già stata sviluppata decenni fa da istituzioni come, per esempio la Nasa e enti militari. Solitamente, però, in ambito sanitario oggi troviamo sistemi basati sulla tecnologia dei puntatori oculari soprattutto nei centro di riabilitazione rivolti a pazienti adulti con malattie neurodegenerative quali la Sla. Si tratta, in questi casi, di sistemi molto costosi, acquistabili solo da ospedali e strutture di cura e riabilitazione, e utilizzati con software pensati per gli adulti, il loro pensiero e le loro precedenti capacità.

Per sfruttare l'eye-tracking con i bambini che hanno patologie di tipo neurocerebrale in iniziate in epoca prenatale o dopo la nascita, sono necessari software appositamente pensati per loro. Al Tog, per esempio, hanno previsto di utilizzare delle applicazioni basate sulle logiche dei giochi. Del resto, Un altro obiettivo è quello di iniziare le terapie il prima possibile, quando il sistema cerebrale è più plastico: ovvero in età pre-scolare.

Per fortuna, i tipi di puntatori oculari che oggi possono essere utilizzati, e il resto dell'hardware, hanno prezzi ormai contenuti, grazie al lavoro di ricerca e sviluppo e la produzione con economie di scala che hanno intrapreso negli ultimi anni i produttori di videogiochi. Il che non vuol dire che un sistema di eye-tracking del tipo di cui stiamo parlando sia un "gioco" in senso dispregiativo: basti pensare che al progetto di Tog, che ha vinto il bando dello scorso anno di Just, collabora come partner scientifico la Fondazione Mondino, Istituto Neurologico Nazionale di Pavia, un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS). A essere impegnato presso questa Fondazione è in particolare il suo Centro di Neuroftalmologia dell’età evolutiva, un punto di
riferimento a livello nazionale per la diagnosi e la riabilitazione dei disturbi
visivi per soggetti da 0 a 18 anni.

Già individuati i tipi hardware necessari, ora il tema più pressante per i responsabili dell'iniziativa presso Tog è individuare i software più adatti, eventualmente promuovendone lo sviluppo in collaborazione con il mondo dell'università.

Tog - che attualmente ha in cura 114 bambini inviati da grandi strutture sanitarie di Milano quali Besta, Buzzi e Mangiagalli, cui si aggiunge il San Gerardo di Monza - ha da tempo avviato collaborazioni con l'accademia di belle arti Naba e la scuola di design Domus Academy, entrambe di Milano.

In quanto Onlus, Tog vive anche grazie alla generosità delle imprese (che in alcuni casi hanno donato anche alcuni oggetti molto utili) e dei cittadini. Nella sezione Dona del sito www.togethertogo.org è possibile effettuare donazioni, anche specificando il tipo di pacchetti di terapie che si desidera sostenere. Si può sostenere la Fondazione anche con la destinazione del 5x1000 in occasione della dichiarazione dei redditi. Basta indicare il codice fiscale 97608390155.

Riccardo Cervelli (riproduzione riservata)



Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una...