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Autobiografia giovanile - Cap. 23 - Austerity, radio e chitarra

 Della prima parte del 1973 non ricordo molte novità al di là di quanto avveniva sempre a scuola o in quartiere. A scuola, all’inizio di una lezione di educazione fisica, dissi al professore che non potevo farla (forse perché mi ero dimenticato di portare le scarpe da ginnastica) e lui mi disse che, se volevo, potevo attraversare il cortile in comune con il liceo classico Berchet ed entrare nella palestra di questa scuola, dov’era in corso un’assemblea studentesca. Entra in quella palestra da una porta finestra aperta e mi sedetti in mezzo agli studenti più grandi di me. Ascoltai qualche intervento e credo che condivisi quasi tutto quello che ascoltavo. Mi sono sempre chieste che cosa aveva in mente il mio prof di ginnastica quando mi offrì questa possibilità. Era un professore di età matura ma un po’ eccentrico e simpatico. Veniva a scuola con una Bianchina decappottabile (anche se l’ho sempre vista parcheggiata e chiusa). Forse voleva darmi la possibilità di fare un’esperienza nuova, utile a capire di più quali erano le mie opinioni su quello che avveniva nella società. A proposito di politica, un mezzogiorno, usciti da scuola, arrivammo alla Crocetta proprio mentre era in corso una carica della polizia contro dei manifestanti. Quella fu la prima volta che vidi e sentii l’effetto dei gas lacrimogeni. La vista della carica non ci spaventò. Rimasi piuttosto incuriosito su quello che c’era intorno a quanto stava avvenendo. Fino a quel momento avevo solo visto dei comizi in Duomo con la polizia schierata, sentito i miei zii parlare di lotte politiche, ma non avevo mai visto uno scontro di piazza.

Riccardo Cervelli 13 anni
Io a 13 anni in una foto scattata da un fotografo profesionista

Dal punto di vista sentimentale, si era formata questa specie di relazione con la bambina conosciuta in occasione della rappresentazione natalizia. Lei sembrava più grande della sua età, ma in realtà aveva quattro anni meno di me. Questa differenza non si sentiva molto perché, oltre al fatto che dimostrava più anni per via dell’altezza, in quei pochi discorsi che facevamo quando ci vedevamo all’oratorio dimostrava anche di essere matura. Inoltre, non c’era il rischio che avvenisse qualcosa di spinto perché, anche da parte mia, c’era solo un’attrazione che si fermava al livello sentimentale e di apprezzamento estetico, limitatamente al viso, al suo sorriso, ai suoi occhi e alla corpo vestito. I massimi contatti fisici avvenivano quando stavamo seduti vicino a guardare i film e ci tenevamo per mano. Però, quando mia madre venne a sapere di questa storia, mi dissi che dovevo chiuderla subito perché lei era troppo piccola. Io provai a spiegare che non c’erano rischi di nessun tipo. Forse mia madre temeva anche di quello che potevano dire le altre persone, ma non ne sono sicuro. Continuai comunque ad aspettare i fine settimana in cui io e la ragazzina ci saremmo visti all’oratorio e qualche volta, in cui ero uscito prima dalla mia scuola, andai ad aspettarla fuori dalla sua, solo per fare qualche decina di metri vicino a lei. In quelle occasioni, però, c’erano anche le sue compagne e quindi non ci parlavamo.

Forse già in quel periodo, mio padre era diventato direttore dell’agenzia 28 della Banca Commerciale Italiana, che si trovava in via Montenero, a poche centinaia di metri dalla mia scuola. In quell’anno scolastico dovevano essere iniziati dei rientri pomeridiani per seguire delle materie divenute facoltative. Non so se tutte e due quell’anno, ma alcuni rientri pomeridiani, a un certo punto, iniziai ad averli per continuare a seguire le lezioni di applicazioni tecniche e musica. Quando avevo dei rientri, non tornavo mai a casa per pranzo. Alcune volte, raggiungevo mio padre in banca. Dato che ormai la banca era chiusa, entravo dalla porta dei dipendenti dipendenti, stavo qualche minuto con gli impiegati dietro gli sportelli, e poi uscivo con mio padre per andare a mangiare una pizza in via Bergamo. Qui mi ero abituato a farmi portare una Coca Cola dentro un boccale di vetro trasparente a forma di scarpone. Più avanti, iniziai ad essere invitato a pranzo a casa del mio amico che abitava vicino alla scuola. 

I miei riferimenti più assidui in classe erano il compagno che abitava in cascina a Locate Triulzi e questo che abita vicino. A loro parlavo spesso della mia cotta per la bambina dell’oratorio e dopo un po’ si stancarono e non ne vollero più sentire. Qualche volta andavo ancora a trovare il compagno che abitava fuori Milano. Con quello che abitava vicino alla scuola continuavamo sempre ad andare insieme ai concerti della Gioventù Musicale al Conservatorio e, dopo la fine, a fare una passeggiata a Ricordi e alla Messaggerie Musicali in corso Vittorio Emanuele. Non sono sicuro che fu quell’anno, ma il padre del nostro compagno che veniva bullizzato organizzò una visita serale della classe, con alcuni insegnanti, alla redazione e alla tipografia del Giorno. Sono sicuro che quell’iniziativa mi piacque. Peraltro, mio nonno paterno, che aveva lavorato come linotipista al Giorno (oltre che all’Unità) mi disse di portare i suoi saluti a un suo ex collega, cosa che feci. Da quella visita mi portai a casa il cliché di metallo di una fotografia di un astronauta, che ancora conservo tra i miei ricordi. 

Forse lo stesso anno scolastico fui invitato a casa sua da uno dei compagni che mi stuzzicavano. Aveva parentele molto importanti e viveva in un appartamento così grande che non sono nemmeno riuscito a vedere tutto. Quando andai, però, mi sembra che in casa non ci fosse nessuno, o almeno nessun suo parente ma forse solo una persona di servizio. A un certo punto, mentre eravamo in camera sua, mi ingaggiò in una breve lotta corpo a corpo sul pavimento. Quindi non penso che gli facessi poi così schifo. In quel periodo, forse per via che avevamo gli ormoni a mille, mi capitò anche un'altra volta, di scherzare con fugaci contatti fisici un po’ più spinti con un altro compagno durante una lezione pomeridiana di applicazione tecniche. Cominciavano pian piano a girare anche racconti di piccole avventure a sfondo sessuale anche con delle ragazze. Io mi accontentavo del mio amore platonico.

Amore che non sempre riuscivo a vedere ogni fine settimana (se fosse stata più grande, magari potevamo incontrarci per il quartiere) perché, arrivata la primavera, i miei decisero di portarci spesso la domenica a visitare qualche località raggiungibile con la macchina. Ricordo, per esempio, che andammo a vedere Roncole di Busseto, dove c’è la casa natale di Giuseppe Verdi, e altri paesi soprattutto della Bassa. Sulla strada del ritorno, io speravo che ci mettessimo poco e che potessi fare un salto all’oratorio. Ma siccome diventata evidente che non ci sarei riuscito prima della chiusura, mi arrabbiavo e poi restavo incupito.

Riccardo Cervelli 13y.o.
Io durante le vacanze estive 1973

Poi arrivò l’estate e con la famiglia andammo in direzione della Germania. Dopo non ricordo quali tappe, arrivammo a Monaco di Baviera, dove montammo la tenda in un bellissimo campeggio in un parco vicino allo zoo. La cosa che ricordo con più piacere di quella permanenza fu l’amicizia che strinsi con un ragazzino della mia età indonesiano. Di Giacarta, per la precisione. Credo che sia stato in assoluto il primo amico che ho avuto il quale avesse un colore della pelle e altre caratteristiche somatiche - soprattutto i capelli e gli occhi - diverse da quelle italiane o europee. Era magrolino. Ci parlavamo in uno stentato inglese scolastico (almeno da parte mia). Ma ci capivamo molto anche con un linguaggio non verbale. In mezzo, a fianco, del campeggio scorreva un fiumicello. Ricordo che un pomeriggio ci andammo ed entrammo dentro fino alle ginocchia. A un certo punto lui si chinò e poi si raddrizzò guardandomi sorridendo. In mano teneva un pesce. Per anni ho attribuito la sua capacità di prendere i pesci con le mani alle sue origini etniche. Invece, forse più semplicemente, era stato abile o aveva avuto fortuna. Negli anni successivi mi spiacque di non essere riuscito a scambiarmi l’indirizzo con quel ragazzino e restare in contatto. Di quella permanenza a Monaco mi piacque molto anche la visita al museo della scienza e della tecnica. In particolare apprezzai molto gli esperimenti con l’elettricità che ci fecero vedere. Si trattava soprattutto di archi voltaici.

Proseguimmo poi per altre città tedesche e poi virammo verso la via del ritorno a casa passando per il Belgio. Dalle foto scattate in quella parte del viaggio si nota anche una certa stanchezza e noia. Forse volevo tornare. Ma le vacanze non erano destinate a finire oltre le Alpi. Una certa parte fu ancora trascorsa ad Assisi, in Umbria. Di quella parte dell’estate mi rimangono delle foto in cui sono ritratto con i capelli decisamente lunghi; o per meglio dire gonfi, dato che io sono nato con i riccioli e poi la capigliatura è diventata mossa, ma mai dritta.

Riccardo Cervelli 13yo
Io a Spagnolia, un parco divertimenti vicino a Perugia, nell'estate 1973

Al rientro a Milano iniziò la crisi petrolifera del 1973 provocata da una guerra fra arabi e israeliani. Il governò varò delle misure di austerity, fra le quale le famose “targhe alterne”. In pratica, fra la fine del 1973 e i primi mesi del 1974, una domenica potevano girare solo le auto con la targa il cui numero finiva con una cifra pari e la domenica dopo solo quelle con la targa dispari. La nostra auto aveva la targa pari, quella della famiglia della mia amata la targa dispari. Divenne così praticamente impossibile vederci all'oratorio la domenica pomeriggio.

Nel frattempo era ricominciata la scuola, che per me voleva dire il terzo e ultimo anno delle medie. Il mio migliore amico, compagno di classe dalla seconda elementare e vicino di casa, aveva cambiato scuola: la famiglia aveva deciso di iscriverlo nella nuovissima scuola media costruita nel nostro quartiere in via Dei Guarnieri. I miei, invece, decisero di far finire per tutto il ciclo le scuole medie alla media Majno, in via Commenda, dove avevamo iniziato. In altre parole la famiglia mia e quella del mio amico avevano fatto questa volte una scelta opposta rispetto a quella fatta in occasione del passaggio in quinta elementari, quando io venni iscritto alla scuola elementare di via Wolf Ferrari, praticamente davanti casa, mentre il mio amico rimase nella nostra vecchia classe, con la stessa maestra, nelle elementari di via Noto. 

Anche se non mi riusciva più di vedere la ragazzina con cui stavo insieme dallo spettacolo natalizio, ormai ero diventato un frequentatore assiduo dell'oratorio. Se non addirittura compulsivo. Presi ad andarci anche il sabato pomeriggio. Sempre più spesso lasciai il mio compagno di classe musicofilo andare da solo ai concerti del sabato pomeriggio al Conservatorio; altre volte ci andavo anch'io, a metà del programma salutavo il mio compagno di classe e tornavo a Vigentino. All'oratorio avevo cominciato a imparare a suonare, anche se in modo non scolastico, ma più ad orecchio e solo con accordi, la chitarra. E il mio obiettivo era quello di diventare bravo da accompagnare io un coro, come avevo visto fare a quel ragazzo sul palco della recita natalizia. 

Un altro fatto importante accadde, molto probabilmente, uno di quei mesi (comunque quell’anno). Mi trovavo sul balcone con un walkie talkie giocattolo. Non ricordo se parlavo con mio fratello o con un altro ragazzino, di un anno più giovane, che abitava nel mio palazzo. A un certo punto, dall’altoparlante della radio uscì la voce forte di un ragazzo più grande. Iniziammo a parlare e lui mi disse che era un CB, che la mia radio utilizzava la frequenza dei CB (Citizen Band, Banda Cittadina) e che, girando fra i vari canali, mi aveva sentito. Mi disse anche che, per parlare con me, cambiava canale, perché il mio walkie talkie trasmetteva sul canale 14, che i CB non utilizzavano perché riservato alle ambulanze, ma in ricezione la mia radio non utilizzava un quarzo e quindi poteva sentire gli altri canali. In pratica, lui mi ascoltava sul canale 14 e, quando toccava a lui parlare, andava su un altro canale. La sua radio, molto più potente della mia, poteva effettivamente interferire con comunicazioni di emergenza, la mia - giocattolo - no. Poi mi fece capire che abitava proprio di fronte a me, nella fila di case davanti e anche lui al mio stesso piano. Mi fece anche individuare l’antenna che aveva montato sotto il lucernario del tetto e che aveva un filo che scendeva nel suo balcone e entrava in casa sua. Un giorno mi invitò a casa sua, dove conobbi anche sua madre, che era anche lei diventata CB. Da quel giorno, ogni tanto, il pomeriggio andavo a casa loro anche quando il mio nuovo amico, che aveva qualche anno più di me, non c’era, e mi intrattenevo con la madre, che mi lasciava trasmettere dal loro “baracchino”.

Riccardo Cervelli 13-year-old CB
Io con il walkie talkie che, nel 1973, mi ha fatto scoprire il mondo CB

Una domenica pomeriggio d’autunno ormai inoltrato, mi trovavo all’oratorio, dove nel frattempo avevo iniziato a suonare la chitarra, grazie anche all’aiuto di un ragazzo di circa otto anni più grande di me, che era molto bravo e mi insegnava con pazienza i primi rudimenti dello strumento. Dopo la fine di un film, come al solito noi ragazzi abbiamo ricominciato a giocare. Con alcuni abbiamo iniziato a rincorrerci per le stanze. A un certo punto mi ero nascosto in un ripostiglio dietro il palco del teatrino. Era buio. Non sapevo che anche un’altra persona fosse entrata lì prima di me. Restai fermo qualche secondo guardando verso l’uscita del ripostiglio. Dopo qualche secondo abbassai un broccio, spostai indietro una mano e sentii che colpito qualcuno sui suoi jeans. Dissi: “Scusa”. Risposta: “Di niente”. Quindi scoprii che era una ragazzina che già conoscevo di vista, che abitava in una via vicino alla nostra, e che aveva due anni meno di me. La ricordavo perché faceva parte di una famiglia molto numerosa che era amica della famiglia molto numerosa della mia via, di cui il figlio era uno dei miei migliori amici, e che facevano tutti parte di una comunità cattolica laica. Con i membri di questo movimento, qualche anno prima eravamo andati al Pime a vedere uno spettacolo organizzato dalla comunità e poi avevamo partecipato ad alcune riunioni. Non so se c’era anche lei quella volta, ma sapevo della sua famiglia. Invece, mi ricordavo che, quella volta che la mia maestra di via Noto mi aveva mandato nella classe della “capogruppo”, maestra Montegani, per portare un messaggio. avevo notato, fra le alunne sedute con il grembiulino bianco e la piantina di cactus sul banco, anche questa bambini, che ora aveva iniziato la prima media nella scuola femminile accanto alla mia.

Le volte successive che ci vedemmo all’oratorio, strinsi una forte amicizia sia con lei sia con un gruppetto di sue amiche. Non ci mettemmo insieme subito. Loro pensavano ancora che io stessi con la ragazzina della recita natalizia dell’anno prima. Inventarono pure una parodia di una canzone famosissima, A mezza notte va la ronda del piacere, in cui i protagonisti eravamo io e la ragazzina. Mi chiesi se quella canzone significasse che pensavano che la storia fosse ancora in corso o se fosse una sorta di messa alla prova per capire se invece ero disponibile. Non ricordo se dissi che la storia era finita o che non era finita ma si era esaurita da sola senza bisogno di parlarne. Fatto sta che un giorno dopo l’altro mi misi con la nuova amica. Nel frattempo, avevo iniziato a conoscere il sacerdote che guidava le attività dell’oratorio, Don Gianni, il quale un pomeriggio mi invitò nella sua casa accanto alla chiesa dell’Assunto e mi disse che era meglio se non iniziavo quella relazione perché potevo distrarre la ragazza in un momento in cui stava entrando nella comunità. L’oratorio era in quegli ultimi anni diventato una comunità legata al movimento di Comunione e Liberazione, allora ancora ai suoi albori. Io ascoltai Don Gianni e gli dissi che non doveva preoccuparsi, perché io ci tenevo molto alla comunità e non avrei affatto voluto che alla mia amica succedesse quello che lui temeva. Ci lasciammo così senza che io gli promettessi di non continuare nella mia relazione ma con lui che, almeno per bonarietà, non insistesse più nella sua richiesta.


Riccardo Cervelli 13 anni CB
Sempre io in posa nella cabina per le fototessere mentro fingo di studiare il circuito della radio

Del resto, in realtà, io e questa ragazza non facevamo molto di più che passare del tempo a parlarci, stare insieme ad altri amici nell’oratorio, restare vicini mentre io muovevo i primi passi con la chitarra. A volte, con noi, c’era una delle sue amiche che frequentava un corso di chitarra alla Scuola Civica di Musica in corso di Porta Vigentina, e che mi insegnò alcuno cose, oltre che a suonare Giochi proibiti, un pezzo classico abbastanza facile basato soprattutto su arpeggi. Poi, un quarto d’ora prima delle sei, io, lei e sua sorella più piccola, uscivamo dall’oratorio dell’Assunta ed andavamo alla chiesa di Fatima a seguire una breve messa. Quindi le accompagnavo fino al cancello d'ingresso del loro condominio. In quegli anni, a Milano, e nei quartieri periferici come il nostro, in inverno c’era una nebbia fittissima. Ricordo ancora le camminate immersi nella nebbia che facevamo per arrivare dall’oratorio alla chiesa di Fatima e poi da questa ai due condomini dove vivevano tutte queste mie amiche. Al di là di due metri o tre metri non si vedeva più niente.

Per dimostrare come fosse vero quello che avevo detto a Don Gianni circa la serietà con cui stavo prendendo l’esperienza della comunità - benché fossi solo un tredicenne - basti pensare che in quel periodo, qualche mattina, prima dell’inizio delle lezioni, andai a recitare le Lodi insieme ai ragazzi di CL (ma allora mi avevano detto che il gruppo si chiamava Undicesima Ora) del liceo Berchet, accanto alla mia scuola media. Una volta, o due al massimo, devo essere andato anche alcuni loro “Raggi”, che erano delle riunioni. Stava iniziando per me un’esperienza spirituale e comunitaria che sarebbe durata circa due, tre anni.

(capitolo aggiornato il 06/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 22 - Oratorio e cotte

 Al ritorno dall’Umbria, riprese la solita vita di quartiere in attesa dell'inizio della seconda media. Nell’anno scolastico 1972-1973 mio fratello iniziò a frequentare la prima media nella mia stessa scuola. Come lingua straniera fu scelto il tedesco. Nella scuola c’era una sola classe con quella materia ed era anche con un numero di alunni inferiore a tutte le altre classi.

Uno dei miei compagni di classe che era anche mio amico della via in cui abitavamo era stato respinto. Non ricordo quali difficoltà avesse avuto a livello scolastico, dato che era un ragazzo sveglio e intelligente. Del condominio rimaneva nella mia classe un altro mio amico, quello che alle elementari non era in classe con me. Il mio migliore amico invece era stato inserito fin dall’inizio delle medie in un’altra sezione della scuola. In classe ripresi comunque a frequentare soprattutto due compagni. Uno era quello che viveva non lontano dalla scuola, che prendeva sempre ottimi voti e con cui condividevamo la passione per la musica e l’andare insieme, i sabati pomeriggio, ad ascoltare i concerti organizzati dalla Gioventù Musicale al Conservatorio. L’altro era quello che abitava in una cascina a Locate Triulzi.

Da qualche mese io avevo in testa sempre una bambina più giovane di me e che avevo visto dal vivo solo una volta. Ne discutevo così spesso con il mio compagno di Locate Triulzi che un giorno, mentre camminavamo sotto i portici di una via del mio quartiere, mi disse che non ne voleva più sentire parlare. La mia cotta era puramente platonica. Sono stato, anche negli anni successivi, poco intraprendente sul piano fisico con le altre tre ragazzine con cui ho avuto delle relazioni, ma in questo caso il mio pensiero per questa andava quasi esclusivamente al suo viso e al suo carattere, per quel poco che ricordavo.

Riccardo Cervelli 1972 12 anni
Io in versione quasi hippie alla fine dell'estate 1972

Una bambina con cui invece ho iniziato a vedermi, anche se una sola volta la settimana all’oratorio domenicale, piombò nella mia vita sotto Natale. In quel periodo, andati via i frati, l’oratorio aveva ripreso vita in un altro modo. Per la verità non mi sembra che nell’ultimo anno c’ero andato spesso. Comunque mi ritrovai, pochi giorni prima di Natale, a partecipare alla preparazione di un’animazione sul tema della Natività con altri bambini e bambine delle medie e delle elementari. Le prove le facemmo non all’oratorio della chiesa dell’Assunta, ma in una sala dietro l’altare della chiesa di Fatima: proprio la sala dove, qualche anno prima, avevo fatto arrabbiare un responsabile dei chierichetti ad una “adunanza” e questo aveva battuto il manico dell’ombrello su un tavolino di vetro, provocando su di esso una crepa.

Ricordo che alla prima prova dell’animazione io dovevo fare parte del “coro”, non inteso in senso musicale ma teatrale. Durante la prova notai questa bambina alta, con i capelli scuri e mossi (forse addirittura un po’ riccioluti) con due occhi vispi che mi fissavano. Guardandola mi vennero un po’ di quelle famose “farfalle nello stomaco”. Ogni tanto ci fissavamo negli occhi per un po’ di secondi, ma non ci presentammo né parlammo, se non ricordo male. Nella seconda prova ci rivedemmo, ma a me fu chiesto di non fare parte del coro, bensì di interpretare il ruolo di San Giuseppe. A una bambina del mio condominio fu affidato il ruolo di Maria. In qualche modo mi sentii lusingato perché era come se da quel momento, anche se per finta, avevo una moglie. Anche quella volta continuò il gioco di sguardi con l’altra bambina. 

Poi arrivò il giorno della rappresentazione, la cui preparazione a me sembrò più facile che per gli altri perché non dovevo recitare nulla, ma stare solo in ginocchio davanti alla mia Maria, con in mezzo - non ricordo più - se un bambolotto o un bambino piccolo in carne ed ossa. Ho dimenticato anche se la rappresentazione la facemmo in chiesa durante una messa o durante uno spettacolo che il giorno stesso, o uno successivo, si tenne nella sala dell’oratorio dell’Assunta. 

Sotto vari aspetti quello spettacolo nell’oratorio dell’Assunta fu un momento di passaggio. La maggior parte della rappresentazione ebbe come protagonista un folto gruppo di ragazzi e ragazze del quartiere, che già frequentavano le scuole superiori, che avevano iniziato un percorso di crescita religiosa e spirituale sotto la guida del giovane Don Gianni Casiraghi, e che, per l’occasione, aveva preparato una serie di canzoni in parte di motivo religioso e in parte di genere folk internazionale. Appena iniziarono a cantare, accompagnati con una chitarra a dodici corde Ibanez da un ragazzo che non avevo mai visto, ma che mi piacque subito molto per l’atteggiamento e l’aspetto, rimasi estasiato. Era questo il tipo di musica che in quel momento amavo di più. Guardando il Festival di Sanremo 1972 in casa alla televisione, la canzone che mi era piaciuta di più era stata Jesahel, eseguito dal complesso dei Delirium, che erano saliti sul palco con un coro di giovani “capelloni”. In qualche modo lo spettacolo a cui stavo assistendo - anche se lì non deci quel collegamento - mi riproponeva una situazione simile. 

In quel momento non mi trovavo seduto in mezzo al pubblico, ma in piedi dietro le ultime panche. Questo fatto deporrebbe a favore dell’ipotesi che il gruppo della rappresentazione della Natività, in cui io interpretavo San Giuseppe, si era esibito prima e poi noi attori non avevamo più trovato posto. Dopo qualche minuto che ammiravo rapito i ragazzi sul palco sentii qualcosa appoggiarsi al mio braccio destro. Mi girai ed era la ragazzina con cui ci guardavamo nelle prove che era evidentemente da un po’ lì accanto e aveva deciso di appoggiarsi a me. Farfalle nello stomaco e restammo così per alcuni minuti. Poi non ricordo che cosa successe, se semplicemente ci dicemmo delle cose relativamente banali e ci salutammo. Ma era implicito che tra noi era stato stabilito qualcosa.


Autobiografia giovanile - Cap. 20 - Nuovi amici, tv e Parco di Monza

 1972, dodici anni. Anno di molte novità. Credo che sia in quel periodo che abbiamo smesso di frequentare lezioni private di pianoforte, dato che ero piuttosto svogliato e preferivo dedicare il mio tempo libero ad uscire con gli amici. Più o meno nella stessa epoca, io e mio fratello abbiamo cessato anche di andare ai corsi di scherma. Nella mia nuova classe alla scuola media Luigi Majno mi sono fatto nuovi amici, così anche qualche compagno al quale non andavo a genio per qualche motivo. Due o tre dicevano che non mi lavavo molto e che puzzavo. Tra i miei nuovi amici, uno abitava poco lontano dalla scuola, aveva una bella casa, condividevamo la passione per la musica, ed eravamo entrambi i migliori a livello di rendimento scolastico: lui più di me. I nostri relativi genitori ci hanno iscritto alla Gioventù Musicale, e i sabati pomeriggio iniziammo ad andare a sentire i concerti organizzati da questa associazione che si tenevano nella sala Verdi del Conservatorio. Alla fine dei concerti, facevamo sempre un giro alla Ricordi e alle Messaggerie Musicali, dove ci soffermavamo ad ammirare gli strumenti musicali. In particolare a me piacevano gli organi elettronici. Alcuni, in mostra in una grande stanza del seminterrato delle Messaggerie Musicali, erano a più tastiere e con tanti registri. Mi piaceva sentirli suonare dal personale del negozio.

Fra i miei migliori amici, fra i compagni di classe, iniziò presto a esserci il ragazzo che veniva da Locate Triulzi. Per venire e tornare a casa doveva prendere una corriera delle autolinee Sgea, che faceva capolinea in Porta Vigentina. Abitava in una grande cascina. Qualche volta, insieme a quello fra i miei amici e coetanei del condominio che era in classe con me, in quegli anni andammo a trovare questo nostro compagno della cascina. Lì i figli del proprietario del luogo ci lasciavano guidare per brevi tratti i trattori. Poi facevamo dei giri nelle stalle e nei fienili. Nel tardo pomeriggio tornavamo a casa con le scarpe sporche di fango e letame ma molto felici per le belle ore passate in campagna. 

Se non erro, fu sempre in quell’anno scolastico che la scuola organizzò una vacanza bianca sulla neve a Selvino. Della mia classe partecipammo sicuramente io e il mio compagno e amico da tanti anni perché viveva nel mio stesso condominio. Quello, inoltre, con la cui famiglia la mia era stata per la prima volta una giornata in montagna sulla neve qualche anno prima. Io e lui condividemmo una camera doppia. Fra gli insegnanti accompagnatori c’era la nostra professoressa di musica, che notai essere una donna di mezza età molto a suo agio nelle situazioni conviviali sia con noi che con un paio di altri insegnanti. Forse è stata la prima volta che ho visto degli insegnanti in una situazione di vita diversa da quella della classe. Il mio amico era già bravo a sciare e quindi faceva lezione con dei maestri per gli allievi già di livello avanzato. Io ero nel gruppo dei principianti. Ricordo che il maestro ci faceva scendere lentamente quasi in orizzontale, in lunghi tratti a zig zag per la discesa. Alla fine di ogni tratto dovevamo frenare e curvare a spazzaneve. Una o due sere ci portarono al cinema. I film erano vietati ai minori di 14 anni ma ci fecero entrare lo stesso. Ricordo di aver visto per la prima volta delle scene di violenza tipo “pulp” e delle parti di nudo totale. Alla fine della vacanze organizzarono una gara. Io feci la mia discesa facendo in maniera da non cadere. Risultato: non fui squalificato ma arrivai ultimo. O, come mi dicevo e dicevo scherzando ad altre persone: primo degli ultimi (gli squalificati).


Io ancora in vacanza, poche settimane prima di iniziare la prima media nell'anno scolastico 1971-1972

A scuola la nostra classe continuava a distinguersi per non essere un gioiello di disciplina. Un gruppo di compagni aveva preso a bullizzare un compagno. La vittima era abbastanza alta, leggermente sovrappeso, timida e goffa. Non mi sembra che in classe avesse stretto amicizia con qualcuno. Non ricordo se solo per queste o altre caratteristiche divenne il bersaglio di scherzi. Una mattina in aula si sentì un grido di dolore. Il compagno di classe seduto dietro questo ragazzo bullizzato gli aveva infilato l’ago del compasso in una natica. Non ricordo da chi fosse partita l’idea, ma per un certo periodo di tempo, nelle lezioni di religione la classe chiese alla professoressa, della quale non avevamo peraltro molto rispetto (quando entrava in classe trovava spesso tutti i banchi schierati lungo i muri, con noi nascosti dietro gli zaini pronti a fare la guerra con le cannucce delle biro a mo’ di cerbottane e palline di carta o chicchi di riso), di affrontare il “caso…” dove al posto dei punti di sospensione c’era il cognome della vittima di bullismo e discriminazione.

Un 'altra volta ne facemmo una grossa ai danni di un bidello. Durante l'intervallo, in cinque o sei ragazzini, ci divertimmo a giocare con la pompa dell'acqua che veniva usata per pulire i bagni. Credendo che in un bagno chiuso ci fosse un nostro compagno, qualcuno ebbe l'idea di fargli cadere addosso dell'acqua. Non ci fu reazione e suonò la campanella. Dopo che qualche minuto che eravamo rientrati in classe, si aprì la porta ed entro la preside professoressa Pettinari, molto temuta per la sua severità, insieme a un bidello del nostro corridoio tutto bagnato. Il collaboratore scolastico era muto. Era lui che si trovava nel bagno in cui avevamo spruzzato l'acqua dall'alto e non aveva potuto dirci di smettere. Credo che ci prendemmo una nota di classe sul registro.

Ho sempre associato - anche perché deve essere avvenuto effettivamente così - il periodo fine 1971 -inizi 1972 all'arrivo, in casa nostra, del televisore. Da quel momento, per vedere i programmi quotidiani, non sarei più dovuto andare a casa dei nonni materni; in più potevamo vedere anche i programmi serali. Fra questi, venivano mandati in onda spesso sceneggiati televisivi, che la famiglia seguiva tutta riunita davanti all'angolo del soggiorno dove c'era la tv, dopo cena. Fra questi, ricordo dell'Eneide e - che mi aveva molto appassionato, Orfeo in paradiso, dall'omonimo romanzo di Luigi Santucci, che poi volli leggere anche come libro. Fra altri altri sceneggiati che ricordo di avere guardato ci sono di sicure anche Le sorelle Materassi, anche se non mi sono particolarmente rimaste impresse, e Le avventure di Pinocchio, del regista Luigi Comencini, con Nino Manfredi nel ruolo di Geppetto e il piccolo Andrea Balestri (di soli tre anni più giovane di me) in quello di Pinocchio. Sono quasi sicuro che, poiché stavamo ancora aspettando la tv a casa, devo essermi perso Il segno del comando, che aveva fra gli interpreti l'attore Ugo Pagliai, del quale si era presa una cotta la mia amica più grande. Sono invece in dubbio se ho effettivamente guardato - o se l'ho fatto sporadicamente - A come Andromeda, in cui recitava Paola Pitagora, che a me piaceva e della quale mi ero appeso il ritaglio di una fotografia dietro l'anta della scarpiera del bagno. Forse, però, il televisore - che non era né piccolo né grande come quello dei miei nonni- deve effettivamente essere arrivato a casa verso la fine del 1971, perché credo di ricordare di aver visto, andato in onda in quel periodo, E le stelle stanno a guardare. Come nel caso di Orfeo in paradiso, più tardi avrei letto anche il romanzo, di Archibald Joseph Cronin, che considero una delle mie prime letture di formazione. La trama mi aveva interessato moltissimo e così anche la figura della madre che interferisce negativamente nella vita dei suoi figli. Dopo aver letto il romanzo ne parlai con mia madre, che lo conosceva già.

Penso che nella prima metà del 1972, mio padre sia stato impegnato nelle lezioni di scuola guida. Sentivo parlare in casa dell'autoscuola e del suo titolare, che insegnava a guidare a mio padre così come le avrebbe fatto a me sei anni più tardi. 

Nel primo weekend di giugno, probabilmente il sabato pomeriggio, a casa nostra si tenne una festa di compleanno per i 7 anni di mia sorella Annarita. Di norma, quando c’erano delle feste per compleanni o altre celebrazioni, tutta la famiglia vi partecipava. E così anch’io rimasi in casa. Alla festa erano invitate soprattutto bambine (se non solo). Molte, forse la maggior parte, erano compagne di classe. Ebbi così l’occasione di conoscere piccole amiche di mia sorella. Io passai molto tempo nella camera mia e di mio fratello, dove vennero alcune di queste bambine. Erano piccole ma anche sveglie e simpatiche. Come ho verificato anche da adulto, molti bambini della prima e seconda infanzia, conoscendo una persona più grande, in questo caso solo un ragazzino di cinque anni più vecchio, tendono a voler raccontare qualcosa di particolare che fanno nella loro vita oppure qualcosa che gli piace. Ricordo che venne fuori, parlando con una bambina in camera mia, che lei frequentava una scuola di danza. Questa bambina era, secondo me, molto carina e con modi di fare molto femminili. Era una bambina estroversa. Mi fece vedere qualche esercizio di danza e come faceva la posizione del cigno, del balletto Il lago dei cigni musicato da Pëtr Il'ič Čajkovskij, quando era morto. Questa bambina si chiusa tutta su se stessa sul pavimento. Mi sembrò essere una promessa della danza.   

Finito l'anno scolastico, trascorsi una delle più belle pagine della mia vita. Rivissi, per la prima volta dopo cinque anni (dal 1967), un'esperienza simile a quella della colonia a Cesenatico. Solo che questa volta non ero più un bambino ma un ragazzino di dodici anni e mezzo. I miei genitori avevano iscritto a due settimane di campeggio al Parco di Monza organizzato dal Comune di Milano. La vacanza era per soli maschi. Un giorno credo che partimmo con alcuni pullman dalle vicinanze del Castello sforzesco e arrivamo a Biassono all'ingresso del Parco, dove si trovava (e c'è ancora) la Cascina Costa Alta. In un prato vicino alla vecchia costruzione - in realtà più simile a una villa che a una cascina, se non fosse per quelle che sembravano essere state stalle - erano state montate una decina di tende di tipo militare. In ogni tenda erano stati installati dei letti a castello. A occhio e croce, in ogni tenda, ce n'erano tre da un lato e tre da un altro, in modo da ospitare circa dodici ragazzini per tenda. Ogni paio di tende di ragazzini ce n'era una per gli educatori. Nessuno di questi dormiva con noi e questo mi aveva fatto piacere perché voleva dire, che una volta che gli educatori si fossero ritirati, noi eravamo da soli.

Ricordo che qualche volta, dopo che era scattata l'ora del riposo notturno, fra noi bambini e gli educatori della tenda più vicina, scoppiavano battaglie a colpi di cuscini. Solo in quelle occasioni gli educatori violavano il nostro spazio, forse perché sentivano che non stavamo ancora dormendo. Questi responsabili erano tutti giovani e simpatici. 

In tenda, io avevo fatto particolare amicizia con il ragazzino che dormiva sopra di me. Più di me lui aveva paura delle "forbicine", delle piccole blatte che avevano due pinze in fondo alla schiena e che qualche volta trovavano sui letti o fra le lenzuola. D'altra parte i letti erano issati sopra il terreno (non ricordo se ci fosse un pavimento di plastica, ma comunque le forbicine sarebbero ugualmente entrate nella tenda). Prima di andare a dormire, questo mio nuovo amico, controllava con cura il letto e canticchiava qualcosa che aveva ribattezzato "la canzone della forbicina". 

La mattina venivamo svegliati con una musica emessa da altoparlanti a tromba montati su dei pali ai lati del prato. Quelle musiche mi sono rimaste impresse e, al ritorno dal campeggio, chiesi a miei di comprarmi i dischi. Una era Popcorn, suonata dal gruppo Strana Società; un'altra era una versione pop di un movimento della sinfonia n. 40 di Mozart, arrangiata da Waldo De Los Rios e suonata sotto la sua direzione con un'orchestra che utilizzava anche strumenti elettronici. 

Nei primi giorni della vacanza io mi feci notare dagli altri per il fatto che li invitavo a non dire parolacce. Così qualcuno decise di darmi come soprannome Prete, che però non veniva molto utilizzato.

Ogni giorno i nostri educatori ci facevano svolgere diverse attività. Spesso stavamo nel prato dalla parte opposta della cascina a fare dei giochi tutti insieme. Altre volte ci mettevano fra il prato e la cascina e ci facevano cantare le canzone della trasmissione radiofonica serale (su Rai 2) Alto Gradimento, condotta da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni (la cui prima stagione era iniziata nel 1970 e si concluse nel 1976). Il programma prevedeva molti personaggi e credo che i nostri educatori ci facessero vedere alcune gag in cui li imitavano. C'era da morire dal ridere. Un giorno, invece, ci fecero scavalcare il filo spinato che chiudeva la pista dell'Autodromo di Monza, che si trovava proprio dietro il campo dove stavano le nostre tende. Nell'oltrepassare il filo, mi ferì un ginocchio di una spina di ferro e iniziò ad uscire sangue. Qualcuno dei responsabili mi guardò la ferita e decise che non si poteva fare niente, che comunque non era grave, e proseguimmo. Ricordo che facemmo un giro della pista, iniziando dalla parte delle Curve di Lesmo, e che, fra tutte le cose, mi piacque percorrere la curva parabolica. Credo di avere ancora una piccola cicatrice a ricordo di quella avventura "illegale" voluta dai nostri adulti educatori.

Un giorno del primo fine settimana, mi venne a trovare mio padre, forse insieme a mio fratello. Era venuto con alcuni autobus. Mi portò fuori e, sempre utilizzando uno di questi autobus, mi portò in un convento di frati che si trovava lì vicino e dove risiedevano alcuni frati che, nel periodo 1969-1970 circa, venivano a Vigentino a gestire l'oratorio domenicale. Andammo a trovare in particolare uno di loro, che era quello con cui avevo stretto più legame e che era venuto, una volta, anche a trovarci a casa nostra in occasione di un compleanno o di un'altra ricorrenza.

Riccardo Cervelli anni 70 oratorio
Foto di gruppo di una gita in montagna con i frati che hanno gestito l'oratorio dell'Assunta fra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta

Poi cominciò la seconda settimana. In quel periodo avevo stretto un'amicizia più forte con un altro ragazzo, tranquillo e più alto di me. Credo che sul finire di tutti i pomeriggi ci recavamo anche insieme a farci la doccia. Fu a Cascina Costa Alta che ci presi gusto a fare la doccia. A casa, infatti, avevamo una vasca da bagno con un tubo doccia flessibile. Stare in piedi e farsi spruzzare l'acqua ad alta pressione dall'alto - soprattutto quando avevi cominciato a sentire che il corpo era sudato e sporco per i giochi quotidiani - era un piacere. E, comunque, non era come quando, in colonia, ci facevano delle docce così, ma camminando tutti in fila sotto diverse docce, con addetti che ci lavavano e ci asciugavano come in una catena di montaggio, e i tempi decidevano loro. Lì decidevamo noi, da una certa ora in poi, se, quando e con chi andarci a fare la doccia. Fatto sta che un giorno mi venne un po' di febbre e di prurito in tutto il corpo. Il responsabile della vacanza, un signore sportivo, elegante e professionale (mi sembra che avesse anche lavorato nel settore delle corse), decise di spostarmi nell'infermeria che si trovava nel corpo principale della Cascina. Quel mio amico con cui andavamo anche a fare le docce insieme disse che aveva già avuto la varicella e mi accompagnò alla tenda a fare il bagaglio e poi nella stanza dell'infermeria. Qui, mi avevano messo a disposizione un letto, non fatto, e delle lenzuola. Il mio amico volle assolutamente farmi il letto lui. Dopo che ci salutammo e uscì non lo vidi più. Il giorno dopo vennero mia padre e mio zio Alfredo a prendermi con la macchina dello zio. Negli anni successivi ho ripensato spesso a quel ragazzo e alla generosità dei gesti che aveva compiuto nell'ultima mezz'ora che abbiamo passato insieme.

(aggiornato il 03/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 19 - Preadolescenza, affettività e scuola

 Il 9 giugno 1971 (fonte: Tecnica della scuola.it) è finito l’anno scolastico 1970-1971. Per me dev’essersi concluso qualche giorno più tardi, perché dovevo affrontare l’esame di stato della quinta elementare, necessario per poter accedere alle scuole medie. Avevo 11 anni e mezzo. Essendo nato agli inizi di gennaio, sono sempre stato fra i più grandi delle classi che ho frequentato.

Le vacanze estive successive prevedevano ancora qualche settimana di campeggio a Cogne, Valle d’Aosta. Ancora quell’anno non avevamo l’auto e quindi dobbiamo aver affrontato lo stesso tipo di viaggio da Milano a Cogne e ritorno con l’utilizzo di pullman fino ad Aosta e poi taxi fino alla destinazione. E come sempre, qualche settimana prima della partenza, mia madre ha confezionato i colli da spedire al luogo di vacanza tramite corriere, parola che ho imparato in quelle occasioni. La tenda, spedita anch’essa per corriere, era quella a casetta blu, con delle “stanze” separate per i miei genitori, che dormivano con le mie sorelle, e una per me e mio fratello.

Quell’estate nella palazzina dove vivevano i proprietari del campeggio, e dove al piano inferiore c’era la direzione e una, era venuta a vivere, in un piccolo appartamento, una famiglia. Tra i figli c’era un ragazzo della mia età, o forse un anno di più. Presto feci amicizia con lui. Trascorrevamo molto tempo insieme e una volta ricordo che siamo andati da soli a piedi fino al paese prima di Cogne, Cretaz. Al ritorno, per fare prima, facemmo l’autostop. Nei confronti di questo bambino ho sperimentato per la prima volta un senso di colpa per un mio atto di cattiveria che mi fece vergognare di me stesso ai miei occhi. La storia è rimasta però fra noi due e quindi nessuno mi ha sgridato. Non da lui, ma da altre persone, ero venuto a sapere che nella sua famiglia una persona, in passato, aveva avuto un problema giudiziario. Al mio amico non avevo mai domandato nulla in proposito per non ferirlo. Ma un giorno che per qualche motivo, mentre ci trovavamo da soli io e lui, avevamo avuto una discussione, gli rinfacciai per offenderlo quel problema giudiziario di un suo parente. Lui si mise a piangere. Non ricordo come io reagii a questo, ma penso che poi mi perdonò e restammo amici. Da allora quell’episodio è rimasto nella mia vita come esempio di come i bambini possono diventare cattivi anche se normalmente non lo sono. Non credo di aver ripetuto più lo stesso errore che feci quella volta con nessun’altra persona: usare qualcosa di cui non ha colpa per ferirla.

Riccardo Cervelli 11 anni
Io a Cogne nell'estate 1971

Quella vacanza a Cogne è restata, nel vero senso della parola, incisa nella mia vita anche per un altro motivo. Allora io - come poi anche in seguito - ero una persona molto curiosa e accumulatrice e che non si faceva troppi problemi a violare anche qualche regola per scoprire qualcosa di nascosto e, magari, prendermi un cimelio. Un pomeriggio, io, mio padre e, forse, mia sorella di 6 anni, siamo andati a fare una passeggiata nel cosiddetto Prato di Sant’Orso, una grande distesa erbosa che si trovava al di là della strada di fronte al campeggio. In alto, nel prato, c’era una casupola per gli attrezzi con una porta di legno chiusa con un chiavistello bloccato da un lucchetto. Con il bastone da montagna, con la parte superiore a forma di piccozza, che utilizzavo quando passeggiavamo, ho deciso di forzare quel lucchetto. Questo si ruppe ma volò verso la mia bocca, spezzandomi un incisivo centrale superiore. Subito tornammo al campeggio e mia madre, quando vide quello che era successo, si mise a piangere. Non me n’ero ancora reso conto, ma quell’incisivo era un dente definitivo, non deciduo. Quando tornammo a Milano - non subito perché comunque potevo continuare la vacanza anche così - iniziò una lunga sequenza di sedute Istituto stomatologico di via della Commenda. Ma le protesi che misi in successione da quell’anno fino a quando sono diventato adulto, non sono mai venute benissimo, tanto che ho passato diversi anni con corone che stavano in posizione solo perché c’era il perno, mentre l’adesivo si consumava sempre e dovevo stare attento perché facilmente il dente si staccava. A un certo punto mi sono abituato ad avere un dente che si toglieva e rimetteva. Un fatto che però ha, anche se molto limitatamente, nuociuto alla qualità della vita. Oltre alla paura che per un nonnulla venisse via il dente, c’era anche sempre anche l’ansia di trovarmi in imbarazzo a stare, anche se per poco, senza quel dente davanti. Allo stesso tempo, però, non mi andava di far preoccupare e mettere in qualche difficoltà i miei per risolvere in modo definitivo la situazione. Ogni tanto ne parlavo, cambiavamo dentista, ma poi il problema si ripresentava e allora me lo tenevo.

Ricordo che a Cogne, probabilmente grazie al juke-box del bar oltre che alle radioline portati, sentivo spesso una canzone di Lucio Battisti che mi piaceva molto: Pensieri e Parole. Negli anni a venire, quando la sentivo, mi ricordavo di Cogne.

Tornando al 1971, al ritorno da Cogne, verso fine agosto o i primi di settembre, abbiamo trovato, fra varie cartoline, anche una lettera a me indirizzata. Me la misi via perché non avevo intenzione di aprirla davanti ad altre persone e condividerne il contenuto. Il mittente era la mia amica del cortile più grande di me e l’aveva scritta dalle vacanze. Credo di averla aperta e letta mentre stavo per uscire, con la mia bicicletta tirata fuori dal box, dai garage sotto casa mia. Ne sono quasi certo perché ho ancora viva nella memoria la sensazione di angoscia che ho provato dopo averla letta una prima volta. In quel momento mi trovavo davanti alla rampa di uscita dal box. Sono rimaste abbinate la sensazione di groppo allo stomaco e la vista della rampa. Che cosa c’era scritto nella lettera? La mia amica mi raccontava di avermi molto pensato e di aver deciso di chiedermi se volevamo metterci insieme. Diversi pensieri si sono formati nella mia mente. Mi sembrava qualcosa di peccaminoso e per il quale non ero preparato. Non mi sentivo pronto a stringere una relazione sentimentale da ragazzi o adulti. Mi chiedevo che cosa avrebbe comportato. In più la mia amica mi piaceva per l’intesa intellettuale e affettiva che avevamo, ma non l’avevo mai pensata in altri termini. Dovevo anche essermi reso conto che il suo corpo si era già un po’ sviluppato in quello di una ragazzina, e non più una bambina, mentre io mi sentivo ancora un bambino. Però mi faceva anche piacere pensare che una ragazza desiderasse stare con me anche se ero più piccolo. Però non ricordo come andò a finire. Non ho memoria di averne discusso con lei. Può anche essere che, la prima volta che ci siamo rivisti feci finta di nulla, così come che, invece, le abbia detto che non me la sentivo di legarmi. Tutto, comunque, si risolse subito e continuammo a restare ottimi amici.

Forse ho comunque pensato al fatto che da quel momento avevamo qualcosa in più in comune: frequentare entrambi scuole successive alle elementari. Non ricordo se lei si accingesse a concludere le medie o a iniziare le prima superiore. Molto probabilmente, dati i tre anni di scarto fra noi, doveva essere vera la seconda ipotesi. Il che, forse, mi faceva sentire contemporaneamente più lusingato ma anche più perplesso per la proposta che alla mia amica doveva essere nata dal cuore e da una lunga meditazione.

Riccardo Cervelli 11 anni
Sempre io a 11 anni a Cogne

In quell'anno scolastico 1971-1972 mio fratello si accingeva a frequentare la quinta elementare e mia sorella Annarita la prima elementare. Entrambi andavano alla vicina scuola Wolf Ferrari. Per me, invece, iniziava un lungo periodo, durato praticamente fino all'università, di viaggi con i mezzi pubblici per raggiungere i miei luoghi di studio. 

In quel periodo non c’era ancora una scuola media nel quartiere Fatima. Le possibilità erano due: andare a quella situata in Via dei Fontanili, in quello che per noi era il quartiere Chiaradia, nato prima del nostro, e che si trovava nella parte Nord della zona Vigentino, più verso il centro città; oppure andare, prendendo il tram, nelle scuole che si trovano in zona Porta Romano. I miei genitori e quelli degli altri bambini della nostra compagnia scelsero questa seconda opzione. E così venimmo quasi tutti iscritti alla Scuola Media Luigi Majno - se maschi - o alla Scuola Media Arconati, se femmine. Le due scuole si trovavano entrambe in via Commenda e nello stesso complesso dove si trovava anche il liceo classico Berchet. Per raggiungere queste scuole, da Vigentino dovevamo prendere il tram 24, scendere alla Crocetta e percorrere a piedi un pezzo di via Lamarmora fino all’incrocio con via Commenda. Il viaggio da casa a scuola richiedeva circa tre quarti d’ora. Per quanto mi riguarda, poiché già utilizzavo da qualche anno il tram per andare a scherma in via Cerva, prendere da solo questo mezzo non era una novità. Oggi qualcuno potrebbe avere da ridire sul fatto che bambini di 8-10 anni viaggiassero da soli sui mezzi pubblici per percorrenze di non poco conto. Ma, al di là che in quegli anni c’era maggiore fiducia da parte dei genitori nei confronti della società, oggi penso che un motivo in più per non preoccuparsi era il fatto che, sui tram, gli autobus e i filobus, oltre a molti passeggeri adulti non c’era solo un altro adulto, ovvero il guidatore: c’era anche il bigliettaio. Questo si trovava in fondo al mezzo, dove c’era la salita, e alla fine, oltre a vendere i biglietti, poteva controllare che cosa avveniva sulla vettura ed eventualmente intervenire in caso di problemi. Ho appena letto che la figura del bigliettaio, sui mezzi Atm, è stata mandata in pensione il 3 marzo 1974, mentre io stavo finendo la terza media.

Per tornare alla scuola, per raggiungerla, una volta percorso a piedi l’equivalente di una fermata di tram 23 in via Lamarmora, arrivati all’incrocio con via Commenda si girava a destra. Poche decine di metri dopo c’era il portone della Arconati, dove entravano le ragazzine, e poi quello della Majno, dove ci infilavamo noi ragazzi. Ancora più avanti c’era l’ingresso, un po’ più imponente, del Berchet. La Majno e il Berchet erano collegati internamente da un cortile comune. Fino al 1940, anno in cui fu creata la scuola media Majno, tutto l’edificio era occupato Berchet, che comprendeva dal ginnasio fino al liceo classico.

La classe prima in cui mi trovai era, come lo erano allora tutte le classi di ogni grado, numerosa e, ovviamente, composta tutta da maschi. Poiché si trovava praticamente in centro, i miei compagni di classe provenivano in parte dalla mia zona e uno addirittura da Locate Triulzi (dopo Vigentino e anche dopo Opera) e in parte dalle zone di Porta Romana e Porta Vigentina. C’era anche un buon assortimento di classi sociali, che però si potevano notare solo guardando alcuni capi di vestiario o andando a trovare i compagni a casa dopo la scuola. In classe eravamo tutti uguali; a fare la differenza erano la voglia di studiare e il carattere. La mia classe era abbastanza indisciplinata, ma avevamo anche delle professoresse con alcuni anni di esperienza sulle spalle che si sapevano fare rispettare e seguire, soprattutto quelle di Lettere (professoressa Seletti), Matematica e Scienze (professoressa Formenti) e Inglese (professoressa Lolli). Allora non era prevista la seconda lingua, ma in compenso si studiava il latino (abolito nel 1978 in questo grado). Personalmente, le materie che mi piacevano di più - e in cui avevo anche un buon rendimento - erano italiano, latino, scienze, educazione artistica, applicazioni tecniche e musica. 

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 18 - Jeunes filles en fleur

 Autobiografia - Cap. 18 - Jeunes filles en fleurDopo il ritorno da Cogne, prima vacanza in campeggio dal 1964, nell’autunno 1970 ho iniziato la classe quinta nella nuova scuola elementare del quartiere Vigentino, cioè quella intitolata al compositore italiano Ermanno Wolf-Ferrari, situata nell’omonima via. Colgo l’occasione per segnalare che diverse vie su cui stati edificati i nuovi condomini della zona Vigentino nella seconda metà degli anni Sessanta (dando vita al quartiere Fatima), sono stati intitolati a compositori. Lo stesso vale per la strada dove abitavo (via Pick Mangiagalli) e quella più lunga subito attaccata (via Chopin).

Si è compiuto così il “tradimento” della scuola elementare di via Noto, e per me il passaggio a una terza diversa scuola elementare, dopo quella di via Scrosati (zona Lorenteggio) e via Noto (vecchio Vigentino). Del resto, per i miei genitori si è trattato di una scelta razionale, perché per arrivare da casa alla scuola Wolf Ferrari erano sufficienti cinque minuti e l’attraversamento di una sola strada. Per di più l’uscita della scuola era anche visibile dal balcone davanti del nostro appartamento.


scuole Wolf Ferrari primi anni 70
Foto scattata da mio nonno da una finestra di casa sua. In primo piano l'asilo e dietro la scuola elementare di via Wolf Ferrari. Più dietro ancora la chieda Madonna di Fatima. A sinistra la fila di case davanti condominio in cui vivevo (la via interna è via Pick Mangiagalli)

Il mio migliore amico, abitante nel mio condominio e compagno di classe in via Noto, è rimasto nella vecchia scuola a concludere il ciclo scolastico. In ogni caso ci vedevamo lo stesso tutti i pomeriggi e i week-end. Un altro nostro amico, coetaneo e condomino, che in via Noto era nella nostra stessa classe, ha cambiato anche lui e me lo sono ritrovato in classe. Per la prima volta mi sono ritrovato come compagno di classe un altro nostro amico, coetaneo e condomino che, alla scuola di via Noto, era con una maestra diversa. Un’altra novità seguita al cambiamento di scuola è che per la prima (e resterà l’unica) volta ci siamo ritrovati un maestro: il mitico maestro Rezzaghi, che già in via Noto insegnava soprattutto in classi quarte e quinte. Credo di aver provato un po’ di orgoglio, quindi, ad avere il maestro Rezzaghi, perché, dato che lo avevamo sempre visto insegnare nelle classi degli ultimi anni, essere suoi alunni mi faceva già sentire un po’ più grande. Giusto come ci si doveva sentire a meno un anno dalle scuole medie.

Nella nuova classe, quindi, ci siamo trovati rimescolati con altri bambini provenienti dalla scuola di via Noto (e forse non solo), che però stavano in classi diverse. Non è stata una novità, invece, quella di ritrovarci comunque tutti in una classe maschile. Per noi che in via Noto avevamo avuto come maestra la signora Maria Gidino, che soffriva di una claudicanza, è stata anche la prima volta (esclusa la prima elementare, per chi come me l’aveva fatta in un altro quartiere) che andavamo in palestra nell’ora di educazione fisica. A farci fare gli esercizi era sempre il maestro Rezzaghi. Ricordo ancora noi con la casacca nera che iniziavamo a scaldarci correndo in circolo lungo i muri della palestra e poi ci impegnavamo con salti del cavallo (cavallina) da ginnastica, sulle spalliere o ad arrampicarsi su funi e pertiche. Sicuramente non ero uno dei più bravi in queste cose, nonostante frequentassi i corsi di scherma in via Cerva.

Il maestro Rezzaghi non era giovanissimo; direi che poteva avere sui cinquant’anni. Mi sembra che fosse competente e stimolante nell’insegnare le materie e sapeva come essere spiritoso o severo, con ironia. Ogni tanto faceva la rivista unghie. Ognuno esponeva le mani e controllava la loro igiene. Quando lo faceva teneva in mano un piccolo righello. Una volta che mi ha trovato con le unghie sporche, mi ha detto: “E queste sarebbero le mani di un pianista?”, e poi mi ha battuto leggerissimamente le dita con il righello.

Del maestro Rezzaghi mi è rimasta impressa anche un'altra situazione. Un giorno richiamò la nostra attenzione e ci disse che a scuola era arrivata la comunicazione circa la possibilità di partecipare a un provino per accedere a una scuola di danza. Nel dircelo ci guardava con uno sguardo che dimostrava già l'attesa di un accoglienza ilare della proposta. Come infatti fu. Ricordo che ci disse: "Guardate che la danza non è una solo per le femmine". Ma non insistette a farci considerare seriamente l'opportunità di partecipare al provino. 

In quell’epoca, la compagnia dei bambini del cortile e della via Pick Mangiagalli iniziava un po’ a cambiare. In cortile non andavamo più perché ormai lo avevamo lasciato ai bambini più piccoli. Noi della terza infanzia e preadolescenza preferivamo la strada o il campetto, situato sul limitare nord del condominio e praticamente di fronte alla scuola elementare. Questo era stato anche ripianato, ripulito dalle erbacce e circondato da una rete. Lì ci giocavamo a pallone o stavamo seduti alla base della grandissima e vecchia pianta. Quando giocavamo a calcio, io stavo sempre in difesa, perché non amavo tanto questo sport, non mi ci impegnavo, ed ero quindi anche un po’ impacciato. Come ho già scritto in altri capitoli, ero più di tutto interessato di elettronica e di chimica, biologia, minerali etc. Prima della vacanza estiva in campeggio a Cogne, i miei nonni materni erano andati a passare qualche settimana ad Alassio e si erano portati dietro mia sorella Annarita, di 5 anni. Io avevo chiesto a lei di portarmi dal mare una boccetta con dell’acqua marina e un sacchetto di sabbia. L’unica volta che ero stato al mare era stato tre anni prima in colonia e non sapevo ancora quando ci sarei tornato. Volevo l’acqua e la sabbia per analizzarli con il microscopio che avevo avuto in regalo in qualche recente occasione.

La mia classe di quinta elementare. In piedi a destra il maestro Rezzaghi. Ho visto anche foto di classe con lui, in cui si trovava nella stessa posizione e con lo sguardo sempre nella stessa direzione. 


Più del pallone amavo la bicicletta, che adesso era un bici da cross Legnano verde con tre marce. La maggior parte dei miei amici aveva la stessa marca di bici da cross senza marce, ma forse più adatta a saltare e compiere evoluzioni. La mia Legnano era adatta agli sterrati, (grazie ai pneumatici larghi e con il grip), e ad affrontare qualche ostacolo o dislivello, ma per via delle marce era più ideale per compiere percorsi lunghi, per il quartiere o per le stradine di campagna. Due miei nuovi compagni di classe abitavano in due diverse cascine: una a Macconago - dove c’era anche un piccolo plesso scolastico che, ai tempi in cui andavo a scuola in via Noto, era ancora funzionante; e spesso per intimorirci le maestre ci dicevano che ci avrebbero mandati lì - e una nella frazione Selvanesco. Con la bici ogni tanto andavo a trovarli dove abitavano e mi piaceva fare un giro dentro le cascine, che mi affascinavano. Spesso, all’inizio del pomeriggio, in attesa di riunirmi con gli altri amici, invece imboccavo la via dell’Assunta, nella parte in cui si immetteva fra i campi, passando a fianco di un cimitero in disuso (in cui spesso entravamo di nascosto a curiosare fra le tombe e le cappelle) e mi recavo fino a una stradina sterrata che si immetteva fra i prati. La stradina si trovava sotto un filare di alberi. Stavo lì un po’ e poi tornavo in quartiere.

La bici da cross, con il suo lungo sedile imbottito, era anche un mezzo che mi permetteva di dare un passaggio ad altri bambini. Fra questi anche bambine, che continuavano ad attrarmi sempre di più, anche se non avevo obiettivi di tipo sessuale. Probabilmente, il fatto di non avere avuto fratelli più grandi e frequentato i loro amici, fino a quel momento mi aveva lasciato piuttosto all’oscuro in materia di conquiste e di avventure erotiche. E non sapevo nemmeno più di tanto i nomi “volgari” delle parti “private” delle persone. Il pene era il “pistolino”, ai genitali femminili non abbinavo forse ancora nessun nome ma solo un’immagine vista finora pochissime volte. E comunque mai di una femmina sviluppata. 

Riccardo Cervelli 10 anni
Io a dieci anni e mezzo


Più o meno in quel periodo, un pomeriggio, mio padre mi chiamò e mi condusse nella camera da letto sua e di mia madre. Chiuse la porta e mi disse che mi doveva spiegare qualcosa. Mi chiese se sapevo come nascevano i bambini. Io dissi di no e lui mi spiegò, mimando le azioni fra noi due, completamente vestiti, che l’uomo e la donna si mettevano uno di fronte all'altra, appoggiavano i loro corpi uno contro l’altro e compivano il “coito”. Non parlò esplicitamente di organi sessuali e di penetrazione. E non disse neanche che quell’atto veniva compiuto - almeno nella maggior parte dei casi - da sdraiati e non in piedi. Ora, non ricordo più se di queste cose ero già venuto a conoscenza di altri coetanei. Forse fino a quel momento non mi ero nemmeno interessato più di tanto a come avvenisse il concepimento dei bambini. Fatto sta che compresi vagamente quello che mio padre voleva farmi intendere e non posi nessuna domanda di approfondimento. Il tutto durò pochi minuti e poi ognuno tornò ai fatti suoi ed io non pensai più di tanto all’episodio.

Però, come dicevo, qualche sensazione nuova iniziavo a provarla nei confronti di alcune bambine. Quando ho letto il romanzo A l'ombre des jeunes filles en fleurs di Marcel Proust mi sono ritrovato spesso in alcune situazioni e identificato con il ragazzino Marce.. Con alcune ragazzine iniziavo ad avere colloqui esclusivi e che potevano durare anche a lungo. Con la ragazzina di tre anni più grande di me parlavo molto di tanti argomenti come l’amicizia o gli interessi personali. Trovavamo molto affinità fra noi. Non so come, ma un certo momento conobbi una ragazzina che viveva in fondo a via Chopin e di cui non ricordo né il nome né per quanto tempo abbia vissuto lì, perché a un certo punto ne persi le tracce. Poteva avere la mia età o uno o due anni meno. Era alta quasi come me, era longilinea, aveva la carnagione scura, tanto che pensavo che fosse sempre abbronzata o che, dopo l’estate, le rimanesse l’abbronzatura a lungo. Probabilmente aveva origini meridionali. Aveva i capelli abbastanza corti ed era estroversa. Non ci frequentavamo, però ricordo che qualche volta l’ho accompagnata con la bici da scuola a casa sua. Sentirla seduta dietro di me, con il suo busto appoggiato alla mia schiena, e con la sua testa vicina alla mia per parlarmi, mi fece venire per la prima volta quella bellissima sensazione che si chiama “avere le farfalle nello stomaco”. 

Non so se ispirato da questa conoscenza, ma forse risale a quel periodo l’idea di scrivere un racconto in cui c’erano due bambini, un maschio e una femmina, che con la bicicletta di lui andavano a prestare soccorso a qualche altro bambino che era stato male o aveva avuto un infortunio, come se fossero due paramedici. Nell’epoca in cui scrissi questo abbozzo di romanzetto, ogni tanto venivano a trovarci i miei zii materni Miro Cusumano e Paola Errichelli, giornalista, critica teatrale, appassionata di letteratura, e figlia del giornalista Corrado Maria Errichelli. Con lei parlavo molto e mi faceva sempre molte domande. Quando le dissi che avevo scritto un racconto, mi chieste di prestarglielo perché voleva leggerlo. Poi, per non so quali motivi, deve essersi dimenticata di restituirmelo. 

Ma, come dicevo, sebbene l’erotismo non fosse poi così una faccenda estranea a me, nel senso che come la maggior parte dei bambini lo praticavo da solo, la mia idea di erotismo non comprendeva la possibilità di praticarlo con una ragazza. Non avevo ancora questo tipo di fantasie. Le bambine, o ragazzine, mi piacevano se i loro visi e altre caratteristiche fisiche e psicologiche mi facevano provare belle sensazioni, in alcuni casi estetiche e intellettuali, in altre solo estetiche o solo intellettuali. Ricordo sempre con dolcezza un episodio con una ragazzina coetanea o di un anno più piccola che, dopo qualche anno che già noi abitavamo in via Pick Mangiagalli, era venuta ad abitare nel nostro condominio. Era anche lei abbastanza alta e snella, con un viso molto carino e un carattere affabile. Un pomeriggio eravamo giù nella strada privata con i pattini a rotelle, quelli che oggi si chiamano “quad” per distinguerli da quelli “inline”. Percorremmo da soli, io e lei, più volte avanti e indietro la via parlando di argomenti che non ricordo, ma sicuramente del tipo che possono interessare dei preadolescenti. Da parte mia c’era certamente, lo ricordo, un po’ di attrazione nei suoi confronti, da parte sua non lo so, e probabilmente no. Però mi restò impresso questo momento condiviso in modo esclusivo fra noi, piacevole per lo meno sul piano dell’affettività.

(puntata aggiornata il 02/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 16 - Politica

 Il 1969, e credo soprattutto a partire dall’autunno, deve essere stato l’anno in cui per la prima volta ho percepito con una certa chiarezza l’esistenza di un fenomeno che si chiamava politica. Qualcosa con cui avrei fatto i conti anche negli anni dell’adolescenza.

Ecco qualche scampolo di ricordi che si legano alla storia famigliare. 

Penso che sia stato nel 1969 che i miei genitori hanno iscritto me e mio fratello a un corso di scherma. La palestra si trovava in via Cerva e doveva essere anche un centro federale, dato che sulla cancellata c’era una targa con il nome e il simbolo del Coni (Comitato Olimpico Federale Italiano). Io avevo un maestro molto serio ma affabile che si chiamava Bonato di cognome (qualche anno più tardi verrà a sapere che era anche un capitano dei Carabinieri). Mio fratello invece era istruito da una maestra. Via Cerva è una stradina parallela a via Durini, che si trova fra Largo Augusto e piazza San Babila. Durante la settimana, per andare alle lezioni, io e mio fratello prendevamo il tram da soli. Ricordo che spesso, scendendo in via Mazzini, eravamo avvicinati da un anziano pedofilo, che ci chiedeva se volevamo andare a casa sua, dove aveva molti giocattoli. Benché fossi ancora relativamente piccolo, io avevo capito quali intenzioni avesse quell’uomo e ogni volta gentilmente declinavo il suo invito. Lo vedevo rinunciare qualche passo a fianco a noi deluso, ma forse abituato. 

Nel tardo pomeriggio ci veniva a prendere nostro padre, che allora lavorava alla sede della Banca Commerciale in piazza della Scala. Un paio di sabati pomeriggi sulla strada del ritorno insieme a nostro padre, dopo le abituali soste al bar trattoria Crota Piemontesa di piazza Beccaria, dove mangiavamo sempre un panino con il tonno, passammo da piazza del Duomo, dove erano in corso delle manifestazioni. In un caso, sentii da lontano uno che stava parlando da un palco e molte persone che lo contestavano. Capii che lui stava rispondendo “Io non ho paura di voi! Io non ho paura di voi”. Mio padre mi disse che l’oratore era Ugo La Malfa, segretario del Partito Repubblicano Italiano (PRI). I contestatori erano evidentemente di sinistra e giovani extraparlamentari di sinistra. Un’altra volta sentii un’altra voce più giovane. Anche nei suoi confronti c’erano delle persone che fischiavano e che urlavano “Tamara Baroni!”. Seppi che il contestato era Mario Capanna, uno dei fondatori del Movimento Studentesco, che era accusato di avere una relazione con l’attrice e modella Tamara Baroni, identificata come un simbolo della borghesia che il movimento voleva abbattere. Forse dopo quel fatto capii per la prima volta, o ebbi modo di approfondire, il concetto di incoerenza. Ricordo che in piazza del Duomo c’erano anche mezzi militari delle polizia e dei carabinieri.

Un tardo pomeriggio di dicembre eravamo a casa. A un certo punto squillò il telefono e mia madre andò a rispondere all’apparecchio che avevamo in soggiorno (un altro era nella loro camera da letto). Mi avvicinai alla mamma e capii che stava parlando con il papà. Alla fine della telefonata mi disse che nostro padre le aveva raccontato che stava tornando a casa e che in una banca del centro era probabilmente esplosa una caldaia. Era il 12 dicembre del 1969 e quella che era scoppiata - nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana - non era una caldaia ma una bomba, che aveva causato 16 morti. Ricordo anche di aver sentito che, negli stessi giorni, a mio padre, nella sede della Banca Commerciale in piazza della Scala, era capitato di aver dovuto raccogliere una valigetta in cui, mi sembra, dopo la polizia aveva rinvenuto un’altra bomba. Ma su questo fatto la memoria è meno precisa anche se la storia di mio padre e di una valigetta sospetta è sicura.

Riccardo Cervelli bambino
Io a 10 anni sulla mia amata bici da cross Legnano


Sempre in quel periodo, cioè fra il 1969 e il 1970, avevo capito qualcosa in più degli orientamenti politici nel mio ambiente famigliare. Ogni tanto, a casa nostra venivano a trovarci i miei zii materni, Miro Cusumano, fratello di mia madre, e Paola Errichelli, sua moglie. Mi colpiva il fatto che indossassero sempre dei jeans. Insomma, capii poi che si vestivano alla maniera dei giovani di sinistra. O meglio estrema sinistra. Un pomeriggio, mi trovavo giù, nella strada sotto casa, e mi trovavo in piedi a fianco di una macchina ferma in cui dentro c’erano i miei zii e un loro amico, Massimo, al posto di guida. Ricordo che chiesi che cosa fosse una bottiglia o un termos, che si trovava tra i due sedili davanti, e che Massimo, scherzando, mi disse che era una bottiglia molotov. In quel momento mi resi conto che i miei zii materni erano in qualche modo collegati al movimento di contestazione che era in corso in quel momento, anche se ancora non sapevo che si trattasse di quello del ‘68.

Più o meno nello stesso periodo della terza infanzia, preadolescenza, seppi anche che mio nonno paterno Nevio e mio zio paterno Alfredo erano simpatizzanti ed elettori del PCI (Partito Comunista Italiano). Mia nonna materna Iris Catarsi non so, e comunque in quell’epoca, come ho già scritto, non comunicava molto a causa di quella che chiamavano "arteriosclerosi". Mio nonno materno Matteo Cusumano, forse perché una volta glielo chiesi, si disse liberale. Mia nonna materna Carlotta Barbieri non aveva un credo politico preciso ma era comunque orientata verso il centro e, credo, la Democrazia Cristiana (DC). Mio padre e mia madre erano democristiani. Mio padre, mi disse una volta, da giovane aveva simpatizzato per i “radicali”, che però non dovevano coincidere con i militanti del Partito Radicale di Marco Pannella. Ma, da quando soprattutto eravamo venuti ad abitare a Vigentino, e mio padre era diventato molto attivo nel Comitato Opere Parrocchiali (COP), aveva iniziato a militare seriamente nella Democrazia Cristiana, e in particolare nella corrente della Base.

Dopo la strage di Piazza Fontana, sentii più forte la curiosità per la cronaca politica, in particolare quella legata a eventi molto particolari come la guerriglia urbana, le rivoluzioni, gli attentati e il terrorismo. Non nego che, forse perché c’era in me (rafforzata forse anche dall’ingiustizia subita da degli adulti in colonia nel 1967) una certa fascinazione per le ribellioni, dopo aver visto delle foto di un’azione terroristica avvenuta all’estero, per qualche giorno pensai tra me e me che, da grande, mi sarebbe piaciuto diventare un terrorista. Ma devo ammettere che, sempre a seguito dell’esposizione a qualche fatto di cronaca, pensai lo stesso verso il mestiere di spacciatore di droga. 

Il 16 dicembre 1969 avvenne il caso della caduta dell’anarchico Giuseppe Pinelli da una finestra della Questura di Milano, dove era tenuto in stato di fermo e interrogato dal Commissario Luigi Calabresi come sospettato della strage. Ancora oggi non posso dire di essere convinto su ciò che è avvenuto: se cioè Pinelli sia stato buttato giù dai poliziotti o si sia gettato per suicidarsi. I miei zii materni, invece, erano fra quelli che sostenevano che Pinelli era stato ucciso. Nel 1970 circa, non ricordo con sicurezza, i miei genitori mi avevano regalato un radioregistratore. Fra le cose che feci con quell’oggetto, che ho tenuto con affetto per diversi anni, ci fu quella di registrare, un giorno in cui ci vennero a trovare, i miei zii Miro e Paola cantare diverse canzoni. Fra queste mi rimase molto impressa la “Ballata di Pinelli”, che infatti poi imparai a memoria. In questa canzone Pinelli viene definito vittima di un assassinio da parte dei poliziotti che lo stavano interrogando, fra i quali c’erano il commissario Calabresi e il questore Antonino Allegra. 

Qualche giorno dopo la strage di Piazza Fontana, oltre a Pinelli fu arrestato come sospetto coautore anche l’anarchico Pietro Valpreda. Nel 1972 Valpreda fu candidato alle elezioni politiche nelle liste del Manifesto, che partecipava per la prima volta come partito “parlamentare”, lasciando così la propria identità “extra parlamentare”. Ricordo che in quell’occasione sentii dire a mia madre che stava prendendo in considerazione l’idea di votare Valpreda, perché evidentemente convinta dell’innocenza dell’anarchico. La cosa mi sorprese perché non avevo mai pensato che mia madre potesse votare un partito di sinistra, figuriamoci di estrema sinistra. La notizia mi fece molto piacere perché riconobbi in mia mamma una grande onestà intellettuale.

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