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Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una collina sopra il paese. Nell’ultimo tratto non c’era più la strada asfaltata e, mentre percorrevamo le ultime decine di metri sulla parte sterrata, un sasso ruppe il circuito dell’olio della mia auto. Quando ripartimmo, sentimmo un rumore di ferraglia provenire dal motore e vedemmo uscire del fumo dal cofano della macchina. In pratica, non essendo più rimasto abbastanza olio nel motore, quest’ultimo si grippò. Il giorno dopo mi recai presso un'officina e, con un meccanico, andammo a recuperare l’auto per farla riparare. Siccome però il danno era grave, io e i miei amici dovemmo rassegnarci a rientrare da Vieste con i mezzi pubblici.

Non ricordo se partimmo tutti lo stesso giorno. Io, infatti, nei giorni successivi avrei dovuto recarmi a Trevi, in provincia di Perugia, per partecipare a un corso estivo della Soka Gakkai italiana. Quasi tutti i membri iscritti al corso, compresi quelli di Milano, avevano raggiunto l’hotel che ospitava l’evento con vari pullman. Io, invece, vi arrivai dopo un lungo viaggio, prima con un autobus che attraversò tutto il Gargano, e poi in treno. Giunto a destinazione, venni rimproverato da un'amica e responsabile, perché, decidendo di rimanere fino all’ultimo momento in vacanza, non avevo partecipato agli ultimi giorni di preparazione prima del corso a Milano. Questa mia scelta, inoltre, non aveva certo giovato a cambiare in positivo il karma negativo che si era concretizzato con il guasto alla macchina. Inoltre, sentii una certa fatica a entrare nello spirito giusto del corso e, durante, questo, riflettei per l’ennesima volta su certi miei comportamenti non proprio saggi che si trascinavano ancora dalla seconda metà del decennio precedente. 

Rientrato a Milano, questa volta in pullman con gli altri membri dell’organizzazione buddista, determinai di nuovo di cambiare certe mie tendenze e dedicarmi all’attività buddista ancora più serio di quanto già non lo facessi, sempre come responsabile di un settore che comunque cresceva continuamente, con quattro gruppi ai quattro punti cardinali di Milano più uno a Trento. Verso la fine di settembre tornai a Vieste in treno per ritirare l’auto riparata. Mi accompagnò mio padre. Credo che quello fu l’unico viaggio lungo che feci da solo insieme a mio padre. Dall’autostrada, guidando piano (essendo stati rialesati i cilindri, in pratica era come se l’auto fosse di nuovo in rodaggio), mi colpii molto vedere le spiagge del mare adriatico senza più ombrelloni e turisti. Il tutto dava una sensazione di tristezza e di conclusione di qualcosa che sarebbe ricominciato un anno dopo.

Per quanto riguarda il servizio militare ancora da assolvere, alla fine di luglio erano terminati i 180 giorni per i quali, in gennaio (a seguito di accertamenti sanitari da me richiesti al Distretto Militare di di Milano), ero stato giudicato “T.N.I.” (temporaneamente non idoneo).  Alla nuova visita presso l’Ospedale Militare di Milano (chiamato anche Ospedale Militare di Baggio, dal nome della zona in cui ancora si trova) venni giudicato “idoneo”. Dall’inizio delle vacanze estive, quindi, inizia a sentire che ogni mese era buono per ricevere la cartolina di “chiamata alle armi”. Non è un’espressione eccessiva, in quanto è proprio quella riportata sul fascicolo matricolare. 

In quel periodo, erano già molti i miei amici - compresi molti membri della Soka Gakkai con cui facevo attività quotidianamente e anche mio fratello - che erano già stati alla “naja” e che mi raccontavano episodi e considerazioni su questo periodo. Uno, in particolare, che era anche il mio vice come responsabile di settore, mi aveva detto una frase che mi era rimasta impressa: “Quello del militare è l’anno che passa più velocemente”. Un’opinione che contrastava con la vulgata che i giorni della naja non passano mai. Questa frase mi mise senz’altro in una disposizione più positiva rispetto a quello che mi aspettava e che, comunque, sinceramente non mi preoccupava più di tanto: anzi provavo verso di esso una certa curiosità. Un ragazzo che era stato convinto a praticare da quel mio vice responsabile durante un periodo trascorso insieme nella stessa caserma, mi aveva raccontato di essere stato per diversi mesi nella missione italiana di pace in Libano, che si svolse dal 1982 al 1984. I soldati del contingente ricevevano un’indennità di molto superiore al mio stipendio di allora. Anche se non ero proprio convinto di voler, eventualmente, andare in Libano sotto le bombe, devo dire che la prospettiva di un guadagno del genere un po’ mi attraeva. 

Spinto più che altro da mio padre, che in quanto direttore di un’agenzia della Banca Commerciale Italiana, aveva ogni giorno a che fare con moltissime persone, fra i quali un ufficiale, andai a nome di quest’ultimo a parlare con un altro ufficiale in una caserma di Milano, dove si trovava un ufficio stampa dell’Esercito. Questi mi fece molte domande sul mio lavoro, ma soprattutto su quante conoscenze avessi fra i giornalisti di molte testate importanti del Paese. Io, sinceramente, sapevo fare bene il mio lavoro di redattore, ma lo svolgevo in una casa editrice di riviste rivolte agli operatori della pubblicità (dirigenti e creativi di agenzie, oppure titolari di case di produzione audiovisiva) e degli uffici comunicazione e marketing di medie e grandi aziende. Infatti, quando finì quell’incontro, non ebbi una sensazione molto positiva, in quanto mi sembrava che più che capacità di scrittura, fossero richiesti contatti da utilizzare per far pubblicare notizie. Probabilmente quel posto era più adatto, forse, per qualche figlio di un giornalista con una certa posizione.

Dopo qualche settimana, lo stesso ufficiale cliente della banca dove lavorava mio padre, disse a quest’ultimo di aver saputo che io ero stato selezionato per un’importante entità dell’Esercito, i cui predestinati non potevano essere dirottati altrove. Non gli disse però di quale corpo si trattava. Quando raccontai questa cosa al titolare di una delle ditte di cui si serviva la mia casa editrice, invece, questi mi sgridò dicendogli che avrei potuto dire a lui che dovevo partire per il servizio militare in quanto conosceva un ufficiale del Distretto Militare (che effettivamente avevo conosciuto anch’io durante i famosi “tre giorni” di visite sanitarie e colloqui nel 1978), che avrebbe potuto aiutarmi a rimanere a Milano. Lo ringraziai, ma comunque per me non era poi tanto importante dove avrei svolto il servizio militare, quanto togliermi questo impegno e poi iniziare una nuova fase della mia vita personale e professionale.  

A metà febbraio 1984, infine, arrivò la cartolina. Nei giorni successivi, organizzai una cena con tanti amici buddisti presso un ristorante alla buona, e iniziai i preparativi per la partenza verso Foligno (Perugia) per essere “incorporato” presso il 92° Battaglione di Fanteria “Basilicata”, un C.A.R., ossia Centro Addestramento Reclute. Nel frattempo, avevo convinto l’amministratore delegato e il direttore editoriale della casa editrice, di darmi la liquidazione per i tre anni in cui avevo lavorato (anche se non ero un lavoratore assunto, ma un collaboratore interno a ritenuta d’acconto), in modo da avere una riserva economica per le mie spese personali durante il periodo della naja. Oltre a soddisfare la mia richiesta, mi fu detto che avrei ritrovato il mio posto al termine del servizio militare. Oltre all’esperienza e alla liquidazione, quei primi tre anni di lavoro mi permisero di partire per la naja con in tasca anche la tessera da giornalista pubblicista, che avevo ottenuto nei primi mesi del 1983.

Uno scorcio del mio quartiere nel 1983. Foto scattata da me soprattutto, credo, per il circo a fianco della chiesa Madonna di Fatima


Autobiografia da adulto - Cap. 3 - Avvio al lavoro

Intorno alla primavera del 1980, ormai le mie routine di vita erano completamente cambiate rispetto a quelle degli ultimi anni Settanta. Vivevo ancora in famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli (un fratello e una sorella più giovani di me), ma passavo la maggior parte delle mie giornate e serate fuori casa. Le lezioni universitarie alla facoltà di Fisica (Università Statale di Milano) che frequentavo (ero iscritto al primo anno di corso) si tenevano tutte il pomeriggio. Così, la mattina mi potevo alzare con comodità intorno alle nove, quindi, dopo colazione, recitavo Gongyo (le preghiere del Buddhismo di Nichiren Daishonin che avevo abbracciato l’anno precedente) e poi ripassavo le materie che stavo seguendo.

Dopo un pranzo veloce, con l’autobus 95, preso in via Quaranta, e quindi il filobus 93, che partiva da piazza Gabrio Rosa, raggiungevo l’università, sita in via Celoria. Al termine delle lezioni tornavo nel mio quartiere Vigentino, dove tutti tardi pomeriggi, alle 18.30, noi buddhisti della zona ci trovavamo per fare insieme Gongyo sera, guidati da un nostro amico che ci aveva tutti introdotti a questa religione negli ultimi anni Settanta. E la sera? Chi di noi voleva, ci davamo appuntamento allo storico bar Frison, in via Ripamonti, e da lì partivamo per andare, solitamente, a casa di un responsabile buddhista che abitava in via Lancetti, in zona Maciachini. Altre volte andavamo in qualche locale sui Navigli, dove spesso l’amico che ci aveva convertito suonava la con un gruppo blues importante del momento, oppure andavamo ad ascoltare qualche concerto in qualche teatro o parco di Milano o dell’Hinterland. 

Con l’arrivo delle belle giornate, altre volte, ci ritroviamo la sera sulla piazza della chiesa Madonna di Fatima e stavamo lì alcune ore sulle gradinate a suonare e conversare. In quel periodo ho avuto spesso l’occasione di accompagnare, con la mia chitarra, il nostro amico, che era senza dubbio uno dei migliori chitarristi blues del momento a livello italiano. Io suonavo gli accordi e lui cantava e suonava le parti soliste. Ogni tanto mi chiedeva di provare a “svisare”, ma non mi sentivo in grado e quindi continuavo ad accompagnarlo nelle parti ritmiche, ma intanto imparavo ugualmente molto da lui.

Un giorno di primavera, dopo un po’ di tempo che non lo facevo, andai a trovare mio zio materno Miro Cusumano, uno dei più noti pittori astrattisti italiani dell’epoca, a casa sua. Quel pomeriggio c’era anche la moglie Paola Errichelli, autrice teatrale, critica e traduttrice. Con entrambi gli zii, fin da bambini, avevo sviluppato un legame di confidenza e affetto molto forte, anche se potevano anche molti mesi fra i nostri incontri. Con loro potevo parlare di politica, di questioni esistenziali e - soprattutto con Paola - di scrittura e tendenze sociali e culturali del momento. Fin da quando ero preadolescente, lei mi incoraggiava a scrivere e, quando le mostravo qualcosa, se lo portava a casa per leggerlo. Quel pomeriggio parlai a entrambi dell’esperienza buddhista che avevo iniziato da qualche mese, dei benefici che avevo ottenuto praticando questa religione e della possibilità che potesse essere utile anche a loro. Purtroppo, quella fu l’ultima occasione in cui vidi la zia Paola: dopo poco tempo si trasferì a Roma, dove morì nel 1981.

Nei mesi successivi, decisi di andare a trovare e uscire più spesso con lo zio Miro. Lui mi fece conoscere molti amici pittori, scultori, letterati, o comunque intellettuali. Fra quelli che ricordo maggiormente, anche per averli incontrati più spesso, ci sono il poeta Giancarlo Majorino e gli artisti Gianni Brusamolino, Ferdinando Chevrier, Alberto Croce Gianfranco Motton e Carlo Nangeroni. Insieme, questi e altri artisti formavano per me un affascinante e stimolante bohème in cui mi sentivo a mio agio perché, nonostante fossi l’unico ventenne, mi sentivo comunque accolto e trattato da pari a pari, a volte anche con il tipico affetto che le persone più grandi sviluppano per una persona molto più giovane.

Nel frattempo, avvicinandosi l’estate, mi capitò in quei mesi di fare anche alcune brevi gite di due o più giorni, sia con amici buddhisti e non, sia con mio zio. Con alcuni dei primi, andai un paio di volte a Firenze, dove in quel periodo era iniziate una forte propagazione del nostro buddhismo fra i giovani e le loro famiglie. Devo dire che mi trovai molto bene con i ragazzi fiorentini che praticavano come me, tutti calorosi, pieni di interessi, aperti a fare amicizia. Ovviamente, mi affascinò anche la città in quanto tale. Da allora rimasi molto affezionato a Firenze. Un’altra bella gita di quel periodo la fece invece con lo zio Miro. Andammo a Bormio a trovare una famiglia di suoi amici. Lui era architetto e lei insegnante. Avevano anche una bambina di quattro o cinque anni straordinariamente intelligente e simpatica, con la quale mi successe di fare qualche discorso in cui si dimostrava “competente” quasi come un’adulta. In quell’occasione credo che ci fosse anche qualche altra persona amica e, fra le altre cose, mangiammo e bevemmo molto bene.

Nel frattempo, purtroppo, la mia preparazione ai primi esami all’università procedeva a fatica, complici soprattutto le lacune che mi ero portato dietro dagli ultimi due anni di liceo scientifico in analisi matematica e geometria. Ricordo che mio padre, che era direttore di agenzia alla Banca Commerciale, chiese a una insegnante di matematica sua cliente se potesse darmi un aiuto, ma questa rispose che non se la sentiva di fare ripetizione a uno studente universitario (forse perché ormai alcune parti che si imparano solo all’università non se le ricordava più bene). 

Sentendo che alcuni miei amici del quartiere avevano iniziato a fare lavori di tre mesi come autisti delle guardie mediche della Croce Rossa, verso luglio decisi di provare anch’io a fare questa esperienza invece di passare tutta l’estate in vacanza. Così avrei anche guadagnato qualche cosa, per non dipendere finanziariamente solo dalla famiglia. Al colloquio in una sede della Croce Rossa in zona Sempione non andò tutto liscio. Il selezionatore mi chiese di indicarmi via Novara su una grande cartina di Milano appesa a una parete. Io ero convinto di conoscere molto bene la città, perché durante l’adolescenza avevo sempre girato molto fra i vari quartieri, ma per rispondere riuscii a indicare solo la zona dove ricordavo che si trovasse la via, ma non il punto preciso. Me ne andai senza sapere se il colloquio fosse andato bene, perché mi dissero che mi avrebbero fatto sapere successivamente l’esito. Dopo qualche giorno, quando ormai pensavo che non mi avrebbero preso, mi chiamarono per dirmi che, di lì ad alcuni giorni o poche settimane (non ricordo bene) avrei preso servizio.

In attesa di iniziare a lavorare, però, un giorno di luglio mio zio Miro mi portò nella sede di una casa editrice fondata da alcuni suoi amici e che cercava un ragazzo in grado di svolgere alcune mansioni redazionali, dallo scrivere qualche articolo a cercare foto, andare in tipografia a portare pezzi da comporre e così via. Arrivati in redazione, io e mio zio entrammo nella stanza del direttore, che aveva più o meno la stessa età di mio zio e che si dimostrò subito molto affabile. Anzi, devo dire che rimasi molto affascinato dal carisma e dalla simpatia che emanava. Dopo un colloquio di una ventina di minuti, mi disse che avrei potuto iniziare a lavorare agli inizi di settembre, mezza giornata, da lunedì a venerdì. In questo modo avrei potuto anche continuare a frequentare l’università.

Nei giorni seguenti, presi due importanti decisioni. La prima fu, visto che non ero più convinto di continuare a frequentare Fisica (l’avevo scelta più per interesse filosofico che veramente scientifico), di iscrivermi a Lettere Moderne, che ritenevo anche più affine con il nuovo tipo di lavoro - il giornalismo, e l’editoria in generale - che mi era stato offerto; la seconda, quella di comunicare alla Croce Rossa che non avrei più preso servizio (peraltro non avevo ancora firmato un contratto). Scelsi invece di andare, forse per l’ultima volta, a trascorrere le vacanze estive con la famiglia nel campeggio di Ballabio, in Valsassina. In questo modo avrei potuto stare qualche settimana con gli amici che mi ero fatto lì negli ultimi anni, e che negli anni a venire avrei visto molto meno. 

Prima della vacanza in Valsassina, comunque, era previsto anche un corso estivo del nostro buddhismo all’hotel La Torre di Trevi, in Umbria. Come la maggior parte dei giovani, anch’io fui coinvolto nello staff dei soka-han (maschi) e delle byakuren (femmine). Il suo compito era quello di garantire che tutto si svolgesse in modo fluido e nella massima sicurezza. Noi soka-han facevamo dei giri di controllo all’interno dell’hotel di notte, e con le byakuren, durante il giorno, dovevamo indirizzare le persone verso l’auditorium dove si svolgevano le riunioni principali e assicurarci che ci fosse tutto quanto fosse necessario per lo svolgimento dei meeting. Era un’attività che ci permetteva di seguire il corso, ma nello stesso tempo dedicare quel momento della nostra vita a sostenere le persone e proteggere l’attività. Inoltre ci avrebbe consentito di stabilire forti legami fra di noi, anche se venivano da città diverse.

Dopo il corso a Trevi, la vacanza in campeggio in Valsassina fu molto lunga e bellissima. Nei primi giorni, ebbi più volte l’occasione di raccontare ai miei amici della mia pratica buddhista e dell’esperienza del corso in Umbria. Facemmo spesso escursioni sui monti intorno alla Valsassina. Passammo anche lunghi pomeriggi nel campeggio stesso, durante i quali, quasi sempre, suonavo e cantavo tutto il mio repertorio di canzoni di cantautori italiani o di artisti e gruppi pop internazionali. Nel gruppo di amici, c’era sempre la ragazza con la quale c’era una storia più platonica che fisica nel vero senso della parola, ma della quale ero molto “cotto”. Una storia che iniziava e finiva sempre con l’inizio e la fine della vacanza.





Autobiografia giovanile - Cap.2 - Tra prima e seconda infanzia

Da sempre appassionato di sviluppo cognitivo, psicologia infantile e neuroscienze, attribuisco molta importanza ai miei ricordi della prima infanzia. Ovviamente, come credo valga per tutti, i ricordi di quel periodo sono un puzzle formato da due tipi di tessere: i ricordi effettivamente personali e quelli di altre persone che hanno assistito ai miei primi anni di vita e mi hanno raccontato alcuni loro ricordi di me: sia episodi sia comportamenti e atteggiamenti. A questi si aggiungono quelli desunti da fotografie dell'epoca. O un da un mix di racconti e foto, come per esempio per quanto riguarda le prime vacanze nel '60, '61, '62 e '63.

In campagna con un pupazzo gonfiabile 

Se penso a quale possa essere il mio primo ricordo personale, mi viene sempre in mente questo momento. Era un tardo pomeriggio invernale o una sera: comunque era buio. Mi trovavo con i miei genitori a passeggio in una via del quartiere di Milano in cui vivevamo; se posso fare un'ipotesi, poteva essere via Soderini, che incrociava la via D'Alviano, in cui abitavamo. Potevo avere circa due o tre anni. Ero molto probabilmente seduto su un passeggino. Mi sono soffermato a lungo a guardare la luce arancione-giallastra di un lampione, che faceva contrasto con il cielo buio. Quasi sicuramente indicavo la luce con un dito ed emettevo dei versi. I miei genitori, in piedi intorno a me, dicevano qualcosa su quella luce.

La luce è protagonista anche di un altro ricordo precoce. Era sempre sera, camminavamo su un marciapiedi sinistro di via Lorenteggio in direzione centro città, verso Piazza Frattini, per poi girare a sinistra e svoltare in via D'Alviano. Classica passeggiata prima di cena. Credo fossimo in quattro: io, Cristiano e i genitori. A un certo punto, dato che allora ero basso, ho notato alla mia sinistra una finestra che dava su uno scantinato. La stanza era buia ma notavo la sagoma di qualcosa di grosso, scuro, con una finestrella che faceva intravedere una fiamma rossa. Con il senno di poi ho capito che era una caldaia condominiale. Sono stato un po' a osservare la scena. Credo che sia stato dopo quella visione che ho iniziato ad avere un incubo ricorrente, durato per qualche anno. Nel sogno mi vedevo a fianco di un grosso macchinario che avevo distrutto e mi sentivo angosciato e in colpa per il fatto che i miei genitori avrebbero dovuto pagare i danni che avevo provocato. Non ho mai raccontato ai miei genitori di questo sogno ricorrente.

Altra esperienza con la luce. Un giorno, probabilmente invernale, osservai dalla mia camera il cielo fuori dalla finestra. Rimasi a guardare a lungo il cerchio del sole che appariva con una luminosità tenue (tale da poter essere osservato per qualche secondo senza provocare danni alla vista) attraverso una vasta coltre di nubi. Associo a questa visione la presa di coscienza anche di vivere in una città. 

Fra i ricordi di quell'epoca di altri, riportati a me in anni successivi, invece segnalo questi tre.

Dopo essere stato svezzato, non sempre per i miei era facile farmi mangiare quando volevano loro. Per distrarmi, e permettere a mia madre di imboccarmi, mio padre apriva un ombrello, lo posava sul pavimento dalla parte della punta, vi metteva dentro i miei pupazzi e li faceva girare. Io rimanevo estasiato a guardare i giocattoli roteare e, nel frattempo, ingoiavo il cibo.

A un anno, sul balcone della casa dei miei nonni materni (Matteo Cusumano e Carlotta Barbieri) situata in via Venini (zona Stazione Centrale-Piazzale Loreto-Viale Monza) ho mangiato una foglia di oleandro e poi sono stato male.

Sul balcone della casa dei nonni prima di mangiare l'oleandro

Sempre a casa dei miei nonni materni, e sempre in tenera età, mi sono aggrappato al piano di marmo di un tavolino. Questo non era fissato e quindi si è spostato, io sono caduto e il piano mi ha seguito. Uno spigolo è caduto sul dito anulare della mia mano destra, provocando la rottura di un tendine a fra la terza e la seconda falange. In quegli anni la chirurgia della mano non aveva raggiunto i traguardi di oggi, e così la terza falange è rimasta per sempre leggermente piegata. Mia madre mi raccontava che mio nonno, con il quale mi trovavo in quel momento, si è sempre sentito in colpa per quanto era successo. 

Siccome non avevamo la macchina, per andare a trovare i miei nonni materni servivano, ogni volta, due mezzi pubblici: un autobus e un tram e vicevera. Vicino a casa nostra passavano due linee di autobus. Una la potevamo prendere in piazza Frattini e l'altra, se non sbaglio, passava o da via Soderini o piazza Bande Nere. In questa piazza c'era u un plinto che ho scoperto, qualche anno fa, esserci ancora. 

Riccardo Cervelli piccolo
Io in posa sul plinto di piazza Bande Nere

Della casa dei miei nonni materni in via Venini, dove erano cresciuti sia mia mamma sia mio Zio materno Miro Cusumano  (dopo i primissimi anni vissuti in una villetta di via Tiepolo, a Città Studi), ho anche moti dei primi ricordi personali diretti. E così ricordo molto bene anche dell'interno della casa. 

Sempre nella casa di via Venini c'era la televisione, che non avevamo nella casa di via D'Alviano.

C'era un vecchio pianoforte a muro (costruito nel 1898) sul quale strimpellavo e ho dimostrato di avere un notevole orecchio musicale visto che riuscivo - senza conoscere ancora una nota - a riprodurre sulla tastiera alcune melodie di canzoni ascoltate spesso. In quell'epoca, dai racconti dei miei genitori so che amavo canticchiare Il tuo bacio è come un rock (1959) di Adriano Celentano. Sicuramente al piano riproducevo delle melodie di jingle degli spot di Carosello. Mia nonna, qualche volta, mi insegnava a suonare la scala musicale di do maggiore, associando le note ascendenti con la prima metà di una canzoncina e quelle discendenti con la seconda metà. La prima parte era: "Hanno fatto i pesciolini una casa in fondo al mar". La seconda: "L'hanno fatta di cristallo per potersi rispecchiar".

Le vie e le piazze intorno a via Venini erano molto più vive e più ricche di attrazioni di quelle del quartiere Lorenteggio. Ricordo che in un posto in cui passavo spesso con mio nonno c'era una fontana. Credo che quel posso fosse il sottopasso fra viale Monza e viale Padova, dove oggi c'è un centro commerciale.

Compiendo una passeggiata verso il centro città si poteva arrivare c'erano Giardini Pubblici di Porta Venezia (oggi Giardini Indro Montanelli), dove, fra le varie attrazioni per bambini (fra cui un trenino, che c'era ancora quando vi ho portato molti anni dopo i miei figli) e uno zoo a cui si entrava dalla parte di via Manin). Nello zoo c'era un pony sul quale i bambini potevano fare una breve passeggiata e farsi fotografare. Conservo con piacere una foto su questo cavallino che ho trovato in versioni identiche su Internet con altri bambini. Dalla foto non si capisce se ero contento o spaventato, oppure annoiato per dover posare. 

Riccardo Cervelli piccolo
Io sul pony dello zoo di Milano

Di seguito, infine, una serie di ricordi personali diretti relativi a esperienze vissute nel mio quartiere di via D'Alviano.

Rammento un prato dietro ai nostri caseggiati in direzione Ovest, su cui pascolava un asino. Di campi ce n'erano ancora molti, in quei tempi, nelle periferie di Milano. E spesso i nostri genitori ci portavano lì a giocare e scattarci foto.


Infine, un giorno, sulla stradina davanti al portone di casa, trovai una lametta. La raccolsi e mio fratello cercò di strapparmela. Così mi causai un taglio abbastanza lungo profondo sul palmo della mano destra, sotto il pollice. Un vicino mi portò all'Ospedale Militare di Baggio, che era quello più velocmente raggiungibile, dove venni medicato. Ora ho una piccola cicatrice a ricordo di quel momento della mia infanzia.

D'altra parte neanch'io non attentavo alla salute di mio fratello. Una volta gli feci ingoiare un chiodo. Per fortuna, come risultò da una radiografia, esso si appoggiò con la testa su una parete interna dello stomaco e fu in seguito espulso dal corpo con le feci.

Per restare in tema sanitario, un pomeriggio, mentre tornavamo da piazza Bande Nere a casa percorrendo la via D'Alviano, all'incrocio con via Soderini vidi per la prima volta la scena di un incidente stradale.  Il o i feriti erano già stati portati via, ma per terra c'era ancora una striscia di sangue. Una vista che mi rimase impressa.


Riccardo Cervelli piccolo
Io su un prato con un asino giocattolo

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una...