Autobiografia giovanile - Cap. 34 - Politico e fricchettone

 


Ritornato a Milano dal viaggio in Sicilia per la tumulazione di mio nonno materno Matteo a Cinisi, ha ripreso la vita di studente di terza liceo scientifico, neo 17enne, con nuove amicizie e con uno stile di vita sempre meno militante politico e sempre più fricchettone.

Da febbraio 1977 ho iniziato a vivere esperienze che in futuro penserò che sarebbe stato meglio non fare. Da buddhista, quale sono diventato due anni dopo quel periodo (e cioè nel 1979), devo però dire che quello che è avvenuto faceva parte del mio karma con cui sono nato in questa vita, e che il karma può “essere trasformato in missione”. Questi principio significa che, attraverso la pratica buddista, le esperienze negative si possono superare e trasformare in una saggezza e una capacità specifica di empatia che ci consente di capire di più e aiutare chi inizierà a vivere quelle esperienze dopo di noi. È ovvio che anche chi non è passato attraverso determinate storie, e non è buddista può offrire valido aiuto a chi invece le stato vivendo. Ma chi le ha vissute, ne è uscito vincitore, e sta praticando il buddhismo che ho abbracciato io (quello di Nichiren Daishonin e propagato dalla Soka Gakkai) può “trasformare il (suo) karma (passato) in missione”, e donare sia un aiuto morale e concreto, sia la conoscenza di una filosofia e una pratica che poi si è liberi di accettare o meno.

Alcune esperienze che ho iniziato a vivere dal febbraio 1977 fino al settembre 1979, pur se non esclusivamente, mi hanno qualificato in quel periodo anche in quel genere di persone che oggi sono considerate soggetti devianti. Se oggi non rimpiango di aver iniziato, alla fine del 1976, a fumare canne - anche perché almeno al momento in cui scrivo sono favorevole alla liberalizzazione della cannabis anche per utilizzo ricreativo - se non vedo la cosa come un fatto che avrei dovuto vivere e che poi mi ha stimolato a praticare il buddhismo con la Soka Gakkai in modo serio - mi sarei volentieri evitato di andare oltre con altri tipi di sostanze che invece oggi considero dannose per la salute e pericolose per la vita. Sicuramente qualcuno dirà che le canne sono una droga e che si parte da lì e poi non si sa dove si va a finire. Ebbene, non posso negare che la mia esperienza dimostri che ciò possa effettivamente avvenire, ma conosco moltissime persone che, per molti decenni hanno utilizzato la cannabis per divertimento o per rilassarsi e non hanno mai provato - o se lo hanno fatto non hanno continuato a assumerle - altri tipi di sostanze. E il loro utilizzo della cannabis non è diverso da quello di bersi, qualche volta, tre bicchieri bicchieri di alcolici vino o birra, sentire necessariamente un cambiamento dello stato mentale, ma non andare incontro a grossi problemi a meno che non si diventi alcolizzati o non ci si metta a guidare con un tasso alcolemico fuori dalla norma.

Un problema della cannabis e che non ha l’alcool è che la prima è considerata una “droga” e il secondo no, anche se anche quest’ultimo porta a una modificazione dello stato di coscienza. Questo fatto, che si può spiegare con il costume millenario della nostra società occidentale di bere alcolici, ma non di fumare la cannabis, ha fatto sì che quando io ero giovane - ma ritengo che per molte persone anche oggi sia così - dal momento in cui una persona iniziava a fumare hashish o marijuana e continuava a farlo anche in seguito, veniva considerato un “drogato”. È come se in un certo senso chi inizia a bere alcolici, e lo fa in un modo che lo rende “allegro” quando si trova in compagnia con amici a casa loro o in discoteca, viene etichettato come alcolista. Comunque lungi da me ora mettermi a discutere se le canne siano da considerare “droga” e se siano da legalizzare o meno. Non credo di avere nessuna verità in tasca su queste due questioni. Torno invece ai fatti.

Una sera del febbraio 1977 si è tenuta al Palalido di Milano una festa organizzata dal Partito Radicale per sostenere una proposta di referendum per abolire il Concordato fra Stato e Chiesa. In quell’occasione mi sono recato anch’io, con amici con cui avevo iniziato a uscire frequentemente da quale mese, alla festa. Lì abbiamo trovato altri nostri amici della casa occupata del Vigentino e, personalmente, molti miei nuovi amici conosciuti al liceo scientifico Donatelli (o Sesto liceo scientifico) da quando i miei genitori mi avevano trasferito lì dal liceo scientifico Einstein, come ho già raccontato in una puntata precedente. In quella occasione, mi sono, per metterla sullo scherzo, messo in pari con il famoso ragazzo olandese conosciuto in campeggio a Brunico nell’estate 1975, che mi aveva raccontato di aver provato l’Lsd. (continua)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 33 - 1977 e funerale del nonno

 Il 1977 è un anno ricordato nelle storie dei movimenti giovanili di protesta, anche se meno del 1968. Per me e per molti miei coetanei che facevano attività politica a scuola è stato un anno particolare della nostra storia adolescenziale. Quell’anno rappresenta forse l’inizio degli anni di piombo, nel senso che, mentre si ferma la crescita di singoli gruppi extraparlamentari di sinistra (nel 1978 Pdup, AO, MLS e Lotta Continua formalizzeranno la nascita di un partito unitario, DP, che si presenterà alle elezioni), iniziano a rafforzarsi le BR (Brigate Rosse), la cui ideologia viene in grande parte applaudita dai gruppi che appartengono alla galassia si Aut.Op. (Autonomia Operaia). 

La decrescita della presa dei gruppi che ho citato prima è un segno di quello che viene anche chiamato “riflusso”, il tramonto del movimento politico militante iniziato nel 1968 a favore dell’alba di un movimento - quello appunto del 1977 - caratterizzato da situazioni in cui si dà meno importanza alle ideologie politiche e se ne dà di più ai diritti civili. Si parla meno di marxismo-leninismo e più di femminismo, omosessualità, liberalizzazione del consumo delle droghe leggere. Nelle scuole e nei circoli giovanili, già dall’anno precedente si sentiva ripetere che “il personale è politico” e che bisognava organizzare “riunioni di autocoscienza” in cui tirare fuori pubblicamente i nostri problemi personali, mettersi in discussione e sciogliere insieme alcuni nodi ereditati dalle generazioni precedenti e dalla cultura tradizionale. E così, nel 1977, mentre da un lato i gruppi che fanno riferimento a DP (Democrazia Proletaria) e Autonomia, continuano a scendere in piazza a gridare slogan politici (ma si scontrano sul tema della lotta armata, ripudiata da DP e guardata con simpatia da Aut.Op.), i circoli giovanili e alcune sigle - come gli Indiani Metropolitani - manifestano per il diritto alla creatività e in nome di una nuova cultura e società più libere. Personalmente, continuo a frequentare gli amici di Autonomia, e ogni tanto partecipo a qualche manifestazione con loro, sistemandoci nei cortei vicino a formazioni come la Banda Bellini e Rosso. Ma ormai sono più le volte in cui trascorro i pomeriggi alla casa occupata di Vigentino, o nelle case di qualche mio amico in cui suoniamo, che al circolo giovanile di Corso Lodi 6. Sento crescere in me un interesse crescente per la liberazione della creatività artistica e l’apertura della mente.

Ricardo Cervelli baby
Io a pochi mesi in braccio al nonno Matteo

Il 1977 è segnato, per me, anche dalla morte, a gennaio, di mio nonno materno Matteo. Aveva 87 anni. Nel giro di qualche mese è rimasto a letto, è dimagrito, ha avuto bisogno di un supporto infermieristico giorno e notte, e poi si è spento. Io, mio zio Miro e l’amico storico di mio zio e mia zia, Massimo, che conoscevo ormai da quando ero bambino, abbiamo accompagnato la bara di mio nonno in treno fino a Palermo. Un viaggio molto lungo, passato in uno scompartimento con tre letti su cui abbiamo dormito di notte, e che ha previsto anche il passaggio in traghetto (sempre sullo stesso treno) dello stretto di Messina. Poi siamo stati portati a Cinisi, la città natale di mio nonno. Lì io sono stato ospite nella casa di un cugino di mia madre, e ho familiarizzato con i loro figli, miei cugini di terzo grado, mentre mio zio e Massimo credo che abbiano dormito in un hotel. 

Fra le cose che più mi sono rimaste impresse c’è stata una visita, con mio cugino di un anno o due più grande di me, al terreno dove coltivavano limoni. Lì gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto venire a vivere a Milano. La risposta è stata un deciso no. In quel momento ho capito chiaramente che non tutti hanno la mira di venire a vivere in una metropoli. In un momento della permanenza a Cinisi siamo anche andati per qualche minuto al mare e mi sono sorpreso di poter stare sulla spiaggia con su solo la maglietta, mentre a Milano sicuramente faceva freddo. Poi mi è restato impresso anche il momento successivo alla chiusura della bara di mio nonno nella tomba di famiglia. Ho visto qualche decina di compaesani mettersi in fila per venirmi a baciare. Non avevo mai immaginato una scena del genere ma devo dire che mi ha fatto molto piacere questa dimostrazione di affetto collettivo. Per il ritorno a Milano abbiamo preso un aereo che è decollato a Punta Raisi ed è atterrato a Linate. Quello è stato il mio primo viaggio in aereo e l’esperienza mi è piaciuta molto.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 32 - Classe mista

 Verso la fine del 1976, come ho già scritto, cambiai scuola perché così era stato anche consigliato ai miei genitori. Fu una scelta azzeccata, perché il mio futuro all’Einstein ormai era compromesso e io stesso non so come avrei potuto resistere in quell’ambiente sotto il profilo disciplinare. Certamente mi dispiacque lasciare alcuni compagni con i quali si era stretta amicizia nei due anni scolastici precedenti, ma con alcuni restai amico anche negli anni successivi. 

Sempre negli ultimi mesi del 1976 avevo, come ho già accennato, girato diversi luoghi di ritrovo dei giovani della sinistra extraparlamentare, spesso anche con visioni con diversi punti di contrasto fra loro. Ero proprio un cane sciolto. A un certo punto iniziai anche a frequentare la “casa occupata” di piazza dell’Assunta, di fronte all’oratorio che era stata la mia seconda casa fino ai primi mesi dell’anno. Qui cominciai a conoscere persone, la maggior parte delle quali le conoscevo di vista fin da quando ero piccolo. Quelle che conobbi inizialmente avevano visioni di sinistra a livello politico, ma non erano militanti. In quella palazzina disabitata (vi abitava solo una signora in un appartamento al piano terreno) e in stato di degrado, nel 1975 avevano fondato un Circolo giovanile. Ricordo che ci avevo fatto una visita veloce poche settimane dopo che era nato e in occasione di una festa che avevano organizzato in giardino. Alcuni di loro mi erano piaciuti per il modo di fare aperto, gentile e per l’abbigliamento vagamente hippie. Quando, agli inizi dell’inverno 1976-1977 entrai di nuovo in quella casa occupata, il Circolo giovanile non c’era già più come entità organizzata, ma i ragazzi che lo avevano fatto nascere continuavano a ritrovarsi lì. 

Andai in quella casa occupata con dei miei nuovi amici, e in quel momento la mia intenzione era ancora quella di coinvolgere più persone possibili in attività di tipo politico. Invece, fui io ad essere attratto verso una nuova dimensione più culturale che politica. Dopo che nei primi giorni avevo detto ai miei amici che la ritenevo una cosa sbagliata, un pomeriggio provai a fumare una canna. I miei amici che già lo facevano da un po’, dopotutto, stavano bene, erano intellettualmente impegnati, non mi sembravano delle persone da salvare. Scoprii che il fumo non aveva effetti sconvolgenti, rendeva solo più euforici e disinibiti nel parlare, accentuava alcune percezioni, lasciava intatto l’autocontrollo rispetto a un’ubriacatura. A differenza delle sbornie, poi, non lasciava sensi di malessere fisico e psicologico quando finiva l’effetto. Nei tempi successivi continuai a fare tutto quello che facevo prima, a livello di attività politica e frequentazioni varie, anche se ogni tanto mi capitava di fumare degli spinelli. Rispetto al me stesso di prima, però, sentivo di essere entrato in un nuovo territorio sul quale pesava uno stigma sociale. Io stesso, una volta, parlando con un nuovo amici, usai un termine (“farsi”) con cui involontariamente accomunavo il consumo di sostanze leggere con quello di droghe pesanti. Giustamente il mio amico me lo fece notare e non usai più quella parola. 

Riccardo Cervelli 17 anni 17yo
Io a 17 anni circa

Queste nuove amicizie mi portarono ad aumentare il mio interesse verso la musica e verso tematiche attinenti più ai temi di liberazione personale che a quelli di cambiamento politico. In quel periodo iniziai ad acquistare nuove riviste. Oltre a Ciao 2001, cominciai a comprare il mensile Re Nudo. In quel periodo questa rivista pubblicava molti articoli sulla liberazione sessuale, sulle esperienze dei centri giovanili, sulle lotte del sottoproletariato per l'emancipazione socio-culturale (oltre che economica) e sulla musica popolare. Continuai anche ad acquistare una rivista di musica contenente articoli, interviste e servizi fotografici sui gruppi musicali che mi interessavano in quel periodo, con diverse incursioni anche nel mondo del jazz. Nel 1975 compravo Muzak, che chiuse quell’anno e di cui prestai tutte le mie copie a mia zia Paola, che poi si dimenticò di restituirmele. Dal 1976 iniziai a comperare il mensile Gong, fondato da alcuni giornalisti di Muzak e più o meno improntato allo stesso modo.  

La militanza politica continuò ancora attivamente, soprattutto grazie alla contemporanea frequentazione del Circolo Giovanile Romana-Vigentina, alla partecipazione a manifestazioni con i gruppi di Autonomia Operaia e ad altre insieme ai compagni impegnati politicamente nel liceo Sesto, o Donatelli a seconda delle preferenze in fatto di nome da utilizzare per indicare la stessa scuola. 

Il primo impatto con il nuovo liceo fu, ovviamente, con la mia classe (terza C) e i suoi insegnanti. Trovai meravigliosi sia la prima che i secondi. Per la prima volta dalla prima elementare mi ritrovai in una classe mista. Mi fece un certo effetto essere circondato per diverse ore al giorno, in un’aula scolastica, sia da ragazzi che da ragazze. Le ragazze stavano per lo più in banco fra loro e i ragazzi idem. Mi ricordo ancora la prima aula. Era rettangolare, ma arrotondata, poiché così era la scuola, un ex clinica. Era molto più piccola di quelle dell'Einstein, ma anche gli alunni erano meno.

Non appena arrivai nella nuova classe, i miei nuovi compagni fecero a gara per farmi sentire a mio agio e dimostrarmi la loro amicizia. In quel periodo ero un po' frastornato, sicché mi sentii come un bambino che ritrova il calore dei propri genitori dopo essersi smarrito. Anche i professori mi apparvero meno formali e più disponibili di quelli dell'Einstein. Nel mio liceo precedente o erano troppo severi e arroganti, o si comportavano comunque in modo freddo e nervoso. Il che si rifletteva sugli studenti, che in massima parte finivano per diventare o indifferenti o competitivi o indisciplinati. Nella nuova classe mi fu spiegato che a ognuno veniva attribuito un soprannome. Ma mentre nella vecchia classe (anche se bisogna tenere conto che eravamo più immaturi) si sceglievano soprannomi che rappresentavano prese in giro di una persona (anche se in senso bonario), nella nuova l'attribuzione aveva come obiettivo solo quello di evitare gli scontati nomi e cognomi a favore di qualcosa di più fantasioso. È stato qui che, per la prima volta, mi sentii chiamare “Richard Brains”, cosa che si ripeterà anche nei decenni successivi in varie situazioni. Mi divertì il fatto di avere, come compagni di banco, due ragazzi che avevano come cognomi entrambi nomi di animali alterati con la stessa desinenza.

Sebbene nella scuola vi fosse qualche centinaio di studenti militanti in gruppi extraparlamentari di sinistra, nella mia classe non c'erano ragazzi impegnati nell'attività politica. Anzi, uno dei miei due compagni di banco si definiva di destra, ma non sembrava affatto un militante. Poi c'erano tre o quattro altri ragazzi e ragazze che si potevano definire simpatizzanti di sinistra. La maggior parte dei miei compagni di classe, comunque, non dava mostra di identificarsi con una parte politica. Quello che mi importava di più, comunque, è che erano tutti simpatici, aperti o comunque tranquilli. Le ragazze erano le più calme e composte nei banchi. Una aveva i capelli castano chiari ondulati e pettinati in un modo tale che sembrava che non si muovessero mai. La sua testa sembrava quella di una statua greca. Ai miei occhi aveva un'aria misteriosa e, nonostante non sentissi di avere molte cose in comune con lei, in un certo senso mi attraeva. 

Durante il primo anno svolsi la mia attività politica in modo abbastanza discreto. Non mi assentavo troppo dalla classe per stare in "aula-studenti", non litigavo con i professori. I miei rapporti con gli altri militanti di sinistra divennero però subito abbastanza stretti anche se, essendo l'ultimo arrivato, non godevo di particolare notorietà. Un problema che non tardai a risolvere. Durante una manifestazione nelle strade del quartiere (gli studenti del Sesto erano addirittura in grado di formare piccoli cortei da soli) inventai uno slogan che ebbe abbastanza successo. Dato la nostra preside si chiamava Teresa Pomodoro, e il ministro della pubblica istruzione in carica si chiamava Malfatti, coniai la frase: "Pomodoro al forno, Malfatti di contorno". Fu forse la mia prima prova di copywriting. 

Tra ragazzi e ragazze di questo gruppo ci si baciava sempre quando ci si incontrava: anche sulla bocca. E io ci presi gusto a baciare soprattutto due o tre compagne che mi piacevano. Ma continuavo ad essere il Riccardo che non osava e che si limitava a fare quello che per prime facevano le ragazze con me. In quel periodo non avevo neanche più una ragazza, neanche con una relazione platonica.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)



Autobiografia giovanile - Cap. 31 - Nuovi amici e nuova scuola

 Rientrati in Italia dal viaggio in Francia, riportammo la roulotte al camping a Ballabio, e mentre nostro padre era ritornato al lavoro, noi figli con nostra madre ci fermammo per un po’ di tempo in campeggio. Del resto, i miei avevano deciso di tenere la roulotte in campeggio, invece che in un deposito, e avevano pagato un abbonamento annuale ai proprietari del Camping Grigna, una coppia di coniugi molto simpatici che non aveva figli. Probabilmente, in quei pochi giorni al campeggio non mi divertii molto perché non c’erano più tutti i ragazzi conosciuti nella prima parte dell’estate e quindi non dovetti soffrire il fatto di fare definitivamente rientro a Milano, dove avevo dei programmi ben precisi. 

Riccardo Cervelli 16 anni 16yo
Io a Saintes-Maries-de-la-Mer nell'estate 1976

Il primo era quello di prepararmi per i tre esami di riparazione che mi avevano dato alla fine dell’anno scolastico precedente. Sicuramente, fra le materie da recuperare, c’era matematica e forse fu anche quello un periodo in cui, per farmi aiutare nello studio, andavo a casa della maggiore di tre miei cugini di terzo grado. Dato che mio zio paterno Alfredo non si era mai sposato e mio zio materno Miro era sposato ma non avevano avuto figli, non avevo cugini di primo grado. Invece, una cugina di primo grado di mia madre aveva avuto questi tre figli, che insieme ad altri cugini di terzo grado, consideravo come fossero cugini di primo. Dunque, questa mia cugina, biologa, era sposata con un ingegnere, che quando avevo bisogno mi dava ripetizioni di matematica. Infatti, per quanto fin dalle medie non avevo mai avuto bisogno di un aiuto in questa materia, da quando ero passato alle superiori, per via dei ritardi accumulati nello studio a casa a causa di varie attività extrascolastiche - fra le quali primeggiava la politica - mi ritrovai più volte ad arrivare al punto di avere necessità di ripetizioni. E questo non valse solo per matematica, ma anche per latino. In questo caso mia madre chiedeva di aiutarmi direttamente a sua cugina, che conosceva molto bene questa materia anche se per via delle conseguenze della guerra non aveva potuto proseguire gli studi, o la figlia minore di mia cugina, che invece era laureata di Lettere. 

Per tornare alla matematica, oltre all’ingegnere marito della maggiore di questi tre cugini di terzo grado, per un certo periodo fui inviato dalla mia ex professoressa di matematica e scienze delle medie, con la quale instaurai un rapporto anche molto empatico, al punto che - come del resto facevo anche con la cugina di mia madre - a volte parlavo anche della mia vita privata. Con l’ingegnere c’era invece un altro lato simpatico nel nostro rapporto. Dato che conosceva la mia passione per l’elettronica, alla fine di ogni lezione mi regalava qualche circuito integrato che si era portato a casa dal lavoro. Già in una delle puntate precedenti ho scritto che acquistavo regolarmente delle riviste di elettronica, in particolare CQ Elettronica ed Elettronica Pratica. Quindi avevo già notato quei circuiti integrati in qualche articolo, e quindi ero felice di ritornare a casa con quei piccoli regali del marito di mia cugina. Come ho già scritto nella puntata precedente, alla fine venni promosso e ricomincia la scuola. 

Il secondo programma che avevo in serbo per le settimane precedenti la ripresa della scuola e fare qualcosa per contribuire al mantenimento di un certo livello di attività politica all’interno dell’istituto. Già dopo la fine del precedente anno scolastico, avevo iniziato a individuare dei ragazzi del mio quartiere il procinto di iniziare il primo anno al liceo scientifico Einstein. Alcuni ce n’erano e - tranne la mia ex fidanzatina di due anni all’oratorio - altri li conoscevo solo di vista. Altri ancora avevo deciso di non prenderli in considerazione. Intanto, comunque, ero sicuro di poter coinvolgere anche qualche ragazzo e ragazza della mia età con i quali, già nei due anni precedenti, avevo partecipato alle attività politiche promosse dai nostri compagni più grandi, che però, anno dopo anno avevano concluso il liceo.

Quando ripresero le lezioni, insieme ad altri compagni che già avevano fatto un po’ di attività politica con me, organizzammo una riunione nella sede di non ricordo più quale comitato situata in uno scantinato delle case popolari che si affacciano su viale Molise e piazzale Cuoco. Anche in quell’epoca io continuavo a considerarmi un “cane sciolto” e quindi mi sentivo libero di fare amicizia con ragazzi che, al contrario di me, erano più inseriti in un partito, gruppo extraparlamentare o comitato, e quindi potevano anche recuperare o offrire dello spazio per organizzare delle riunioni “extra” rispetto alle loro. Dopotutto, pensavo, al di là di qualche differenza ideologica e di approccio alla lotta politica, dovevamo remare tutti dalla stessa parte.

Ricordo che in quel periodo avevo tirato fuori uno spirito organizzativo molto rigoroso. Per esempio, prima di quella riunione, avevo già stilato una lista delle persone che avevo invitato e che mi aspettavo di vedere. Non ricordo più se feci un vero e proprio appello, ma di sicuro controllai chi c’era e, se c’era qualche persona che non mi ero aspettato o non conoscevo, certamente fui ben felice di aggiungerla all’elenco. Credo anche che fui io a presiedere la riunione.

Purtroppo, però, erano passati all’università quasi tutti gli studenti più grandi di me che, negli anni passati, erano stati fra i promotori di qualche iniziativa politica, anche se non riuscirono mai a organizzare la stessa quantità di attività che si svolgevano nelle altre scuole medie superiori statali di Milano. Quindi, da quell’anno, io e i miei amici ci trovammo ancora di più a doverci adeguare alle normative per la convocazione delle attività assembleari previste dagli ormai entrati in vigore Decreti Delegati (emanati fra il luglio 1974 e il maggio 1974). Ora bisognava seguire molti passi per convocare le riunioni di sezione e le assemblee di istituto. Quando io ero arrivato all’Einstein nell’autunno 1974, le prime si chiamavano ancora “collettivi” e le seconde semplicemente “assemblee”. E per convocarle non penso che si fosse ancora iniziato ad applicare le regole previste dai Decreti Delegati, ma che più semplicemente si chiedeva e si otteneva il consenso del preside. Preside che però, anno dopo anno, era stato sempre di più incitato a perseguire una gestione che non prevedeva l’”agibilità politica” presente nelle altre scuole statali di Milano. A esercitare queste pressioni era il genitore - che ho già citato - presidente l’associazione dei genitori chiamata Libera, che godeva della maggioranza dei consensi fra gli altri genitori e faceva il buon e cattivo tempo nel Consiglio d’istituto.

Fu così che, pur cercando di sfruttare al massimo gli spazi offerti dai Decreti Delegati per organizzare momenti di confronto fra studenti all’interno della scuola, per mantenere un certo livello di attenzione da parte degli studenti verso le tematiche che, io e gli altri compagni, consideravamo importanti per la democrazia, l’antifascismo, una scuola più egualitaria e non funzionale al capitalismo, e così via, decisi di spingere molto anche su attività da svolgere appena fuori dalla scuola. Fra queste i volantinaggi, l’affissione di manifesti, brevi comizi con il megafono (che mi era stato ormai affidato a tempo indeterminato dai vecchi compagni che avevano finito il liceo, e che tenevo nascosto in uno spazio comune delle cantine del mio palazzo) e picchetti in occasione di scioperi. Per cercare di effettuare picchetti un minimo efficaci mi mettevo personalmente davanti alla porta principale o alla porta carraia della scuola, coinvolgevo qualche altro studente della scuola e chiedevo l’aiuto dei compagni del vicino istituto Verri, che venivano volentieri. Quindi feci conoscenza con alcuni militanti del Comitato Antifascista Vittoria (Caf), che presi anche a frequentare e al quale, sempre in occasione di qualche sciopero, chiesi di mandare qualcuno a fare picchetto. Da quel momento, vidi che ogni volta che era previsto uno sciopero che poteva implicare la presenza di un picchetto, prima dell’inizio di questo erano già presenti davanti alla scuola dei blindati della Celere. Mi chiesi se per caso le mie telefonate di richiesta d’aiuto per i picchetti non venissero intercettate. Ovviamente all’interno della scuola non c’erano solo studenti che non erano interessati a saltare le lezioni per partecipare agli scioperi (e da noi erano sicuramente la maggioranza), ma c’era anche qualche studente che dichiarava apertamente di essere contrario all’attività politica che io e gli altri compagni volevamo “imporre” agli altri. La mattina del 21 ottobre 1976, all’esterno della scuola, alcuni studenti, guidati da uno in particolare, distribuirono un volantino firmato Studenti Indipendenti Einstein in cui si condannava un’iniziativa di picchetto da noi organizzata nei giorni precedenti e che si concludeva con una frase scritta in maiuscolo in cui si definivano promotori dei picchetti “CERVELLI CHE PENSANO MALE E AGISCONO allo stesso modo”. Tutti capirono a chi si riferisse quel Cervelli. 

Il volantino degli Studenti Indipendenti Einstein in cui il nome viene suggerito

Devo dire, però, che non si poteva dire che io fosse una persona “cattiva”. Anzi, in occasione di un picchetto, venni avvicinato da un padre il quale cercava proprio me. Mi disse che suo figlio era uno studente che aveva simpatie per di destra e mi chiese se potessi fare in modo che nessuno gli facesse male. Io promisi a questo padre che sicuramente avrei impedito che fosse successo qualcosa a mio figlio. Il padre mi ringraziò e si allontanò tranquillizzato. Io scorsi il ragazzo e controllai che non fosse infastidito da nessuno. Poco dopo sciogliemmo il picchetto.

Ciononostante, noi reduci delle ultime “lotte studentesche” all’Einstein, nel corso di un’assemblea tenuta sempre all’inizio della scuola, riuscimmo a far approvare l’organizzazione di alcuni giorni di “autogestione”. In realtà, durante quei giorni, non riuscimmo a coinvolgere effettivamente molti studenti nelle attività che avevamo previsto, e quindi la concludemmo. Ricordo ancora bene che all’uscita dell’ultimo pomeriggio di autogestione, alla fermata della 90, feci conoscenza con un ragazzo più grande che aveva anche lui partecipato - in modo piuttosto discreto, per via del suo carattere abbastanza riservato - all’autogestione. Parlando con lui scoprii che frequentava un gruppo di giovani di Autonomia Operaia che desiderai subito conoscere. Da quel momento iniziai a passare molti pomeriggi con loro e partecipai anche all’occupazione dei locali di un vecchio negozio situato in un palazzo di Corso Lodi 6, già da tempo abitato “abusivamente” da alcune famiglie, soprattutto immigrate dal meridione. Fondammo in quell’occasione il Circolo Giovanile Romana-Vigentina.

Intanto a scuola, a mia insaputa, anche a livello degli “adulti” si parlava di me. Dopo l’autogestione - che come ho scritto non era stata molto partecipata e che si svolse in un clima piuttosto teso - si tenne un Consiglio d’Istituto. Nella scuola allora c’era un professore di storia e filosofia di sinistra, che era l’unico a rappresentare nel Consiglio d’istituto i docenti con questo orientamento. Questo professore era diventato anche amico di mio padre, che forse conosceva per questioni extrascolastiche: forse era cliente dell’agenzia bancaria di cui mio padre era direttore. Dopo il Consiglio d’istituto, in via riservata avvertì mio padre che, durante la riunione dell’organo collegiale era stato fatto ripetutamente il mio nome. Qualcuno aveva detto addirittura che frequentavo fiancheggiatori di organizzazioni terroristiche (mi ricordo che venne fatto in particolare il nome dei Nuclei Armati Proletari, Nap, che conoscevo a malapena). Mi sembra che questo professore disse che a fare queste affermazioni fosse stato il solito presidente dell’associazione dei genitori Libera, nonché presidente del Consiglio d’Istituto, e che fra gli studenti di sinistra - soprattutto quelli che ormai se n’erano andati via - si vociferava che avesse a che fare con i servizi segreti, quelli “paralleli” in particolare. E forse questa voce non girava solo fra alcuni di noi studenti. 

Fatto sta che, considerate le accuse che erano state fatte nei miei confronti, i possibili legami polizieschi del presidente del Consiglio d’Istituto, e dietro lo stesso suggerimento del professore di storia e filosofia, i miei decisero di farmi cambiare scuola. In quei mesi, mia madre aveva conosciuto alla Forza e Coraggio, una struttura sportiva frequentata dalle mie due sorelle, una persona che conosceva la preside del liceo scientifico Donatelli. E si riuscì a trasferirmi presso quell'istituto, che io avevo sempre considerato un esempio di scuola in cui l’agibilità politica era elevata. Insieme ad altre scuole, fra le quali primeggiava l’Istituto Tecnico Molinari, il Donatelli, allora meglio conosciuto fra noi studenti come il “Sesto”, era anche fra i maggiori apportatori di studenti che formavano i cortei di protesta di quegli anni. In quel momento, senza contare che alla fine era più lontano dell’Einstein, ma non esageratamente (un quarto d’ora in più di filobus), quella era proprio la scuola per me.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)








Autobiografia giovanile - Cap. 30 - Vacanze spartiacque

 Durante la primavera o l’inizio dell’estate 1976 i miei andarono a visitare un campeggio situato a Colle di Balisio, una località della Valsassina, situata dopo Ballabio salendo da Lecco. Balisio era anche punto di partenza di uno dei più famosi sentieri per salire in cima alla Grigna, passando per il rifugio Tedeschi e arrivando poi al rifugio Brioschi, posto in cima alla montagna. Quando tornarono indietro mi madre mi disse che a loro il campeggio era piaciuto e sarebbe piaciuto anche a me, anche perché lei aveva visto che c’erano molti bambini che sarebbero stati contenti di sentirmi suonare la chitarra.

La chitarra era più che mai diventata uno dei miei passatempi preferiti, da quando avevo iniziato a suonarla all’oratorio nella comunità di Cl. Per un paio d’anni l’avevo suonata, sempre insieme ad un altro ragazzo, anche per accompagnare il coro alla messa della domenica mattina alle undici. Ma in generale mi interessava la musica moderna, pop, rock, folk, e quella di alcuni cantautori italiani. Per tenermi aggiornato sui complessi italiani e internazionali, compravo sempre il settimanale giovanile Ciao 2001 (Editore Lei), dove trovavo anche altri articoli di attualità e altre rubriche con contenuti interessanti. In pratica era diventato quello che, nell’infanzia e nella preadolescenza erano per me Topolino (Arnoldo Mondadori Editore), Il Giornalino (Edizioni Paoline), Il Corriere dei Piccoli (Rizzoli) e Il Corriere dei ragazzi (Corriere della sera). 

A differenza delle testate che acquistavo da bambino, Ciao 2001 non era a fumetti. Quando leggevo le riviste a fumetti, questo tipo di linguaggio riusciva a farmi amare e immedesimare nei personaggi e nelle storie (la serie che amavo di più era Valentina Mela Verde, pubblicata prima sul Corriere dei Piccoli e poi sul Corriere dei ragazzi), mentre con l’adolescenza il fumetto iniziò a non appassionarmi più, eccezion fatta per alcune strisce particolari come i Peanuts, che mi piacciono ancora oggi, anche se non le cerco. Riguardo a Topolino, invece, c’è una storia personale molto simpatica (oltre quella di avere vinto, nel 1972 a Saint Vincent, un secondo premio di disegno a un concorso indetto dalla rivista), che mi è stata raccontata e risale al periodo terza o quarta elementare. In un temino avevo riportato, a sostegno di qualche tesi, un’affermazione del personaggio Giuseppe Tubi, scrivendo qualcosa tipo, “come dice Giuseppe Tubi…”. Con l’adolescenza ho iniziato ad amare soprattutto gli articoli, le interviste, le foto. Tanto che dal 1976 ho iniziato anche a comprare un quotidiano: Lotta Continua. 

Ricardo Cervelli 1976 16 anni 16yo
Io a 16 anni

All’inizio dell’estate 1976 non ero ancora molto libero di muovermi come volevo, a differenza di alcuni ragazzi della mia età o di uno o due anni meno conoscevo; ma si trattava soprattutto di ragazzi che avevano fratelli o sorelle più grandi e che se li portavano dietro. E così, alla fine di giugno, non mi fu permesso di andare al Festival del proletariato giovanile 1976, organizzato al Parco Lambro, fra gli altri, dai circoli del proletariato giovanile, il Partito Radicale, Lotta Continua, la radio libera Canale 96. Invece, ci andarono tutti i giorni, a quanto mi dissero, mio nonno Nevio e mio zio Alfredo, che si trovavano bene anche per la ristorazione.

Nel luglio 1976 salimmo con la roulotte per la prima volta a Camping Grigna di Ballabio. Il campeggio, quell’anno, occupava metà del terreno su cui si sarebbe dispiegato già - credo - dall’anno seguente, ma non era piccolissimo. Erano campeggiate quasi solo roulotte di famiglie con bambini o ragazzi giovani. Accanto alla nostro roulotte (dove inutilmente montai un antenna per il baracchino CB, perché non c’erano radioamatori contattabili da quel posto con i miei mezzi) c’era però una tenda con una nonna sola “sprint” e tre bambini piccoli: due sorelle di sette e quattro anni e un cuginetto di circa cinque o sei. Quei bambini si affezionarono a me quasi subito e anch’io ebbi la conferma che mi piaceva e incuriosiva interagire con i bambini più piccoli. Fu in quel periodo, infatti, che iniziai a leggere articoli e libri di psicologia infantile. Intanto pian piano io e mio fratello facemmo amicizia con altri ragazzi della nostra età e le mie sorelle fecero lo stesso con bambini della loro età (7-11 anni circa). Durante il pomeriggio, noi ragazzi e i bambini andavamo nel bar del campeggio a vedere la televisione. Dal 1974 la tv italiana trasmetteva la serie giapponese Heidi e altri cartoni animati che tutti volevano continuare a vedere anche se non erano a casa. Fra i ragazzi e le ragazze con cui feci amicizia una, mia coetanea, aveva sicuramente affinità con me per la passione della chitarra e le posizioni politiche; altri non si occupavano di queste cose, ma questo non costituiva un ostacolo, perché poi i passatempi con cui ci intrattenevamo piacevano a tutti. Lì imparai a giocare a Machiavelli, gioco di carte che ci impegnava per qualche ora. Qualche volta usavamo il pavimento della sala televisione come pista da ballo. Ecco, in quel caso mi annoiavo perché alla maggior parte dei ragazzi e delle ragazze piaceva la musica commerciale, che a me invece non andava giù.

Dopo qualche settimana nostro padre ebbe le ferie e portammo la roulotte a Milano. Restammo lì un paio di giorni, il tempo di caricarla di quello che serviva per andare in Francia. La notte in cui la roulotte restò parcheggiata sotto casa ci dormirono dentro i miei genitori. Poi partimmo in direzione Liguria e ci fermammo in un campeggio ad Arenzano. Invece che una notte, dovemmo rimanere lì due o tre giorni perché era scappata la nostra gatta e volevano ritrovarla. E così fu e ripartimmo in direzione Costa Azzurra. La prima notte, perché ormai era troppo tardi per cercare un campeggio, ci fermammo in un area di sosta vicino a Mentone. Poi non sono più sicuro di quali città della Costa visitammo all’andata o al ritorno, ma furono diverse quelle in cui ci fermammo: Cannes, Aix-en-Provence, Saintes-Maries-de-la-Mer, Carcassonne quelle che ricordo di più. Io avevo visto l’ultima volta il mare nel ‘67, in colonia, e Annarita nel ‘70 ad Alassio. Per mio fratello e la mia sorella più piccola era la prima volta. Ci sono numerose foto in cui si vede come ci divertivamo a sguazzare nell’acqua salata e fra le onde.

Riccardo Cervelli estate 1976 16 anni 16yo
Io in Costa Azzurra nell'estate 1976

La meta finale del viaggio era il santuario di Lourdes. Ormai in quel periodo avevo smesso di andare in chiesa da molti mesi. Ciò nonostante trovai la visita al santuario interessante e di valore spirituale e sociale. Mentre facevamo la fila per fare il bagno nell’acqua benedetta, un bambino piccolo in braccio a una signora vicino a me mi prese la mano. Quando guardai la sua manina vidi che aveva un ditino in più accanto al mignolo. Non era grande come quello e probabilmente non aveva (o aveva poca) mobilità. Ma credo che fosse comunque in caso di polidattilia. Poi facemmo il bagno. Ricordo che mi disposi in mutande davanti alla vasca e due persone mi fecero immergere e poi mi dettero un asciugamano. Non mi è restato in mente di più. Ricordo invece l’enorme quantità di persone che occupavano gli spazi esterni del santuario o che compivano delle processioni. Anche alla fine della seconda liceo, come a quella della prima, ero stato rimandato in tre materie, soprattutto perché non mi impegnavo, non perché non avessi le capacità. Mi sono sempre chiesto se fra i benefici del pellegrinaggio in cui mia madre (mio padre non penso molto) sperava ci fosse anche quello che mi promuovessero. Cosa che, comunque, accadde a settembre.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

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