Autobiografia giovanile - Cap. 24 - Comunità, radio e amiche

 Ed eccoci al 1974, l’anno dei miei primi 14 anni. Allora avere 14 anni ti faceva sentire già un po’ più grande perché, per esempio, potevi guidare i ciclomotori o le moto con meno di 50 cc di cilindrata senza che - come avviene invece oggi - occorresse aver ottenuto una patente. Una patente era necessario ottenerla, con un'età minima di 16 anni, per guidare una moto fino a 125 cc. E qualcuno dei miei nuovi amici dell’oratorio - o meglio della Comunità di CL - aveva un mezzo di questo tipo. Ogni tanto qualcuno si offriva, o accettava, di darmi un passaggio su una moto da strada 125. In particolare lo faceva un ragazzo che viveva nella mia via e che conoscevo da quando ero piccolo. Però fino a quel momento non avevo mai preso confidenza con questa persona per via della differenza di età e, conseguentemente, anche delle amicizie in comune. Una volta sola ricordo che avevo interagito con lui. La sua famiglia aveva smarrito il gatto nel condominio e aveva messo un foglietto vicino al citofono della loro scala offrendo una mancia di 500 lire a chi ritrovava l’animale. Io lo avevo fatto e avevo chiamato giù al portone quel ragazzo per consegnarglielo. Lui era sceso, aveva preso il gatto, mi aveva ringraziato e se se stava andando. Allora gli ho ricordato delle 500 lire e lui mi ha detto qualcosa come: “Come sono diventati svegli questi bambini”.

In particolare ricordo che una sera di quei mesi fra 1973 e 1974 questo ragazzo mi ha dato un passaggio dal nostro condominio all’oratorio del quartiere Olmi di Milano, dove era in programma un concerto del cantautore Claudio Chieffo, autore di buona parte delle canzoni che si cantavano nelle comunità di CL. Quel viaggio in moto è stato in assoluto il primo di una certa distanza che ho compiuto a bordo di un 125. 

Nei mesi successivi, la mia passione per le attività della comunità di CL crebbe molto, anche se si svolgeva soprattutto nel fine settimana. Nei giorni feriali, infatti, l’oratorio era aperto ma fino a una certa ora ci andavano solo i ragazzi che frequentavano le superiori e che si trovavano lì per studiare insieme. Una volta ci ero capitato, li avevo visti tutti intenti sui libri, e me ne ero andato via subito. Però credo che da una certa ora in poi ci potevamo andare tutti, e così mi ritrovavo lì con la mia nuova fiamma e le sue amiche.

A scuola ero piuttosto intraprendente. Con il compagno e amico con cui condividevamo la passione per la scienza e la musica siamo rimasti gli unici a frequentare, il pomeriggio, le ore di musica. Lui aveva iniziato a studiare clarinetto, però in classe con il professore suonavamo ancora solo il flauto dolce. Ricordo che abbiamo studiato Summertime. Finora ho sempre parlato di lui solo a proposito dell’amore comune per la musica. In effetti anche la scienza era quasi se non allo stesso livello. In uno dei tre anni passati insieme, la professoressa di Italiano Seletti propose che ciascun alunno scrivesse una breve storia in cui erano protagonisti lui e un compagno. Io e questo mio amico scrivemmo ognuno una storia in cui l’altro di noi due era co-protagonista. Entrambi la ambientammo in un’avventura spaziale. Credo che la sua fosse un po’ più lunga e piena di dettagli che denotavano una grande conoscenza scientifica. Quando la lesse, sentii per la prima volta nominare un “gascromatografo”. Io, invece, mi distinguevo per propormi volontario a eseguire degli esperimenti di scienze in classe. Ricordo che la professoressa Formenti, che in un due primi anni, durante un’interrogazione di matematica, mi aveva detto che ero “un cretino”, mi guardava molto compiaciuta mentre mostravo gli esperimenti e li spiegavo ai compagni. Per l’esattezza ne portai due, entrambi di biologia. Uno era consistito nel lasciare per qualche giorno dell’acqua sporca (non ricordo se raccolta in una pozzanghera o prodotta in casa) in una provetta. In classe quindi, con un contagocce misi una goccia su un vetrino e mostrai ai compagni un protozoo, che definii, non so se correttamente, un’ameba.Il secondo esperimento era la dissezione di una cozza (ovviamente morta). Spiegai ai compagni le varie parti anatomiche del mollusco.

Riccardo Cervelli 14 anni 14 yo
Io a quattordici anni

Ma non solo scienza e musica. Credo che fosse in terza che proposi di portare, un pomeriggio, la classe a fare visita ai bambini spastici ricoverati alla clinica Don Gnocchi di via Capecelatro. Ottenuto il permesso, un giorno mi recai alla clinica e presi tutti gli accordi necessari con dei responsabili della stessa. Qualche giorno più tardi ci presentammo in massa al Don Gnocchi e passammo molto tempi insieme ai bambini ricoverati. Ricordo che abbiamo fatto anche delle gare di velocità spingendo i bambini sulle carrozzelle.

Per cambiare passatempo, a Natale mi ero fatto regalare un baracchino CB Pony, un modello molto più modesto di quello che avevano l’amico che mi aveva introdotto a questo hobby e la maggior parte degli altri CB che avevo nel frattempo conosciuto. Il mio aveva solo sei canali di cui, solo uno dotato di quarzi (sia in trasmissione sia in ricezione) all’uscita dalla fabbrica. E così, tornato da scuola, dopo pranzo capitava che partecipassi a qualche conversazione con altri CB del Vigentino, o altri quartieri limitrofi. Questa conversazioni si chiamavano “ruote” e ci si entrava dicendo “break” non appena l’ultimo che aveva parlato aveva “passato” il microfono, o meglio “mike” a un altro. Il quale, sentito chi voleva entrare, invece di parlare lui, diceva “Avanti il break”. Tramite queste “ruote” stavo conoscendo altri giovani della zona, con i quali ci accordavamo per fare un “verticale”, ossia un incontro di persona in qualche luogo conosciuto da entrambi: ovviamente, siccome l’attività CB era ancora vietata, non si dicevano nomi, cognomi e indirizzi. 

Ognuno aveva una sigla: la mia era Attila. All’inizio avevo pensato a un’altra cosa, più che altro per dotarmi subito di una sigla, ma poi avevo optato per Attila perché, un po’, mi avevano sempre incuriosito i barbari. Già, l'archeologia e la storia medioevale  ricadevano anch’esse fra i miei interessi, complice anche il fatto che sulla nostra zona si conoscevano delle storie che risalivano al tempo del Medioevo, come la costruzione dell’abbazia di Chiaravalle, le bonifiche delle paludi effettuate dai monaci cistercensi, e così via. La sigla Attila, però, se la comunicazione con gli interlocutori più distanti era disturbata, veniva scambiata per Aquila. Allora dovevo spesso ripetere, “Attila, il re degli Unni”. In quel periodo, inoltre, avevo fatto molta amicizia in classe con un altro compagno con cui negli anni precedenti ci eravamo parlati poco. Viveva più vicino di me alla scuola media, più precisamente nelle vicinanze del Parco Ravizza. La sua era una famiglia abbastanza benestante, che aveva un negozio di articoli per la pesca e un’azienda produttrice di reti che si trovava in Sud America. Quando decisi, per trasmettere con la radio, di non utilizzare più una piccola antenna “caricata” (cioè più corta del solito, con una bobina di compensazione) auto che avevo installato sul balcone, ma di costruirmi un’antenna dipolo a mezza onda (quindi lungo circa 5,5 metri), questo mio compagno si offrì di regalarmi del filo da pesca e dei pesi di piombo necessari, rispettivamente, per sostenere il dipolo e per tenerlo dritto verso il basso. Infatti, questa antenna filare la attaccai a un bastone, assicurato al balcone, e la feci penzolare fino a circa il terzo piano: santi in miei vicini di sotto che non si lamentarono! 

Per prendere il materiale, ricordo che io e il mio compagno andammo nel loro negozio e poi ci recammo a casa sua, dove conobbi anche il fratello, di qualche anno più grande. Questo fratello aveva un bellissimo impianto hi-fi e una ricca collezione di dischi di musica rock e pop. Subito mi fece apprezzare la resa dell’impianto e conoscere qualche complesso di cui ignoravo il nome o avevo appena appena sentito parlare. Devo dire che anche l’amico del mio condominio che mi aveva fatto conoscere la CB, una delle prime cose che mi fece vedere quando andai a casa sua, fu l’impianto hi-fi, collegato a due grosse casse autocostruite. In quel caso mi fece invece ascoltato un breve pezzo di musica sinfonica registrata su un nastro e riprodotta con un bellissimo registratore a bobine Revox. Qualche tempo dopo anche il mio compagno di classe acquistò un baracchino e io mi offrii di montargli l’antenna sul tetto del suo palazzo e collegarla con un cavo alla radio.

All’oratorio continuavo a fare progressi nello studio autodidatta e a orecchio della chitarra. Spesso, adesso, mi ritrovavo con la mia ragazzina e le sue amiche all’oratorio e, o stavamo lì fino alle solite sei e un quarto, per poi andare alla messa delle sei e mezzo a Fatima, oppure, andavano a fare qualche passeggiata nel quartiere, soprattutto dove c’era il verde; a volte ci inoltravamo anche nei campi. Una di loro teneva assiduamente un diario, dove scriveva anche di me e della mia amata. Qualche volta me lo prestava per leggerlo ed io glielo restituivo il giorno dopo. Con questa ragazza, da un certo momento in poi, avevamo preso l’abitudine di sentirci al telefono una volta che io ero tornato a casa dalla messa delle 18.30. Con lei parlavo della mia storia, delle difficoltà che incontravo, perché in effetti non vedevo molti progressi nel dare un senso ad essa - parlando con la mia fidanzatina - e sicuramente continuava ad essere fin troppo pudica. Io non avevo il coraggio di fare qualche passo in più, lei mi sembrava voler lasciare le cose come stavano. Attenzione: non pensavo certo a fare sesso, e forse nemmeno petting spinto. Le telefonate con la mia amica duravano circa una mezz’ora tutte le sere e mia madre più volte mi veniva a dire che dovevo smettere, anche perché all’epoca avevamo il duplex. C’erano cioè dei vicini che non potevano telefonare se telefonavo io e viceversa, pur avendo ovviamente numeri diversi.

Giunta la primavera le giornate si allungarono. A quell’età i pomeriggi sembrano non finire mai. Verso la fine della terza media, sempre più spesso mi davano l'autorizzazione a uscire di sera con il mio migliore amico. Una sera, insieme a un altro comune amico poco più grande di noi, su mia proposta, andammo sotto casa dell'amica mia e della mia fidanzatina che teneva il diario per farle uno scherzo citofonico. Mentre eravamo vicino al citofono, da un balcone qualcuno iniziò a urlarci contro minacciando o di scendere o di chiamare la polizia. Decidemmo di scappare scavalcando una cancellata. Purtroppo, dal lato opposto non c'era una strada o un altro condominio bensì il cortile della scuola media dove andava il mio migliore amico. Immediatamente ci raggiunsero due o tre pastori tedeschi che azzannarono i nostri jeans poco sopra le scarpe. Poco dopo arrivò il custode della scuola, che con qualche calcio sul sedere ci buttò fuori dal cortile passando dal cancello sulla via Wolf Ferrari. La mattina dopo, questa persona riconobbe il mio amico all'ingresso della scuola e lo mandò dalla preside. Credo che tutto si sia risolto con una ramanzina e forse una nota. 

La storia con la ragazzina durò sicuramente fino all’esame di terza media. Ne sono sicuro perché ricordo che, dopo gli scritti, o all’orale o a un colloquio finale in cui era presente anche mia madre, la professoressa Seletti mi mostrò o le brutte del tema o il tema stesso su cui, nei margini dei fogli protocollo, avevo disegnato dei cuoricini con le iniziali dei nomi mio e della fidanzatina. La prof disse che in commissione si erano fatti una risata. Per un istante, invece, io temetti di averla fatta grossa.

Nelle settimane che seguirono la fine degli esami l’oratorio organizzò una vacanza di circa quattro giorni a Penia, in Val di Fassa, per i ragazzi delle scuole medie. L’iniziativa coinvolgeva quattro comunità: Vigentino, Olmi, Baranzate e Sant’Andrea. Io ci andai e convinsi anche il mio migliore amico da anni di venire. Il viaggio durò un’infinità. Ma il posto era incantevole. Io mi portai il baracchino CB e lo collegai a un dipolo montato nel giardino. Però non riuscii a collegare nessuno. Il baracchino restò lì in mezzo alla camerata per niente. Sempre durante la vacanza ebbi modo di riprendere a sperimentare i problemi interpersonali che possono scoppiare quando ci si ritrova a vivere insieme ad altre persone dalla mattina alla sera. Protagonista di questa vicenda fu il ragazzo più grande di otto anni, che faceva parte del gruppo dei responsabili, che mi aveva insegnato a suonare la chitarra e con cui all’oratorio mi trovavo molto bene, e viceversa. I responsabili dormivano insieme in una camerata riservata solo a loro. Noi ragazzi delle medie in un’altra o altre due o tre. Per inciso, le ragazzine e le loro responsabili dormivano in un’altra ala della costruzione. Ebbene non so per quale motivo - forse perché i responsabili, più grandi, facevano un festicciola in camerata e facevano molto rumore - sono andato nella loro camerata per esprimere una protesta. Quel ragazzo, che era uno degli ultimi che mi sarei aspettato che mi trattasse male, prima di disse “ Sei peggio di Nixon!” e poi mi disse una frase molto volgare. Ci rimasi malissimo. Per tutta la notte e la mattina seguente avevo un groppo in gola. Alla fine decisi di parlare con quel ragazzo e gli espressi la mia amarezza. Con mio molto sollievo lui si scusò, mi disse qualcosa del tipo “anche quelli più grandi come noi possono sbagliare” e che questa esperienza era servita anche a lui. 

Le giornate iniziavano con le Lodi e finivano con la Compieta. Insomma, si pregava spesso. Ma non solo. Facemmo delle passeggiate sulle Dolomiti. In breve tempo feci amicizia con ragazzi e ragazze delle altre tre comunità e iniziò a piacermi molto una di Baranzate, soprannominata Liz. Io avevo orecchiato il nome di Liz Taylor, ma non avevo capito chi fosse. E così, risentendo da qualcuno Liz Taylor ho pensato che potesse essere lei. Ad ogni modo, Liz mi piaceva perché aveva in viso molto femminile, capelli chiari (o schiariti; allora non sapevo ancora che molte ragazzine castane si tingevano i capelli), occhi vispi e un nasino alla francese, senza gobbe e forse un po’ all’insù. Come me aveva iniziato a fumare delle sigarette e quindi, qualche volta, siamo stati fuori dalla struttura ricettiva insieme a qualcun altro a fumare. Non è che ognuno che fumava avesse il suo pacchetto. Forse c’erano dei pacchetti portati da qualcuno che poi diventavano comuni, o scroccavamo le sigarette dai più grandi. Fra la ragazzine con cui avevo legato di più, sempre di un’altra comunità, ricordo che ce n’era una che diceva di essersi innamorata di un sacerdote giovane e che sognava, o credeva che sarebbe potuto succedere, che alla fine si sarebbero messi insieme. Durante quei giorni successe anche un fatto strano. Qualcuno degli addetti della struttura ci disse qualcosa circa un soldato, credo austriaco, il cui fantasma ogni tanto girava di notte nei corridoi. Ci disse anche il nome. Una sera io e alcuni altri andammo in un piccolo cimitero lì vicino e cercammo la tomba del soldato. La trovammo. Vicino alla lapide c’era una croce di polistirolo piena di spilli arrugginiti infilzati. Ce ne andammo e poi non ne parlammo più.

Forse dopo questa vacanza le attività dell’oratorio si interruppero per le ferie estive. Nello stesso periodo, non ricordo con quali modalità, la relazione con la ragazzina con cui stavo da mesi si chiuse. Se non ufficialmente sicuramente di fatto.

Forse dopo questa vacanza le attività dell’oratorio si interruppero per le ferie estive. Nello stesso periodo, non ricordo con quali modalità, la relazione con la ragazzina con cui stavo da mesi si chiuse. Se non ufficialmente sicuramente di fatto. 

Un’altra novità di quel periodo in attesa di partire per le vacanze estive con i miei, è che io il mio migliore amico e un altro nostro ex compagno di classe delle elementari in via Noto, venimmo accettati come operai pagati in nero in una tipografia della zona. Il compenso era di mille lire l’ora e veniva pagato settimanalmente. Il lavoro consisteva, principalmente nel prendere, da un addetto a una taglierina, delle pile di cartoline e farne dei pacchetti da cinquanta. Il compito era facile, perché ogni cinquanta fogli di cartoline appena stampati, gli addetti alla macchina tipografica mettevano un foglio con cartoline vecchie non stampate con metodo fotografico e probabilmente scartate in passato. Così le pile di cartoline singole che uscivano dalla taglierina avevano all’interno queste cartoline estranee ogni cinquanta da tenere. Noi dovevamo quindi fare delle pile con blocchi di cinquanta cartoline uno sopra l’altro ma disposti in maniera sfalsata. Una giovane dipendente, poco più grande di noi e anche abbastanza prosperosa, prendeva ogni blocco di cartoline e lo inseriva in una macchina fascettatrice. Quindi noi prendevamo i blocchi fascettati e li inserivamo in piccole ma lunghe scatole di cartone, che successivamente inserivamo in scatole di cartone più grandi, che avevamo imparato a montare e chiudere bene con lo scotch marrone.

Il lavoro non era difficile e ci divertivamo pure. Ci divertivamo a scherzare con l’addetto alla taglierina, che era un signore ormai anziano. Siccome, a volte, alcune cartoline utilizzate come separatori rappresentavano contenuti pornografici, le mostravamo all’operaio e lui ci diceva: “Tanto non mi tira più”. Lo diceva in dialetto, che io non so scrivere. Oppure stuzzicavamo la ragazza della fascettatrice, che, siccome profumava sempre di sapone, avevamo soprannominato fra noi “fior di sapone”. Nel capannone si sentiva sempre della musica e una volta ci mettemmo a ballare come due stupidi (l’altro nostro ex compagno lavorava in un altro reparto). Dopo qualche secondo sentimmo fermarsi il rumore della macchina da stampa e c’erano gli altri operai che ci guardavano. Altro divertimento era trasportare fino al magazzino i pallet con le scatole di cartone completate. Per farlo utilizzavamo dei transpallet, sollevatori manuali con ruote e che assomigliavano vagamente a dei grossi monopattini. Quando questi transpallet era stati scaricati, ci si poteva divertire a riportarli a posto correndoci sopra. Con le trentamila lire guadagnate alla fine della prima settimana ricordo che mi sono comperato un paio di jeans Levi’s originali in un negozio famoso fra giovani che si trovava in via Zebedia. Provai un senso di orgoglio per aver effettuato il mio primo acquisto importante utilizzando soldo guadagnati con il mio sudore della fronte. Credo che lavorai in quella tipografia per quasi un mese. Quell’esperienza fu la prima e unica della mia vita come operaio. Un piccolo elemento in comune con i tantissimi operai che poi ebbi fra i miei amici negli anni e nei decenni successivi. Senza contare mi nonno paterno ex linotipista. E quasi un segno premonitore dell’ambiente di lavoro in cui sarei finito circa otto anni dopo: l’editoria.

(capitolo aggiornato il 06/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)




Autobiografia giovanile - Cap. 23 - Austerity, radio e chitarra

 Della prima parte del 1973 non ricordo molte novità al di là di quanto avveniva sempre a scuola o in quartiere. A scuola, all’inizio di una lezione di educazione fisica, dissi al professore che non potevo farla (forse perché mi ero dimenticato di portare le scarpe da ginnastica) e lui mi disse che, se volevo, potevo attraversare il cortile in comune con il liceo classico Berchet ed entrare nella palestra di questa scuola, dov’era in corso un’assemblea studentesca. Entra in quella palestra da una porta finestra aperta e mi sedetti in mezzo agli studenti più grandi di me. Ascoltai qualche intervento e credo che condivisi quasi tutto quello che ascoltavo. Mi sono sempre chieste che cosa aveva in mente il mio prof di ginnastica quando mi offrì questa possibilità. Era un professore di età matura ma un po’ eccentrico e simpatico. Veniva a scuola con una Bianchina decappottabile (anche se l’ho sempre vista parcheggiata e chiusa). Forse voleva darmi la possibilità di fare un’esperienza nuova, utile a capire di più quali erano le mie opinioni su quello che avveniva nella società. A proposito di politica, un mezzogiorno, usciti da scuola, arrivammo alla Crocetta proprio mentre era in corso una carica della polizia contro dei manifestanti. Quella fu la prima volta che vidi e sentii l’effetto dei gas lacrimogeni. La vista della carica non ci spaventò. Rimasi piuttosto incuriosito su quello che c’era intorno a quanto stava avvenendo. Fino a quel momento avevo solo visto dei comizi in Duomo con la polizia schierata, sentito i miei zii parlare di lotte politiche, ma non avevo mai visto uno scontro di piazza.

Riccardo Cervelli 13 anni
Io a 13 anni in una foto scattata da un fotografo profesionista

Dal punto di vista sentimentale, si era formata questa specie di relazione con la bambina conosciuta in occasione della rappresentazione natalizia. Lei sembrava più grande della sua età, ma in realtà aveva quattro anni meno di me. Questa differenza non si sentiva molto perché, oltre al fatto che dimostrava più anni per via dell’altezza, in quei pochi discorsi che facevamo quando ci vedevamo all’oratorio dimostrava anche di essere matura. Inoltre, non c’era il rischio che avvenisse qualcosa di spinto perché, anche da parte mia, c’era solo un’attrazione che si fermava al livello sentimentale e di apprezzamento estetico, limitatamente al viso, al suo sorriso, ai suoi occhi e alla corpo vestito. I massimi contatti fisici avvenivano quando stavamo seduti vicino a guardare i film e ci tenevamo per mano. Però, quando mia madre venne a sapere di questa storia, mi dissi che dovevo chiuderla subito perché lei era troppo piccola. Io provai a spiegare che non c’erano rischi di nessun tipo. Forse mia madre temeva anche di quello che potevano dire le altre persone, ma non ne sono sicuro. Continuai comunque ad aspettare i fine settimana in cui io e la ragazzina ci saremmo visti all’oratorio e qualche volta, in cui ero uscito prima dalla mia scuola, andai ad aspettarla fuori dalla sua, solo per fare qualche decina di metri vicino a lei. In quelle occasioni, però, c’erano anche le sue compagne e quindi non ci parlavamo.

Forse già in quel periodo, mio padre era diventato direttore dell’agenzia 28 della Banca Commerciale Italiana, che si trovava in via Montenero, a poche centinaia di metri dalla mia scuola. In quell’anno scolastico dovevano essere iniziati dei rientri pomeridiani per seguire delle materie divenute facoltative. Non so se tutte e due quell’anno, ma alcuni rientri pomeridiani, a un certo punto, iniziai ad averli per continuare a seguire le lezioni di applicazioni tecniche e musica. Quando avevo dei rientri, non tornavo mai a casa per pranzo. Alcune volte, raggiungevo mio padre in banca. Dato che ormai la banca era chiusa, entravo dalla porta dei dipendenti dipendenti, stavo qualche minuto con gli impiegati dietro gli sportelli, e poi uscivo con mio padre per andare a mangiare una pizza in via Bergamo. Qui mi ero abituato a farmi portare una Coca Cola dentro un boccale di vetro trasparente a forma di scarpone. Più avanti, iniziai ad essere invitato a pranzo a casa del mio amico che abitava vicino alla scuola. 

I miei riferimenti più assidui in classe erano il compagno che abitava in cascina a Locate Triulzi e questo che abita vicino. A loro parlavo spesso della mia cotta per la bambina dell’oratorio e dopo un po’ si stancarono e non ne vollero più sentire. Qualche volta andavo ancora a trovare il compagno che abitava fuori Milano. Con quello che abitava vicino alla scuola continuavamo sempre ad andare insieme ai concerti della Gioventù Musicale al Conservatorio e, dopo la fine, a fare una passeggiata a Ricordi e alla Messaggerie Musicali in corso Vittorio Emanuele. Non sono sicuro che fu quell’anno, ma il padre del nostro compagno che veniva bullizzato organizzò una visita serale della classe, con alcuni insegnanti, alla redazione e alla tipografia del Giorno. Sono sicuro che quell’iniziativa mi piacque. Peraltro, mio nonno paterno, che aveva lavorato come linotipista al Giorno (oltre che all’Unità) mi disse di portare i suoi saluti a un suo ex collega, cosa che feci. Da quella visita mi portai a casa il cliché di metallo di una fotografia di un astronauta, che ancora conservo tra i miei ricordi. 

Forse lo stesso anno scolastico fui invitato a casa sua da uno dei compagni che mi stuzzicavano. Aveva parentele molto importanti e viveva in un appartamento così grande che non sono nemmeno riuscito a vedere tutto. Quando andai, però, mi sembra che in casa non ci fosse nessuno, o almeno nessun suo parente ma forse solo una persona di servizio. A un certo punto, mentre eravamo in camera sua, mi ingaggiò in una breve lotta corpo a corpo sul pavimento. Quindi non penso che gli facessi poi così schifo. In quel periodo, forse per via che avevamo gli ormoni a mille, mi capitò anche un'altra volta, di scherzare con fugaci contatti fisici un po’ più spinti con un altro compagno durante una lezione pomeridiana di applicazione tecniche. Cominciavano pian piano a girare anche racconti di piccole avventure a sfondo sessuale anche con delle ragazze. Io mi accontentavo del mio amore platonico.

Amore che non sempre riuscivo a vedere ogni fine settimana (se fosse stata più grande, magari potevamo incontrarci per il quartiere) perché, arrivata la primavera, i miei decisero di portarci spesso la domenica a visitare qualche località raggiungibile con la macchina. Ricordo, per esempio, che andammo a vedere Roncole di Busseto, dove c’è la casa natale di Giuseppe Verdi, e altri paesi soprattutto della Bassa. Sulla strada del ritorno, io speravo che ci mettessimo poco e che potessi fare un salto all’oratorio. Ma siccome diventata evidente che non ci sarei riuscito prima della chiusura, mi arrabbiavo e poi restavo incupito.

Riccardo Cervelli 13y.o.
Io durante le vacanze estive 1973

Poi arrivò l’estate e con la famiglia andammo in direzione della Germania. Dopo non ricordo quali tappe, arrivammo a Monaco di Baviera, dove montammo la tenda in un bellissimo campeggio in un parco vicino allo zoo. La cosa che ricordo con più piacere di quella permanenza fu l’amicizia che strinsi con un ragazzino della mia età indonesiano. Di Giacarta, per la precisione. Credo che sia stato in assoluto il primo amico che ho avuto il quale avesse un colore della pelle e altre caratteristiche somatiche - soprattutto i capelli e gli occhi - diverse da quelle italiane o europee. Era magrolino. Ci parlavamo in uno stentato inglese scolastico (almeno da parte mia). Ma ci capivamo molto anche con un linguaggio non verbale. In mezzo, a fianco, del campeggio scorreva un fiumicello. Ricordo che un pomeriggio ci andammo ed entrammo dentro fino alle ginocchia. A un certo punto lui si chinò e poi si raddrizzò guardandomi sorridendo. In mano teneva un pesce. Per anni ho attribuito la sua capacità di prendere i pesci con le mani alle sue origini etniche. Invece, forse più semplicemente, era stato abile o aveva avuto fortuna. Negli anni successivi mi spiacque di non essere riuscito a scambiarmi l’indirizzo con quel ragazzino e restare in contatto. Di quella permanenza a Monaco mi piacque molto anche la visita al museo della scienza e della tecnica. In particolare apprezzai molto gli esperimenti con l’elettricità che ci fecero vedere. Si trattava soprattutto di archi voltaici.

Proseguimmo poi per altre città tedesche e poi virammo verso la via del ritorno a casa passando per il Belgio. Dalle foto scattate in quella parte del viaggio si nota anche una certa stanchezza e noia. Forse volevo tornare. Ma le vacanze non erano destinate a finire oltre le Alpi. Una certa parte fu ancora trascorsa ad Assisi, in Umbria. Di quella parte dell’estate mi rimangono delle foto in cui sono ritratto con i capelli decisamente lunghi; o per meglio dire gonfi, dato che io sono nato con i riccioli e poi la capigliatura è diventata mossa, ma mai dritta.

Riccardo Cervelli 13yo
Io a Spagnolia, un parco divertimenti vicino a Perugia, nell'estate 1973

Al rientro a Milano iniziò la crisi petrolifera del 1973 provocata da una guerra fra arabi e israeliani. Il governò varò delle misure di austerity, fra le quale le famose “targhe alterne”. In pratica, fra la fine del 1973 e i primi mesi del 1974, una domenica potevano girare solo le auto con la targa il cui numero finiva con una cifra pari e la domenica dopo solo quelle con la targa dispari. La nostra auto aveva la targa pari, quella della famiglia della mia amata la targa dispari. Divenne così praticamente impossibile vederci all'oratorio la domenica pomeriggio.

Nel frattempo era ricominciata la scuola, che per me voleva dire il terzo e ultimo anno delle medie. Il mio migliore amico, compagno di classe dalla seconda elementare e vicino di casa, aveva cambiato scuola: la famiglia aveva deciso di iscriverlo nella nuovissima scuola media costruita nel nostro quartiere in via Dei Guarnieri. I miei, invece, decisero di far finire per tutto il ciclo le scuole medie alla media Majno, in via Commenda, dove avevamo iniziato. In altre parole la famiglia mia e quella del mio amico avevano fatto questa volte una scelta opposta rispetto a quella fatta in occasione del passaggio in quinta elementari, quando io venni iscritto alla scuola elementare di via Wolf Ferrari, praticamente davanti casa, mentre il mio amico rimase nella nostra vecchia classe, con la stessa maestra, nelle elementari di via Noto. 

Anche se non mi riusciva più di vedere la ragazzina con cui stavo insieme dallo spettacolo natalizio, ormai ero diventato un frequentatore assiduo dell'oratorio. Se non addirittura compulsivo. Presi ad andarci anche il sabato pomeriggio. Sempre più spesso lasciai il mio compagno di classe musicofilo andare da solo ai concerti del sabato pomeriggio al Conservatorio; altre volte ci andavo anch'io, a metà del programma salutavo il mio compagno di classe e tornavo a Vigentino. All'oratorio avevo cominciato a imparare a suonare, anche se in modo non scolastico, ma più ad orecchio e solo con accordi, la chitarra. E il mio obiettivo era quello di diventare bravo da accompagnare io un coro, come avevo visto fare a quel ragazzo sul palco della recita natalizia. 

Un altro fatto importante accadde, molto probabilmente, uno di quei mesi (comunque quell’anno). Mi trovavo sul balcone con un walkie talkie giocattolo. Non ricordo se parlavo con mio fratello o con un altro ragazzino, di un anno più giovane, che abitava nel mio palazzo. A un certo punto, dall’altoparlante della radio uscì la voce forte di un ragazzo più grande. Iniziammo a parlare e lui mi disse che era un CB, che la mia radio utilizzava la frequenza dei CB (Citizen Band, Banda Cittadina) e che, girando fra i vari canali, mi aveva sentito. Mi disse anche che, per parlare con me, cambiava canale, perché il mio walkie talkie trasmetteva sul canale 14, che i CB non utilizzavano perché riservato alle ambulanze, ma in ricezione la mia radio non utilizzava un quarzo e quindi poteva sentire gli altri canali. In pratica, lui mi ascoltava sul canale 14 e, quando toccava a lui parlare, andava su un altro canale. La sua radio, molto più potente della mia, poteva effettivamente interferire con comunicazioni di emergenza, la mia - giocattolo - no. Poi mi fece capire che abitava proprio di fronte a me, nella fila di case davanti e anche lui al mio stesso piano. Mi fece anche individuare l’antenna che aveva montato sotto il lucernario del tetto e che aveva un filo che scendeva nel suo balcone e entrava in casa sua. Un giorno mi invitò a casa sua, dove conobbi anche sua madre, che era anche lei diventata CB. Da quel giorno, ogni tanto, il pomeriggio andavo a casa loro anche quando il mio nuovo amico, che aveva qualche anno più di me, non c’era, e mi intrattenevo con la madre, che mi lasciava trasmettere dal loro “baracchino”.

Riccardo Cervelli 13-year-old CB
Io con il walkie talkie che, nel 1973, mi ha fatto scoprire il mondo CB

Una domenica pomeriggio d’autunno ormai inoltrato, mi trovavo all’oratorio, dove nel frattempo avevo iniziato a suonare la chitarra, grazie anche all’aiuto di un ragazzo di circa otto anni più grande di me, che era molto bravo e mi insegnava con pazienza i primi rudimenti dello strumento. Dopo la fine di un film, come al solito noi ragazzi abbiamo ricominciato a giocare. Con alcuni abbiamo iniziato a rincorrerci per le stanze. A un certo punto mi ero nascosto in un ripostiglio dietro il palco del teatrino. Era buio. Non sapevo che anche un’altra persona fosse entrata lì prima di me. Restai fermo qualche secondo guardando verso l’uscita del ripostiglio. Dopo qualche secondo abbassai un broccio, spostai indietro una mano e sentii che colpito qualcuno sui suoi jeans. Dissi: “Scusa”. Risposta: “Di niente”. Quindi scoprii che era una ragazzina che già conoscevo di vista, che abitava in una via vicino alla nostra, e che aveva due anni meno di me. La ricordavo perché faceva parte di una famiglia molto numerosa che era amica della famiglia molto numerosa della mia via, di cui il figlio era uno dei miei migliori amici, e che facevano tutti parte di una comunità cattolica laica. Con i membri di questo movimento, qualche anno prima eravamo andati al Pime a vedere uno spettacolo organizzato dalla comunità e poi avevamo partecipato ad alcune riunioni. Non so se c’era anche lei quella volta, ma sapevo della sua famiglia. Invece, mi ricordavo che, quella volta che la mia maestra di via Noto mi aveva mandato nella classe della “capogruppo”, maestra Montegani, per portare un messaggio. avevo notato, fra le alunne sedute con il grembiulino bianco e la piantina di cactus sul banco, anche questa bambini, che ora aveva iniziato la prima media nella scuola femminile accanto alla mia.

Le volte successive che ci vedemmo all’oratorio, strinsi una forte amicizia sia con lei sia con un gruppetto di sue amiche. Non ci mettemmo insieme subito. Loro pensavano ancora che io stessi con la ragazzina della recita natalizia dell’anno prima. Inventarono pure una parodia di una canzone famosissima, A mezza notte va la ronda del piacere, in cui i protagonisti eravamo io e la ragazzina. Mi chiesi se quella canzone significasse che pensavano che la storia fosse ancora in corso o se fosse una sorta di messa alla prova per capire se invece ero disponibile. Non ricordo se dissi che la storia era finita o che non era finita ma si era esaurita da sola senza bisogno di parlarne. Fatto sta che un giorno dopo l’altro mi misi con la nuova amica. Nel frattempo, avevo iniziato a conoscere il sacerdote che guidava le attività dell’oratorio, Don Gianni, il quale un pomeriggio mi invitò nella sua casa accanto alla chiesa dell’Assunto e mi disse che era meglio se non iniziavo quella relazione perché potevo distrarre la ragazza in un momento in cui stava entrando nella comunità. L’oratorio era in quegli ultimi anni diventato una comunità legata al movimento di Comunione e Liberazione, allora ancora ai suoi albori. Io ascoltai Don Gianni e gli dissi che non doveva preoccuparsi, perché io ci tenevo molto alla comunità e non avrei affatto voluto che alla mia amica succedesse quello che lui temeva. Ci lasciammo così senza che io gli promettessi di non continuare nella mia relazione ma con lui che, almeno per bonarietà, non insistesse più nella sua richiesta.


Riccardo Cervelli 13 anni CB
Sempre io in posa nella cabina per le fototessere mentro fingo di studiare il circuito della radio

Del resto, in realtà, io e questa ragazza non facevamo molto di più che passare del tempo a parlarci, stare insieme ad altri amici nell’oratorio, restare vicini mentre io muovevo i primi passi con la chitarra. A volte, con noi, c’era una delle sue amiche che frequentava un corso di chitarra alla Scuola Civica di Musica in corso di Porta Vigentina, e che mi insegnò alcuno cose, oltre che a suonare Giochi proibiti, un pezzo classico abbastanza facile basato soprattutto su arpeggi. Poi, un quarto d’ora prima delle sei, io, lei e sua sorella più piccola, uscivamo dall’oratorio dell’Assunta ed andavamo alla chiesa di Fatima a seguire una breve messa. Quindi le accompagnavo fino al cancello d'ingresso del loro condominio. In quegli anni, a Milano, e nei quartieri periferici come il nostro, in inverno c’era una nebbia fittissima. Ricordo ancora le camminate immersi nella nebbia che facevamo per arrivare dall’oratorio alla chiesa di Fatima e poi da questa ai due condomini dove vivevano tutte queste mie amiche. Al di là di due metri o tre metri non si vedeva più niente.

Per dimostrare come fosse vero quello che avevo detto a Don Gianni circa la serietà con cui stavo prendendo l’esperienza della comunità - benché fossi solo un tredicenne - basti pensare che in quel periodo, qualche mattina, prima dell’inizio delle lezioni, andai a recitare le Lodi insieme ai ragazzi di CL (ma allora mi avevano detto che il gruppo si chiamava Undicesima Ora) del liceo Berchet, accanto alla mia scuola media. Una volta, o due al massimo, devo essere andato anche alcuni loro “Raggi”, che erano delle riunioni. Stava iniziando per me un’esperienza spirituale e comunitaria che sarebbe durata circa due, tre anni.

(capitolo aggiornato il 06/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 22 - Oratorio e cotte

 Al ritorno dall’Umbria, riprese la solita vita di quartiere in attesa dell'inizio della seconda media. Nell’anno scolastico 1972-1973 mio fratello iniziò a frequentare la prima media nella mia stessa scuola. Come lingua straniera fu scelto il tedesco. Nella scuola c’era una sola classe con quella materia ed era anche con un numero di alunni inferiore a tutte le altre classi.

Uno dei miei compagni di classe che era anche mio amico della via in cui abitavamo era stato respinto. Non ricordo quali difficoltà avesse avuto a livello scolastico, dato che era un ragazzo sveglio e intelligente. Del condominio rimaneva nella mia classe un altro mio amico, quello che alle elementari non era in classe con me. Il mio migliore amico invece era stato inserito fin dall’inizio delle medie in un’altra sezione della scuola. In classe ripresi comunque a frequentare soprattutto due compagni. Uno era quello che viveva non lontano dalla scuola, che prendeva sempre ottimi voti e con cui condividevamo la passione per la musica e l’andare insieme, i sabati pomeriggio, ad ascoltare i concerti organizzati dalla Gioventù Musicale al Conservatorio. L’altro era quello che abitava in una cascina a Locate Triulzi.

Da qualche mese io avevo in testa sempre una bambina più giovane di me e che avevo visto dal vivo solo una volta. Ne discutevo così spesso con il mio compagno di Locate Triulzi che un giorno, mentre camminavamo sotto i portici di una via del mio quartiere, mi disse che non ne voleva più sentire parlare. La mia cotta era puramente platonica. Sono stato, anche negli anni successivi, poco intraprendente sul piano fisico con le altre tre ragazzine con cui ho avuto delle relazioni, ma in questo caso il mio pensiero per questa andava quasi esclusivamente al suo viso e al suo carattere, per quel poco che ricordavo.

Riccardo Cervelli 1972 12 anni
Io in versione quasi hippie alla fine dell'estate 1972

Una bambina con cui invece ho iniziato a vedermi, anche se una sola volta la settimana all’oratorio domenicale, piombò nella mia vita sotto Natale. In quel periodo, andati via i frati, l’oratorio aveva ripreso vita in un altro modo. Per la verità non mi sembra che nell’ultimo anno c’ero andato spesso. Comunque mi ritrovai, pochi giorni prima di Natale, a partecipare alla preparazione di un’animazione sul tema della Natività con altri bambini e bambine delle medie e delle elementari. Le prove le facemmo non all’oratorio della chiesa dell’Assunta, ma in una sala dietro l’altare della chiesa di Fatima: proprio la sala dove, qualche anno prima, avevo fatto arrabbiare un responsabile dei chierichetti ad una “adunanza” e questo aveva battuto il manico dell’ombrello su un tavolino di vetro, provocando su di esso una crepa.

Ricordo che alla prima prova dell’animazione io dovevo fare parte del “coro”, non inteso in senso musicale ma teatrale. Durante la prova notai questa bambina alta, con i capelli scuri e mossi (forse addirittura un po’ riccioluti) con due occhi vispi che mi fissavano. Guardandola mi vennero un po’ di quelle famose “farfalle nello stomaco”. Ogni tanto ci fissavamo negli occhi per un po’ di secondi, ma non ci presentammo né parlammo, se non ricordo male. Nella seconda prova ci rivedemmo, ma a me fu chiesto di non fare parte del coro, bensì di interpretare il ruolo di San Giuseppe. A una bambina del mio condominio fu affidato il ruolo di Maria. In qualche modo mi sentii lusingato perché era come se da quel momento, anche se per finta, avevo una moglie. Anche quella volta continuò il gioco di sguardi con l’altra bambina. 

Poi arrivò il giorno della rappresentazione, la cui preparazione a me sembrò più facile che per gli altri perché non dovevo recitare nulla, ma stare solo in ginocchio davanti alla mia Maria, con in mezzo - non ricordo più - se un bambolotto o un bambino piccolo in carne ed ossa. Ho dimenticato anche se la rappresentazione la facemmo in chiesa durante una messa o durante uno spettacolo che il giorno stesso, o uno successivo, si tenne nella sala dell’oratorio dell’Assunta. 

Sotto vari aspetti quello spettacolo nell’oratorio dell’Assunta fu un momento di passaggio. La maggior parte della rappresentazione ebbe come protagonista un folto gruppo di ragazzi e ragazze del quartiere, che già frequentavano le scuole superiori, che avevano iniziato un percorso di crescita religiosa e spirituale sotto la guida del giovane Don Gianni Casiraghi, e che, per l’occasione, aveva preparato una serie di canzoni in parte di motivo religioso e in parte di genere folk internazionale. Appena iniziarono a cantare, accompagnati con una chitarra a dodici corde Ibanez da un ragazzo che non avevo mai visto, ma che mi piacque subito molto per l’atteggiamento e l’aspetto, rimasi estasiato. Era questo il tipo di musica che in quel momento amavo di più. Guardando il Festival di Sanremo 1972 in casa alla televisione, la canzone che mi era piaciuta di più era stata Jesahel, eseguito dal complesso dei Delirium, che erano saliti sul palco con un coro di giovani “capelloni”. In qualche modo lo spettacolo a cui stavo assistendo - anche se lì non deci quel collegamento - mi riproponeva una situazione simile. 

In quel momento non mi trovavo seduto in mezzo al pubblico, ma in piedi dietro le ultime panche. Questo fatto deporrebbe a favore dell’ipotesi che il gruppo della rappresentazione della Natività, in cui io interpretavo San Giuseppe, si era esibito prima e poi noi attori non avevamo più trovato posto. Dopo qualche minuto che ammiravo rapito i ragazzi sul palco sentii qualcosa appoggiarsi al mio braccio destro. Mi girai ed era la ragazzina con cui ci guardavamo nelle prove che era evidentemente da un po’ lì accanto e aveva deciso di appoggiarsi a me. Farfalle nello stomaco e restammo così per alcuni minuti. Poi non ricordo che cosa successe, se semplicemente ci dicemmo delle cose relativamente banali e ci salutammo. Ma era implicito che tra noi era stato stabilito qualcosa.


Autobiografia giovanile - Cap. 21 - Lunghe vacanze e Olimpiadi di Monaco

 Dovuto rientrare prima del tempo a Milano dal campeggio al Parco di Monza organizzato dal comune di Milano, passai i giorni della varicella chiuso in camera mia. La precauzione era dovuta al fatto che mio fratello e le mie sorelle, e forse anche i miei, non avevano avuto questa malattia. Forse, ma ora è solo un vago ricordo, l’aveva avuta mia nonna e fosse lei che, almeno durante il giorno, veniva in camera mia. Io passavo quasi tutte le ore del giorno sdraiato su quello che era normalmente il letto di mio fratello, ovvero quello in fondo alla stanza e sotto la finestra. Avendo già un po’ di pratica con l’elettronica, mi ero creato una sorta di amplificazione con un microfono e mi divertivo a chiamare aiuto a chi c’era in casa utilizzando un altoparlante, che però era vicino al mio letto e serviva solo a fare sentire più forte la mia voce.

A quei giorni è associato anche il ricordo del profumo intenso del talco mentolato che mi spargevo sulle parti del corpo dove sentivo più prurito. L’effetto rinfrescante riduce per un po’ di tempo il bruciore causato dalle pustole della varicella. Comunque, almeno un paio di grosse, le ho grattate spesso e mi sono rimaste le cicatrici: una sul lato sinistro del naso e una sul petto, sempre a sinistra. 

La maggior parte delle ore le passavo ascoltando la radio. Avevo chiesto ai miei di comprarmi la rivista Radiocorriere TV, dove potevo trovare tutte le trasmissioni che mi interessavano. Una in particolare non la perdevo mai: il talk show pomeridiano Chiamate Roma 3131, su Rai 2. Durante il programma, il conduttore riceveva telefonate da alcuni radioascoltatori, che gli esponevano delle storie personali o dei punti di vista su qualche fatto di attualità, e lui interagiva con loro ponendo domande o esprimendo opinioni. In quegli anni il conduttore era il giornalista Franco Moccagatta, del quale mi piaceva molto la voce oltre che il pensiero. Meno sicuro, ma molto plausibile, è il ricordo che in quella situazione avevo iniziato ad ascoltare con assiduità programma serale di musica pop internazionale: Supersonic. Anche questo veniva trasmesso su Rai 2. Se considero, come ho già scritto nella puntata precedente, che anche Alto Gradimento era su quella rete, devo concludere che dal canale radiofonico Rai 2, negli anni Settanta, ho attinto molto del mio background di cultura popolare e di immaginario personale. Sono anche quasi sicuro che, per passare il tempo durante quella varicella, avevo iniziato a farmi acquistare e a leggere il settimanale Epoca, per soddisfare la mia curiosità circa i fatti e i temi di attualità più importanti in quegli anni. Forse si stava già sviluppando in me un germoglio di attrazione verso il giornalismo. Ma di certo non mancavano nemmeno le letture di qualche romanzo. Diversi di quelli letti in quell’epoca devo averli letti mentre ero malato.

Guarito dalla varicella, potei ricominciare ad uscire con i miei amici del quartiere. La mia prima compagna era sempre la bicicletta da cross Legnano e probabilmente la prima cosa che facevo spesso, mentre attendevo di ritrovarmi con gli amici, era andare fino al boschetto lungo via dell’Assunta nei campi verso Vaiano Valle. Un pomeriggio, lì, ebbi modo di rendermi conto che il mio corpo stava cambiando, ovvero vidi i segni dell’inizio della pubertà. I pomeriggi di inizio estate passavano in vari modi. A volte, invece, di gironzolare per il quartiere e le campagne, passavo qualche ora nel cortile dietro la mia scala. Non lo facevo più da qualche anno, perché tutti noi bambini degli anni a cavallo fra il 1957 e il 1962 ormai uscivamo quasi sempre dal condominio per andare a passare il tempo con amici conosciuti a scuola e che vivevano in altre parti della zona Vigentino o anche al di fuori. Ora invece in cortile c’erano bambine e bambini dai tre anni in su, comprese le mie due sorelle, altre tre bambine e due bambini della mia scala. Qualche volta passati qualche ora in cortile con loro, facendoli giocare o accompagnandoli fino al loro appartamento in ascensore quando avevano bisogno di andare in bagno. Già, perché avendo ormai passato i 12 anni, potevo legalmente utilizzare l’ascensore, anche se già lo facevo da tempo.



Credo che potrebbe essere verosimilmente nella primavera di quell’anno che, fra le attività che noi preadolescenti avevamo iniziato a fare nei pomeriggi delle belle giornate, c’era quella di andare a curiosare fra quello che facevano i ragazzi di qualche anno più grandi di noi in varie parti del quartiere. In un prato a ridosso del vecchio cimitero, vicino a un tratto del fiume Vettabbia, alcuni di cinque o sei anni più grandi di noi avevano iniziato a far volare degli aeromodelli con motore. Non erano radiocomandati, ma fatti girare in cerchio in aria vincolati a un filo tenuto da una persona posizionata nel centro del campo. Un’altra attività che questi “grandoni” (così come li chiamavamo, e fra i quali c’erano anche fratelli di nostri coetanei) era quella di giocare a baseball. Molti di loro si erano comprati divise per questo sport, mazze, palline e guantoni e avevano trasformato il campi di calcio - per la verità mai utilizzato in modo strutturale per questo scopo - a una lato della chiesa di Fatima come un diamante su cui allenarsi e giocare partite di baseball. Nel giro di poco tempo, anche molti ragazzi della nostra età avevano comprato attrezzature da baseball. A me e mio fratello nostro padre aveva comprato dei guanti e una mazza. Altri ragazzini si erano comprati ancora più materiale. E così, durante molti pomeriggi, sul diamante si alternavano a praticare baseball ragazzi di ormai sedici o diciassette anni - che a noi sembravano, appunto, grandoni - e preadolescenti di undici, dodici anni come noi. Personalmente, non ero bravissimo (come non lo sono stato in nessuno sport, a partire dal calcio) e dopo un po’ persi l’interesse per la cosa.

Intanto mio padre aveva superato l’esame della patente e avevamo acquistato un’auto, una Opel Kadett 1100 familiare bianca. Non era il massimo della bellezza estetica ma era molto spaziosa e pratica. Inoltre, i miei avevano comperato anche una nuova tenda da campeggio tipo casetta un po’ più grande della precedente e di colore marrone. Non appena a mio padre furono concesse le ferie, all’incirca fra la fine di luglio e i primi di agosto, siamo partiti con la macchina in direzione Valle d’Aosta e Francia. La prima tappa fu La Salle, dove andammo a passare alcuni giorni nel campeggio dove eravamo stati nel 1964. Nel camping, a differenza di quello di Cogne (dove forse ne avevo visti pochi e giovani), c’erano diversi turisti stranieri. Mi piaceva anche vedere come gli adulti delle diverse famiglie cercavano di essere utili gli uni agli altri. Già quando eravamo arrivati, alcuni - credo in particolare stranieri - appena avevano visto nostro padre davanti ai sacchi della tenda e dei pali, si erano lanciati ad aiutare me, mio fratello e papà a montare la tenda. E così fu innalzata in poco tempo. Per la prima volta vidi  una famiglia di olandesi. Avevano una bambina di quattro anni biondissima e con un sorriso bellissimo. Sembrava un angioletto. Mi sorrideva ogni volta che la incontravo. Poi c’era una famiglia, credo, di tedeschi, con un bambino dell’età di Annarita. Un giorno avevano montato una piccola piscina gonfiabile e la mamma del bambino chiese alla mia di farci entrare anche mia sorella.

Riccardo Cervelli 1972 Aiguille du Midi
Io a 12 anni a Chamonix-Mont-Blanc con, sullo sfondo, l'Aiguille du Midi

Poi iniziammo il viaggio verso Chamonix-Mont-Blanc, la nostra meta finale. Superammo il tunnel del Monte Bianco e per la prima volta in vita mia mi ritrovai all’estero. Montammo la tenda in un campeggio da cui si poteva ammirare la Aiguille du Midi, che mi affascinava moltissimo per la sua forma ad ago. Nostro padre aveva imparato il francese durante le scuole medie e superiori (si era diplomato in ragioneria al Cattaneo di Milano) e quindi se la cavava nelle comunicazioni con la proprietaria del campeggio, i negozianti, i residenti e così via. A proposito della proprietaria del camping, ogni tardo pomeriggio faceva il giro delle tende a riscuotere la tariffa della giornata; credo che nella maggior parte dei campeggi del mondo invece si facesse alla fine della permanenza. Vicino alla nostra tenda c’era una compagnia di ragazzi o uomini bergamaschi amanti dell’alpinismo. Ricordo che ogni giorno andavano a fare qualche scalata e che, al loro ritorno, tiravano fuori corde e altre attrezzature alpinistiche. Io, mio fratello e nostro padre avevamo fatto amicizia con loro e ci facevamo raccontare alcune delle loro avventure. Ricordo che una volta uno di loro disse una frase che rimase nelle memorie di famiglia: “Non è ancora nata la montagna che può uccidere il Bula”. Questo era il suo soprannome, credo. 

Anche noi facemmo qualche escursione. In particolare ricordo una gita alla Mer de glace, dove c’erano un ghiacciaio e una grande grotta. Per arrivare lì credo che prendemmo una funivia, la prima della mia vita. Facevamo anche passeggiate nei dintorni del campeggio. Durante una di queste, in un bosco che affiancava la strada che conduceva da Chamonix verso un altro paese, chiesi da mio padre chi fosse il presidente della Francia: lui mi rispose che si chiamava Georges Pompidou. Sempre in quel luogo una volta sentimmo una forte rumore di frenata, provenire dalla strada, al di là degli alberi, seguita da una serie di colpi. Doveva essere avvenuto un tamponamento a catena. Poco dopo sentimmo arrivare dei mezzi con un tipo di sirena bitonale che in Italia non avevo mai sentito.

Spesso poi, dal campeggio ci inoltravamo nella cittadina di Chamonix a fare dei giri e delle compere. Ricordo di avere imparato per la prima volta parole quali patisserie, boulangerie e combien. Le torte erano molto buone. Un giorno si tenne una festa folkloristica e per la prima volta sentii questa parola, folklore, e mi piacque molto. Lo abbinavo soprattutto ai vestiti, che riproducevano quelli in uso in epoche passate. Durante la festa si esibì anche una squadra di majorette. Erano bambine e ragazze più o meno della mia età. Mi colpirono molto i vestiti attillati e movimenti che facevano con il corpo. Mi presi una cotta di tutte. A Chamonix i miei devono avermi comprato quindi un paio di calzoni tradizionali di cuoio, di un tipo che oggi credo sia comune lungo tutto l’arco alpino. Questi calzoni corti, sempre la stessa estate (se non la successiva) sono stati causa di un simpatico malinteso, sul genere sessuale a cui appartengo, avvenuto nella città di Assisi.

Riccardo Cervelli 12 anni
Io con calzoni folkloristici

Al rientro in Italia, ci siamo fermati per circa una settimana in un campeggio di Saint-Vincent, ancora in Valle d’Aosta. Questa permanenza mi è rimasta impressa soprattutto per due aspetti. Il primo è che io e mio fratello siamo stati iscritti a un corso di equitazione in un maneggio del posto. L’esperienza mi piacque molto. A me fu assegnato un cavallo bianco con macchie grigie e nere di nome Zeus. Imparammo ad andare solo fino al trotto, ma l’ultimo giorno mi ritrovai da solo a cavallo nel recinto insieme a un’altra persona più esperta che lanciò il suo cavallo al galoppo. Il mio prese la stessa andatura e non seppi come fermarlo. Dopo un giro di pista al galoppo io caddi. Non mi feci niente. L’istruttore mi disse che comunque, dopotutto ero riuscito ad andare anche al galoppo. L’altra esperienza che mi ricordo volentieri è stata la partecipazione, un giorno, a un concorso di pittura organizzato dalla rivista Topolino. Noi concorrenti stavamo su una piazza in una posizione elevata. All’inizio non sapevo che cosa disegnare. Poi, guardandomi intorno, ho deciso di disegnare il panorama, ponendo enfasi, più che sull’esattezza delle copie delle costruzioni, sulla varietà dei colori. Alla fine, con mia sorpresa, seppi di avere vinto il secondo posto. Come premio mi venne regalata una scatola o di soldatini o di macchinine. Ma il premio più bello fu vedere il mio disegno riprodotto su un numero di Topolino nelle settimane successive.

Riccardo Cervelli 12 anni cavallo
Io sul cavallo Zeus a Saint-Vincent

Ripartiti da Saint-Vincent, le vacanze erano comunque destinate a durare. Credo che anche a mio padre piacesse andare in vacanza, ma che a decidere e a spingere per compiere viaggi di un certo impegno logistico, fosse soprattutto mia madre. Quando era piccolo, la famiglia di mio padre andava tutte le estati a Rimini, quasi sicuramente nella stessa pensione. Forse a mio padre sarebbe piaciuto tornare lì, ma poi finivamo sempre per andare in posti diversi, soprattutto in collina, montagna e all’estero. E così - non ricordo se dopo essere ripassati da Milano - quell’estate finimmo anche ad Assisi. 

Era fine agosto, prima metà di settembre. Anche lì eravamo in campeggio e, presente nostro padre con la macchina, visitammo, oltre che Assisi, altre località vicine, soprattutto dove c’erano santuari. In quel periodo ormai i capelli mi erano cresciuti molto, considerato che forse li avevo tagliati intorno fine della scuola. Un giorno, mentre stavamo per entrare in una chiesa, un frate anziano ci vide e notò che io avevo su i calzoni corti di cuoio, che lasciavano in bella vista le gambe. Vedendo che avevo i capelli lunghi e lineamenti non spiccatamente maschili, mi ha scambiato per una ragazzina e si è rivolto a noi dicendo: "Scandalosa! Scandalosa!". Non ricordo come andò a finire. Forse i miei, o mia madre, chiarirono l'equivoco e potemmo entrare in chiesa.

Quella prima vacanza ad Assisi, ripetuta anche l’anno seguente, mi rimase impressa soprattutto per le Olimpiadi di Monaco 1972, culminate con il tragico evento terroristico in cui un commando di terroristi palestinesi sequestrarono per alcuni giorni gli atleti della nazionale israeliana, uccidendone già alcuni nel villaggio olimpico. Alla fine, si fecero condurre con alcuni elicotteri all’aeroporto per poter fuggire con un aereo. All’aeroporto le Teste di cuoio tedesche tentarono un blitz per catturare il commando e liberare gli ostaggi, causando così degli scontri a fuoco nel corso dei quali morirono molti terroristi e ostaggi. In quei giorni io mi recai spesso nel bar del campeggio per seguire i reportage televisivi su questa tragedia. Le immagini mi facevano un po’ di impressione ma non al punto di non volerle vedere. 

(capitolo aggiornato il 06/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 20 - Nuovi amici, tv e Parco di Monza

 1972, dodici anni. Anno di molte novità. Credo che sia in quel periodo che abbiamo smesso di frequentare lezioni private di pianoforte, dato che ero piuttosto svogliato e preferivo dedicare il mio tempo libero ad uscire con gli amici. Più o meno nella stessa epoca, io e mio fratello abbiamo cessato anche di andare ai corsi di scherma. Nella mia nuova classe alla scuola media Luigi Majno mi sono fatto nuovi amici, così anche qualche compagno al quale non andavo a genio per qualche motivo. Due o tre dicevano che non mi lavavo molto e che puzzavo. Tra i miei nuovi amici, uno abitava poco lontano dalla scuola, aveva una bella casa, condividevamo la passione per la musica, ed eravamo entrambi i migliori a livello di rendimento scolastico: lui più di me. I nostri relativi genitori ci hanno iscritto alla Gioventù Musicale, e i sabati pomeriggio iniziammo ad andare a sentire i concerti organizzati da questa associazione che si tenevano nella sala Verdi del Conservatorio. Alla fine dei concerti, facevamo sempre un giro alla Ricordi e alle Messaggerie Musicali, dove ci soffermavamo ad ammirare gli strumenti musicali. In particolare a me piacevano gli organi elettronici. Alcuni, in mostra in una grande stanza del seminterrato delle Messaggerie Musicali, erano a più tastiere e con tanti registri. Mi piaceva sentirli suonare dal personale del negozio.

Fra i miei migliori amici, fra i compagni di classe, iniziò presto a esserci il ragazzo che veniva da Locate Triulzi. Per venire e tornare a casa doveva prendere una corriera delle autolinee Sgea, che faceva capolinea in Porta Vigentina. Abitava in una grande cascina. Qualche volta, insieme a quello fra i miei amici e coetanei del condominio che era in classe con me, in quegli anni andammo a trovare questo nostro compagno della cascina. Lì i figli del proprietario del luogo ci lasciavano guidare per brevi tratti i trattori. Poi facevamo dei giri nelle stalle e nei fienili. Nel tardo pomeriggio tornavamo a casa con le scarpe sporche di fango e letame ma molto felici per le belle ore passate in campagna. 

Se non erro, fu sempre in quell’anno scolastico che la scuola organizzò una vacanza bianca sulla neve a Selvino. Della mia classe partecipammo sicuramente io e il mio compagno e amico da tanti anni perché viveva nel mio stesso condominio. Quello, inoltre, con la cui famiglia la mia era stata per la prima volta una giornata in montagna sulla neve qualche anno prima. Io e lui condividemmo una camera doppia. Fra gli insegnanti accompagnatori c’era la nostra professoressa di musica, che notai essere una donna di mezza età molto a suo agio nelle situazioni conviviali sia con noi che con un paio di altri insegnanti. Forse è stata la prima volta che ho visto degli insegnanti in una situazione di vita diversa da quella della classe. Il mio amico era già bravo a sciare e quindi faceva lezione con dei maestri per gli allievi già di livello avanzato. Io ero nel gruppo dei principianti. Ricordo che il maestro ci faceva scendere lentamente quasi in orizzontale, in lunghi tratti a zig zag per la discesa. Alla fine di ogni tratto dovevamo frenare e curvare a spazzaneve. Una o due sere ci portarono al cinema. I film erano vietati ai minori di 14 anni ma ci fecero entrare lo stesso. Ricordo di aver visto per la prima volta delle scene di violenza tipo “pulp” e delle parti di nudo totale. Alla fine della vacanze organizzarono una gara. Io feci la mia discesa facendo in maniera da non cadere. Risultato: non fui squalificato ma arrivai ultimo. O, come mi dicevo e dicevo scherzando ad altre persone: primo degli ultimi (gli squalificati).


Io ancora in vacanza, poche settimane prima di iniziare la prima media nell'anno scolastico 1971-1972

A scuola la nostra classe continuava a distinguersi per non essere un gioiello di disciplina. Un gruppo di compagni aveva preso a bullizzare un compagno. La vittima era abbastanza alta, leggermente sovrappeso, timida e goffa. Non mi sembra che in classe avesse stretto amicizia con qualcuno. Non ricordo se solo per queste o altre caratteristiche divenne il bersaglio di scherzi. Una mattina in aula si sentì un grido di dolore. Il compagno di classe seduto dietro questo ragazzo bullizzato gli aveva infilato l’ago del compasso in una natica. Non ricordo da chi fosse partita l’idea, ma per un certo periodo di tempo, nelle lezioni di religione la classe chiese alla professoressa, della quale non avevamo peraltro molto rispetto (quando entrava in classe trovava spesso tutti i banchi schierati lungo i muri, con noi nascosti dietro gli zaini pronti a fare la guerra con le cannucce delle biro a mo’ di cerbottane e palline di carta o chicchi di riso), di affrontare il “caso…” dove al posto dei punti di sospensione c’era il cognome della vittima di bullismo e discriminazione.

Un 'altra volta ne facemmo una grossa ai danni di un bidello. Durante l'intervallo, in cinque o sei ragazzini, ci divertimmo a giocare con la pompa dell'acqua che veniva usata per pulire i bagni. Credendo che in un bagno chiuso ci fosse un nostro compagno, qualcuno ebbe l'idea di fargli cadere addosso dell'acqua. Non ci fu reazione e suonò la campanella. Dopo che qualche minuto che eravamo rientrati in classe, si aprì la porta ed entro la preside professoressa Pettinari, molto temuta per la sua severità, insieme a un bidello del nostro corridoio tutto bagnato. Il collaboratore scolastico era muto. Era lui che si trovava nel bagno in cui avevamo spruzzato l'acqua dall'alto e non aveva potuto dirci di smettere. Credo che ci prendemmo una nota di classe sul registro.

Ho sempre associato - anche perché deve essere avvenuto effettivamente così - il periodo fine 1971 -inizi 1972 all'arrivo, in casa nostra, del televisore. Da quel momento, per vedere i programmi quotidiani, non sarei più dovuto andare a casa dei nonni materni; in più potevamo vedere anche i programmi serali. Fra questi, venivano mandati in onda spesso sceneggiati televisivi, che la famiglia seguiva tutta riunita davanti all'angolo del soggiorno dove c'era la tv, dopo cena. Fra questi, ricordo dell'Eneide e - che mi aveva molto appassionato, Orfeo in paradiso, dall'omonimo romanzo di Luigi Santucci, che poi volli leggere anche come libro. Fra altri altri sceneggiati che ricordo di avere guardato ci sono di sicure anche Le sorelle Materassi, anche se non mi sono particolarmente rimaste impresse, e Le avventure di Pinocchio, del regista Luigi Comencini, con Nino Manfredi nel ruolo di Geppetto e il piccolo Andrea Balestri (di soli tre anni più giovane di me) in quello di Pinocchio. Sono quasi sicuro che, poiché stavamo ancora aspettando la tv a casa, devo essermi perso Il segno del comando, che aveva fra gli interpreti l'attore Ugo Pagliai, del quale si era presa una cotta la mia amica più grande. Sono invece in dubbio se ho effettivamente guardato - o se l'ho fatto sporadicamente - A come Andromeda, in cui recitava Paola Pitagora, che a me piaceva e della quale mi ero appeso il ritaglio di una fotografia dietro l'anta della scarpiera del bagno. Forse, però, il televisore - che non era né piccolo né grande come quello dei miei nonni- deve effettivamente essere arrivato a casa verso la fine del 1971, perché credo di ricordare di aver visto, andato in onda in quel periodo, E le stelle stanno a guardare. Come nel caso di Orfeo in paradiso, più tardi avrei letto anche il romanzo, di Archibald Joseph Cronin, che considero una delle mie prime letture di formazione. La trama mi aveva interessato moltissimo e così anche la figura della madre che interferisce negativamente nella vita dei suoi figli. Dopo aver letto il romanzo ne parlai con mia madre, che lo conosceva già.

Penso che nella prima metà del 1972, mio padre sia stato impegnato nelle lezioni di scuola guida. Sentivo parlare in casa dell'autoscuola e del suo titolare, che insegnava a guidare a mio padre così come le avrebbe fatto a me sei anni più tardi. 

Nel primo weekend di giugno, probabilmente il sabato pomeriggio, a casa nostra si tenne una festa di compleanno per i 7 anni di mia sorella Annarita. Di norma, quando c’erano delle feste per compleanni o altre celebrazioni, tutta la famiglia vi partecipava. E così anch’io rimasi in casa. Alla festa erano invitate soprattutto bambine (se non solo). Molte, forse la maggior parte, erano compagne di classe. Ebbi così l’occasione di conoscere piccole amiche di mia sorella. Io passai molto tempo nella camera mia e di mio fratello, dove vennero alcune di queste bambine. Erano piccole ma anche sveglie e simpatiche. Come ho verificato anche da adulto, molti bambini della prima e seconda infanzia, conoscendo una persona più grande, in questo caso solo un ragazzino di cinque anni più vecchio, tendono a voler raccontare qualcosa di particolare che fanno nella loro vita oppure qualcosa che gli piace. Ricordo che venne fuori, parlando con una bambina in camera mia, che lei frequentava una scuola di danza. Questa bambina era, secondo me, molto carina e con modi di fare molto femminili. Era una bambina estroversa. Mi fece vedere qualche esercizio di danza e come faceva la posizione del cigno, del balletto Il lago dei cigni musicato da Pëtr Il'ič Čajkovskij, quando era morto. Questa bambina si chiusa tutta su se stessa sul pavimento. Mi sembrò essere una promessa della danza.   

Finito l'anno scolastico, trascorsi una delle più belle pagine della mia vita. Rivissi, per la prima volta dopo cinque anni (dal 1967), un'esperienza simile a quella della colonia a Cesenatico. Solo che questa volta non ero più un bambino ma un ragazzino di dodici anni e mezzo. I miei genitori avevano iscritto a due settimane di campeggio al Parco di Monza organizzato dal Comune di Milano. La vacanza era per soli maschi. Un giorno credo che partimmo con alcuni pullman dalle vicinanze del Castello sforzesco e arrivamo a Biassono all'ingresso del Parco, dove si trovava (e c'è ancora) la Cascina Costa Alta. In un prato vicino alla vecchia costruzione - in realtà più simile a una villa che a una cascina, se non fosse per quelle che sembravano essere state stalle - erano state montate una decina di tende di tipo militare. In ogni tenda erano stati installati dei letti a castello. A occhio e croce, in ogni tenda, ce n'erano tre da un lato e tre da un altro, in modo da ospitare circa dodici ragazzini per tenda. Ogni paio di tende di ragazzini ce n'era una per gli educatori. Nessuno di questi dormiva con noi e questo mi aveva fatto piacere perché voleva dire, che una volta che gli educatori si fossero ritirati, noi eravamo da soli.

Ricordo che qualche volta, dopo che era scattata l'ora del riposo notturno, fra noi bambini e gli educatori della tenda più vicina, scoppiavano battaglie a colpi di cuscini. Solo in quelle occasioni gli educatori violavano il nostro spazio, forse perché sentivano che non stavamo ancora dormendo. Questi responsabili erano tutti giovani e simpatici. 

In tenda, io avevo fatto particolare amicizia con il ragazzino che dormiva sopra di me. Più di me lui aveva paura delle "forbicine", delle piccole blatte che avevano due pinze in fondo alla schiena e che qualche volta trovavano sui letti o fra le lenzuola. D'altra parte i letti erano issati sopra il terreno (non ricordo se ci fosse un pavimento di plastica, ma comunque le forbicine sarebbero ugualmente entrate nella tenda). Prima di andare a dormire, questo mio nuovo amico, controllava con cura il letto e canticchiava qualcosa che aveva ribattezzato "la canzone della forbicina". 

La mattina venivamo svegliati con una musica emessa da altoparlanti a tromba montati su dei pali ai lati del prato. Quelle musiche mi sono rimaste impresse e, al ritorno dal campeggio, chiesi a miei di comprarmi i dischi. Una era Popcorn, suonata dal gruppo Strana Società; un'altra era una versione pop di un movimento della sinfonia n. 40 di Mozart, arrangiata da Waldo De Los Rios e suonata sotto la sua direzione con un'orchestra che utilizzava anche strumenti elettronici. 

Nei primi giorni della vacanza io mi feci notare dagli altri per il fatto che li invitavo a non dire parolacce. Così qualcuno decise di darmi come soprannome Prete, che però non veniva molto utilizzato.

Ogni giorno i nostri educatori ci facevano svolgere diverse attività. Spesso stavamo nel prato dalla parte opposta della cascina a fare dei giochi tutti insieme. Altre volte ci mettevano fra il prato e la cascina e ci facevano cantare le canzone della trasmissione radiofonica serale (su Rai 2) Alto Gradimento, condotta da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni (la cui prima stagione era iniziata nel 1970 e si concluse nel 1976). Il programma prevedeva molti personaggi e credo che i nostri educatori ci facessero vedere alcune gag in cui li imitavano. C'era da morire dal ridere. Un giorno, invece, ci fecero scavalcare il filo spinato che chiudeva la pista dell'Autodromo di Monza, che si trovava proprio dietro il campo dove stavano le nostre tende. Nell'oltrepassare il filo, mi ferì un ginocchio di una spina di ferro e iniziò ad uscire sangue. Qualcuno dei responsabili mi guardò la ferita e decise che non si poteva fare niente, che comunque non era grave, e proseguimmo. Ricordo che facemmo un giro della pista, iniziando dalla parte delle Curve di Lesmo, e che, fra tutte le cose, mi piacque percorrere la curva parabolica. Credo di avere ancora una piccola cicatrice a ricordo di quella avventura "illegale" voluta dai nostri adulti educatori.

Un giorno del primo fine settimana, mi venne a trovare mio padre, forse insieme a mio fratello. Era venuto con alcuni autobus. Mi portò fuori e, sempre utilizzando uno di questi autobus, mi portò in un convento di frati che si trovava lì vicino e dove risiedevano alcuni frati che, nel periodo 1969-1970 circa, venivano a Vigentino a gestire l'oratorio domenicale. Andammo a trovare in particolare uno di loro, che era quello con cui avevo stretto più legame e che era venuto, una volta, anche a trovarci a casa nostra in occasione di un compleanno o di un'altra ricorrenza.

Riccardo Cervelli anni 70 oratorio
Foto di gruppo di una gita in montagna con i frati che hanno gestito l'oratorio dell'Assunta fra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta

Poi cominciò la seconda settimana. In quel periodo avevo stretto un'amicizia più forte con un altro ragazzo, tranquillo e più alto di me. Credo che sul finire di tutti i pomeriggi ci recavamo anche insieme a farci la doccia. Fu a Cascina Costa Alta che ci presi gusto a fare la doccia. A casa, infatti, avevamo una vasca da bagno con un tubo doccia flessibile. Stare in piedi e farsi spruzzare l'acqua ad alta pressione dall'alto - soprattutto quando avevi cominciato a sentire che il corpo era sudato e sporco per i giochi quotidiani - era un piacere. E, comunque, non era come quando, in colonia, ci facevano delle docce così, ma camminando tutti in fila sotto diverse docce, con addetti che ci lavavano e ci asciugavano come in una catena di montaggio, e i tempi decidevano loro. Lì decidevamo noi, da una certa ora in poi, se, quando e con chi andarci a fare la doccia. Fatto sta che un giorno mi venne un po' di febbre e di prurito in tutto il corpo. Il responsabile della vacanza, un signore sportivo, elegante e professionale (mi sembra che avesse anche lavorato nel settore delle corse), decise di spostarmi nell'infermeria che si trovava nel corpo principale della Cascina. Quel mio amico con cui andavamo anche a fare le docce insieme disse che aveva già avuto la varicella e mi accompagnò alla tenda a fare il bagaglio e poi nella stanza dell'infermeria. Qui, mi avevano messo a disposizione un letto, non fatto, e delle lenzuola. Il mio amico volle assolutamente farmi il letto lui. Dopo che ci salutammo e uscì non lo vidi più. Il giorno dopo vennero mia padre e mio zio Alfredo a prendermi con la macchina dello zio. Negli anni successivi ho ripensato spesso a quel ragazzo e alla generosità dei gesti che aveva compiuto nell'ultima mezz'ora che abbiamo passato insieme.

(aggiornato il 03/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


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