Autobiografia giovanile - Cap. 7 - Terza infanzia - Legri I parte

 Il 1966 resterà per sempre, per me, il primo anno in cui con la famiglia andremo in vacanza a Legri, una frazione di Calenzano, in provincia di Firenze. Queste vacanze continueranno fino al 1969.

La casa di Legri era stata acquistata da mio nonno Matteo Cusumano non so esattamente quando. Forse già nel 1965, anno in cui era nata mia sorella Annarita e in cui (penso per via del suo ricovero a poche settimane dalla nascita per una gastroenterite) non eravamo andati in vacanza, il nonno aveva iniziato questa operazione immobiliare. Ho appreso recentemente da una persona di Legri, ritrovata in un gruppo sul social Whatsapp, che in quegli anni era stata costituita una società che aveva rilevato le proprietà del Castello di Legri. Era stata effettuata una lottizzazione e lanciato un progetto per cui gli acquirenti dei lotti e delle case avrebbero costituito una sorta di cooperativa in cui potevano usufruire di servizi comuni, fra i quali quelli collegati alla lavorazione e alla vendita degli eventuali prodotti coltivati nei terreni di pertinenza delle loro abitazioni. In effetti, anche la proprietà del nonno comprendeva, oltre a una porzione di un edificio nel centro del borgo di Legri (ma al di là del torrente Marinella, dove una volta iniziavano le proprietà del Castello), anche un campo di grano e una parte di un pendio coltivato a ulivi.

La pieve di Legri. In primo piano il terreno acquistato da mio nonno. La casa è sulla destra nascosta da una grossa pianta

Ovviamente, avendo io allora sei anni e mezzo, quando siamo andati a trascorrere le vacanze a Legri non avevo nessuna idea di acquisti, proprietà e vendite di case. I ricordi di questi periodi di villeggiatura in Toscana che mi accingo a raccontare non sarebbero tutti collegabili ad anni precisi, motivo per cui li riporterò liberamente nei vari capitoli fingendo che potrebbero riferirsi allo stesso anno a cui è dedicato un capitolo.

Come ho già ripetuto varie volte, la mia famiglia in quegli anni (fino al 1972) non aveva l’automobile. Se da una parte questo fatto oggi potrebbe essere considerato una fonte di problemi logistici quasi insopportabili, dall’altra era invece un’occasione per sperimentare modi più avventurosi di viaggiare.

Ricordo che, per recarci a Legri (a parte una o due volte negli anni successivi), si prendeva un treno alla stazione Centrale di Milano, a uno dei tanti binari situati sul piazzale che è di molti metri più alto delle strade e delle piazze. Riesco a rivedere me seduto al finestrino dello scompartimento di un vagone di seconda classe con dentro noi cinque (padre, madre, io, mio fratello Cristiano e mia sorella Annarita di un anno) più qualche persona estranea; forse anche con qualche altro bambino. Il treno si muove lentamente e, dopo un po’ di secondi, prende un po’ di velocità.Sento molto sferragliare sotto il pavimento del vagone, a causa dei numerosissimi scambi, e, guardando fuori dal finestrino, resto affascinato nel vedere, al centro dello scalo, una costruzione che sembra una grande porta monumentale sotto la quale possano alcuni binari e in alto ha una fila di finestre, dietro le quali si intravedono delle stanze. Sulla facciata c’è una scritta che non so ancora leggere. Si tratta di una delle centrali di controllo del movimento dei treni. Poi i binari diminuiscono, si dividono in gruppi che prendono direzioni diverse. Il nostro gruppo piega verso destra per circumnavigare la città sul lato orientale. Siamo ancora in alto rispetto alle strade e alle piazze. Non me ne rendo conto, ma passiamo anche vicino alla via Venini, dove c’è ancora la casa dei nonni materni, e poi sopra viale Monza. Dopo una ventina di minuti, il treno, ormai veloce, si immette nella campagna a sud di Milano e corre verso la Pianura padana.

Nel tragitto fra la Lombardia e la Toscana, il treno supera il fiume Po grazie a un ponte di ferro molto lungo. Poi, dopo aver effettuato alcune fermate in città importanti dell’Emilia, arriva a Bologna. Qui entriamo in una stazione di testa. Il treno si ferma ed è necessario cambiare locomotore. La sosta dura circa alcune decine di minuti. Con il papà e forse mio fratello scendiamo e facciamo un giro della stazione. Poi si parte è il senso di marcia è cambiato. Dopo non molto tempo il treno entra in una galleria lunghissima che passa sotto un punto dell’Appennino tosco-emiliano. Negli scompartimenti ci accendono le lampade. Fuori dal finestrino è buio. Sul muro della galleria vedo per la prima volta una striscia dipinta di bianco che forma una linea di segmenti diagonali che vanno in su e in giù. Passa molto tempo prima che si riveda la luce del giorno. Poi il treno si ferma alla stazione di Prato.

Scesi a Prato, prendiamo un autobus che ci porta fino a Calenzano. Qui scendiamo in una piazza molto grande, al centro della quale ci sono dei giardini con dei giochi per i bambini. Io e mio fratello saliamo su una giostra e iniziamo a farla girare afferrando e tirando un tubo che forma un cerchio al centro. Prendiamo velocità. Non cambiamo mai direzione e così, dopo un po’, mi viene un senso di nausea. Quando il malessere va via saliamo su un secondo autobus che farà capolinea a Legri. La “corriera” (allora era in voga questa parola) inizia una strada in leggera salita che entra in una valle. Alla mia destra, a un certo punto, il fianco della collina è sventrato da una cava. Vedo la roccia nuda venire giù in verticale. Poi riappare il bosco, ma subito dopo ecco un’altra scena come la precedente. Riesco però a notare delle differenze nelle forme delle due cave. Poi di nuovo bosco e infine, sempre a destra, iniziano dei prati e vedo bene il torrente Marinella che scorre. Alla fine della strada l’autobus rallenta e si immette in un gruppo di case con una chiesa. Scendiamo in uno slargo della strada che funge anche da parcheggio. Sulla destra ancora la Marinella nascosta da un muretto. Dall’altra parte appare la casa dove passeremo una bellissima vacanza. I nonni ci vengono incontro.

La casa acquistata da mio nonno a Legri, come era negli anni Sessanta

(prima parte - continua)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 6 - Terza infanzia - Il quartiere

 Continuo, e proseguirò a farlo ancora per molti altri capitoli, a dedicare uno scritto ad hoc per ogni anno dell’infanzia e dell’adolescenza. Non mi sarà possibile assegnare con esattezza ogni ricordo all’anno preciso a cui si riferisce. In questi casi segnalerò che è il fatto rievocato potrebbe essersi verificato nell’anno a cui è dedicato il capitolo con un “margine di tolleranza” di uno o due anni in più o in meno. Grazie a Internet, comunque, mi è possibile collocare con più esattezza alcuni ricordi di fatti “pubblici”; o privati connessi a qualche fatto pubblico.

La letteratura scientifica fissa a 6 anni l’inizio della cosiddetta “terza infanzia” (prima da 0 a 2 e seconda da 2 a 6).

Per me l’inaugurazione di questo periodo della vita coincide - essendo nato il 10 gennaio 1960 - con gli inizi del 1966. Sarà l’ultimo anno intero che abiteremo nel piccolo appartamento al settimo piano di via D’Alviano 17 a Milano. Da quel periodo il numero di esperienze che si fissano nella memoria in modo vivido aumentano in modo esponenziale. Come già ho scritto, ad esempio, ancora del 1965 i ricordi sono pochi, anche se quelli che ho raccontato si sono impressi in modo molto preciso.

Fra i ricordi della routine familiare che posso far risalire a quel periodo uno a cui tengo molto è quello di mio padre che, nel tardo pomeriggio, rientrava dal lavoro. Prima che aprisse la porta sentivo che si avvicinava ad essa fischiettando o canticchiando. Poi la porta si apriva e compariva lui con in mano una confezione di latte. In quegli anni, la Centrale del Latte di Milano vendeva il latte in cartocci dalla forma di piramide a base quadrata che mi sono rimasti molto impressi. Una latteria dove andavamo a volte a comprare il latte e i formaggini si trovava, se non sbaglio, in via Soderini. Risale a quell’epoca il ricordo dei “punti” che si potevano raccogliere per ottenere, dopo un certo numero di acquisti, un regalo. Oppure, invece o in aggiunta ai punti, con il prodotto veniva consegnata una figurina di plastica morbida. Rammento benissimo quelle che raffiguravano la Mucca Carolina, in dono con i formaggini Invernizzi.

Anno dopo anno, nella mia mente, si componeva in modo sempre più ampio e ricco di dettagli il quadro del quartiere in cui si trovava al centro la nostra abitazione. Ogni passeggiata nel fine settimana aggiungeva delle parti. All’estremità più a Nord c’era lo stadio di San Siro, oggi stadio Meazza. Nostro padre portò una o più volte me e mio fratello a vedere delle partite dell’Inter, la sua squadra del cuore. Ricordo molto bene l’interno dello stadio, che allora aveva solo un anello. Le tribune più in alto non avevano sedie ma gradinate di cemento. Anche da lì si vedeva molto bene il campo. Nell’intervallo degli addetti poneva a centro campo una piramide di legno con dei manifesti pubblicitari attaccati su ogni faccia.

Un'altra foto con la cornetta del telefono e una camicia in tema marinaresco

Il punto più a sud del quartiere che ricordo, e dove andavano spesso, era il Santuario di Santa Rita da Cascia, che si trovava già nel quartiere Barona. L’interno mi affascinava molto. All’esterno c’erano una piazza e un oratorio, dove si tenevano delle belle feste in occasione della festa della in 22 maggio.

Il punto invece più a ovest che ricordo sempre con molto affetto è piazza Tirana, dove era (ed è) situata una piccola stazione ferroviaria: Milano San Cristoforo. Ogni tanto entravamo a vedere anche questa chiesa. Un ricordo indelebile di piazza Tirana è quello di una macchina sportiva - quasi sicuramente una Porsche, dalla forma - che si è messa ad andare avanti e indietro per una strada laterale ad alta velocità, compiendo dei testacoda per cambiare direzione. Visto che non ci trovavamo in un quartiere di ricchi, ho sempre pensato che quella macchina dovesse appartenere a qualche capo della malavita. Eravamo del resto vicini al quartiere Giambellino, dal nome della via parallela a via Lorenteggio.

Ormai, a quell’età, iniziavo anche ad avere consapevolezza anche della dimensione metropolitana di Milano. Un giorno seppi anche la città aveva un sindaco che si chiamava Pietro Bucalossi. Sicuramente, fra la fine del 1965 e gli inizi del 1966, mio padre mi portò ad assistere al mio primo spettacolo di opera lirica al teatro alla Scala. Sono sicuro di questo fatto perché si trattava dei giorni in cui debuttava alla Scala, con il Rigoletto, Luciano Pavarotti. Di quella serata mi rimase impressa una voce che, alla fine dell’opera, offendeva Pavarotti dandogli del “Claudio Villa!”, nome di uno dei più famosi cantanti italiani di musica leggera dell’epoca.

Un altro ricordo della vita cittadina che al 99 per cento risale a quell’anno e, in particolare, alla primavera del 1966, è quello del primo sciopero a cui ho assistito. Come si può leggere anche su Wikipedia, nel 1966 per due volte si sono svolti degli scioperi degli autoferrotranvieri per il rinnovo del contratto. Mi ricordo che, siccome quello in questione durava diversi giorni, erano stati utilizzati i camion dell’esercito per sostituire i mezzi su alcune linee. Ho ancora in mente l’immagine di me, mia madre e sicuramente mio fratello e mia sorella piccola che venivamo aiutati da dei militari a scendere da un camion in piazza Frattini. 

Infine, sempre al 1966 risale il mio primo ricordo dell’ascolto di uno Zecchino d’Oro, la rassegna canora per bambini organizzata dall’Antoniano di Bologna, presentata dal mitico Mago Zurlì (al secondo Cino Tortorella) e trasmessa in radio e televisione dalla Rai. A ruota poi venivano pubblicati dei dischi a 33 e 45 giri, che noi acquistavamo. A me doveva essere piaciuta soprattutto la canzone Orazio il cane dello spazio, cantata dal bambino Mario Giordano. Una domenica pomeriggio o una sera si tenne una festa nell’oratorio della parrocchia dell’Immacolata Concezione di Piazza Frattini, nella cui chiesa già venivamo portati a messa e dove io mi annoiavo molto durante il lungo rito della consacrazione. Ebbene, a mio genitori venne in mente di mandarmi sul palco del teatro dell’oratorio a cantare Orazio il cane dello spazio, ed io accettai convinto di sapere cantare e di ricordarmi la canzone. Invece, dopo la prima strofa non mi ricordavo più le parole e finii. Mio nonno paterno, Nevio Cervelli, mi disse più tardi che, mentre cantavo, lui era fuori dall’edificio e che però mia aveva sentito bene dalla piazza, tanto urlavo. Quella è stata la mia prima esibizione musicale. Io e la musica stavamo prendendo confidenza.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 5 - Fine seconda infanzia

 Il numero 1965 mi è capitato di ricordarlo spesso nella mia vita. Intendo nel senso di anno. In effetti è particolare perché si è trovato giusto a metà di un decennio, quello degli anni Sessanta del XX secolo. In quell’anno è nata mia sorella Annarita. Ho svolto il servizio militare, dopo alcuni rinvii per l’università (mai finita), tra il 1984 e il 1985, insieme con i ragazzi nati nel 1965 (a parte altri più vecchi come me e qualcuno - molti pochi - di più). Ho avuto, nella mia vita, tre storie con donne di quell’anno, fra le quali la madre dei miei figli, da cui sono divorziato.

Nel 1965 abitavamo (io, mio fratello Cristiano e i miei genitori) ancora in via D’Alviano a Milano. A giugno, come già scritto, è nata la mia prima sorella Annarita. Dei mesi prima della sua nascita non ho molti ricordi. Non ricordo del pancione di mia madre, così come non ricordo nemmeno di quello successivo, per la seconda sorella Susanna, nata nell’aprile 1969.

Come ho già scritto, né io né mio fratello andavamo alla scuola materna, ma passavamo le giornate con mia madre. Forse potrebbero risalire a quell’epoca (ma anche se non fosse così, non li ho ancora rievocati), alcuni ricordi sempre della seconda infanzia. Periodo che, secondo Wikipedia, fa dai 3 ai 6 anni. Tipo che nostro padre, la sera prima di dormire o durante i fine settimana, ci leggeva sempre qualche cosa. Ricordo molto bene che, fra le letture, c’erano dei romanzi di Emilio Salgari e delle poesie di Federico García Lorca. Del resto, come ho già sottolineato, a casa non avevamo la televisione (c’era a casa dei nonni materni; in quella dei nonni paterni non ricordo). In compenso si ascoltavano molto la radio e i dischi sul giradischi. Fra le trasmissioni che ricordo in particolare di sentire sempre alla radio c’erano Sanremo, Lo Zecchino D’oro e - perché lo ascoltava mio padre - Hit Parade.

Io in posa con il telefono a muro nero che si usava negli anni Cinquanta e Sessanta

Dei primi mesi del 1965 ricordo di una sera in cui i miei avevano chiamato un’ambulanza. Già, perché non avendo noi nemmeno l’auto, per andare all’ospedale a partorire mia madre chiamava un’ambulanza (tranne che per Susanna, la quartogenita: allora l’accompagnò in clinica un amico di famiglia, che abitava nella scala a fianco). 

Rammento ancora che io e mio fratello eravamo nella nostra stanza semibuia e ascoltavamo avvicinarsi una sirena. Ho l’impressione che non fosse l’ambulanza che doveva portare la mamma alla clinica Mangiagalli per il parto di Annarita,bensì quella che, poche settimane dopo la nascita, fu chiamata per portare mamma e figlia, all’”ospedale dei bambini” Buzzi. A mia sorella, infatti, era insorta una grave gastroenterite. Desumo che quell’ambulanza fosse per questo secondo fatto poiché mi sembra che non stessi ascoltando una sirena per la prima volta, che per la seconda. E che questo ascolto mi ricordasse il primo.

Fu a seguito del ricovero di nostra madre che, molto probabilmente, io e mio fratello fummo lasciati per qualche ora da una vicina di casa. Ricordo comunque bene questa situazione. Io e Cristiano a fare colazione nella cucina della vicina, con due tazze piene di latte e mio fratello che aveva fatto sgocciolare un po’ di questo sulla tovaglia. Non so se è avvenuto nella stessa giornata, ma un altro bel ricordo di questa vicina è che io e mio fratello stavamo nel suo salotto e lei ci suonava qualcosa con una pianola o un piccolo organo elettronico. Questa immagine mi è rimasta impressa e me ne ricordo quando vedo delle vecchie pubblicità di organi elettronici - soprattutto apparse su riviste americane -  in cui si vedono delle signore che suonano delle musiche per allietare una festicciola con bambini o parenti. 

Io al battesimo di Annarita

Quello che più mi è rimasto più impresso di quell’anno è stato, infine,il periodo in cui, essendo nostra madre ricoverata con nostra sorella all’ospedale pediatrico, e nostro padre impegnato a lavorare in banca, io e mio fratello fummo affidati per diverse settimane ai nonni materni. Vivemmo così per un po’ nella casa di via Venini. Allora i miei nonni avevano una signora che veniva a fare i mestieri e che si occupava anche di noi bambini. Mi sembra che si chiamasse Lina, che fosse di mezza età e che vestisse un camice particolare, di colore nero o comunque scuro. E forse aveva anche un colletto bianco (ma questa potrebbe essere un’impressione derivata dall’aver visto una donna di servizio e tata simile per nostra madre e suo fratello quando erano piccoli). Lina, o Tina, era di sicuro molto premurosa ma anche discreta, per quel poco che mi ricordo. Comunque una che ci sapeva fare. 

Ricordo anche che qualche volta abbiamo dormito (o siamo stati comunque a lungo), nel lettone con i nonni. Questo era avvenuto sicuramente in un’occasione in cui a mio fratello era venuto un mal di pancia. Mi sembra di avere visto per la prima volta, in quell’occasione, mio nonno anziano in canottiera (era del resto piena estate)

Nostro padre ci raggiungeva nel weekend. Ricordo di un pomeriggio che siamo andati vicino all’ospedale. Mi rimasero impressi i vagoni parcheggiati della tramvia che portava da Milano alla Brianza (credo Meda) e che mi sembravano per certi aspetti simili, ma per altri molto diversi dai tram che ero abituato a vedere. Avevano anche un che di misterioso.. 

Ma il fatto che più ritengo essere stato impattante sulla mia vita, di quei giorni di affidamento ai nonni, è stata l’iscrizione di me e Cristiano a un centro estivo allestito in una scuola vicino alla loro casa. Fra parentesi, la nonna Carla era stata maestra elementare, e negli ultimi anni aveva scelto di lavorare come maestra d’asilo, forse perché - come mi racconterà qualche anno più tardi - aveva avuto una trombosi che l’aveva obbligata a dover reimparare quasi tutto, compreso il parlare e scrivere.

Non so se fosse la scuola dove aveva insegnato la nonna. Comunque per me e mio fratello era un’esperienza insolita, quella di trovarci in mezzo a tanti altri bambini, con educatrici che ci tenevano in salone o ci portavano in giardino, ci facevano mangiare e giocare.. Forse non era una prima volta per la maggior parte degli altri bambini. Fra questi mi ricordo in particolare una bambina, che era molto tranquilla ed era anche carina, benché avesse una bocca abbastanza larga che, con un naso forse un po’ all’insù, faceva sì che il suo viso (che ripeto non mi dispiaceva) mi ricordasse un po’ il muso di un’anatra. 

Ricordo bene anche che, a metà pomeriggio, ci portavano in cortile vicino al cancello della scuola, e lì trovavo la nonna che ci veniva a ritirare.

Purtroppo, un pomeriggio accadde un imprevisto, che dimostrò chiaramente due cose: da un lato il mio carattere impulsivo e dall’altro lo svantaggio di non essere stato precedentemente abituato a convivere molte ore con altri bambini in un ambiente come un asilo. Mentre eravamo a giocare in giardino, un compagno aveva fatto qualcosa di male, ma non gravissimo, a mio fratello. Per vendetta io raccolsi una pietra abbastanza grossa e e con causai un taglio sulla pancia di questo bambino. Non so quale sia stata alla fin fine la gravità di questa ferita, ma quello che avvenne subito dopo non lo posso dimenticare: nostra nonna non ci portò più al centro estivo.


Annarita a sei mesi

Concludo scrivendo che, comunque, non ho ricordi visivi di Annarita da neonata. Forse, fra la nascita e il ricovero, era così piccola che nostra madre teneva quasi sempre nella culla nella loro stanza da letto. Ma anche dei mesi successivi non ho ricordi.

Il 1965 è rimasto l’unico anno della nostra infanzia in cui siamo rimasti a Milano. Ma non credo che siamo rimasti dispiaciuti. Nelle estati successive ci siamo ampiamente rifatti.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)




Autobiografia giovanile - Cap. 4 - Seconda infanzia - Donne

 Posso dire che la maggior parte dei primi ricordi personali iniziano proprio dalla fine dei quattro anni, dopo le vacanze a La Salle.

Quasi tutti riguardano il mio ambiente familiare. Essendo mia madre casalinga e avendo lei deciso di occuparsi direttamente della cura e dell’educazione dei figli, nel corso della prima infanzia, non sono andato né a all’asilo nido né alla scuola materna. Per questo motivo, il processo di conoscenza dell’altro sesso è avvenuto in modo graduale e poco diretto, poiché i pochi bambini che frequentavo, figli di amiche di mia madre che abitavano nel nostro caseggiato, erano maschi. ricordo di un Diego e di un Marcello.

Di interazioni con bambine, in quei primi anni, ricordo solo queste due.

A un piano inferiore a quello dei miei nonni materni, abitava una bambina con la quale ci parlavamo attraverso i balconi. Lei mi chiamava "Dado". Anche in via D'Alviano, sul nostro stesso piano, viveva una bambina di nome Nadia, con la quale chiacchieravo sempre da un balcone all’altro. I balconi erano adiacenti, disposti ad angolo ottuso. Grazie a questa disposizione, potevo vedere l’interno della loro sala, dove la madre esercitava un lavoro strano ma affascinante. Stava seduta davanti a tavola verticale, tipo quella degli architetti, su attaccava dei piccoli ovali. Utilizzando alcuni attrezzi (fra i quali un aerografo e un phone) riproduceva su quelle base dei ritratti persone. Qualche hanno dopo ho ipotizzato che riproducesse su fotoceramiche funerarie i visi di persone defunte. Un lavoro che considero molto importante e anche bello.

Come si differenziasse una donna da noi maschi sotto i vestiti, non ne avevo alcuna  idea. Mia madre era molto religiosa, pudica ed evitava di mostrarsi se non completamente vestita. Inoltre non andavamo mai al mare e quindi non vedevo mai donne o bambine per lo meno in costume da bagno.Di come fossero i membri del mio sesso ero cosciente, per esperienza diretta su di me e mio fratello. Una volta, ai giardinetti di piazza Frattini, conobbi un altro bambino. Faceva caldo e avevamo i calzoncini corti. Entrambi stavamo acquattati, come vedo fare a tutti i bambini ancora oggi alle scuole materne e alle elementari in giardino, a giocare sulla terra. Potei intravedere che anche lui era fatto come me . 


Uno scorcio di piaza Frattini anni '60,
con i giardinetti al centro

Intanto, però, fra i quattro e i cinque anni (che compii il 10 gennaio 1965) iniziavo ad apprezzare sempre più chiaramente alcune differenze estetiche fra i bambini maschi e le bambine femmine. In particolare nel viso. Trovavo quelli delle bambine più dolci. Inoltre, a casa avevamo un libro di storia contemporanea su cui c’era una fotografia che raffigurava la regina Elisabetta II d’Inghilterra a colloquio con il generale Charles de Gaulle, presidente della Francia. Nel guardare questa immagine rimanevo affascinato dalla bellezza della regina Elisabetta e la elessi a esempio di femminilità e grazia. Mi sento di dire che sia stata la prima donna per la quale abbia provato attrazione.

Nell’autunno del 1964 mia madre rimase incinta per la terza volta. Non ricordo se era diventato un mio desiderio in generale, o se quel desiderio fosse stato innescato dalla notizia della gravidanza della mamma, ma sono certo che nei mesi fra il 1964 e il 1965 espressi il desiderio di avere  una sorellina. E dissi a mia madre che mi sarebbe piaciuto che le fosse stato dato il nome Elisabetta. Richiesta che fu solo in parte soddisfatta.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 3 - Seconda infanzia - La Salle

 Non ho certo intenzione di raccontare tutte le vacanze estive trascorse negli ultimi sessant’anni. Alcune di quelle passate da piccolo invece mi piacerebbe restassero nella mia autobiografia per l’influenza che hanno avuto sulla mia crescita.

La prima di cui ho alcuni ricordi abbastanza precisi è stata quella a La Salle, in Valle d’Aosta, nell’estate 1964. Credo sia stata la prima di molte effettuate in campeggio, un modo economico ma anche divertente e sano di trascorrere le vacanze.

Non so come siamo arrivati e tornati da La Salle, visto che non avevamo un auto. Però forse l’aveva già mio zio Alfredo, che allora aveva 23 anni e so che ha passato un po’ di giorni con noi al camping, dove sembra che avesse fatto amicizia con una ragazza. Di zio Alfredo in quella vacanza, però, non mi ricordo. 

Ricordo di un viaggio in pullman sull’autostrada Milano-Torino in cui ero stato preso sulle ginocchia da una ragazza. Credo che sia avvenuto o all’andata o al ritorno di quella vacanza, perché la volta successiva in cui siamo andati in vacanza in Valle d’Aosta è stato nell’estate 1970: e non credo che un ragazzino di dieci anni e mezzo si faccia tenere volentieri in grembo da una ragazza. Questa faceva parte di una compagnia di altre coetanee, che si era messa a sedere in fondo al pullman. Di quella ragazza ricordo un particolare che mi è sempre rimasto impresso. Mentre stavo seduto sulle sue gambe, avevo sentito che una delle due (mi sembra la destra) fosse particolarmente dura. Allora avevo appoggiato il palmo della mano sulla coscia e avevo sentito che, sotto i pantaloni, aveva una struttura metallica. Probabilmente la ragazza aveva avuto la poliomielite.


La nostra tenda e noi nel campeggio di La Salle


Due episodi della vacanza in campeggio a La Salle mi sono rimasti in mente. Il primo è avvenuto una sera. Vicino al camping passava la ferrovia, a un solo binario. Quando faceva buio, i miei portavano me e mio fratello al passaggio a livello a vedere arrivare una littorina, un tipo di treno locale diesel di colore marrone. Mi viene in mente il treno arrivare verso di noi con i fanali accesi. Ricordo anche che il tempo non era bello e che le nuvole erano basse. Mio fratello (probabilmente) le chiamava “ue”. Sia io che lui avevamo un orsacchiotto. Il mio era bianco e il suo marrone. Avevamo adottato il nome Cindy per identificare il loro popolo. Ricordo che, mentre guardavamo le nuvole basse, che quasi ci avvolgevano, mio padre cantava: “Scendono dal cielo le ue a mangiare l’orso di Riccardo”. E poi la ripeteva sostituendo il mio nome con quello di Cristiano.

Il secondo episodio ha ancora più motivi di essere ricordato. Una sera si era tenuta una festa nel centro del prato del campeggio. Per la prima volta avevo sentito dire il nome “vin brulé”, una bevanda calda a base di vino e erbe aromatiche. Lo avevano preparato su un grande fuoco acceso nel prato. Quando la festa è finita, era buio. Sono andato a piedi nudi in bagno a espletare dei bisogni fisiologici. Il ritorno verso la tende lo ricordo con precisione. Ho iniziato il cammino dai bagni verso la tenda  risalendo il prato in diagonale da sinistra verso destra. Avendo incontrato i resti del falò, senza più la fiamma, ho pensato bene di provare a camminarci sopra. Ebbene, non sapevo che sotto c’erano le ceneri ardenti e mi sono ustionato le piante dei piedi. Poi i ricordi si fanno sfumati. Mi sembra che qualcuno che mi aveva visto si è lanciato verso di me a tirarmi fuori, prendendomi in braccio. 

Il ricordo successivo è di me e qualcuno della mia famiglia (mi sembra di intravedere anche mio fratello) che siamo nella sala d’aspetto di un medico; probabilmente un pediatra, perché c’erano dei giocattoli. Per molto giorno non ho più potuto camminare. Mia madre metteva sempre un unguento sulle vesciche delle scottature. Non ho più potuto dimenticare l’odore (o il profumo, a seconda dei gusti personali) di quella pomata. Credo, poiché mi è rimasto impresso il nome, che fosse il Foille. Da allora ho sempre cercato di fare molta attenzione a non scottarmi. A non giocare con il fuoco un po’ meno.

Nostro padre Nilo in versione atletica. 
Del resto aveva praticato la corsa e amava il pallone

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una...