Autobiografia giovanile - Cap. 5 - Fine seconda infanzia

 Il numero 1965 mi è capitato di ricordarlo spesso nella mia vita. Intendo nel senso di anno. In effetti è particolare perché si è trovato giusto a metà di un decennio, quello degli anni Sessanta del XX secolo. In quell’anno è nata mia sorella Annarita. Ho svolto il servizio militare, dopo alcuni rinvii per l’università (mai finita), tra il 1984 e il 1985, insieme con i ragazzi nati nel 1965 (a parte altri più vecchi come me e qualcuno - molti pochi - di più). Ho avuto, nella mia vita, tre storie con donne di quell’anno, fra le quali la madre dei miei figli, da cui sono divorziato.

Nel 1965 abitavamo (io, mio fratello Cristiano e i miei genitori) ancora in via D’Alviano a Milano. A giugno, come già scritto, è nata la mia prima sorella Annarita. Dei mesi prima della sua nascita non ho molti ricordi. Non ricordo del pancione di mia madre, così come non ricordo nemmeno di quello successivo, per la seconda sorella Susanna, nata nell’aprile 1969.

Come ho già scritto, né io né mio fratello andavamo alla scuola materna, ma passavamo le giornate con mia madre. Forse potrebbero risalire a quell’epoca (ma anche se non fosse così, non li ho ancora rievocati), alcuni ricordi sempre della seconda infanzia. Periodo che, secondo Wikipedia, fa dai 3 ai 6 anni. Tipo che nostro padre, la sera prima di dormire o durante i fine settimana, ci leggeva sempre qualche cosa. Ricordo molto bene che, fra le letture, c’erano dei romanzi di Emilio Salgari e delle poesie di Federico García Lorca. Del resto, come ho già sottolineato, a casa non avevamo la televisione (c’era a casa dei nonni materni; in quella dei nonni paterni non ricordo). In compenso si ascoltavano molto la radio e i dischi sul giradischi. Fra le trasmissioni che ricordo in particolare di sentire sempre alla radio c’erano Sanremo, Lo Zecchino D’oro e - perché lo ascoltava mio padre - Hit Parade.

Io in posa con il telefono a muro nero che si usava negli anni Cinquanta e Sessanta

Dei primi mesi del 1965 ricordo di una sera in cui i miei avevano chiamato un’ambulanza. Già, perché non avendo noi nemmeno l’auto, per andare all’ospedale a partorire mia madre chiamava un’ambulanza (tranne che per Susanna, la quartogenita: allora l’accompagnò in clinica un amico di famiglia, che abitava nella scala a fianco). 

Rammento ancora che io e mio fratello eravamo nella nostra stanza semibuia e ascoltavamo avvicinarsi una sirena. Ho l’impressione che non fosse l’ambulanza che doveva portare la mamma alla clinica Mangiagalli per il parto di Annarita,bensì quella che, poche settimane dopo la nascita, fu chiamata per portare mamma e figlia, all’”ospedale dei bambini” Buzzi. A mia sorella, infatti, era insorta una grave gastroenterite. Desumo che quell’ambulanza fosse per questo secondo fatto poiché mi sembra che non stessi ascoltando una sirena per la prima volta, che per la seconda. E che questo ascolto mi ricordasse il primo.

Fu a seguito del ricovero di nostra madre che, molto probabilmente, io e mio fratello fummo lasciati per qualche ora da una vicina di casa. Ricordo comunque bene questa situazione. Io e Cristiano a fare colazione nella cucina della vicina, con due tazze piene di latte e mio fratello che aveva fatto sgocciolare un po’ di questo sulla tovaglia. Non so se è avvenuto nella stessa giornata, ma un altro bel ricordo di questa vicina è che io e mio fratello stavamo nel suo salotto e lei ci suonava qualcosa con una pianola o un piccolo organo elettronico. Questa immagine mi è rimasta impressa e me ne ricordo quando vedo delle vecchie pubblicità di organi elettronici - soprattutto apparse su riviste americane -  in cui si vedono delle signore che suonano delle musiche per allietare una festicciola con bambini o parenti. 

Io al battesimo di Annarita

Quello che più mi è rimasto più impresso di quell’anno è stato, infine,il periodo in cui, essendo nostra madre ricoverata con nostra sorella all’ospedale pediatrico, e nostro padre impegnato a lavorare in banca, io e mio fratello fummo affidati per diverse settimane ai nonni materni. Vivemmo così per un po’ nella casa di via Venini. Allora i miei nonni avevano una signora che veniva a fare i mestieri e che si occupava anche di noi bambini. Mi sembra che si chiamasse Lina, che fosse di mezza età e che vestisse un camice particolare, di colore nero o comunque scuro. E forse aveva anche un colletto bianco (ma questa potrebbe essere un’impressione derivata dall’aver visto una donna di servizio e tata simile per nostra madre e suo fratello quando erano piccoli). Lina, o Tina, era di sicuro molto premurosa ma anche discreta, per quel poco che mi ricordo. Comunque una che ci sapeva fare. 

Ricordo anche che qualche volta abbiamo dormito (o siamo stati comunque a lungo), nel lettone con i nonni. Questo era avvenuto sicuramente in un’occasione in cui a mio fratello era venuto un mal di pancia. Mi sembra di avere visto per la prima volta, in quell’occasione, mio nonno anziano in canottiera (era del resto piena estate)

Nostro padre ci raggiungeva nel weekend. Ricordo di un pomeriggio che siamo andati vicino all’ospedale. Mi rimasero impressi i vagoni parcheggiati della tramvia che portava da Milano alla Brianza (credo Meda) e che mi sembravano per certi aspetti simili, ma per altri molto diversi dai tram che ero abituato a vedere. Avevano anche un che di misterioso.. 

Ma il fatto che più ritengo essere stato impattante sulla mia vita, di quei giorni di affidamento ai nonni, è stata l’iscrizione di me e Cristiano a un centro estivo allestito in una scuola vicino alla loro casa. Fra parentesi, la nonna Carla era stata maestra elementare, e negli ultimi anni aveva scelto di lavorare come maestra d’asilo, forse perché - come mi racconterà qualche anno più tardi - aveva avuto una trombosi che l’aveva obbligata a dover reimparare quasi tutto, compreso il parlare e scrivere.

Non so se fosse la scuola dove aveva insegnato la nonna. Comunque per me e mio fratello era un’esperienza insolita, quella di trovarci in mezzo a tanti altri bambini, con educatrici che ci tenevano in salone o ci portavano in giardino, ci facevano mangiare e giocare.. Forse non era una prima volta per la maggior parte degli altri bambini. Fra questi mi ricordo in particolare una bambina, che era molto tranquilla ed era anche carina, benché avesse una bocca abbastanza larga che, con un naso forse un po’ all’insù, faceva sì che il suo viso (che ripeto non mi dispiaceva) mi ricordasse un po’ il muso di un’anatra. 

Ricordo bene anche che, a metà pomeriggio, ci portavano in cortile vicino al cancello della scuola, e lì trovavo la nonna che ci veniva a ritirare.

Purtroppo, un pomeriggio accadde un imprevisto, che dimostrò chiaramente due cose: da un lato il mio carattere impulsivo e dall’altro lo svantaggio di non essere stato precedentemente abituato a convivere molte ore con altri bambini in un ambiente come un asilo. Mentre eravamo a giocare in giardino, un compagno aveva fatto qualcosa di male, ma non gravissimo, a mio fratello. Per vendetta io raccolsi una pietra abbastanza grossa e e con causai un taglio sulla pancia di questo bambino. Non so quale sia stata alla fin fine la gravità di questa ferita, ma quello che avvenne subito dopo non lo posso dimenticare: nostra nonna non ci portò più al centro estivo.


Annarita a sei mesi

Concludo scrivendo che, comunque, non ho ricordi visivi di Annarita da neonata. Forse, fra la nascita e il ricovero, era così piccola che nostra madre teneva quasi sempre nella culla nella loro stanza da letto. Ma anche dei mesi successivi non ho ricordi.

Il 1965 è rimasto l’unico anno della nostra infanzia in cui siamo rimasti a Milano. Ma non credo che siamo rimasti dispiaciuti. Nelle estati successive ci siamo ampiamente rifatti.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)




Autobiografia giovanile - Cap. 4 - Seconda infanzia - Donne

 Posso dire che la maggior parte dei primi ricordi personali iniziano proprio dalla fine dei quattro anni, dopo le vacanze a La Salle.

Quasi tutti riguardano il mio ambiente familiare. Essendo mia madre casalinga e avendo lei deciso di occuparsi direttamente della cura e dell’educazione dei figli, nel corso della prima infanzia, non sono andato né a all’asilo nido né alla scuola materna. Per questo motivo, il processo di conoscenza dell’altro sesso è avvenuto in modo graduale e poco diretto, poiché i pochi bambini che frequentavo, figli di amiche di mia madre che abitavano nel nostro caseggiato, erano maschi. ricordo di un Diego e di un Marcello.

Di interazioni con bambine, in quei primi anni, ricordo solo queste due.

A un piano inferiore a quello dei miei nonni materni, abitava una bambina con la quale ci parlavamo attraverso i balconi. Lei mi chiamava "Dado". Anche in via D'Alviano, sul nostro stesso piano, viveva una bambina di nome Nadia, con la quale chiacchieravo sempre da un balcone all’altro. I balconi erano adiacenti, disposti ad angolo ottuso. Grazie a questa disposizione, potevo vedere l’interno della loro sala, dove la madre esercitava un lavoro strano ma affascinante. Stava seduta davanti a tavola verticale, tipo quella degli architetti, su attaccava dei piccoli ovali. Utilizzando alcuni attrezzi (fra i quali un aerografo e un phone) riproduceva su quelle base dei ritratti persone. Qualche hanno dopo ho ipotizzato che riproducesse su fotoceramiche funerarie i visi di persone defunte. Un lavoro che considero molto importante e anche bello.

Come si differenziasse una donna da noi maschi sotto i vestiti, non ne avevo alcuna  idea. Mia madre era molto religiosa, pudica ed evitava di mostrarsi se non completamente vestita. Inoltre non andavamo mai al mare e quindi non vedevo mai donne o bambine per lo meno in costume da bagno.Di come fossero i membri del mio sesso ero cosciente, per esperienza diretta su di me e mio fratello. Una volta, ai giardinetti di piazza Frattini, conobbi un altro bambino. Faceva caldo e avevamo i calzoncini corti. Entrambi stavamo acquattati, come vedo fare a tutti i bambini ancora oggi alle scuole materne e alle elementari in giardino, a giocare sulla terra. Potei intravedere che anche lui era fatto come me . 


Uno scorcio di piaza Frattini anni '60,
con i giardinetti al centro

Intanto, però, fra i quattro e i cinque anni (che compii il 10 gennaio 1965) iniziavo ad apprezzare sempre più chiaramente alcune differenze estetiche fra i bambini maschi e le bambine femmine. In particolare nel viso. Trovavo quelli delle bambine più dolci. Inoltre, a casa avevamo un libro di storia contemporanea su cui c’era una fotografia che raffigurava la regina Elisabetta II d’Inghilterra a colloquio con il generale Charles de Gaulle, presidente della Francia. Nel guardare questa immagine rimanevo affascinato dalla bellezza della regina Elisabetta e la elessi a esempio di femminilità e grazia. Mi sento di dire che sia stata la prima donna per la quale abbia provato attrazione.

Nell’autunno del 1964 mia madre rimase incinta per la terza volta. Non ricordo se era diventato un mio desiderio in generale, o se quel desiderio fosse stato innescato dalla notizia della gravidanza della mamma, ma sono certo che nei mesi fra il 1964 e il 1965 espressi il desiderio di avere  una sorellina. E dissi a mia madre che mi sarebbe piaciuto che le fosse stato dato il nome Elisabetta. Richiesta che fu solo in parte soddisfatta.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 3 - Seconda infanzia - La Salle

 Non ho certo intenzione di raccontare tutte le vacanze estive trascorse negli ultimi sessant’anni. Alcune di quelle passate da piccolo invece mi piacerebbe restassero nella mia autobiografia per l’influenza che hanno avuto sulla mia crescita.

La prima di cui ho alcuni ricordi abbastanza precisi è stata quella a La Salle, in Valle d’Aosta, nell’estate 1964. Credo sia stata la prima di molte effettuate in campeggio, un modo economico ma anche divertente e sano di trascorrere le vacanze.

Non so come siamo arrivati e tornati da La Salle, visto che non avevamo un auto. Però forse l’aveva già mio zio Alfredo, che allora aveva 23 anni e so che ha passato un po’ di giorni con noi al camping, dove sembra che avesse fatto amicizia con una ragazza. Di zio Alfredo in quella vacanza, però, non mi ricordo. 

Ricordo di un viaggio in pullman sull’autostrada Milano-Torino in cui ero stato preso sulle ginocchia da una ragazza. Credo che sia avvenuto o all’andata o al ritorno di quella vacanza, perché la volta successiva in cui siamo andati in vacanza in Valle d’Aosta è stato nell’estate 1970: e non credo che un ragazzino di dieci anni e mezzo si faccia tenere volentieri in grembo da una ragazza. Questa faceva parte di una compagnia di altre coetanee, che si era messa a sedere in fondo al pullman. Di quella ragazza ricordo un particolare che mi è sempre rimasto impresso. Mentre stavo seduto sulle sue gambe, avevo sentito che una delle due (mi sembra la destra) fosse particolarmente dura. Allora avevo appoggiato il palmo della mano sulla coscia e avevo sentito che, sotto i pantaloni, aveva una struttura metallica. Probabilmente la ragazza aveva avuto la poliomielite.


La nostra tenda e noi nel campeggio di La Salle


Due episodi della vacanza in campeggio a La Salle mi sono rimasti in mente. Il primo è avvenuto una sera. Vicino al camping passava la ferrovia, a un solo binario. Quando faceva buio, i miei portavano me e mio fratello al passaggio a livello a vedere arrivare una littorina, un tipo di treno locale diesel di colore marrone. Mi viene in mente il treno arrivare verso di noi con i fanali accesi. Ricordo anche che il tempo non era bello e che le nuvole erano basse. Mio fratello (probabilmente) le chiamava “ue”. Sia io che lui avevamo un orsacchiotto. Il mio era bianco e il suo marrone. Avevamo adottato il nome Cindy per identificare il loro popolo. Ricordo che, mentre guardavamo le nuvole basse, che quasi ci avvolgevano, mio padre cantava: “Scendono dal cielo le ue a mangiare l’orso di Riccardo”. E poi la ripeteva sostituendo il mio nome con quello di Cristiano.

Il secondo episodio ha ancora più motivi di essere ricordato. Una sera si era tenuta una festa nel centro del prato del campeggio. Per la prima volta avevo sentito dire il nome “vin brulé”, una bevanda calda a base di vino e erbe aromatiche. Lo avevano preparato su un grande fuoco acceso nel prato. Quando la festa è finita, era buio. Sono andato a piedi nudi in bagno a espletare dei bisogni fisiologici. Il ritorno verso la tende lo ricordo con precisione. Ho iniziato il cammino dai bagni verso la tenda  risalendo il prato in diagonale da sinistra verso destra. Avendo incontrato i resti del falò, senza più la fiamma, ho pensato bene di provare a camminarci sopra. Ebbene, non sapevo che sotto c’erano le ceneri ardenti e mi sono ustionato le piante dei piedi. Poi i ricordi si fanno sfumati. Mi sembra che qualcuno che mi aveva visto si è lanciato verso di me a tirarmi fuori, prendendomi in braccio. 

Il ricordo successivo è di me e qualcuno della mia famiglia (mi sembra di intravedere anche mio fratello) che siamo nella sala d’aspetto di un medico; probabilmente un pediatra, perché c’erano dei giocattoli. Per molto giorno non ho più potuto camminare. Mia madre metteva sempre un unguento sulle vesciche delle scottature. Non ho più potuto dimenticare l’odore (o il profumo, a seconda dei gusti personali) di quella pomata. Credo, poiché mi è rimasto impresso il nome, che fosse il Foille. Da allora ho sempre cercato di fare molta attenzione a non scottarmi. A non giocare con il fuoco un po’ meno.

Nostro padre Nilo in versione atletica. 
Del resto aveva praticato la corsa e amava il pallone

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap.2 - Tra prima e seconda infanzia

Da sempre appassionato di sviluppo cognitivo, psicologia infantile e neuroscienze, attribuisco molta importanza ai miei ricordi della prima infanzia. Ovviamente, come credo valga per tutti, i ricordi di quel periodo sono un puzzle formato da due tipi di tessere: i ricordi effettivamente personali e quelli di altre persone che hanno assistito ai miei primi anni di vita e mi hanno raccontato alcuni loro ricordi di me: sia episodi sia comportamenti e atteggiamenti. A questi si aggiungono quelli desunti da fotografie dell'epoca. O un da un mix di racconti e foto, come per esempio per quanto riguarda le prime vacanze nel '60, '61, '62 e '63.

In campagna con un pupazzo gonfiabile 

Se penso a quale possa essere il mio primo ricordo personale, mi viene sempre in mente questo momento. Era un tardo pomeriggio invernale o una sera: comunque era buio. Mi trovavo con i miei genitori a passeggio in una via del quartiere di Milano in cui vivevamo; se posso fare un'ipotesi, poteva essere via Soderini, che incrociava la via D'Alviano, in cui abitavamo. Potevo avere circa due o tre anni. Ero molto probabilmente seduto su un passeggino. Mi sono soffermato a lungo a guardare la luce arancione-giallastra di un lampione, che faceva contrasto con il cielo buio. Quasi sicuramente indicavo la luce con un dito ed emettevo dei versi. I miei genitori, in piedi intorno a me, dicevano qualcosa su quella luce.

La luce è protagonista anche di un altro ricordo precoce. Era sempre sera, camminavamo su un marciapiedi sinistro di via Lorenteggio in direzione centro città, verso Piazza Frattini, per poi girare a sinistra e svoltare in via D'Alviano. Classica passeggiata prima di cena. Credo fossimo in quattro: io, Cristiano e i genitori. A un certo punto, dato che allora ero basso, ho notato alla mia sinistra una finestra che dava su uno scantinato. La stanza era buia ma notavo la sagoma di qualcosa di grosso, scuro, con una finestrella che faceva intravedere una fiamma rossa. Con il senno di poi ho capito che era una caldaia condominiale. Sono stato un po' a osservare la scena. Credo che sia stato dopo quella visione che ho iniziato ad avere un incubo ricorrente, durato per qualche anno. Nel sogno mi vedevo a fianco di un grosso macchinario che avevo distrutto e mi sentivo angosciato e in colpa per il fatto che i miei genitori avrebbero dovuto pagare i danni che avevo provocato. Non ho mai raccontato ai miei genitori di questo sogno ricorrente.

Altra esperienza con la luce. Un giorno, probabilmente invernale, osservai dalla mia camera il cielo fuori dalla finestra. Rimasi a guardare a lungo il cerchio del sole che appariva con una luminosità tenue (tale da poter essere osservato per qualche secondo senza provocare danni alla vista) attraverso una vasta coltre di nubi. Associo a questa visione la presa di coscienza anche di vivere in una città. 

Fra i ricordi di quell'epoca di altri, riportati a me in anni successivi, invece segnalo questi tre.

Dopo essere stato svezzato, non sempre per i miei era facile farmi mangiare quando volevano loro. Per distrarmi, e permettere a mia madre di imboccarmi, mio padre apriva un ombrello, lo posava sul pavimento dalla parte della punta, vi metteva dentro i miei pupazzi e li faceva girare. Io rimanevo estasiato a guardare i giocattoli roteare e, nel frattempo, ingoiavo il cibo.

A un anno, sul balcone della casa dei miei nonni materni (Matteo Cusumano e Carlotta Barbieri) situata in via Venini (zona Stazione Centrale-Piazzale Loreto-Viale Monza) ho mangiato una foglia di oleandro e poi sono stato male.

Sul balcone della casa dei nonni prima di mangiare l'oleandro

Sempre a casa dei miei nonni materni, e sempre in tenera età, mi sono aggrappato al piano di marmo di un tavolino. Questo non era fissato e quindi si è spostato, io sono caduto e il piano mi ha seguito. Uno spigolo è caduto sul dito anulare della mia mano destra, provocando la rottura di un tendine a fra la terza e la seconda falange. In quegli anni la chirurgia della mano non aveva raggiunto i traguardi di oggi, e così la terza falange è rimasta per sempre leggermente piegata. Mia madre mi raccontava che mio nonno, con il quale mi trovavo in quel momento, si è sempre sentito in colpa per quanto era successo. 

Siccome non avevamo la macchina, per andare a trovare i miei nonni materni servivano, ogni volta, due mezzi pubblici: un autobus e un tram e vicevera. Vicino a casa nostra passavano due linee di autobus. Una la potevamo prendere in piazza Frattini e l'altra, se non sbaglio, passava o da via Soderini o piazza Bande Nere. In questa piazza c'era u un plinto che ho scoperto, qualche anno fa, esserci ancora. 

Riccardo Cervelli piccolo
Io in posa sul plinto di piazza Bande Nere

Della casa dei miei nonni materni in via Venini, dove erano cresciuti sia mia mamma sia mio Zio materno Miro Cusumano  (dopo i primissimi anni vissuti in una villetta di via Tiepolo, a Città Studi), ho anche moti dei primi ricordi personali diretti. E così ricordo molto bene anche dell'interno della casa. 

Sempre nella casa di via Venini c'era la televisione, che non avevamo nella casa di via D'Alviano.

C'era un vecchio pianoforte a muro (costruito nel 1898) sul quale strimpellavo e ho dimostrato di avere un notevole orecchio musicale visto che riuscivo - senza conoscere ancora una nota - a riprodurre sulla tastiera alcune melodie di canzoni ascoltate spesso. In quell'epoca, dai racconti dei miei genitori so che amavo canticchiare Il tuo bacio è come un rock (1959) di Adriano Celentano. Sicuramente al piano riproducevo delle melodie di jingle degli spot di Carosello. Mia nonna, qualche volta, mi insegnava a suonare la scala musicale di do maggiore, associando le note ascendenti con la prima metà di una canzoncina e quelle discendenti con la seconda metà. La prima parte era: "Hanno fatto i pesciolini una casa in fondo al mar". La seconda: "L'hanno fatta di cristallo per potersi rispecchiar".

Le vie e le piazze intorno a via Venini erano molto più vive e più ricche di attrazioni di quelle del quartiere Lorenteggio. Ricordo che in un posto in cui passavo spesso con mio nonno c'era una fontana. Credo che quel posso fosse il sottopasso fra viale Monza e viale Padova, dove oggi c'è un centro commerciale.

Compiendo una passeggiata verso il centro città si poteva arrivare c'erano Giardini Pubblici di Porta Venezia (oggi Giardini Indro Montanelli), dove, fra le varie attrazioni per bambini (fra cui un trenino, che c'era ancora quando vi ho portato molti anni dopo i miei figli) e uno zoo a cui si entrava dalla parte di via Manin). Nello zoo c'era un pony sul quale i bambini potevano fare una breve passeggiata e farsi fotografare. Conservo con piacere una foto su questo cavallino che ho trovato in versioni identiche su Internet con altri bambini. Dalla foto non si capisce se ero contento o spaventato, oppure annoiato per dover posare. 

Riccardo Cervelli piccolo
Io sul pony dello zoo di Milano

Di seguito, infine, una serie di ricordi personali diretti relativi a esperienze vissute nel mio quartiere di via D'Alviano.

Rammento un prato dietro ai nostri caseggiati in direzione Ovest, su cui pascolava un asino. Di campi ce n'erano ancora molti, in quei tempi, nelle periferie di Milano. E spesso i nostri genitori ci portavano lì a giocare e scattarci foto.


Infine, un giorno, sulla stradina davanti al portone di casa, trovai una lametta. La raccolsi e mio fratello cercò di strapparmela. Così mi causai un taglio abbastanza lungo profondo sul palmo della mano destra, sotto il pollice. Un vicino mi portò all'Ospedale Militare di Baggio, che era quello più velocmente raggiungibile, dove venni medicato. Ora ho una piccola cicatrice a ricordo di quel momento della mia infanzia.

D'altra parte neanch'io non attentavo alla salute di mio fratello. Una volta gli feci ingoiare un chiodo. Per fortuna, come risultò da una radiografia, esso si appoggiò con la testa su una parete interna dello stomaco e fu in seguito espulso dal corpo con le feci.

Per restare in tema sanitario, un pomeriggio, mentre tornavamo da piazza Bande Nere a casa percorrendo la via D'Alviano, all'incrocio con via Soderini vidi per la prima volta la scena di un incidente stradale.  Il o i feriti erano già stati portati via, ma per terra c'era ancora una striscia di sangue. Una vista che mi rimase impressa.


Riccardo Cervelli piccolo
Io su un prato con un asino giocattolo

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Uscito il mio ultimo articolo sul Giornale su Takeda

 Nonostante la mia attività lavorativa si sia spostata sempre più sull'insegnamento, come docente per supplenze temporanee in una scuola secondaria di primo grado e in una primaria dello stesso istituto comprensivo, non ho smesso di scrivere.

Ieri, 29 marzo 2022 è uscita su Il Giornale una mia intervista a due top manager dell'azienda biofarmaceutica Takeda Italia, consociata di uno dei più importanti gruppi farmaceutici mondiali focalizzato soprattutto sulla ricerca di soluzioni terapeutiche per le malattie rare

Come riporto nell'articolo, in Europa, con il termine "malattie rare" si intendono quelle patologie che colpiscono fino a 5 persone ogni 10.000. In Italia ne risulterebbero affette circa due milioni di individui. Molto incerto il numero di malattie rare censite nel mondo: a seconda delle fonti si oscilla fra 5.000 e 8.000. Quello che preoccupa particolarmente è il fatto che - a quanto sostengono gli esperti - solo l'1% di queste patologie ha una terapia specifica a disposizione.

Da quanto ho ricavato dalla mia intervista, Takeda è una delle aziende che hanno fatto maggiormente propria la missione di cercare soluzioni per i cosiddetti "unmet medical needs", i "bisogni medici non soddisfatti". Fra le malattie rare su cui la multinazionale si sta più concentrando si segnalano quelle che possono trarre vantaggio dai farmaci plasmaderivati, i quali sfruttano molecole derivate da complessi e innovativi processi di lavorazione di una materia prima preziosissima e limitata: il sangue umano donato da volontari. 

A Rieti e a Pisa, Takeda dispone di due stabilimenti molto moderni, che impiegano più di 1.100 persone, i quali fungono da punti di riferimento nazionale e internazionale per l'attività dell'azienda biofarmaceutica nel settore dei farmaci plasmaderivati. 


Il mio articolo uscito su Il Giornale del 29 marzo 2022

Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una...