Autobiografia giovanile - Cap. 10 - Nuove casa e scuola

 Nell’estate 1967 la nostra famiglia traslocò dalla casa di via D’Alviano, in zona Lorenteggio, in quella in zona Vigentino, in fondo a via Ripamonti, dove allora c'era il capolinea del tram 24 (via Noto).

Durante un sopralluogo compiuto nei mesi precedenti il trasferimento, mi era rimasta impressa la grande chiesa dedicata alla Madonna di Fatima, che era stata costruita qualche anno prima in attesa che nel quartiere sorgessero nuovi condomini e crescesse la popolazione. Secondo una bellissima ricerca storica effettuata qualche anno fa dalla Parrocchia di Fatima (che utilizzerò anche per qualche altra informazione in seguito) la posa della prima pietra della chiesa avvenne il 9 aprile 1961. Il 7 ottobre 1962 si verificò l'intitolazione. Durante il citato giro con la famiglia nel quartiere ancora in costrizione, la chiesa mi era sembrata qualcosa di sproporzionato nel sorgere in mezzo al nulla. Inoltre, in quel momento il luogo ero chiuso e potemmp dare un’occhiata all’interno solo attraverso da una piccola finestrella di vetro incastonata in una porta laterale.

Leggo, sempre dalla ricerca effettuata dalla Parrocchia di Fatima, che il Vigentino era un comune che è stato annesso a Milano nel 1923, insieme a molti altri comuni alla periferia della metropoli.

Nei primi mesi di vita, il nostro condominio - posto proprio dietro la chiesa e fra i primi a sorgere nel quartiere - era numero civico di via Ripamonti, sebbene distasse da essa due o trecento metri circa. Per l’esattezza costituiva il 223 e la nostra scala era la g. Il condominio era composto da tra corpi di fabbrica: due abbastanza lunghi e all'incirca paralleli e uno più corto laterale. La mia famiglia aveva acquistato un appartamento di quattro locali con cucina abitabile e due bagni al quindi piano di una scala centrale del corpo di fabbrica lungo e posteriore. Quello davanti e proprio dietro la chiesa di Fatima. Il nostro, invece, aveva i portoni che davano sulla strada privata interna. Tutti gli appartementi del condominio avevano (e hanno ovviamente ancora) balconi e finestre su lati opposti. Una caratteristica che ho sempre apprezzato della nostra abitazione è che dal balcone principale potevamo vedere in basso la strada privata, davanti la parte posteriore della prima fila di case e, sulla destra, un bello scorcio di Milano e, nelle belle giornate, del Monte Rosa. Dal balcone dietro, invece, si vedevano campi coltivati e pioppeti, e, in lontananza, le case della zona Corvetto. Girando lo sguardo verso sud, si vedevano le cascine di Vaiano Valle abbastanza vicine. Più in lontananza si vedevano l'abbazia di Chiaravalle sulla destra e, un po' più verso Milano, palazzi dell'Eni di Metanopoli (San Donotato Milanese). Guardando sopra San Donato, si vedevano atterrare gli aerei sulla pista dell'aeroporto di Linate. Quando calava il sole, era divertente vedere le luci degli aerei in avvicinamento e in atterraggio. Si sentivano anche i fischi dei treni che arrivavano alla stazione di Milano Rogoredo dalla direzione di Bologna o di Pavia oppure andavano verso quelle città. E se il vento tirava da Est verso Ovest si sentiva  in sottofondo lo sferragliare delle ruote sulle rotaie.

Ricordo che in attesa che la ditta di traslochi Grillo ci recapitasse i mobili dal nostro precedente appartamento, dormimmo in quello nuovo su dei materassini gonfiabili. La prima notte, a un certo punto sentii il ronzio di numerose zanzare. Accesi una torcia a pile e scoprii che sulle pareti era pieno di zanzare ferme. Del resto, i campi tra il nostro condominio e Chiaravalle, molti secoli fa erano pieni di paludi. Furono poi i monaci cirstercensi dell'abbazia di Chiaravanne a bonificarli, costruire piccoli canali e a rendere i campi coltivabili. Dove però ci sono molti corsi d'acqua e chiuse si annidano le zanzare. Un fatto che mi restò molto impresso nei primi giorni di abitazione nel nuovo quartiere fu l'arrivo di furgoncini del Comune di Milano che disinfestavano i cespugli e il verde vicino a casa nostra per uccidere le zanzare. Utilizzavano dei cannoni che emettevano il liquido insetticita nebulizzata. Nostra madre, in quei momenti, ci gridava di chiudere tutte le finestre, perché la sostanza saliva addirittura fino al nostro piano e non faceva certo bene alla salute.


Io nel periodo della seconda elementare nel nuovo quartiere

Ai primi di ottobre, come usava in quegli anni, iniziò per me la seconda elementare e per mio fratello la prima. La scuola si trovava in via Noto, all'angolo con la via Ripamonti e di fronte al capolinea del tram 24. Il percorso a piedi avrebbe richiesto almeno un quarto d'ora buono. E per evitare ai bambini del nostro condominio e degli altri vicini di dover fare quella strada da soli, il comune di Milano predispose un servizio di scuolabus. Mi ricordo ancora il rumore fortissimo che faceva un vecchio autobus il quale entrava da uno degli ingressi della via privata a caricarci. Non ricordo per quanto tempo durò quel servizio o se i miei genitori decisero di utilizzarlo sempre. So che a un certo punto, ad accompagnarci la mattina a scuola era solitamente il padre di un bambino che abitava nella nostra scala e che aveva un Maggiolone verde. Ricordo con simpatia che ci stipavamo, con altri bambini, sui sedili di questa macchina. Se non sbaglio, almeno uno o due anni (per me la seconda e la terza), nostra madre ci iscrisse alla refezione e al doposcuola. Prima che iniziasse la refezione, ricordo ancora che i locali della scuola si riempivano di un odore di pasta asciutta al ragu e altri cibi caldi. Alla refezione, conobbi qualche bambino delle ultime classe (quarta e quinta) che molti anni più tardi divennero miei amici e che, con alcuni, siamo ancora in contatto. 

La nostra classe, invece, era tutta maschile. Eravamo fra i 37 e i 40 in genere, perché la scuola non era grandissima (era stata costruita nel 1923, stesso anno dell'annessione di Vigentino a Milano) ed era l'unica in una zona in cui c'era stata una forte immigrazione dal Meridione. La maestra di cognome faceva Gidino ed era fra le insegnanti più avanti con l'età. Purtroppo per lei era un po' claudicante. Per questo motivo non uscivamo mai in cortile o andavamo nelle piccola palestra. Era molto materna e religiosa. All'inizio delle lezioni ci faceva recitare alcune preghiere. I banchi avevano il buco per il calamaio. E noi lo utilizzavamo. Ci portavamo da casa l'inchiostro, le penne con il pennino e la carta assorbente. un volta mi capitò che un compagno un po' indisciplinato attaccò un pennino, intinto nell'inchiesto, a un filo, e lo fece penzolare sul quaderno che stavo utilizzando in quel momento minacciandomi di sporcare il foglio se, in giorno dopo, non gli avessi portato una calamita. In quel periodo le calamite andavano di moda fra noi bambini.

Quel fatto, che peraltro non mi traumatizzò assolitamente, era potuto avvenire anche perché, essendo la classe molto grande e i bambini tantissimi, la maestra non vedeva bene (o non voleva) quello che avveniva agli ultimi banchi. Ed io, almeno in seconda, ero nei banchi più in fondo. Quell'anno, inoltre, non andavo neanche molto bene. Un motivo, forse, è legato al fatto che non avevo frequentato la prima insieme alla maggior parte degli altri bambini. Il secondo forse alla mia tendenza a distrarmi e fare quello che volevo con chi volevo. Il terzo, forse, è che in prima avevo seguito un programma e un metodo di studio diverso. Fatto sta che un giorno fui chiamato alla cattedra dalla maestra, la quale mi chiese di indicare, su una mappa geografica dell'Italia, quale fosse la regione Lombardia. Se c'era da studiare le regioni italiane o la Lombardia io di certo non lo avevo fatto, perché magari non lo avevo scritto sul diario. Fatto sta che mi trovai spiazzato, ma mi ricordavo vagamente che era nel nord dell'Italia e quindi, invece di non rispondere, cerchiai con la mano tutto il settentrione. La maestra si arrabbiò molto. Evidentemente dovevo avere difficoltà anche in altre materie - ritengo sempre perché avevo seguito una programmazione diversa in prima elementare ed ero distratto dai nuovi compagni che iniziavo a conoscere la prima volta. Fatto sta che, in quell'epoca, c'era ancora l'esame di stato di seconda elementare e che - secondo quanto dissero a mia madre - rischiai la bocciatura. Se non mi bocciarono fu grazie alla maestra di mio fratello, che faceva parte della commissione d'esame e che, forse, riconobbe la causa dei miei problemi (conoscendo anche mio fratello e la mia famiglia) e convinse gli altri maestri che li avrei superati l'anno successivo.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 9 - Scuola e colonia

 La prima elementare, nell’anno scolastico 1966-1967, ho avuto la fortuna di frequentarla nel mio primo quartiere. La scuola si trovava in via Scrosati, una traversa di via D’Alviano, a Milano, e si poteva vedere dalla finestra della camera da letto mia e di mio fratello Cristiano (abitavamo al settimo piano di via D’Alviano 17).

In prima elementare sono arrivato senza essere prima andato alla scuola materna (oggi scuola dell’infanzia). Quindi, se si eccettuano i pochi giorni in cui nel 1965 io e mio fratello avevamo frequentato un centro estivo vicino alla casa dei nonni materna (situata in via Venini), non ero abituato a un contesto scolastico. Negli anni precedenti, come ho già avuto occasione di scrivere, non avevo avuto modo di trascorrere molto tempo con bambine. Forse per questo motivo mi è rimasto impresso il fatto che la classe fosse mista.

Alcuni ricordi di quell’anno li ho, anche se ero ancora molto piccolo. Innanzitutto la mia classe (che se se non sbaglio era la prima F) faceva lezioni il pomeriggio, perché al mattino l’aula era utilizzata da un’altra classe. Erano ancora gli anni del baby boom (iniziati all'epoca del “miracolo economico”) e, inoltre, Milano era ancora meta di una forte migrazione dal Meridione. Le scuole che c’erano già non bastavano. Per questo motivo, si ricorreva ai doppi turni, alla costruzione di aule prefabbricate o allo spostamento di bambini in scuole fuori bacino d’utenza che avevano qualche classe non al limite di capienza.

Dovevo essere un bambino non facile da gestire, non so se più a causa del mio carattere all’epoca estroverso o per il fatto che non ero andato alla scuola materna. Un giorno la maestra mi disse che mi metteva una nota, ed io mi ricordo benissimo che iniziai a piangere e a dire che, se me la scriveva, i miei genitori non mi avrebbero più mandato a scuola. La maestra non si scompose e, allora, andai vicino a una finestra, presi le corde di una veneziana e me le misi intorno alla gola minacciando di suicidarmi. Risultato: non solo ricevetti la nota ma furono pure chiamati i miei genitori.

Un altro ricordo della scuola ha a che fare con un tema che poi è sempre stato la mia passione: la musica. Ricordo che fummo portati in un’aula grande, forse di forma triangolare, dove c’era un pianoforte, e che lì ci fecero cantare.

Un altro ricordo della mia classe è quello di un bambino che di cognome faceva Fantini. Aveva una sorellina di, credo, un anno più piccola. Alcuni pomeriggio mia madre e la loro ci portavano in un prato che si trovava all’inizio di via D’Alviano, entrandoci da piazza Frattini, sulla destra. L’area si trovava dietro un palazzo della piazza dove, credo, al piano terreno c’era un supermercato. A quel prato si poteva accedere anche da una stradina che partiva da via Lorenteggio poche decine di metri prima di piazza Frattini. Un pomeriggio stavo giocando con il mio compagno di classe e sua sorella quando, da quella stradina, abbiamo visto arrivare mio padre che tornava dal lavoro. Io devo avere urlato “C’è papà”, o forse mia madre deve avere detto quella frase. Comunque la sorellina del mio compagno mi è messa anche lei a urlare, forse guardandomi e correndo con me nella direzione di mio padre, “C’è papà, c’è papà”, quasi che quello fosse il padre di tutti noi. Credo che quella bimba un po’ mi piacesse, perché, negli anni successivi, l’ho pensata come fosse stata quasi una prima fidanzata.

In quei mesi, i miei genitori avevano acquistato una nuova casa in un condominio in costruzione in fondo a via Ripamonti, nel quartiere Vigentino. Forse una volta siamo andati pure a vederla, perché mi ricordo la prima parte del percorso che abbiamo dovuto fare in autobus o sull’auto di qualcuno. Mi pare di ricordare che da via D’Alviano, passata piazza Frattini, prendemmo la strada che facevamo di solito a piedi per andare al santuario di Santa Rita alla Barona. E in effetti, anche oggi, quella sarebbe la strada più breve. 

Finito l’anno scolastico, io fui inviato in colonia a Cesenatico con il Comune di Milano. Ricordo mia madre che cuciva dei piccoli pezzi di stoffa con un numero di quattro cifre su tutti i pezzi di abbigliamento che mi dovevo portare al mare: mutandine, magliette, calzoncini, eccetera eccetera. Quel numero, che oggi ho scordato, mi rimase impresso per alcuni anni. 

Partimmo con un treno speciale dalla stazione di Porta Garibaldi. Non conoscevo nessuno degli altri bambini. Dopo un po’ di ore arrivammo alla stazione di Forlì, dove fummo caricati su dei pullman che ci portarono fino alla destinazione finale. La colonia era una bella costruzione che si affacciava sulla strada litoranea, attraversata la quale ci si trovava subito sulla spiaggia. L’edificio aveva un cortile davanti e un parco alberato dietro. La mia camerata si trovava in un’ala del piano terreno sulla destra ed era piena di lettini. La maestra, di nome Agnese, dormiva in un angolo della camerata protetto da alcune tende scorrevoli. In questo modo poteva avere la sua privacy, ma allo stesso tempo riusciva a sentirci. 

Al mare andavamo la mattina. Per attraversare la strada i nostri addetti, e forse anche qualche bambino a turno, insieme a loro, bloccavano il passaggio delle macchine da una parte e dall’altra, forse anche con delle palette. Quindi tutti i bambini attraversavano la strada. Giunti dall’altra parte potevamo entrare nell'acqua mare fino a un filo che delimitava una sorta di area quadrata. Ma si passava anche molto tempo a giocare sulla sabbia. 

Il nostro gruppo di maschietti con la maestra Agnese

Prima o al ritorno dal mare, sostavamo inquadrati nel cortile davanti all’ingresso, dove il direttore a volte ci sgridava e, mi sembra, facesse addirittura schioccare un frustino per aria per intimorirci. Credo nella verità di questo ricordo perché per anni mi ha fatto ridere il contrasto fra il nome della colonia, “Il sorriso dei bimbi”, e la severità del direttore.

Si pranzava e cenava in un refettorio. C’era un forte odore di cucina. A volte qualche bambino si alzava perché aveva il mal di pancia e rimetteva per terra. Subito gli inservienti arrivavamo con un secchio pieno di segatura, una scopa e pulivano. Dopo pranzo, dovevamo fare un sonnellino. Io e un altro bambino, che aveva il letto alla destra del mio, non avevamo mai sonno e quindi giocavamo sul pavimento. A volte si univano a noi altri due o tre bambini. Solo una o due volte la maestra Agnese venne a vedere che cosa stavamo combinando.

Una cosa che ricordo sempre con piacere era che, a un certo momento dopo il riposino, suonava la musica della canzone “Garibaldi fu ferito” a un altoparlante. Allora ci alzavano dai letti e correvamo fuori dalla porta. Mentre attraversavamo la porta, una persona dava a ognuno un frutto. Mi sembra che fossero solo o soprattutto pere. Quindi andavamo a giocare in giardino. Le femmine dovevano stare in un’altra ala della colonia, e quando uscivano il pomeriggio le mettevano a giocare in un altro punto lontano dal nostro. 

A volte, dopo il riposino e la merenda, invece di restare in colonia ci portavano in fila per due per le strade di quella parte di Cesenatico. Mentre camminavamo, tutti vestiti uguali e con il cappellino in testa, ci facevano cantare delle canzoni. Molte le ho imparate lì, come John Brown, che mi piaceva molto. 

Un altro rito era la doccia. Era una stanza con una passerella di legno a forma di ferro di cavallo, sopra la quale c’erano i soffioni dell’acqua fissati a dei tubi in una posizione fissa. Alcuni addetti della colonia si schieravano al lato della passerella, noi ci salivano nudi e percorrevamo la passerella in senso orario. Ogni addetto si occupava di una fase del nostro lavaggio: insaponamento, spugnatura, risciacquo, asciugatura e così via. 

Della colonia ho conservato solo un paio di ricordi spiacevoli, a parte le urlate del direttore. Una volta, durante una delle passeggiate, ho trovato per terra una banconota e se la sono presa gli addetti. Ma il peggiore è questo. Durante un pranzo, un bambino seduto non lontano da me ha buttato per terra dei pomodori. Un’inserviente se n'è accorta e ha chiamato una responsabile. Questa ha chiesto a noi chi fosse stato. Un altro bambino  non quello che aveva buttato per terra i pomodori - ha indicato me. Io non ho voluto dire chi era stato ma mi sono limitato a dire che non ero stato io, che a me i pomodori piacevano; ed era vero. La responsabile, allora, ha detto all’inserviente di non darmi il gelato che era previsto come dessert. E quella era l’unica volta che c’era il gelato nel menu. Credo che quell’esperienza abbia segnato in qualche modo la mia personalità negli anni successivi.

Fra i ricordi positivi, oltre quelli che ho già ricordato, vi sono le serate in cui, prima di andare a dormire, ci proiettavano dei film su uno schermo allestito nel parco. Credo che quelle siano state le prime volte in cui ho visto dei film. 

Anche il rientro a Milano avvenne nello stesso modo con cui eravamo partiti, ma prima con pullman fino a Forlì e poi in treno fino alla stazione di Porta Garibaldi. Appena sceso dal treno ho trovato la mia famiglia ad attendermi per portarmi a casa.

Un po' di giorni più tardi cominciammo a vivere nella nuova casa. Poi andammo a Legri a trascorrere il resto della vacanza insieme ai nonni.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 8 - Terza infanzia - Legri II parte

 Nel 1966 Legri è un piccolo borgo di collina molto tranquillo. Nel centro del paese ci sono un’antica chiesa (la pieve di San Severo), pochi negozi, un ristorante e diverse case vecchie. Il borgo è attraversato dal torrente Marinella. Alla fine dello spiazzo antistante un paio di negozi, il ristorante, sulla destra c’è un ponticello malandato che scavalca la Marinella e permette di arrivare a due strade sterrate, sulle quali si affacciano altre case. La prima a destra, che si affaccia con un pergolato e un pezzo di giardino sul torrente, è quella che hanno acquistato nonno Matteo e nonna Carla (abbreviativo di Carlotta, il vero nome). La nostra parte ha l’ingresso proprio sul lato dove passa sotto la Marinella. Nella parte posteriore della costruzione c’è l’ingresso di un’altra abitazione. Sul lato opposto a quello dove passa la strada, c’è un’altra porzione del nostro giardino, che si affaccia su un piccolo affluente della Marinella, e un lavatoio. La stradina su cui si sbocca dal ponte ha, sulla destra un altro caseggiato basso dove vivono altre famiglie, fra le quali quella di una bambina più grande di me. Dopo una ventina di metri, superate la nostra e queste case, la strada si biforca. A destra inizia a scendere e, dopo qualche metro, si divide ancora in due. A sinistra, invece, inizia la salita verso il Castello di Legri.

Se torniamo allo spiazzo antistante la Marinella, sulla destra (con la nostra casa bene in vista) e il ristorante sulla sinistra, vediamo che c’è un’altra strada sterrata che inizia a seguire sulla sinistra il torrente. Prima di uscire dal borgo, subito dopo il ristorante, c’è una falegnameria. Poi la strada di terra battuta, con molti sassi bianchi, sale dolcemente per un centinaio di metri con una lunga curva verso sinistra. Alla fine della curva si giunge a un bivio. Questo punto viene chiamato Buonlogo. A sinistra inizia una strada piccola che porta a una località che si chiama Collina (alla quale si può salire anche a piedi dal paese, con un sentiero che parte dalla piazza della chiesa e passa dietro il ristorante), mentre la strada principale, in realtà poco più di una mulattiera, prosegue per qualche chilometro in direzione della località di Fisciano. 

Altri punti interessanti di Legri, in realtà, ci sono anche all’inizio, a qualche centinaio di metri prima di arrivare al centro del paese. Prima, sulla destra, si diparte una strada perpendicolare su cui, sulla sinistra è stato costruito un laghetto per la pesca sportiva. Poco più avanti, sulla destra, c’è una costruzione che ospita la scuola. Dalla parte opposta della strada principale (che, va detto, è una provinciale, la SP107), c’è un bosco, all’interno del quale c’è una piccola sorgente. Poi, proseguendo verso l’ingresso del centro di Legri, sulla sinistra c’è un cimitero, poi una costruzione con una cooperativa e una panetteria, quindi la casa del “pievano” (parroco). Sulla destra, invece, c’è un ponticello che passa sopra la Marinella e conduce in una bella pineta (oggi è diventato un parco pubblico).

Durante la prima estate a Legri, io e mio fratello iniziamo a fare conoscenza con qualche altro bambino. Ci sono una paio di bambine più grandi di noi, fra le quali quella che ho già citato, che in qualche modo fanno da animatrici o da baby sitter. Nostro padre è a Milano al lavoro, a curarci ci pensano la mamma e i nonni. In particolare, io ricordo di fare molte cose con la nonna, che fino al 1958 era stata maestra, ama i bambini ed è molto brava con loro. In quel periodo, io ho una bambolina che raffigura un ragazzo (tipo il Big Jim della Mattel, che uscirà qualche anno dopo). La nonna mi insegna a tagliare delle stoffe e a cucire: così riesco a fare qualche vestito per la bambolina. La nonna, inoltre, mi insegna a scrivere le lettere maiuscole a qualche parola.

Nonna Carla e Annarita

Visto che il paese era tranquillo, le macchine che passavano erano poche, noi bambini potevamo giocare anche nello spiazzo centrale e davanti alla falegnameria. Un giorno, davanti a questa trovo una grossa scatola di cartone. Decido di fare uno scherzo ai nonni e me la metto sulla testa. Mi dirigo verso la casa salendo sul ponticello. Non mi ricordavo che le sponde erano rotte in più punti e così cado in verticale nel torrente. Ricordo ancora benissimo una delle figlie del falegname che si lancia giù per un argine del torrente, entra nell’acqua e mi tira fuori. Per fortuna non è successe niente di grave, perché il ponticello era alto al massimo un paio di metri o poco più, l’acqua era calma e profonda pochi centimetri.

Quando, nel week end veniva a trovarci il papà, e per tutto il periodo in cui lui è stato in ferie, uscivamo a fare delle passeggiate anche alla sera. Salivamo per la stradina verso Buonlogo e nel buio si vedevano centinaia di lucciole. Io e mio fratello ne catturavamo una a testa, le portavamo a casa e le mettevamo sotto due bicchieri di vetro. Alla mattina le lucciole erano sparite e al loro posto c’erano due monete. Sotto i bicchieri mettevamo anche i dentini che ci cadevano. Mi sembra che ci dicevano che di notte venivano a prenderseli dei topolini, che lasciavano anche loro delle monete.

Anche il nonno era sicuramente bravo e paziente con noi bambini, ma qualche volta l’ho visto essere più severo della nonna. 

Poi è arrivata la fine della vacanza. Il giorno che dovevamo partire, la bambina che abitava di fronte alla nostra casa era molto triste. Io ho chiesto a mia mamma perché non fosse venuta a salutarci e lei mi ha spiegato che non riusciva a guardarci andare via.

Uno o due giorni dopo il rientro a Milano, io ho iniziato a sentire nostalgia della nonna. Ho iniziato a dire che volevo tornare da lei a Legri. Mio padre mi ha sollevato, mi ha appoggiato in piedi sul tavolo e mi ha detto che non dovevo essere triste, che dovevo essere contento perché tra pochi giorni avrei iniziato ad andare a scuola.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 7 - Terza infanzia - Legri I parte

 Il 1966 resterà per sempre, per me, il primo anno in cui con la famiglia andremo in vacanza a Legri, una frazione di Calenzano, in provincia di Firenze. Queste vacanze continueranno fino al 1969.

La casa di Legri era stata acquistata da mio nonno Matteo Cusumano non so esattamente quando. Forse già nel 1965, anno in cui era nata mia sorella Annarita e in cui (penso per via del suo ricovero a poche settimane dalla nascita per una gastroenterite) non eravamo andati in vacanza, il nonno aveva iniziato questa operazione immobiliare. Ho appreso recentemente da una persona di Legri, ritrovata in un gruppo sul social Whatsapp, che in quegli anni era stata costituita una società che aveva rilevato le proprietà del Castello di Legri. Era stata effettuata una lottizzazione e lanciato un progetto per cui gli acquirenti dei lotti e delle case avrebbero costituito una sorta di cooperativa in cui potevano usufruire di servizi comuni, fra i quali quelli collegati alla lavorazione e alla vendita degli eventuali prodotti coltivati nei terreni di pertinenza delle loro abitazioni. In effetti, anche la proprietà del nonno comprendeva, oltre a una porzione di un edificio nel centro del borgo di Legri (ma al di là del torrente Marinella, dove una volta iniziavano le proprietà del Castello), anche un campo di grano e una parte di un pendio coltivato a ulivi.

La pieve di Legri. In primo piano il terreno acquistato da mio nonno. La casa è sulla destra nascosta da una grossa pianta

Ovviamente, avendo io allora sei anni e mezzo, quando siamo andati a trascorrere le vacanze a Legri non avevo nessuna idea di acquisti, proprietà e vendite di case. I ricordi di questi periodi di villeggiatura in Toscana che mi accingo a raccontare non sarebbero tutti collegabili ad anni precisi, motivo per cui li riporterò liberamente nei vari capitoli fingendo che potrebbero riferirsi allo stesso anno a cui è dedicato un capitolo.

Come ho già ripetuto varie volte, la mia famiglia in quegli anni (fino al 1972) non aveva l’automobile. Se da una parte questo fatto oggi potrebbe essere considerato una fonte di problemi logistici quasi insopportabili, dall’altra era invece un’occasione per sperimentare modi più avventurosi di viaggiare.

Ricordo che, per recarci a Legri (a parte una o due volte negli anni successivi), si prendeva un treno alla stazione Centrale di Milano, a uno dei tanti binari situati sul piazzale che è di molti metri più alto delle strade e delle piazze. Riesco a rivedere me seduto al finestrino dello scompartimento di un vagone di seconda classe con dentro noi cinque (padre, madre, io, mio fratello Cristiano e mia sorella Annarita di un anno) più qualche persona estranea; forse anche con qualche altro bambino. Il treno si muove lentamente e, dopo un po’ di secondi, prende un po’ di velocità.Sento molto sferragliare sotto il pavimento del vagone, a causa dei numerosissimi scambi, e, guardando fuori dal finestrino, resto affascinato nel vedere, al centro dello scalo, una costruzione che sembra una grande porta monumentale sotto la quale possano alcuni binari e in alto ha una fila di finestre, dietro le quali si intravedono delle stanze. Sulla facciata c’è una scritta che non so ancora leggere. Si tratta di una delle centrali di controllo del movimento dei treni. Poi i binari diminuiscono, si dividono in gruppi che prendono direzioni diverse. Il nostro gruppo piega verso destra per circumnavigare la città sul lato orientale. Siamo ancora in alto rispetto alle strade e alle piazze. Non me ne rendo conto, ma passiamo anche vicino alla via Venini, dove c’è ancora la casa dei nonni materni, e poi sopra viale Monza. Dopo una ventina di minuti, il treno, ormai veloce, si immette nella campagna a sud di Milano e corre verso la Pianura padana.

Nel tragitto fra la Lombardia e la Toscana, il treno supera il fiume Po grazie a un ponte di ferro molto lungo. Poi, dopo aver effettuato alcune fermate in città importanti dell’Emilia, arriva a Bologna. Qui entriamo in una stazione di testa. Il treno si ferma ed è necessario cambiare locomotore. La sosta dura circa alcune decine di minuti. Con il papà e forse mio fratello scendiamo e facciamo un giro della stazione. Poi si parte è il senso di marcia è cambiato. Dopo non molto tempo il treno entra in una galleria lunghissima che passa sotto un punto dell’Appennino tosco-emiliano. Negli scompartimenti ci accendono le lampade. Fuori dal finestrino è buio. Sul muro della galleria vedo per la prima volta una striscia dipinta di bianco che forma una linea di segmenti diagonali che vanno in su e in giù. Passa molto tempo prima che si riveda la luce del giorno. Poi il treno si ferma alla stazione di Prato.

Scesi a Prato, prendiamo un autobus che ci porta fino a Calenzano. Qui scendiamo in una piazza molto grande, al centro della quale ci sono dei giardini con dei giochi per i bambini. Io e mio fratello saliamo su una giostra e iniziamo a farla girare afferrando e tirando un tubo che forma un cerchio al centro. Prendiamo velocità. Non cambiamo mai direzione e così, dopo un po’, mi viene un senso di nausea. Quando il malessere va via saliamo su un secondo autobus che farà capolinea a Legri. La “corriera” (allora era in voga questa parola) inizia una strada in leggera salita che entra in una valle. Alla mia destra, a un certo punto, il fianco della collina è sventrato da una cava. Vedo la roccia nuda venire giù in verticale. Poi riappare il bosco, ma subito dopo ecco un’altra scena come la precedente. Riesco però a notare delle differenze nelle forme delle due cave. Poi di nuovo bosco e infine, sempre a destra, iniziano dei prati e vedo bene il torrente Marinella che scorre. Alla fine della strada l’autobus rallenta e si immette in un gruppo di case con una chiesa. Scendiamo in uno slargo della strada che funge anche da parcheggio. Sulla destra ancora la Marinella nascosta da un muretto. Dall’altra parte appare la casa dove passeremo una bellissima vacanza. I nonni ci vengono incontro.

La casa acquistata da mio nonno a Legri, come era negli anni Sessanta

(prima parte - continua)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 6 - Terza infanzia - Il quartiere

 Continuo, e proseguirò a farlo ancora per molti altri capitoli, a dedicare uno scritto ad hoc per ogni anno dell’infanzia e dell’adolescenza. Non mi sarà possibile assegnare con esattezza ogni ricordo all’anno preciso a cui si riferisce. In questi casi segnalerò che è il fatto rievocato potrebbe essersi verificato nell’anno a cui è dedicato il capitolo con un “margine di tolleranza” di uno o due anni in più o in meno. Grazie a Internet, comunque, mi è possibile collocare con più esattezza alcuni ricordi di fatti “pubblici”; o privati connessi a qualche fatto pubblico.

La letteratura scientifica fissa a 6 anni l’inizio della cosiddetta “terza infanzia” (prima da 0 a 2 e seconda da 2 a 6).

Per me l’inaugurazione di questo periodo della vita coincide - essendo nato il 10 gennaio 1960 - con gli inizi del 1966. Sarà l’ultimo anno intero che abiteremo nel piccolo appartamento al settimo piano di via D’Alviano 17 a Milano. Da quel periodo il numero di esperienze che si fissano nella memoria in modo vivido aumentano in modo esponenziale. Come già ho scritto, ad esempio, ancora del 1965 i ricordi sono pochi, anche se quelli che ho raccontato si sono impressi in modo molto preciso.

Fra i ricordi della routine familiare che posso far risalire a quel periodo uno a cui tengo molto è quello di mio padre che, nel tardo pomeriggio, rientrava dal lavoro. Prima che aprisse la porta sentivo che si avvicinava ad essa fischiettando o canticchiando. Poi la porta si apriva e compariva lui con in mano una confezione di latte. In quegli anni, la Centrale del Latte di Milano vendeva il latte in cartocci dalla forma di piramide a base quadrata che mi sono rimasti molto impressi. Una latteria dove andavamo a volte a comprare il latte e i formaggini si trovava, se non sbaglio, in via Soderini. Risale a quell’epoca il ricordo dei “punti” che si potevano raccogliere per ottenere, dopo un certo numero di acquisti, un regalo. Oppure, invece o in aggiunta ai punti, con il prodotto veniva consegnata una figurina di plastica morbida. Rammento benissimo quelle che raffiguravano la Mucca Carolina, in dono con i formaggini Invernizzi.

Anno dopo anno, nella mia mente, si componeva in modo sempre più ampio e ricco di dettagli il quadro del quartiere in cui si trovava al centro la nostra abitazione. Ogni passeggiata nel fine settimana aggiungeva delle parti. All’estremità più a Nord c’era lo stadio di San Siro, oggi stadio Meazza. Nostro padre portò una o più volte me e mio fratello a vedere delle partite dell’Inter, la sua squadra del cuore. Ricordo molto bene l’interno dello stadio, che allora aveva solo un anello. Le tribune più in alto non avevano sedie ma gradinate di cemento. Anche da lì si vedeva molto bene il campo. Nell’intervallo degli addetti poneva a centro campo una piramide di legno con dei manifesti pubblicitari attaccati su ogni faccia.

Un'altra foto con la cornetta del telefono e una camicia in tema marinaresco

Il punto più a sud del quartiere che ricordo, e dove andavano spesso, era il Santuario di Santa Rita da Cascia, che si trovava già nel quartiere Barona. L’interno mi affascinava molto. All’esterno c’erano una piazza e un oratorio, dove si tenevano delle belle feste in occasione della festa della in 22 maggio.

Il punto invece più a ovest che ricordo sempre con molto affetto è piazza Tirana, dove era (ed è) situata una piccola stazione ferroviaria: Milano San Cristoforo. Ogni tanto entravamo a vedere anche questa chiesa. Un ricordo indelebile di piazza Tirana è quello di una macchina sportiva - quasi sicuramente una Porsche, dalla forma - che si è messa ad andare avanti e indietro per una strada laterale ad alta velocità, compiendo dei testacoda per cambiare direzione. Visto che non ci trovavamo in un quartiere di ricchi, ho sempre pensato che quella macchina dovesse appartenere a qualche capo della malavita. Eravamo del resto vicini al quartiere Giambellino, dal nome della via parallela a via Lorenteggio.

Ormai, a quell’età, iniziavo anche ad avere consapevolezza anche della dimensione metropolitana di Milano. Un giorno seppi anche la città aveva un sindaco che si chiamava Pietro Bucalossi. Sicuramente, fra la fine del 1965 e gli inizi del 1966, mio padre mi portò ad assistere al mio primo spettacolo di opera lirica al teatro alla Scala. Sono sicuro di questo fatto perché si trattava dei giorni in cui debuttava alla Scala, con il Rigoletto, Luciano Pavarotti. Di quella serata mi rimase impressa una voce che, alla fine dell’opera, offendeva Pavarotti dandogli del “Claudio Villa!”, nome di uno dei più famosi cantanti italiani di musica leggera dell’epoca.

Un altro ricordo della vita cittadina che al 99 per cento risale a quell’anno e, in particolare, alla primavera del 1966, è quello del primo sciopero a cui ho assistito. Come si può leggere anche su Wikipedia, nel 1966 per due volte si sono svolti degli scioperi degli autoferrotranvieri per il rinnovo del contratto. Mi ricordo che, siccome quello in questione durava diversi giorni, erano stati utilizzati i camion dell’esercito per sostituire i mezzi su alcune linee. Ho ancora in mente l’immagine di me, mia madre e sicuramente mio fratello e mia sorella piccola che venivamo aiutati da dei militari a scendere da un camion in piazza Frattini. 

Infine, sempre al 1966 risale il mio primo ricordo dell’ascolto di uno Zecchino d’Oro, la rassegna canora per bambini organizzata dall’Antoniano di Bologna, presentata dal mitico Mago Zurlì (al secondo Cino Tortorella) e trasmessa in radio e televisione dalla Rai. A ruota poi venivano pubblicati dei dischi a 33 e 45 giri, che noi acquistavamo. A me doveva essere piaciuta soprattutto la canzone Orazio il cane dello spazio, cantata dal bambino Mario Giordano. Una domenica pomeriggio o una sera si tenne una festa nell’oratorio della parrocchia dell’Immacolata Concezione di Piazza Frattini, nella cui chiesa già venivamo portati a messa e dove io mi annoiavo molto durante il lungo rito della consacrazione. Ebbene, a mio genitori venne in mente di mandarmi sul palco del teatro dell’oratorio a cantare Orazio il cane dello spazio, ed io accettai convinto di sapere cantare e di ricordarmi la canzone. Invece, dopo la prima strofa non mi ricordavo più le parole e finii. Mio nonno paterno, Nevio Cervelli, mi disse più tardi che, mentre cantavo, lui era fuori dall’edificio e che però mia aveva sentito bene dalla piazza, tanto urlavo. Quella è stata la mia prima esibizione musicale. Io e la musica stavamo prendendo confidenza.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


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