Autobiografia giovanile - Cap. 13 - Bambine, tecnologia e scienza

 Una cosa di cui mi ricordo bene di me da bambino è stata la capacità di creare relazioni forti sia con gli altri bambini maschi sia con le bambine. Come ho già scritto, dalla seconda elementare fino addirittura a metà del liceo sono sempre stato in classi maschili. Solo in prima elementare fra il 1966 e il 1967 ero stato in una classe mista. Non avevo frequentato la scuola materna, avevo un fratello poco più piccolo di me maschio, fra me e mia sorella Annarita c’erano cinque anni e mezzo di differenza, anche nel mese circa di colonia a Cesenatico avevo vissuto solo fra maschi, perché le bambine erano tenute separate.

Fortunatamente, almeno nel condominio in cui siamo andati a vivere nell’estate 1967 ho potuto fare amicizia con le prime bambine (fatta salva, in precedenza, la brevissima amicizia con una sorellina di un compagno di prima elementare, quando vivevamo ancora in via D’Alviano, nella periferia Ovest di Milano). Il condominio di via Pick Mangiagalli, nel quartiere Fatima, zona Vigentino di Milano (Sud), aveva più o meno bambini di entrambi i sessi in egual misura. E giocavamo tutti insieme nel cortile, nella via o nel cosiddetto “campetto”, un prato sovrastato da una pianta grande e antica, pieno di erbacce e buche. Qui, un tardo pomeriggio, mi ero ritrovato da solo con una amica, che era anche la mia fidanzatina, e siccome le era sopravvenuto un bisogno fisiologico e mi aveva chiesto di prestarle aiuto a trovare una foglia con cui asciugarsi, ho colto la palla al balzo per farmi vedere meglio come fosse stata nelle parti privata una persona dell’altro sesso. Tolta la curiosità non ci pensai più, mentre continuai a provare piacere tanto nel giocare e parlare con i maschi quanto a fare queste due cose con le femmine. Nel parlare, poi, scoprii che ero molto portato a farlo con alcune bambine, in particolare una di tre anni più grande di me, che aveva delle piccole bamboline con le quali ci faceva divertire inventandosi delle rappresentazioni teatrali in cui gli attori principali erano un paio di queste bamboline..

Alla scuola elementare, comunque, i due mondi non si incontravano. Sia la mia classe che quella di mio fratello erano maschili, e così credo che non fossero classi miste in tutto il plesso scolastico. Così le mie uniche amiche femmine erano ancora solo quelle del cortile. Ricordo che una mattina la mia maestra, con cui dalla terza elementare (1968-1967) avevo finalmente intrecciato un buon rapporto di stima e affettività, mi inviò a consegnare un foglio di una classe la cui maestra era chiamata anche la “capogruppo”. Era, insomma, una maestra normale ma anche una coordinatrice o qualche cosa del genere. Si chiamava Montegani e, nonostante non fosse più giovane e avesse un’aria autorevole, suscitava ugualmente molta serenità e simpatia. Quando bussai alla porta, lei mi fece entrare nell’aula e io mi trovai davanti a una classe tutta piena di bambine di prima elementare. Mi rimase impressa l’immagine di queste bambine, una o due delle quali avevo già visto in quartiere, tutte sedute composte, con il grembiulino bianco, e tutte dietro a banchi in cui, nel buco destinato al calamaio (che nella nostra classe utilizzavamo ancora), avevano un vasetto con una piantina grassa o un piccolo cactus.

Sempre io nel 1968, a otto anni, con il mio padrino della Prima Comunione

L’altro luogo, oltre al cortile, dove nell’epoca fra i sette e i nove anni ho avuto modo di giocare e interagire spesso con bambine è stato Legri (un borgo vicino a Calenzano, in provincia di Firenze, dove dal 1966 avevamo iniziato a trascorrere le vacanze estive, e di cui ho già parlato spesso nei capitolo precedenti). Come ho già avuto modo di scrivere, i maschi della mia età non li frequentavo se non quando si svolgevano dei giochi nella pineta organizzati da seminaristi del Pime, che venivano nella pieve di Legri a trascorrere le vacanze e a intrattenere noi piccoli. Ricordo solo di qualche volta in cui mi sono trovato in pineta con altri bambini maschi, che avevano costruito delle slitte con delle cassette di frutto e delle assi, utilizzate come pattini, e con queste scendevano da un pendio erboso fino al centro della pineta. Ma in generale i bambini maschi, a differenza delle coetanee femmine, erano più liberi di scorrazzare fuori dal borgo; oppure, come recentemente mi ha detto qualcuno, andavano ad aiutare gli adulti nei lavori di campagna. E così io e mio fratello, durante mattine e lunghi pomeriggi, ci ritrovavamo a giocare con alcune bambine nel centro del paese. 

C’era una bambina che aveva solo un anno meno di me e che era molto intraprendente. Con lei mi trovavo spesso, anche quando non c’era tutto il gruppo delle altre bimbe. Un giorno avvenne un piccolo incidente, che può capitare quando si hanno diversi bambini insieme, con età leggermente diverse. Io, lei, un’altra bambina più grande di noi e mio fratello ci eravamo arrampicati su un albero dove era già stata costruita una piccola piattaforma di legno. L’obiettivo era continuare il lavori per costruire una vera e propria casetta. A un certo punto, non ricordo più perché, la mia amica si è arrabbiata con mio fratello e gli ha dato un piccolo colpo con il martello sulla fronte. Il colpo non era forte, ma siccome è stato dato con i martello dalla parte del tirachiodi, sulla fronte di mio fratello si è formato un piccolo taglio. Subito il padre della nostra amica ha portato mio fratello in un ospedale a Calenzano, ma per fortuna hanno dovuto solo disinfettare e medicare la ferita, senza dover neppure mettere dei punti.

Nella compagnia c’erano anche due sorelle. Una, più grande, aveva tre anni più di me. Era soprattutto lei che proponeva quali giochi fare. Era longilinea, un po’ più alta di noi (intendo io, mio fratello e le altre bambine), con un  bel viso e i capelli lunghi e scuri raccolti in due treccine stile Pocahontas. Io sicuramente provavo un certo fascino nel guardarla fisicamente e come si comportava. La trovavo molto carina e interessante. La sorella aveva invece tre anni meno di me ed era molto diversa fisicamente. Aveva anche lei le trecce, portava gli occhiali, non era alta ed era robusta. Nonostante la allora non piccola differenza di età, aveva un modo molto sicuro di sé e maturo  di comportarsi, credo perché aveva un modello nella sorella più grande. Quindi stava perfettamente a suo agio fra noi e viceversa. Poi c’erano anche un’altra bambina della mia età, che aveva un viso molto carino e interessante, con due occhi grandi e che a me sembravano a volte malinconici o dallo sguardo aristocratico. Non erano ovviamente tutte le bambine con cui giocavano, ma sono quelle delle quali ho più conservato un ricordo vivido. 

Credo che nel 1968 ho colmato quel gap di conoscenza dell’altro sesso che non credo che, neanche a quei tempi, avevano altri bambini che avevano avuto la fortuna di avere sorelle più grandi o quasi coetanee, cugine che vivevano vicino, o erano andati fin da piccolo a scuole materne ed elementari con classi miste. Da quell’anno, invece, ho iniziato a provare molto interesse per la tecnologia e la scienza. Per quanto riguarda la prima, lo dimostra anche il piacere con cui, insieme alla bambina dell’incidente con il martello che ho raccontato prima, mi sono cimentato a Legri nella costruzione della casa sull’albero. Ma anche quello con cui, avendo visto i bambini maschi autocostruirsi delle slitte da erba, poi volli provare a costruirne una anche io, utilizzando legni, seghetto, martello e chiodi. 

Foto di gruppo dei maschi che hanno ricevuto la Prima Comunione nel 1968. Io credo di essere il primo da destra nella terza fila, con il viso nascosto da un altro bambino, ma con i riccioli sporgenti. Molti di questi bambini erano sia miei amici del cortile sia compagni di classe. Allora la Prima Comunione e la Cresima di ricevevano in seconda elementare.

A Milano, invece, in quel periodo ho stretto una forte amicizia con un bambino del condominio che aveva la mia età e con cui frequentavamo anche la stessa classe elementare. Ricordo ancora come fosse ieri che un giorno, io e lui abbiamo percorso la stessa strada insieme alle nostre madri. Mentre le mamme parlavano delle loro faccende, io e lui ci siamo raccontati di come ad entrambi interessassero gli oggetti elettrici o elettronici. A tutti e due capitava di smontare quelli che erano rotti, prima che venissero buttati. Diventammo grandi amici e iniziammo a passare del tempo insieme a smontare vecchi televisori e altri apparecchi. Ma, a me in particolare, interessavano anche alcuni argomenti scientifici, fra cui la mineralogia, la chimica e l’astronomia. A Legri raccoglievo e catalogavo pietre che trovavo durante le passeggiate fuori dal borgo. A Milano, furono decisivi un paio di regali che ricevetti in occasione di una festa di compleanno a casa e di un Natale. Il primo fu un Piccolo Chimico e l’altro una scatola contenente un piccolo telescopio, un astrolabio e un libro sugli oggetti del cosmo. 

In seguito io, mio padre e mio fratelli facemmo diverse gite con il gruppo speleologico mineralogico dei dipendenti della Banca Commerciale Italiana, dove lavorava nostro padre. Ricordo di essere stato a visitare delle grotte e delle zone dove si poteva, anche utilizzando un martello e uno scalpello, trovare minerali e fossili.

(puntata aggiornata il 02/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 12 - Aspirante missionario

 Della religione cattolica, nello scorrere della mia terza infanzia, mi attiravano alcuni aspetti attinenti alla dimensione comunitaria, a quella solidaristica e a quella estetica. Nel primo periodo della mia vita nel quartiere Vigentino, come ho già scritto, apprezzavo la presenza di ragazzi più grandi, di giovani adulti e di sacerdoti che organizzavano attività sia di preghiera e di riflessione religiosa sia di tipo ricreativo per noi bambini, sempre all’interno della chiesa di Fatima: credo che in quei mesi l’oratorio della chiesa dell’Assunta, che non avevo ancora visto, fosse chiuso per restauri.

A volte, a causa del mio carattere un po’ esuberante, facevo arrabbiare qualche animatore della parrocchia. Un pomeriggio, durante una riunione per i chierichetti in una sala dietro l’altare della chiesa di Fatima, un responsabile si indispettì a tal punto, per un mio atteggiamento di disturbo, che picchiò il manico di un ombrello su un tavolino con un ripiano di vetro da causare delle crepe in quest’ultimo. Ma in genere mi comportavo in modo da farmi volere bene dai più grandi, dagli adulti e dai sacerdoti. Sempre in tema di rapporti bambini-adulti nel contesto religioso ero contento che nel paese toscano di Legri, dove trascorrevamo ancora le vacanze estive, venissero dal Pime (Pio istituto missioni estere) di Milano alcuni giovani seminaristi i quali passavano molto tempo con noi bambini - residenti e villeggianti - intrattenendoci con giochi vicino alla chiesa o nella pineta. E ancora a Legri, spesso, nel tardo pomeriggio, accompagnavo di spontanea volontà mia nonna Carla in chiesa a recitare il Rosario insieme ad altre donne del paese. Mi piaceva passare del tempo dentro la chiesa - una antica pieve - e sentire le voci accorata di queste donne che recitavano tante Ave Marie. Come ho già accennato, mia nonna amava molto la figura della Madonna e oggi so che ne parlava spesso anche ai bambini suoi alunni. Anch’io provavo un certo fascino per le immagini di Maria, soprattutto della natività. A quei tempi, poco fuori Legri, c’era una fontanella sopra alla quale c’era una nicchia con un quadretto di ceramica raffigurante il volto della Vergine Maria. Trent’anni dopo la mia ultima vacanza nel borgo vicino a Calenzano, sono tornato per poche decine di minuti durante una gita e ho rivisto questa immagine. In quel momento ho provato un tonfo nel cuore.

Una antica fontanella con una maiolica raffigurante la Madonna a Legri. Foto del 1990

Come dicevo, della religione cattolica apprezzavo anche i messaggi di amore e di solidarietà verso il prossimo. Allora, il tema della missioni era molto più sentito di oggi. Fuori dalle chiese si tenevano spesso mercatini per raccogliere fondi e beni da inviare ai missionari. In quelle occasioni io restavo affascinato dagli oggetti di artigianato africano in vendita e dalle foto dei villaggi in cui si trovavano le missioni. Mi piacevano in modo particolare quelle con i bambini. Decisi, per un breve periodo, che da grande mi sarebbe piaciuto fare il missionario in Uganda e ne parlai con una bambina del mio condominio, di due anni più piccola di me, che mi disse che sarebbe venuta volentieri con me come suora.

Infine, mi faceva molto piacere, la domenica, andare alla messa per i bambini che si teneva alle 9.30 nella chiesa di Fatima. Era anche un’altra bella occasione per rivedere i bambini del quartiere, fra i quali anche alcuni compagni di scuola. Mi piaceva molto cantare le canzoni religiose: questo aspetto fa parte dell’attrazione per alcuni aspetti estetici della vita cristiana. Spesso le messe per i bambini erano officiate dal parroco don Emilio Penatti, che mi aveva impartito la Prima Comunione ed emanava molta simpatia ed ironia.

Il parroco Don Luigi Penatti impartisce la Prima Comunione nel 1968. Io sono il secondo in filaa dietro il bambino con il vestito bianco.

Intanto nel condominio iniziavano a nascere amicizie fra le famiglie, in particolare fra quelle che avevano figli delle stesse fasce di età. E oltre l'amicizia, c'era spesso anche la solidarietà. Ad esempio, noi non avevamo l'auto e così, per fare cose che l'avrebbero richiesta, come una scampagnata, si prestava volentieri qualche altra famiglia a ospitarci a bordo della loro. E' in questo modo che siamo andati la prima volta in montagna una giornata d'inverno con una famiglia che aveva due figli maschi dell'età mia e di mio fratello. Un'altra gita che ho sempre ricordato spesso è stata quella al Po fatta con un'altra famiglia, con tre figlie femmine e che aveva un'auto familiare con tre file di sedili. Ricordo che al fiume noi bambini ci divertivamo a scivolare giù da un argine in cemento, che ho mangiato per la prima volta le alborelle fritte da un cartoccio a cono di carta oleata, e che ho visto sfrecciare qualche motoscafo.

(puntata aggiornata il 02/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 11 - Sacramenti

 Il primo anno interamente vissuto nel nuovo quartiere Vigentino, nell’estrema periferia sud di Milano, è il 1968. Anno simbolico di inizio di un vasto e internazionale movimento di  contestazione giovanile che porterà a profondi cambiamenti nella cultura, nel costume e nella politica nei decenni successivi. 

Quando scoppia il ‘68 io ho otto anni e frequento, con le vicissitudini che ho già avuto modo di raccontare nel capitolo precedente, la seconda classe alla scuola elementare Luigi Dottesio di via Noto. Non è ancora passato un anno dal trasloco. Mese dopo mese la mia cerchia di amicizie si allarga. Nel condominio ci sono molte famiglie giovani che sono venute ad abitare negli appartamenti nuovi di zecca con bambini e ragazzi. Sulle vetrate dei portoni delle varie scale appaiono in continuazione fiocchi azzurri o rosa ad indicare che il tasso di natalità è elevato. 

Non appena arriva la bella stagione i bambini iniziano a scendere a giocare in cortile divisi per gruppi di età vicine. Io e mio fratello tendiamo a socializzare con tutti i bambini che hanno dai sei (nati nel 1962) ai dieci o undici anni (nati nel 1957). Sia che ci ritroviamo nei cortili dei tre diversi caseggiati, sia che giochiamo nella strada privata (dove passano poche macchine, e comunque quasi sempre a passo d’uomo), sia che ci spingiamo fino a un campetto triangolare assai incolto che si trova adiacente al lato nord del condominio, non corriamo molti pericoli anche se veniamo lasciati da soli, tutt’al più vigilati dai balconi dalle madri.

Nel giro di pochi mesi si forma un’allegra brigata di bambini e bambine che giocano insieme e che, in molti casi, frequentano anche le stesse classi a scuola. Della mia classe seconda A siamo in tre. Ma anche mio fratello ha altri due compagni di classe che ritrova il pomeriggio anche in cortile. Si forma una “banda” di condominio che, a seconda dei mesi, è nota nel resto della zona con il mio cognome o con quello di un altro bambino con cui sono molto amico e che è anche lui della mia classe. Le altre bande sono formate da bambini che sono nati nel quartiere o si sono trasferiti in questo prima di noi. In generale, questi bambini appartengono a un ceto sociale un po’ più basso di quello che è venuto ad abitare nei nuovi condomini. 

Foto scattata all'interno di un nuovo condominio. Quello in cui abitavo il è quello in fondo a destra

Sono bambini in prevalenza figli di immigrati dal Sud Italia o figli di residenti nelle cascine presenti sia all’interno della zona Vigentino sia nelle campagne circostanti. Se anche noi “della via Pick Mangiagalli” (pian piano le vie intorno alla chiesa di Fatima iniziano ad essere intitolate e non più propaggini della via Ripamonti), godiamo di una certa libertà di giocare da soli per ore e ore in cortile, nella strada privata o nel campetto, questi bambini “autoctoni” sono ancora più liberi, perché magari figli di famiglie numerose in cui i genitori lavorano entrambi, o perché abituati fin da piccoli a muoversi nel quartiere per commissioni. Ogni tanti fra queste bande e la nostra scoppiano nelle piccole battaglie a colpi di sassi o brevi corpo a corpo. Per i primi tempi è la nostra a subire le incursioni e non il contrario.

Intanto le mie amicizie si ampliano anche nel contesto scolastico. Io ho una certa propensione a conoscere e stringere legami con bambini anche al di fuori del condominio, una tendenza che continuerà anche negli anni dell’adolescenza, quando tenderò per lunghi periodi a frequentare compagnie che vivono in altri quartieri di Milano. E così, fintanto che non sono io a potermi muovere molto fuori dalla mia via, ricevo a volte visite di compagni di scuola che vengono a giocare con me nel campetto incolto fino a che non diventa buio. Le mie frequentazioni fuori condominio o quartiere sono assolutamente interclassiste: da allora non ho mai avuto problemi ad avere contemporaneamente, oltre ad amici del mio stesso livello sociale, anche anche agli antipodi. Ho accumulato molte belle esperienze sia frequentando bambini di famiglie povere che altri di famiglie molto benestanti. 

Alla fine, i bambini sono sempre bambini, con ventagli di interessi, passioni, capacità o difficoltà molto simili al di là delle condizioni sociali, delle provenienze geografiche e delle generazioni. A noi bambini degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta sono sicuramente mancati i videogiochi, i telefonini e i computer, ed avevamo un numero di canali televisivi molto limitato; per questo motivo leggevano più fumetti, passavamo molto tempo in presenza fisica fra di noi, e tendevamo a costruire da noi i giochi o a modificare quelli esistenti. Ma, riflettendo oggi su come vedo trascorrere il tempo ai bambini di oggi - sia a scuola sia al di fuori - ritrovo tanti passatempi analoghi ai nostri. Come noi con le figurine di calcio Panini, i bambini delle elementari di oggi collezionano le figurine di Pokemon e se le scambiano fra loro non appena riescono, anche fra un’ora di lezione e l’altra. E come noi leggevamo i fumetti (nel mio caso soprattutto Il Giornalino e il Corriere dei Piccoli) ora leggono i manga. Se c’è un gioco che non vedo più oggi è quello della pistola da cowboy con le “bombette”, sostituita magari da altri tipi di armi giocattolo più tecnologiche. Le bambole ci sono sempre e così le barzellette con Pierino.

Io il giorno della mia Prima Comunione

Per tornare a me e ai miei tempi di bambino di otto anni, un elemento molto presente, oltre ai giochi con altri bambini a scuola o in cortile, è stata la Chiesa. Dopo la costruzione e il popolamento il quartiere intorno alla chiesa di Fatima, questa è diventata il principale polo della parrocchia del Vigentino, anche per i bambini. L’antica chiesa dell’Assunta, nell’omonima piazza, è diventata un luogo meno frequentato, con poche messe. Credo che nel primo paio d’anni dal nostro trasferimento a Vigentino, anche le attività rivolte ai bambini e ai giovani fossero state momentaneamente spostate nella chiesa di Fatima. Infatti, ricordo che qui, fra il 1967 e 1968, si proiettavano dei film destinati ai bambini in un salone sotterraneo. A fianco della chiesa sorgeva ancora una grossa baracca di legno, probabilmente rimasta dalla fine del cantiere di costruzione, e nella quale ho frequentato le prime riunioni per i chierichetti e da dove - con alcuni animatori adulti - partivamo per compiere delle brevi camminate nei campi.

Nella primavera 1968 ricevetti i sacramenti della Cresima, della Confessione e della Prima Comunione. Da parte soprattutto di mia madre, la vita religiosa era considerata molto seriamente. In casa non si dicevano parolacce, non si parlava di sesso e, almeno un paio di volte, in cui mi era venuto da scherzare sul diavolo, mia mamma mi disse che c’era il rischio che mi apparisse davanti. Una volta che commissi un presunto peccato con uno degli amici della scuola che venivano a trovarmi al campetto, mia madre mi chiese di andarmi a confessare. Mi recai in chiesa ma non raccontai nulla al prete, un po’ per vergogna e un po’ perché non ritenevo di doverlo fare. Essendo passate poche settimane dalla Prima Comunione, mi ritrovai però ragionare, pur con le capacità di un bambino, sul fatto di dover obbedire a determinate regole della mia religione, anche se non mi veniva naturale farlo. Con questo non voglio dire che mia madre fosse bigotta e conservatrice. Negli anni successivi l’ho vista accettare molte mie scelte controcorrente - rispetto a come mi aspettavo che le lei e la mia famiglia avrebbero preferito - non con rassegnazione ma anche offrendosi di sostenermi. Però, se devo fare un paragone fra la religiosità di mia nonna materna ex maestra elementare e d’asilo, e quella di mia madre, trovo che quella della nonna fosse più basata su una devozione alimentata da esempi di vita amorevole (la Madonna, il Bambin Gesù, gli angeli, i bambini) e quella di mia madre più su un approccio teologico. 

Mio padre era impegnato nella parrocchia come membro del Comitato Opere Parrocchiali. Ma con lui non parlavo mai (o quasi mai) di argomenti legati alla religione.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 10 - Nuove casa e scuola

 Nell’estate 1967 la nostra famiglia traslocò dalla casa di via D’Alviano, in zona Lorenteggio, in quella in zona Vigentino, in fondo a via Ripamonti, dove allora c'era il capolinea del tram 24 (via Noto).

Durante un sopralluogo compiuto nei mesi precedenti il trasferimento, mi era rimasta impressa la grande chiesa dedicata alla Madonna di Fatima, che era stata costruita qualche anno prima in attesa che nel quartiere sorgessero nuovi condomini e crescesse la popolazione. Secondo una bellissima ricerca storica effettuata qualche anno fa dalla Parrocchia di Fatima (che utilizzerò anche per qualche altra informazione in seguito) la posa della prima pietra della chiesa avvenne il 9 aprile 1961. Il 7 ottobre 1962 si verificò l'intitolazione. Durante il citato giro con la famiglia nel quartiere ancora in costrizione, la chiesa mi era sembrata qualcosa di sproporzionato nel sorgere in mezzo al nulla. Inoltre, in quel momento il luogo ero chiuso e potemmp dare un’occhiata all’interno solo attraverso da una piccola finestrella di vetro incastonata in una porta laterale.

Leggo, sempre dalla ricerca effettuata dalla Parrocchia di Fatima, che il Vigentino era un comune che è stato annesso a Milano nel 1923, insieme a molti altri comuni alla periferia della metropoli.

Nei primi mesi di vita, il nostro condominio - posto proprio dietro la chiesa e fra i primi a sorgere nel quartiere - era numero civico di via Ripamonti, sebbene distasse da essa due o trecento metri circa. Per l’esattezza costituiva il 223 e la nostra scala era la g. Il condominio era composto da tra corpi di fabbrica: due abbastanza lunghi e all'incirca paralleli e uno più corto laterale. La mia famiglia aveva acquistato un appartamento di quattro locali con cucina abitabile e due bagni al quindi piano di una scala centrale del corpo di fabbrica lungo e posteriore. Quello davanti e proprio dietro la chiesa di Fatima. Il nostro, invece, aveva i portoni che davano sulla strada privata interna. Tutti gli appartementi del condominio avevano (e hanno ovviamente ancora) balconi e finestre su lati opposti. Una caratteristica che ho sempre apprezzato della nostra abitazione è che dal balcone principale potevamo vedere in basso la strada privata, davanti la parte posteriore della prima fila di case e, sulla destra, un bello scorcio di Milano e, nelle belle giornate, del Monte Rosa. Dal balcone dietro, invece, si vedevano campi coltivati e pioppeti, e, in lontananza, le case della zona Corvetto. Girando lo sguardo verso sud, si vedevano le cascine di Vaiano Valle abbastanza vicine. Più in lontananza si vedevano l'abbazia di Chiaravalle sulla destra e, un po' più verso Milano, palazzi dell'Eni di Metanopoli (San Donotato Milanese). Guardando sopra San Donato, si vedevano atterrare gli aerei sulla pista dell'aeroporto di Linate. Quando calava il sole, era divertente vedere le luci degli aerei in avvicinamento e in atterraggio. Si sentivano anche i fischi dei treni che arrivavano alla stazione di Milano Rogoredo dalla direzione di Bologna o di Pavia oppure andavano verso quelle città. E se il vento tirava da Est verso Ovest si sentiva  in sottofondo lo sferragliare delle ruote sulle rotaie.

Ricordo che in attesa che la ditta di traslochi Grillo ci recapitasse i mobili dal nostro precedente appartamento, dormimmo in quello nuovo su dei materassini gonfiabili. La prima notte, a un certo punto sentii il ronzio di numerose zanzare. Accesi una torcia a pile e scoprii che sulle pareti era pieno di zanzare ferme. Del resto, i campi tra il nostro condominio e Chiaravalle, molti secoli fa erano pieni di paludi. Furono poi i monaci cirstercensi dell'abbazia di Chiaravanne a bonificarli, costruire piccoli canali e a rendere i campi coltivabili. Dove però ci sono molti corsi d'acqua e chiuse si annidano le zanzare. Un fatto che mi restò molto impresso nei primi giorni di abitazione nel nuovo quartiere fu l'arrivo di furgoncini del Comune di Milano che disinfestavano i cespugli e il verde vicino a casa nostra per uccidere le zanzare. Utilizzavano dei cannoni che emettevano il liquido insetticita nebulizzata. Nostra madre, in quei momenti, ci gridava di chiudere tutte le finestre, perché la sostanza saliva addirittura fino al nostro piano e non faceva certo bene alla salute.


Io nel periodo della seconda elementare nel nuovo quartiere

Ai primi di ottobre, come usava in quegli anni, iniziò per me la seconda elementare e per mio fratello la prima. La scuola si trovava in via Noto, all'angolo con la via Ripamonti e di fronte al capolinea del tram 24. Il percorso a piedi avrebbe richiesto almeno un quarto d'ora buono. E per evitare ai bambini del nostro condominio e degli altri vicini di dover fare quella strada da soli, il comune di Milano predispose un servizio di scuolabus. Mi ricordo ancora il rumore fortissimo che faceva un vecchio autobus il quale entrava da uno degli ingressi della via privata a caricarci. Non ricordo per quanto tempo durò quel servizio o se i miei genitori decisero di utilizzarlo sempre. So che a un certo punto, ad accompagnarci la mattina a scuola era solitamente il padre di un bambino che abitava nella nostra scala e che aveva un Maggiolone verde. Ricordo con simpatia che ci stipavamo, con altri bambini, sui sedili di questa macchina. Se non sbaglio, almeno uno o due anni (per me la seconda e la terza), nostra madre ci iscrisse alla refezione e al doposcuola. Prima che iniziasse la refezione, ricordo ancora che i locali della scuola si riempivano di un odore di pasta asciutta al ragu e altri cibi caldi. Alla refezione, conobbi qualche bambino delle ultime classe (quarta e quinta) che molti anni più tardi divennero miei amici e che, con alcuni, siamo ancora in contatto. 

La nostra classe, invece, era tutta maschile. Eravamo fra i 37 e i 40 in genere, perché la scuola non era grandissima (era stata costruita nel 1923, stesso anno dell'annessione di Vigentino a Milano) ed era l'unica in una zona in cui c'era stata una forte immigrazione dal Meridione. La maestra di cognome faceva Gidino ed era fra le insegnanti più avanti con l'età. Purtroppo per lei era un po' claudicante. Per questo motivo non uscivamo mai in cortile o andavamo nelle piccola palestra. Era molto materna e religiosa. All'inizio delle lezioni ci faceva recitare alcune preghiere. I banchi avevano il buco per il calamaio. E noi lo utilizzavamo. Ci portavamo da casa l'inchiostro, le penne con il pennino e la carta assorbente. un volta mi capitò che un compagno un po' indisciplinato attaccò un pennino, intinto nell'inchiesto, a un filo, e lo fece penzolare sul quaderno che stavo utilizzando in quel momento minacciandomi di sporcare il foglio se, in giorno dopo, non gli avessi portato una calamita. In quel periodo le calamite andavano di moda fra noi bambini.

Quel fatto, che peraltro non mi traumatizzò assolitamente, era potuto avvenire anche perché, essendo la classe molto grande e i bambini tantissimi, la maestra non vedeva bene (o non voleva) quello che avveniva agli ultimi banchi. Ed io, almeno in seconda, ero nei banchi più in fondo. Quell'anno, inoltre, non andavo neanche molto bene. Un motivo, forse, è legato al fatto che non avevo frequentato la prima insieme alla maggior parte degli altri bambini. Il secondo forse alla mia tendenza a distrarmi e fare quello che volevo con chi volevo. Il terzo, forse, è che in prima avevo seguito un programma e un metodo di studio diverso. Fatto sta che un giorno fui chiamato alla cattedra dalla maestra, la quale mi chiese di indicare, su una mappa geografica dell'Italia, quale fosse la regione Lombardia. Se c'era da studiare le regioni italiane o la Lombardia io di certo non lo avevo fatto, perché magari non lo avevo scritto sul diario. Fatto sta che mi trovai spiazzato, ma mi ricordavo vagamente che era nel nord dell'Italia e quindi, invece di non rispondere, cerchiai con la mano tutto il settentrione. La maestra si arrabbiò molto. Evidentemente dovevo avere difficoltà anche in altre materie - ritengo sempre perché avevo seguito una programmazione diversa in prima elementare ed ero distratto dai nuovi compagni che iniziavo a conoscere la prima volta. Fatto sta che, in quell'epoca, c'era ancora l'esame di stato di seconda elementare e che - secondo quanto dissero a mia madre - rischiai la bocciatura. Se non mi bocciarono fu grazie alla maestra di mio fratello, che faceva parte della commissione d'esame e che, forse, riconobbe la causa dei miei problemi (conoscendo anche mio fratello e la mia famiglia) e convinse gli altri maestri che li avrei superati l'anno successivo.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 9 - Scuola e colonia

 La prima elementare, nell’anno scolastico 1966-1967, ho avuto la fortuna di frequentarla nel mio primo quartiere. La scuola si trovava in via Scrosati, una traversa di via D’Alviano, a Milano, e si poteva vedere dalla finestra della camera da letto mia e di mio fratello Cristiano (abitavamo al settimo piano di via D’Alviano 17).

In prima elementare sono arrivato senza essere prima andato alla scuola materna (oggi scuola dell’infanzia). Quindi, se si eccettuano i pochi giorni in cui nel 1965 io e mio fratello avevamo frequentato un centro estivo vicino alla casa dei nonni materna (situata in via Venini), non ero abituato a un contesto scolastico. Negli anni precedenti, come ho già avuto occasione di scrivere, non avevo avuto modo di trascorrere molto tempo con bambine. Forse per questo motivo mi è rimasto impresso il fatto che la classe fosse mista.

Alcuni ricordi di quell’anno li ho, anche se ero ancora molto piccolo. Innanzitutto la mia classe (che se se non sbaglio era la prima F) faceva lezioni il pomeriggio, perché al mattino l’aula era utilizzata da un’altra classe. Erano ancora gli anni del baby boom (iniziati all'epoca del “miracolo economico”) e, inoltre, Milano era ancora meta di una forte migrazione dal Meridione. Le scuole che c’erano già non bastavano. Per questo motivo, si ricorreva ai doppi turni, alla costruzione di aule prefabbricate o allo spostamento di bambini in scuole fuori bacino d’utenza che avevano qualche classe non al limite di capienza.

Dovevo essere un bambino non facile da gestire, non so se più a causa del mio carattere all’epoca estroverso o per il fatto che non ero andato alla scuola materna. Un giorno la maestra mi disse che mi metteva una nota, ed io mi ricordo benissimo che iniziai a piangere e a dire che, se me la scriveva, i miei genitori non mi avrebbero più mandato a scuola. La maestra non si scompose e, allora, andai vicino a una finestra, presi le corde di una veneziana e me le misi intorno alla gola minacciando di suicidarmi. Risultato: non solo ricevetti la nota ma furono pure chiamati i miei genitori.

Un altro ricordo della scuola ha a che fare con un tema che poi è sempre stato la mia passione: la musica. Ricordo che fummo portati in un’aula grande, forse di forma triangolare, dove c’era un pianoforte, e che lì ci fecero cantare.

Un altro ricordo della mia classe è quello di un bambino che di cognome faceva Fantini. Aveva una sorellina di, credo, un anno più piccola. Alcuni pomeriggio mia madre e la loro ci portavano in un prato che si trovava all’inizio di via D’Alviano, entrandoci da piazza Frattini, sulla destra. L’area si trovava dietro un palazzo della piazza dove, credo, al piano terreno c’era un supermercato. A quel prato si poteva accedere anche da una stradina che partiva da via Lorenteggio poche decine di metri prima di piazza Frattini. Un pomeriggio stavo giocando con il mio compagno di classe e sua sorella quando, da quella stradina, abbiamo visto arrivare mio padre che tornava dal lavoro. Io devo avere urlato “C’è papà”, o forse mia madre deve avere detto quella frase. Comunque la sorellina del mio compagno mi è messa anche lei a urlare, forse guardandomi e correndo con me nella direzione di mio padre, “C’è papà, c’è papà”, quasi che quello fosse il padre di tutti noi. Credo che quella bimba un po’ mi piacesse, perché, negli anni successivi, l’ho pensata come fosse stata quasi una prima fidanzata.

In quei mesi, i miei genitori avevano acquistato una nuova casa in un condominio in costruzione in fondo a via Ripamonti, nel quartiere Vigentino. Forse una volta siamo andati pure a vederla, perché mi ricordo la prima parte del percorso che abbiamo dovuto fare in autobus o sull’auto di qualcuno. Mi pare di ricordare che da via D’Alviano, passata piazza Frattini, prendemmo la strada che facevamo di solito a piedi per andare al santuario di Santa Rita alla Barona. E in effetti, anche oggi, quella sarebbe la strada più breve. 

Finito l’anno scolastico, io fui inviato in colonia a Cesenatico con il Comune di Milano. Ricordo mia madre che cuciva dei piccoli pezzi di stoffa con un numero di quattro cifre su tutti i pezzi di abbigliamento che mi dovevo portare al mare: mutandine, magliette, calzoncini, eccetera eccetera. Quel numero, che oggi ho scordato, mi rimase impresso per alcuni anni. 

Partimmo con un treno speciale dalla stazione di Porta Garibaldi. Non conoscevo nessuno degli altri bambini. Dopo un po’ di ore arrivammo alla stazione di Forlì, dove fummo caricati su dei pullman che ci portarono fino alla destinazione finale. La colonia era una bella costruzione che si affacciava sulla strada litoranea, attraversata la quale ci si trovava subito sulla spiaggia. L’edificio aveva un cortile davanti e un parco alberato dietro. La mia camerata si trovava in un’ala del piano terreno sulla destra ed era piena di lettini. La maestra, di nome Agnese, dormiva in un angolo della camerata protetto da alcune tende scorrevoli. In questo modo poteva avere la sua privacy, ma allo stesso tempo riusciva a sentirci. 

Al mare andavamo la mattina. Per attraversare la strada i nostri addetti, e forse anche qualche bambino a turno, insieme a loro, bloccavano il passaggio delle macchine da una parte e dall’altra, forse anche con delle palette. Quindi tutti i bambini attraversavano la strada. Giunti dall’altra parte potevamo entrare nell'acqua mare fino a un filo che delimitava una sorta di area quadrata. Ma si passava anche molto tempo a giocare sulla sabbia. 

Il nostro gruppo di maschietti con la maestra Agnese

Prima o al ritorno dal mare, sostavamo inquadrati nel cortile davanti all’ingresso, dove il direttore a volte ci sgridava e, mi sembra, facesse addirittura schioccare un frustino per aria per intimorirci. Credo nella verità di questo ricordo perché per anni mi ha fatto ridere il contrasto fra il nome della colonia, “Il sorriso dei bimbi”, e la severità del direttore.

Si pranzava e cenava in un refettorio. C’era un forte odore di cucina. A volte qualche bambino si alzava perché aveva il mal di pancia e rimetteva per terra. Subito gli inservienti arrivavamo con un secchio pieno di segatura, una scopa e pulivano. Dopo pranzo, dovevamo fare un sonnellino. Io e un altro bambino, che aveva il letto alla destra del mio, non avevamo mai sonno e quindi giocavamo sul pavimento. A volte si univano a noi altri due o tre bambini. Solo una o due volte la maestra Agnese venne a vedere che cosa stavamo combinando.

Una cosa che ricordo sempre con piacere era che, a un certo momento dopo il riposino, suonava la musica della canzone “Garibaldi fu ferito” a un altoparlante. Allora ci alzavano dai letti e correvamo fuori dalla porta. Mentre attraversavamo la porta, una persona dava a ognuno un frutto. Mi sembra che fossero solo o soprattutto pere. Quindi andavamo a giocare in giardino. Le femmine dovevano stare in un’altra ala della colonia, e quando uscivano il pomeriggio le mettevano a giocare in un altro punto lontano dal nostro. 

A volte, dopo il riposino e la merenda, invece di restare in colonia ci portavano in fila per due per le strade di quella parte di Cesenatico. Mentre camminavamo, tutti vestiti uguali e con il cappellino in testa, ci facevano cantare delle canzoni. Molte le ho imparate lì, come John Brown, che mi piaceva molto. 

Un altro rito era la doccia. Era una stanza con una passerella di legno a forma di ferro di cavallo, sopra la quale c’erano i soffioni dell’acqua fissati a dei tubi in una posizione fissa. Alcuni addetti della colonia si schieravano al lato della passerella, noi ci salivano nudi e percorrevamo la passerella in senso orario. Ogni addetto si occupava di una fase del nostro lavaggio: insaponamento, spugnatura, risciacquo, asciugatura e così via. 

Della colonia ho conservato solo un paio di ricordi spiacevoli, a parte le urlate del direttore. Una volta, durante una delle passeggiate, ho trovato per terra una banconota e se la sono presa gli addetti. Ma il peggiore è questo. Durante un pranzo, un bambino seduto non lontano da me ha buttato per terra dei pomodori. Un’inserviente se n'è accorta e ha chiamato una responsabile. Questa ha chiesto a noi chi fosse stato. Un altro bambino  non quello che aveva buttato per terra i pomodori - ha indicato me. Io non ho voluto dire chi era stato ma mi sono limitato a dire che non ero stato io, che a me i pomodori piacevano; ed era vero. La responsabile, allora, ha detto all’inserviente di non darmi il gelato che era previsto come dessert. E quella era l’unica volta che c’era il gelato nel menu. Credo che quell’esperienza abbia segnato in qualche modo la mia personalità negli anni successivi.

Fra i ricordi positivi, oltre quelli che ho già ricordato, vi sono le serate in cui, prima di andare a dormire, ci proiettavano dei film su uno schermo allestito nel parco. Credo che quelle siano state le prime volte in cui ho visto dei film. 

Anche il rientro a Milano avvenne nello stesso modo con cui eravamo partiti, ma prima con pullman fino a Forlì e poi in treno fino alla stazione di Porta Garibaldi. Appena sceso dal treno ho trovato la mia famiglia ad attendermi per portarmi a casa.

Un po' di giorni più tardi cominciammo a vivere nella nuova casa. Poi andammo a Legri a trascorrere il resto della vacanza insieme ai nonni.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

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