Autobiografia giovanile - Cap. 12 - Aspirante missionario

 Della religione cattolica, nello scorrere della mia terza infanzia, mi attiravano alcuni aspetti attinenti alla dimensione comunitaria, a quella solidaristica e a quella estetica. Nel primo periodo della mia vita nel quartiere Vigentino, come ho già scritto, apprezzavo la presenza di ragazzi più grandi, di giovani adulti e di sacerdoti che organizzavano attività sia di preghiera e di riflessione religiosa sia di tipo ricreativo per noi bambini, sempre all’interno della chiesa di Fatima: credo che in quei mesi l’oratorio della chiesa dell’Assunta, che non avevo ancora visto, fosse chiuso per restauri.

A volte, a causa del mio carattere un po’ esuberante, facevo arrabbiare qualche animatore della parrocchia. Un pomeriggio, durante una riunione per i chierichetti in una sala dietro l’altare della chiesa di Fatima, un responsabile si indispettì a tal punto, per un mio atteggiamento di disturbo, che picchiò il manico di un ombrello su un tavolino con un ripiano di vetro da causare delle crepe in quest’ultimo. Ma in genere mi comportavo in modo da farmi volere bene dai più grandi, dagli adulti e dai sacerdoti. Sempre in tema di rapporti bambini-adulti nel contesto religioso ero contento che nel paese toscano di Legri, dove trascorrevamo ancora le vacanze estive, venissero dal Pime (Pio istituto missioni estere) di Milano alcuni giovani seminaristi i quali passavano molto tempo con noi bambini - residenti e villeggianti - intrattenendoci con giochi vicino alla chiesa o nella pineta. E ancora a Legri, spesso, nel tardo pomeriggio, accompagnavo di spontanea volontà mia nonna Carla in chiesa a recitare il Rosario insieme ad altre donne del paese. Mi piaceva passare del tempo dentro la chiesa - una antica pieve - e sentire le voci accorata di queste donne che recitavano tante Ave Marie. Come ho già accennato, mia nonna amava molto la figura della Madonna e oggi so che ne parlava spesso anche ai bambini suoi alunni. Anch’io provavo un certo fascino per le immagini di Maria, soprattutto della natività. A quei tempi, poco fuori Legri, c’era una fontanella sopra alla quale c’era una nicchia con un quadretto di ceramica raffigurante il volto della Vergine Maria. Trent’anni dopo la mia ultima vacanza nel borgo vicino a Calenzano, sono tornato per poche decine di minuti durante una gita e ho rivisto questa immagine. In quel momento ho provato un tonfo nel cuore.

Una antica fontanella con una maiolica raffigurante la Madonna a Legri. Foto del 1990

Come dicevo, della religione cattolica apprezzavo anche i messaggi di amore e di solidarietà verso il prossimo. Allora, il tema della missioni era molto più sentito di oggi. Fuori dalle chiese si tenevano spesso mercatini per raccogliere fondi e beni da inviare ai missionari. In quelle occasioni io restavo affascinato dagli oggetti di artigianato africano in vendita e dalle foto dei villaggi in cui si trovavano le missioni. Mi piacevano in modo particolare quelle con i bambini. Decisi, per un breve periodo, che da grande mi sarebbe piaciuto fare il missionario in Uganda e ne parlai con una bambina del mio condominio, di due anni più piccola di me, che mi disse che sarebbe venuta volentieri con me come suora.

Infine, mi faceva molto piacere, la domenica, andare alla messa per i bambini che si teneva alle 9.30 nella chiesa di Fatima. Era anche un’altra bella occasione per rivedere i bambini del quartiere, fra i quali anche alcuni compagni di scuola. Mi piaceva molto cantare le canzoni religiose: questo aspetto fa parte dell’attrazione per alcuni aspetti estetici della vita cristiana. Spesso le messe per i bambini erano officiate dal parroco don Emilio Penatti, che mi aveva impartito la Prima Comunione ed emanava molta simpatia ed ironia.

Il parroco Don Luigi Penatti impartisce la Prima Comunione nel 1968. Io sono il secondo in filaa dietro il bambino con il vestito bianco.

Intanto nel condominio iniziavano a nascere amicizie fra le famiglie, in particolare fra quelle che avevano figli delle stesse fasce di età. E oltre l'amicizia, c'era spesso anche la solidarietà. Ad esempio, noi non avevamo l'auto e così, per fare cose che l'avrebbero richiesta, come una scampagnata, si prestava volentieri qualche altra famiglia a ospitarci a bordo della loro. E' in questo modo che siamo andati la prima volta in montagna una giornata d'inverno con una famiglia che aveva due figli maschi dell'età mia e di mio fratello. Un'altra gita che ho sempre ricordato spesso è stata quella al Po fatta con un'altra famiglia, con tre figlie femmine e che aveva un'auto familiare con tre file di sedili. Ricordo che al fiume noi bambini ci divertivamo a scivolare giù da un argine in cemento, che ho mangiato per la prima volta le alborelle fritte da un cartoccio a cono di carta oleata, e che ho visto sfrecciare qualche motoscafo.

(puntata aggiornata il 02/05/2022)

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 11 - Sacramenti

 Il primo anno interamente vissuto nel nuovo quartiere Vigentino, nell’estrema periferia sud di Milano, è il 1968. Anno simbolico di inizio di un vasto e internazionale movimento di  contestazione giovanile che porterà a profondi cambiamenti nella cultura, nel costume e nella politica nei decenni successivi. 

Quando scoppia il ‘68 io ho otto anni e frequento, con le vicissitudini che ho già avuto modo di raccontare nel capitolo precedente, la seconda classe alla scuola elementare Luigi Dottesio di via Noto. Non è ancora passato un anno dal trasloco. Mese dopo mese la mia cerchia di amicizie si allarga. Nel condominio ci sono molte famiglie giovani che sono venute ad abitare negli appartamenti nuovi di zecca con bambini e ragazzi. Sulle vetrate dei portoni delle varie scale appaiono in continuazione fiocchi azzurri o rosa ad indicare che il tasso di natalità è elevato. 

Non appena arriva la bella stagione i bambini iniziano a scendere a giocare in cortile divisi per gruppi di età vicine. Io e mio fratello tendiamo a socializzare con tutti i bambini che hanno dai sei (nati nel 1962) ai dieci o undici anni (nati nel 1957). Sia che ci ritroviamo nei cortili dei tre diversi caseggiati, sia che giochiamo nella strada privata (dove passano poche macchine, e comunque quasi sempre a passo d’uomo), sia che ci spingiamo fino a un campetto triangolare assai incolto che si trova adiacente al lato nord del condominio, non corriamo molti pericoli anche se veniamo lasciati da soli, tutt’al più vigilati dai balconi dalle madri.

Nel giro di pochi mesi si forma un’allegra brigata di bambini e bambine che giocano insieme e che, in molti casi, frequentano anche le stesse classi a scuola. Della mia classe seconda A siamo in tre. Ma anche mio fratello ha altri due compagni di classe che ritrova il pomeriggio anche in cortile. Si forma una “banda” di condominio che, a seconda dei mesi, è nota nel resto della zona con il mio cognome o con quello di un altro bambino con cui sono molto amico e che è anche lui della mia classe. Le altre bande sono formate da bambini che sono nati nel quartiere o si sono trasferiti in questo prima di noi. In generale, questi bambini appartengono a un ceto sociale un po’ più basso di quello che è venuto ad abitare nei nuovi condomini. 

Foto scattata all'interno di un nuovo condominio. Quello in cui abitavo il è quello in fondo a destra

Sono bambini in prevalenza figli di immigrati dal Sud Italia o figli di residenti nelle cascine presenti sia all’interno della zona Vigentino sia nelle campagne circostanti. Se anche noi “della via Pick Mangiagalli” (pian piano le vie intorno alla chiesa di Fatima iniziano ad essere intitolate e non più propaggini della via Ripamonti), godiamo di una certa libertà di giocare da soli per ore e ore in cortile, nella strada privata o nel campetto, questi bambini “autoctoni” sono ancora più liberi, perché magari figli di famiglie numerose in cui i genitori lavorano entrambi, o perché abituati fin da piccoli a muoversi nel quartiere per commissioni. Ogni tanti fra queste bande e la nostra scoppiano nelle piccole battaglie a colpi di sassi o brevi corpo a corpo. Per i primi tempi è la nostra a subire le incursioni e non il contrario.

Intanto le mie amicizie si ampliano anche nel contesto scolastico. Io ho una certa propensione a conoscere e stringere legami con bambini anche al di fuori del condominio, una tendenza che continuerà anche negli anni dell’adolescenza, quando tenderò per lunghi periodi a frequentare compagnie che vivono in altri quartieri di Milano. E così, fintanto che non sono io a potermi muovere molto fuori dalla mia via, ricevo a volte visite di compagni di scuola che vengono a giocare con me nel campetto incolto fino a che non diventa buio. Le mie frequentazioni fuori condominio o quartiere sono assolutamente interclassiste: da allora non ho mai avuto problemi ad avere contemporaneamente, oltre ad amici del mio stesso livello sociale, anche anche agli antipodi. Ho accumulato molte belle esperienze sia frequentando bambini di famiglie povere che altri di famiglie molto benestanti. 

Alla fine, i bambini sono sempre bambini, con ventagli di interessi, passioni, capacità o difficoltà molto simili al di là delle condizioni sociali, delle provenienze geografiche e delle generazioni. A noi bambini degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta sono sicuramente mancati i videogiochi, i telefonini e i computer, ed avevamo un numero di canali televisivi molto limitato; per questo motivo leggevano più fumetti, passavamo molto tempo in presenza fisica fra di noi, e tendevamo a costruire da noi i giochi o a modificare quelli esistenti. Ma, riflettendo oggi su come vedo trascorrere il tempo ai bambini di oggi - sia a scuola sia al di fuori - ritrovo tanti passatempi analoghi ai nostri. Come noi con le figurine di calcio Panini, i bambini delle elementari di oggi collezionano le figurine di Pokemon e se le scambiano fra loro non appena riescono, anche fra un’ora di lezione e l’altra. E come noi leggevamo i fumetti (nel mio caso soprattutto Il Giornalino e il Corriere dei Piccoli) ora leggono i manga. Se c’è un gioco che non vedo più oggi è quello della pistola da cowboy con le “bombette”, sostituita magari da altri tipi di armi giocattolo più tecnologiche. Le bambole ci sono sempre e così le barzellette con Pierino.

Io il giorno della mia Prima Comunione

Per tornare a me e ai miei tempi di bambino di otto anni, un elemento molto presente, oltre ai giochi con altri bambini a scuola o in cortile, è stata la Chiesa. Dopo la costruzione e il popolamento il quartiere intorno alla chiesa di Fatima, questa è diventata il principale polo della parrocchia del Vigentino, anche per i bambini. L’antica chiesa dell’Assunta, nell’omonima piazza, è diventata un luogo meno frequentato, con poche messe. Credo che nel primo paio d’anni dal nostro trasferimento a Vigentino, anche le attività rivolte ai bambini e ai giovani fossero state momentaneamente spostate nella chiesa di Fatima. Infatti, ricordo che qui, fra il 1967 e 1968, si proiettavano dei film destinati ai bambini in un salone sotterraneo. A fianco della chiesa sorgeva ancora una grossa baracca di legno, probabilmente rimasta dalla fine del cantiere di costruzione, e nella quale ho frequentato le prime riunioni per i chierichetti e da dove - con alcuni animatori adulti - partivamo per compiere delle brevi camminate nei campi.

Nella primavera 1968 ricevetti i sacramenti della Cresima, della Confessione e della Prima Comunione. Da parte soprattutto di mia madre, la vita religiosa era considerata molto seriamente. In casa non si dicevano parolacce, non si parlava di sesso e, almeno un paio di volte, in cui mi era venuto da scherzare sul diavolo, mia mamma mi disse che c’era il rischio che mi apparisse davanti. Una volta che commissi un presunto peccato con uno degli amici della scuola che venivano a trovarmi al campetto, mia madre mi chiese di andarmi a confessare. Mi recai in chiesa ma non raccontai nulla al prete, un po’ per vergogna e un po’ perché non ritenevo di doverlo fare. Essendo passate poche settimane dalla Prima Comunione, mi ritrovai però ragionare, pur con le capacità di un bambino, sul fatto di dover obbedire a determinate regole della mia religione, anche se non mi veniva naturale farlo. Con questo non voglio dire che mia madre fosse bigotta e conservatrice. Negli anni successivi l’ho vista accettare molte mie scelte controcorrente - rispetto a come mi aspettavo che le lei e la mia famiglia avrebbero preferito - non con rassegnazione ma anche offrendosi di sostenermi. Però, se devo fare un paragone fra la religiosità di mia nonna materna ex maestra elementare e d’asilo, e quella di mia madre, trovo che quella della nonna fosse più basata su una devozione alimentata da esempi di vita amorevole (la Madonna, il Bambin Gesù, gli angeli, i bambini) e quella di mia madre più su un approccio teologico. 

Mio padre era impegnato nella parrocchia come membro del Comitato Opere Parrocchiali. Ma con lui non parlavo mai (o quasi mai) di argomenti legati alla religione.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 10 - Nuove casa e scuola

 Nell’estate 1967 la nostra famiglia traslocò dalla casa di via D’Alviano, in zona Lorenteggio, in quella in zona Vigentino, in fondo a via Ripamonti, dove allora c'era il capolinea del tram 24 (via Noto).

Durante un sopralluogo compiuto nei mesi precedenti il trasferimento, mi era rimasta impressa la grande chiesa dedicata alla Madonna di Fatima, che era stata costruita qualche anno prima in attesa che nel quartiere sorgessero nuovi condomini e crescesse la popolazione. Secondo una bellissima ricerca storica effettuata qualche anno fa dalla Parrocchia di Fatima (che utilizzerò anche per qualche altra informazione in seguito) la posa della prima pietra della chiesa avvenne il 9 aprile 1961. Il 7 ottobre 1962 si verificò l'intitolazione. Durante il citato giro con la famiglia nel quartiere ancora in costrizione, la chiesa mi era sembrata qualcosa di sproporzionato nel sorgere in mezzo al nulla. Inoltre, in quel momento il luogo ero chiuso e potemmp dare un’occhiata all’interno solo attraverso da una piccola finestrella di vetro incastonata in una porta laterale.

Leggo, sempre dalla ricerca effettuata dalla Parrocchia di Fatima, che il Vigentino era un comune che è stato annesso a Milano nel 1923, insieme a molti altri comuni alla periferia della metropoli.

Nei primi mesi di vita, il nostro condominio - posto proprio dietro la chiesa e fra i primi a sorgere nel quartiere - era numero civico di via Ripamonti, sebbene distasse da essa due o trecento metri circa. Per l’esattezza costituiva il 223 e la nostra scala era la g. Il condominio era composto da tra corpi di fabbrica: due abbastanza lunghi e all'incirca paralleli e uno più corto laterale. La mia famiglia aveva acquistato un appartamento di quattro locali con cucina abitabile e due bagni al quindi piano di una scala centrale del corpo di fabbrica lungo e posteriore. Quello davanti e proprio dietro la chiesa di Fatima. Il nostro, invece, aveva i portoni che davano sulla strada privata interna. Tutti gli appartementi del condominio avevano (e hanno ovviamente ancora) balconi e finestre su lati opposti. Una caratteristica che ho sempre apprezzato della nostra abitazione è che dal balcone principale potevamo vedere in basso la strada privata, davanti la parte posteriore della prima fila di case e, sulla destra, un bello scorcio di Milano e, nelle belle giornate, del Monte Rosa. Dal balcone dietro, invece, si vedevano campi coltivati e pioppeti, e, in lontananza, le case della zona Corvetto. Girando lo sguardo verso sud, si vedevano le cascine di Vaiano Valle abbastanza vicine. Più in lontananza si vedevano l'abbazia di Chiaravalle sulla destra e, un po' più verso Milano, palazzi dell'Eni di Metanopoli (San Donotato Milanese). Guardando sopra San Donato, si vedevano atterrare gli aerei sulla pista dell'aeroporto di Linate. Quando calava il sole, era divertente vedere le luci degli aerei in avvicinamento e in atterraggio. Si sentivano anche i fischi dei treni che arrivavano alla stazione di Milano Rogoredo dalla direzione di Bologna o di Pavia oppure andavano verso quelle città. E se il vento tirava da Est verso Ovest si sentiva  in sottofondo lo sferragliare delle ruote sulle rotaie.

Ricordo che in attesa che la ditta di traslochi Grillo ci recapitasse i mobili dal nostro precedente appartamento, dormimmo in quello nuovo su dei materassini gonfiabili. La prima notte, a un certo punto sentii il ronzio di numerose zanzare. Accesi una torcia a pile e scoprii che sulle pareti era pieno di zanzare ferme. Del resto, i campi tra il nostro condominio e Chiaravalle, molti secoli fa erano pieni di paludi. Furono poi i monaci cirstercensi dell'abbazia di Chiaravanne a bonificarli, costruire piccoli canali e a rendere i campi coltivabili. Dove però ci sono molti corsi d'acqua e chiuse si annidano le zanzare. Un fatto che mi restò molto impresso nei primi giorni di abitazione nel nuovo quartiere fu l'arrivo di furgoncini del Comune di Milano che disinfestavano i cespugli e il verde vicino a casa nostra per uccidere le zanzare. Utilizzavano dei cannoni che emettevano il liquido insetticita nebulizzata. Nostra madre, in quei momenti, ci gridava di chiudere tutte le finestre, perché la sostanza saliva addirittura fino al nostro piano e non faceva certo bene alla salute.


Io nel periodo della seconda elementare nel nuovo quartiere

Ai primi di ottobre, come usava in quegli anni, iniziò per me la seconda elementare e per mio fratello la prima. La scuola si trovava in via Noto, all'angolo con la via Ripamonti e di fronte al capolinea del tram 24. Il percorso a piedi avrebbe richiesto almeno un quarto d'ora buono. E per evitare ai bambini del nostro condominio e degli altri vicini di dover fare quella strada da soli, il comune di Milano predispose un servizio di scuolabus. Mi ricordo ancora il rumore fortissimo che faceva un vecchio autobus il quale entrava da uno degli ingressi della via privata a caricarci. Non ricordo per quanto tempo durò quel servizio o se i miei genitori decisero di utilizzarlo sempre. So che a un certo punto, ad accompagnarci la mattina a scuola era solitamente il padre di un bambino che abitava nella nostra scala e che aveva un Maggiolone verde. Ricordo con simpatia che ci stipavamo, con altri bambini, sui sedili di questa macchina. Se non sbaglio, almeno uno o due anni (per me la seconda e la terza), nostra madre ci iscrisse alla refezione e al doposcuola. Prima che iniziasse la refezione, ricordo ancora che i locali della scuola si riempivano di un odore di pasta asciutta al ragu e altri cibi caldi. Alla refezione, conobbi qualche bambino delle ultime classe (quarta e quinta) che molti anni più tardi divennero miei amici e che, con alcuni, siamo ancora in contatto. 

La nostra classe, invece, era tutta maschile. Eravamo fra i 37 e i 40 in genere, perché la scuola non era grandissima (era stata costruita nel 1923, stesso anno dell'annessione di Vigentino a Milano) ed era l'unica in una zona in cui c'era stata una forte immigrazione dal Meridione. La maestra di cognome faceva Gidino ed era fra le insegnanti più avanti con l'età. Purtroppo per lei era un po' claudicante. Per questo motivo non uscivamo mai in cortile o andavamo nelle piccola palestra. Era molto materna e religiosa. All'inizio delle lezioni ci faceva recitare alcune preghiere. I banchi avevano il buco per il calamaio. E noi lo utilizzavamo. Ci portavamo da casa l'inchiostro, le penne con il pennino e la carta assorbente. un volta mi capitò che un compagno un po' indisciplinato attaccò un pennino, intinto nell'inchiesto, a un filo, e lo fece penzolare sul quaderno che stavo utilizzando in quel momento minacciandomi di sporcare il foglio se, in giorno dopo, non gli avessi portato una calamita. In quel periodo le calamite andavano di moda fra noi bambini.

Quel fatto, che peraltro non mi traumatizzò assolitamente, era potuto avvenire anche perché, essendo la classe molto grande e i bambini tantissimi, la maestra non vedeva bene (o non voleva) quello che avveniva agli ultimi banchi. Ed io, almeno in seconda, ero nei banchi più in fondo. Quell'anno, inoltre, non andavo neanche molto bene. Un motivo, forse, è legato al fatto che non avevo frequentato la prima insieme alla maggior parte degli altri bambini. Il secondo forse alla mia tendenza a distrarmi e fare quello che volevo con chi volevo. Il terzo, forse, è che in prima avevo seguito un programma e un metodo di studio diverso. Fatto sta che un giorno fui chiamato alla cattedra dalla maestra, la quale mi chiese di indicare, su una mappa geografica dell'Italia, quale fosse la regione Lombardia. Se c'era da studiare le regioni italiane o la Lombardia io di certo non lo avevo fatto, perché magari non lo avevo scritto sul diario. Fatto sta che mi trovai spiazzato, ma mi ricordavo vagamente che era nel nord dell'Italia e quindi, invece di non rispondere, cerchiai con la mano tutto il settentrione. La maestra si arrabbiò molto. Evidentemente dovevo avere difficoltà anche in altre materie - ritengo sempre perché avevo seguito una programmazione diversa in prima elementare ed ero distratto dai nuovi compagni che iniziavo a conoscere la prima volta. Fatto sta che, in quell'epoca, c'era ancora l'esame di stato di seconda elementare e che - secondo quanto dissero a mia madre - rischiai la bocciatura. Se non mi bocciarono fu grazie alla maestra di mio fratello, che faceva parte della commissione d'esame e che, forse, riconobbe la causa dei miei problemi (conoscendo anche mio fratello e la mia famiglia) e convinse gli altri maestri che li avrei superati l'anno successivo.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)


Autobiografia giovanile - Cap. 9 - Scuola e colonia

 La prima elementare, nell’anno scolastico 1966-1967, ho avuto la fortuna di frequentarla nel mio primo quartiere. La scuola si trovava in via Scrosati, una traversa di via D’Alviano, a Milano, e si poteva vedere dalla finestra della camera da letto mia e di mio fratello Cristiano (abitavamo al settimo piano di via D’Alviano 17).

In prima elementare sono arrivato senza essere prima andato alla scuola materna (oggi scuola dell’infanzia). Quindi, se si eccettuano i pochi giorni in cui nel 1965 io e mio fratello avevamo frequentato un centro estivo vicino alla casa dei nonni materna (situata in via Venini), non ero abituato a un contesto scolastico. Negli anni precedenti, come ho già avuto occasione di scrivere, non avevo avuto modo di trascorrere molto tempo con bambine. Forse per questo motivo mi è rimasto impresso il fatto che la classe fosse mista.

Alcuni ricordi di quell’anno li ho, anche se ero ancora molto piccolo. Innanzitutto la mia classe (che se se non sbaglio era la prima F) faceva lezioni il pomeriggio, perché al mattino l’aula era utilizzata da un’altra classe. Erano ancora gli anni del baby boom (iniziati all'epoca del “miracolo economico”) e, inoltre, Milano era ancora meta di una forte migrazione dal Meridione. Le scuole che c’erano già non bastavano. Per questo motivo, si ricorreva ai doppi turni, alla costruzione di aule prefabbricate o allo spostamento di bambini in scuole fuori bacino d’utenza che avevano qualche classe non al limite di capienza.

Dovevo essere un bambino non facile da gestire, non so se più a causa del mio carattere all’epoca estroverso o per il fatto che non ero andato alla scuola materna. Un giorno la maestra mi disse che mi metteva una nota, ed io mi ricordo benissimo che iniziai a piangere e a dire che, se me la scriveva, i miei genitori non mi avrebbero più mandato a scuola. La maestra non si scompose e, allora, andai vicino a una finestra, presi le corde di una veneziana e me le misi intorno alla gola minacciando di suicidarmi. Risultato: non solo ricevetti la nota ma furono pure chiamati i miei genitori.

Un altro ricordo della scuola ha a che fare con un tema che poi è sempre stato la mia passione: la musica. Ricordo che fummo portati in un’aula grande, forse di forma triangolare, dove c’era un pianoforte, e che lì ci fecero cantare.

Un altro ricordo della mia classe è quello di un bambino che di cognome faceva Fantini. Aveva una sorellina di, credo, un anno più piccola. Alcuni pomeriggio mia madre e la loro ci portavano in un prato che si trovava all’inizio di via D’Alviano, entrandoci da piazza Frattini, sulla destra. L’area si trovava dietro un palazzo della piazza dove, credo, al piano terreno c’era un supermercato. A quel prato si poteva accedere anche da una stradina che partiva da via Lorenteggio poche decine di metri prima di piazza Frattini. Un pomeriggio stavo giocando con il mio compagno di classe e sua sorella quando, da quella stradina, abbiamo visto arrivare mio padre che tornava dal lavoro. Io devo avere urlato “C’è papà”, o forse mia madre deve avere detto quella frase. Comunque la sorellina del mio compagno mi è messa anche lei a urlare, forse guardandomi e correndo con me nella direzione di mio padre, “C’è papà, c’è papà”, quasi che quello fosse il padre di tutti noi. Credo che quella bimba un po’ mi piacesse, perché, negli anni successivi, l’ho pensata come fosse stata quasi una prima fidanzata.

In quei mesi, i miei genitori avevano acquistato una nuova casa in un condominio in costruzione in fondo a via Ripamonti, nel quartiere Vigentino. Forse una volta siamo andati pure a vederla, perché mi ricordo la prima parte del percorso che abbiamo dovuto fare in autobus o sull’auto di qualcuno. Mi pare di ricordare che da via D’Alviano, passata piazza Frattini, prendemmo la strada che facevamo di solito a piedi per andare al santuario di Santa Rita alla Barona. E in effetti, anche oggi, quella sarebbe la strada più breve. 

Finito l’anno scolastico, io fui inviato in colonia a Cesenatico con il Comune di Milano. Ricordo mia madre che cuciva dei piccoli pezzi di stoffa con un numero di quattro cifre su tutti i pezzi di abbigliamento che mi dovevo portare al mare: mutandine, magliette, calzoncini, eccetera eccetera. Quel numero, che oggi ho scordato, mi rimase impresso per alcuni anni. 

Partimmo con un treno speciale dalla stazione di Porta Garibaldi. Non conoscevo nessuno degli altri bambini. Dopo un po’ di ore arrivammo alla stazione di Forlì, dove fummo caricati su dei pullman che ci portarono fino alla destinazione finale. La colonia era una bella costruzione che si affacciava sulla strada litoranea, attraversata la quale ci si trovava subito sulla spiaggia. L’edificio aveva un cortile davanti e un parco alberato dietro. La mia camerata si trovava in un’ala del piano terreno sulla destra ed era piena di lettini. La maestra, di nome Agnese, dormiva in un angolo della camerata protetto da alcune tende scorrevoli. In questo modo poteva avere la sua privacy, ma allo stesso tempo riusciva a sentirci. 

Al mare andavamo la mattina. Per attraversare la strada i nostri addetti, e forse anche qualche bambino a turno, insieme a loro, bloccavano il passaggio delle macchine da una parte e dall’altra, forse anche con delle palette. Quindi tutti i bambini attraversavano la strada. Giunti dall’altra parte potevamo entrare nell'acqua mare fino a un filo che delimitava una sorta di area quadrata. Ma si passava anche molto tempo a giocare sulla sabbia. 

Il nostro gruppo di maschietti con la maestra Agnese

Prima o al ritorno dal mare, sostavamo inquadrati nel cortile davanti all’ingresso, dove il direttore a volte ci sgridava e, mi sembra, facesse addirittura schioccare un frustino per aria per intimorirci. Credo nella verità di questo ricordo perché per anni mi ha fatto ridere il contrasto fra il nome della colonia, “Il sorriso dei bimbi”, e la severità del direttore.

Si pranzava e cenava in un refettorio. C’era un forte odore di cucina. A volte qualche bambino si alzava perché aveva il mal di pancia e rimetteva per terra. Subito gli inservienti arrivavamo con un secchio pieno di segatura, una scopa e pulivano. Dopo pranzo, dovevamo fare un sonnellino. Io e un altro bambino, che aveva il letto alla destra del mio, non avevamo mai sonno e quindi giocavamo sul pavimento. A volte si univano a noi altri due o tre bambini. Solo una o due volte la maestra Agnese venne a vedere che cosa stavamo combinando.

Una cosa che ricordo sempre con piacere era che, a un certo momento dopo il riposino, suonava la musica della canzone “Garibaldi fu ferito” a un altoparlante. Allora ci alzavano dai letti e correvamo fuori dalla porta. Mentre attraversavamo la porta, una persona dava a ognuno un frutto. Mi sembra che fossero solo o soprattutto pere. Quindi andavamo a giocare in giardino. Le femmine dovevano stare in un’altra ala della colonia, e quando uscivano il pomeriggio le mettevano a giocare in un altro punto lontano dal nostro. 

A volte, dopo il riposino e la merenda, invece di restare in colonia ci portavano in fila per due per le strade di quella parte di Cesenatico. Mentre camminavamo, tutti vestiti uguali e con il cappellino in testa, ci facevano cantare delle canzoni. Molte le ho imparate lì, come John Brown, che mi piaceva molto. 

Un altro rito era la doccia. Era una stanza con una passerella di legno a forma di ferro di cavallo, sopra la quale c’erano i soffioni dell’acqua fissati a dei tubi in una posizione fissa. Alcuni addetti della colonia si schieravano al lato della passerella, noi ci salivano nudi e percorrevamo la passerella in senso orario. Ogni addetto si occupava di una fase del nostro lavaggio: insaponamento, spugnatura, risciacquo, asciugatura e così via. 

Della colonia ho conservato solo un paio di ricordi spiacevoli, a parte le urlate del direttore. Una volta, durante una delle passeggiate, ho trovato per terra una banconota e se la sono presa gli addetti. Ma il peggiore è questo. Durante un pranzo, un bambino seduto non lontano da me ha buttato per terra dei pomodori. Un’inserviente se n'è accorta e ha chiamato una responsabile. Questa ha chiesto a noi chi fosse stato. Un altro bambino  non quello che aveva buttato per terra i pomodori - ha indicato me. Io non ho voluto dire chi era stato ma mi sono limitato a dire che non ero stato io, che a me i pomodori piacevano; ed era vero. La responsabile, allora, ha detto all’inserviente di non darmi il gelato che era previsto come dessert. E quella era l’unica volta che c’era il gelato nel menu. Credo che quell’esperienza abbia segnato in qualche modo la mia personalità negli anni successivi.

Fra i ricordi positivi, oltre quelli che ho già ricordato, vi sono le serate in cui, prima di andare a dormire, ci proiettavano dei film su uno schermo allestito nel parco. Credo che quelle siano state le prime volte in cui ho visto dei film. 

Anche il rientro a Milano avvenne nello stesso modo con cui eravamo partiti, ma prima con pullman fino a Forlì e poi in treno fino alla stazione di Porta Garibaldi. Appena sceso dal treno ho trovato la mia famiglia ad attendermi per portarmi a casa.

Un po' di giorni più tardi cominciammo a vivere nella nuova casa. Poi andammo a Legri a trascorrere il resto della vacanza insieme ai nonni.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

Autobiografia giovanile - Cap. 8 - Terza infanzia - Legri II parte

 Nel 1966 Legri è un piccolo borgo di collina molto tranquillo. Nel centro del paese ci sono un’antica chiesa (la pieve di San Severo), pochi negozi, un ristorante e diverse case vecchie. Il borgo è attraversato dal torrente Marinella. Alla fine dello spiazzo antistante un paio di negozi, il ristorante, sulla destra c’è un ponticello malandato che scavalca la Marinella e permette di arrivare a due strade sterrate, sulle quali si affacciano altre case. La prima a destra, che si affaccia con un pergolato e un pezzo di giardino sul torrente, è quella che hanno acquistato nonno Matteo e nonna Carla (abbreviativo di Carlotta, il vero nome). La nostra parte ha l’ingresso proprio sul lato dove passa sotto la Marinella. Nella parte posteriore della costruzione c’è l’ingresso di un’altra abitazione. Sul lato opposto a quello dove passa la strada, c’è un’altra porzione del nostro giardino, che si affaccia su un piccolo affluente della Marinella, e un lavatoio. La stradina su cui si sbocca dal ponte ha, sulla destra un altro caseggiato basso dove vivono altre famiglie, fra le quali quella di una bambina più grande di me. Dopo una ventina di metri, superate la nostra e queste case, la strada si biforca. A destra inizia a scendere e, dopo qualche metro, si divide ancora in due. A sinistra, invece, inizia la salita verso il Castello di Legri.

Se torniamo allo spiazzo antistante la Marinella, sulla destra (con la nostra casa bene in vista) e il ristorante sulla sinistra, vediamo che c’è un’altra strada sterrata che inizia a seguire sulla sinistra il torrente. Prima di uscire dal borgo, subito dopo il ristorante, c’è una falegnameria. Poi la strada di terra battuta, con molti sassi bianchi, sale dolcemente per un centinaio di metri con una lunga curva verso sinistra. Alla fine della curva si giunge a un bivio. Questo punto viene chiamato Buonlogo. A sinistra inizia una strada piccola che porta a una località che si chiama Collina (alla quale si può salire anche a piedi dal paese, con un sentiero che parte dalla piazza della chiesa e passa dietro il ristorante), mentre la strada principale, in realtà poco più di una mulattiera, prosegue per qualche chilometro in direzione della località di Fisciano. 

Altri punti interessanti di Legri, in realtà, ci sono anche all’inizio, a qualche centinaio di metri prima di arrivare al centro del paese. Prima, sulla destra, si diparte una strada perpendicolare su cui, sulla sinistra è stato costruito un laghetto per la pesca sportiva. Poco più avanti, sulla destra, c’è una costruzione che ospita la scuola. Dalla parte opposta della strada principale (che, va detto, è una provinciale, la SP107), c’è un bosco, all’interno del quale c’è una piccola sorgente. Poi, proseguendo verso l’ingresso del centro di Legri, sulla sinistra c’è un cimitero, poi una costruzione con una cooperativa e una panetteria, quindi la casa del “pievano” (parroco). Sulla destra, invece, c’è un ponticello che passa sopra la Marinella e conduce in una bella pineta (oggi è diventato un parco pubblico).

Durante la prima estate a Legri, io e mio fratello iniziamo a fare conoscenza con qualche altro bambino. Ci sono una paio di bambine più grandi di noi, fra le quali quella che ho già citato, che in qualche modo fanno da animatrici o da baby sitter. Nostro padre è a Milano al lavoro, a curarci ci pensano la mamma e i nonni. In particolare, io ricordo di fare molte cose con la nonna, che fino al 1958 era stata maestra, ama i bambini ed è molto brava con loro. In quel periodo, io ho una bambolina che raffigura un ragazzo (tipo il Big Jim della Mattel, che uscirà qualche anno dopo). La nonna mi insegna a tagliare delle stoffe e a cucire: così riesco a fare qualche vestito per la bambolina. La nonna, inoltre, mi insegna a scrivere le lettere maiuscole a qualche parola.

Nonna Carla e Annarita

Visto che il paese era tranquillo, le macchine che passavano erano poche, noi bambini potevamo giocare anche nello spiazzo centrale e davanti alla falegnameria. Un giorno, davanti a questa trovo una grossa scatola di cartone. Decido di fare uno scherzo ai nonni e me la metto sulla testa. Mi dirigo verso la casa salendo sul ponticello. Non mi ricordavo che le sponde erano rotte in più punti e così cado in verticale nel torrente. Ricordo ancora benissimo una delle figlie del falegname che si lancia giù per un argine del torrente, entra nell’acqua e mi tira fuori. Per fortuna non è successe niente di grave, perché il ponticello era alto al massimo un paio di metri o poco più, l’acqua era calma e profonda pochi centimetri.

Quando, nel week end veniva a trovarci il papà, e per tutto il periodo in cui lui è stato in ferie, uscivamo a fare delle passeggiate anche alla sera. Salivamo per la stradina verso Buonlogo e nel buio si vedevano centinaia di lucciole. Io e mio fratello ne catturavamo una a testa, le portavamo a casa e le mettevamo sotto due bicchieri di vetro. Alla mattina le lucciole erano sparite e al loro posto c’erano due monete. Sotto i bicchieri mettevamo anche i dentini che ci cadevano. Mi sembra che ci dicevano che di notte venivano a prenderseli dei topolini, che lasciavano anche loro delle monete.

Anche il nonno era sicuramente bravo e paziente con noi bambini, ma qualche volta l’ho visto essere più severo della nonna. 

Poi è arrivata la fine della vacanza. Il giorno che dovevamo partire, la bambina che abitava di fronte alla nostra casa era molto triste. Io ho chiesto a mia mamma perché non fosse venuta a salutarci e lei mi ha spiegato che non riusciva a guardarci andare via.

Uno o due giorni dopo il rientro a Milano, io ho iniziato a sentire nostalgia della nonna. Ho iniziato a dire che volevo tornare da lei a Legri. Mio padre mi ha sollevato, mi ha appoggiato in piedi sul tavolo e mi ha detto che non dovevo essere triste, che dovevo essere contento perché tra pochi giorni avrei iniziato ad andare a scuola.

(riproduzione riservata - Riccardo Cervelli 2022)

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