Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una collina sopra il paese. Nell’ultimo tratto non c’era più la strada asfaltata e, mentre percorrevamo le ultime decine di metri sulla parte sterrata, un sasso ruppe il circuito dell’olio della mia auto. Quando ripartimmo, sentimmo un rumore di ferraglia provenire dal motore e vedemmo uscire del fumo dal cofano della macchina. In pratica, non essendo più rimasto abbastanza olio nel motore, quest’ultimo si grippò. Il giorno dopo mi recai presso un'officina e, con un meccanico, andammo a recuperare l’auto per farla riparare. Siccome però il danno era grave, io e i miei amici dovemmo rassegnarci a rientrare da Vieste con i mezzi pubblici.

Non ricordo se partimmo tutti lo stesso giorno. Io, infatti, nei giorni successivi avrei dovuto recarmi a Trevi, in provincia di Perugia, per partecipare a un corso estivo della Soka Gakkai italiana. Quasi tutti i membri iscritti al corso, compresi quelli di Milano, avevano raggiunto l’hotel che ospitava l’evento con vari pullman. Io, invece, vi arrivai dopo un lungo viaggio, prima con un autobus che attraversò tutto il Gargano, e poi in treno. Giunto a destinazione, venni rimproverato da un'amica e responsabile, perché, decidendo di rimanere fino all’ultimo momento in vacanza, non avevo partecipato agli ultimi giorni di preparazione prima del corso a Milano. Questa mia scelta, inoltre, non aveva certo giovato a cambiare in positivo il karma negativo che si era concretizzato con il guasto alla macchina. Inoltre, sentii una certa fatica a entrare nello spirito giusto del corso e, durante, questo, riflettei per l’ennesima volta su certi miei comportamenti non proprio saggi che si trascinavano ancora dalla seconda metà del decennio precedente. 

Rientrato a Milano, questa volta in pullman con gli altri membri dell’organizzazione buddista, determinai di nuovo di cambiare certe mie tendenze e dedicarmi all’attività buddista ancora più serio di quanto già non lo facessi, sempre come responsabile di un settore che comunque cresceva continuamente, con quattro gruppi ai quattro punti cardinali di Milano più uno a Trento. Verso la fine di settembre tornai a Vieste in treno per ritirare l’auto riparata. Mi accompagnò mio padre. Credo che quello fu l’unico viaggio lungo che feci da solo insieme a mio padre. Dall’autostrada, guidando piano (essendo stati rialesati i cilindri, in pratica era come se l’auto fosse di nuovo in rodaggio), mi colpii molto vedere le spiagge del mare adriatico senza più ombrelloni e turisti. Il tutto dava una sensazione di tristezza e di conclusione di qualcosa che sarebbe ricominciato un anno dopo.

Per quanto riguarda il servizio militare ancora da assolvere, alla fine di luglio erano terminati i 180 giorni per i quali, in gennaio (a seguito di accertamenti sanitari da me richiesti al Distretto Militare di di Milano), ero stato giudicato “T.N.I.” (temporaneamente non idoneo).  Alla nuova visita presso l’Ospedale Militare di Milano (chiamato anche Ospedale Militare di Baggio, dal nome della zona in cui ancora si trova) venni giudicato “idoneo”. Dall’inizio delle vacanze estive, quindi, inizia a sentire che ogni mese era buono per ricevere la cartolina di “chiamata alle armi”. Non è un’espressione eccessiva, in quanto è proprio quella riportata sul fascicolo matricolare. 

In quel periodo, erano già molti i miei amici - compresi molti membri della Soka Gakkai con cui facevo attività quotidianamente e anche mio fratello - che erano già stati alla “naja” e che mi raccontavano episodi e considerazioni su questo periodo. Uno, in particolare, che era anche il mio vice come responsabile di settore, mi aveva detto una frase che mi era rimasta impressa: “Quello del militare è l’anno che passa più velocemente”. Un’opinione che contrastava con la vulgata che i giorni della naja non passano mai. Questa frase mi mise senz’altro in una disposizione più positiva rispetto a quello che mi aspettava e che, comunque, sinceramente non mi preoccupava più di tanto: anzi provavo verso di esso una certa curiosità. Un ragazzo che era stato convinto a praticare da quel mio vice responsabile durante un periodo trascorso insieme nella stessa caserma, mi aveva raccontato di essere stato per diversi mesi nella missione italiana di pace in Libano, che si svolse dal 1982 al 1984. I soldati del contingente ricevevano un’indennità di molto superiore al mio stipendio di allora. Anche se non ero proprio convinto di voler, eventualmente, andare in Libano sotto le bombe, devo dire che la prospettiva di un guadagno del genere un po’ mi attraeva. 

Spinto più che altro da mio padre, che in quanto direttore di un’agenzia della Banca Commerciale Italiana, aveva ogni giorno a che fare con moltissime persone, fra i quali un ufficiale, andai a nome di quest’ultimo a parlare con un altro ufficiale in una caserma di Milano, dove si trovava un ufficio stampa dell’Esercito. Questi mi fece molte domande sul mio lavoro, ma soprattutto su quante conoscenze avessi fra i giornalisti di molte testate importanti del Paese. Io, sinceramente, sapevo fare bene il mio lavoro di redattore, ma lo svolgevo in una casa editrice di riviste rivolte agli operatori della pubblicità (dirigenti e creativi di agenzie, oppure titolari di case di produzione audiovisiva) e degli uffici comunicazione e marketing di medie e grandi aziende. Infatti, quando finì quell’incontro, non ebbi una sensazione molto positiva, in quanto mi sembrava che più che capacità di scrittura, fossero richiesti contatti da utilizzare per far pubblicare notizie. Probabilmente quel posto era più adatto, forse, per qualche figlio di un giornalista con una certa posizione.

Dopo qualche settimana, lo stesso ufficiale cliente della banca dove lavorava mio padre, disse a quest’ultimo di aver saputo che io ero stato selezionato per un’importante entità dell’Esercito, i cui predestinati non potevano essere dirottati altrove. Non gli disse però di quale corpo si trattava. Quando raccontai questa cosa al titolare di una delle ditte di cui si serviva la mia casa editrice, invece, questi mi sgridò dicendogli che avrei potuto dire a lui che dovevo partire per il servizio militare in quanto conosceva un ufficiale del Distretto Militare (che effettivamente avevo conosciuto anch’io durante i famosi “tre giorni” di visite sanitarie e colloqui nel 1978), che avrebbe potuto aiutarmi a rimanere a Milano. Lo ringraziai, ma comunque per me non era poi tanto importante dove avrei svolto il servizio militare, quanto togliermi questo impegno e poi iniziare una nuova fase della mia vita personale e professionale.  

A metà febbraio 1984, infine, arrivò la cartolina. Nei giorni successivi, organizzai una cena con tanti amici buddisti presso un ristorante alla buona, e iniziai i preparativi per la partenza verso Foligno (Perugia) per essere “incorporato” presso il 92° Battaglione di Fanteria “Basilicata”, un C.A.R., ossia Centro Addestramento Reclute. Nel frattempo, avevo convinto l’amministratore delegato e il direttore editoriale della casa editrice, di darmi la liquidazione per i tre anni in cui avevo lavorato (anche se non ero un lavoratore assunto, ma un collaboratore interno a ritenuta d’acconto), in modo da avere una riserva economica per le mie spese personali durante il periodo della naja. Oltre a soddisfare la mia richiesta, mi fu detto che avrei ritrovato il mio posto al termine del servizio militare. Oltre all’esperienza e alla liquidazione, quei primi tre anni di lavoro mi permisero di partire per la naja con in tasca anche la tessera da giornalista pubblicista, che avevo ottenuto nei primi mesi del 1983.

Uno scorcio del mio quartiere nel 1983. Foto scattata da me soprattutto, credo, per il circo a fianco della chiesa Madonna di Fatima


Autobiografia da adulto - Cap. 10 - In attesa di chiamata

Riprendo, dopo una lunga parentesi impegnativa per questioni soprattutto di lavoro, questa autobiografia. Negli ultimi capitoli mi sono soffermato soprattutto su alcuni fatti avvenuti fra il 1981 (primo anno di lavoro, all’inizio part-time e poi full-time; difficoltà a conciliare nuovi impegni crescenti con lo studio universitario alla facoltà di Lettere Moderne dell’Università Statale di Milano; processo penale per una vecchia storia di militanza politica, conclusosi con assoluzione con formula piena; brevissima avventura con una ragazza di un paio d’anni più grande di me; attività in occasione di una visita in Italia di Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale; vacanze estive con amici in Olanda, Inghilterra e Scozia; lungo ricovero di mia madre, etc.) e il 1982. Di quest’ultimo anno e del successivo ho solo fornito alcuni brevi accenni. Con il racconto di alcuni avvenimenti e della situazione del 1982 e 1983 vorrei concludere il resoconto di questi tre anni che hanno preceduto il servizio militare di leva (febbraio 1984 - gennaio 1985), il quale, come per la maggior parte dei giovani che lo hanno svolto, ha rappresentato uno spartiacque nella prima parte della mia vita.

Per quanto riguarda la pratica buddhista, ritengo esatto far risalire al 1982 il mio passaggio da responsabile di un gruppo di Milano a responsabile di settore. Questa nomina giunse inaspettata per me e altri miei amici, in quanto, quando arrivò la voce che avrei cambiato gruppo, si pensava che sarei diventato responsabile di un altro gruppo, non di un settore composto da cinque gruppi. Così invece fu, segno che i responsabili più elevati di allora riponevano una grande fiducia nei miei confronti. Accettai subito la proposta di questa nuova responsabilità, anche perché rappresentava uno stimolo a una nuova crescita personale che abbracciava la pratica buddista e anche altri aspetti della mia vita. 

L’ambiente del mio lavoro si ampliò, ma io mantenni la posizione che avevo, il che significò diventare la colonna (soprattutto operativa, data la mia giovanissima età) di una “macchina” che ora aveva, fra gli altri, un nuovo direttore (Antonio Pilati, che veniva a lavorare in redazione al pomeriggio, spesso accompagnato da me, visto che abitava lungo la mia strada per l’ufficio) e nuovi collaboratori esterni. A questi si aggiunsero anche alcuni collaboratori che venivano a lavorare in redazione, giovani come me, fra i quali un paio di ragazze molto simpatiche e carine. 

Benché provassi a volte attrazione per qualcuna delle mie giovani colleghe, così come per alcune praticanti buddhiste, però, una caratteristica di questo triennio fu che, dopo l’esperienza del 1981, non volli mai buttarmi veramente sul serio a iniziare una nuova relazione. Più di uno i motivi: uno sicuramente la mia insicurezza rispetto al corteggiare ragazze; un altro il fatto che, nonostante lavorassi in un ruolo che spesso mi costringeva a stare in redazione ben oltre le classiche otto ore, e che avessi una nuova impegnativa responsabilità nell’organizzazione buddhista, volevo comunque cercare di portare avanti gli studi universitari, benché da non frequentante; terzo, che agiva in modo inconscio, il fatto di dover ancora svolgere il servizio militare: un confine vago che cercavo di spostare più avanti possibile con rinvii per motivi di studio. 

Rinvii di cui, a un certo punto, non potei più usufruire. Per poterli godere occorreva sostenere almeno un esame per anno accademico. Nel 1981, nonostante tutto, riuscii a superare un esame di quelli relativamente più facili, benché al secondo tentativo. Si trattava di Geografia umana, per il quale avevo studiato soprattutto leggendo i libri (non avevo frequentato le lezioni) durante il viaggio estivo in Scozia. La prima volta venni mandato via, la seconda lo passai, seppur con un misero ventidue. Nel 1982, invece, mi accinsi a preparare un esame pesante: Storia della lingua italiana. Scelsi questo esame anche perché questo corso avevo cominciato a seguirlo in presenza all’inizio dell’anno accademico 1980-1981, prima di passare dal lavoro part-time (solo pomeriggio) a quello full-time. Il corso era tenuto da più professori. La parte monografica, dedicata alla storia della Lessicografia, era svolta dal professor Maurizio Gentile, un docente già abbastanza anziano, da me considerato molto carismatico, ma anche severo: ricordo che una mattina arrivai a lezione con dieci minuti di ritardo e non mi ammise in aula. Un’altra parte del corso era tenuta da un altro professore, di cui non ricordo il nome, più giovane ma sui quaranta-cinquant’anni, e riguardava direttamente la storia della lingua italiana, a partire dal latino, dal volgare, dai dialetti (a volte vere e proprie lingue) fino ad arrivare all’italiano oggi comunemente usato in tutto il Paese. In queste lezioni si parlava anche di linguistica, che poi sarebbe diventato uno dei temi che continuo ancora oggi a studiare per conto mio e che, ad ogni modo, mi sono serviti anche per crescere come giornalista. 

Il primo anno, comunque, avevo soprasseduto dal tentare questo esame particolarmente impegnativo. Nell’anno accademico 1981-1982 scelsi di concentrarmi - con tutte le difficoltà dovute alla non frequenza, al numero di libri da studiare, al cambiamento annuale del programma del corso, e ai numerosi impegni di lavoro, di attività buddhista e sociale (ci tenevo a uscire anche con gli amici non buddhisti) - su questo esame. Purtroppo non andò bene. Il 17 dicembre 1982, un venerdì (magari i superstiziosi avranno qualcosa da ridire sul venerdì 17 che avevo scelto), mi presentai davanti agli esaminatori e ad iniziare a interrogarmi fu proprio il professor Gentile. Già alla prima domanda si accorse che non ero preparato bene. Gli chiesi di provare a pormi un’altra domanda e fallì nel rispondere anche a quella. Quindi mi disse che dovevo ritornare un’altra volta e io gli rivelai: “Così non potrò più chiedere il rinvio del servizio militare…”. Allora lui si alzò in piedi con il volto severo e disse con ironia: “Che cosa dobbiamo fare, metterci sull’attenti?”. Accusai il colpo e lo guardai con un po' di vergogna per il tentativo goffo di fare compassione e passare l’esame, magari con un voto bassissimo. Al che fui rincuorato vedendo il professor Gentile cambiare espressione, assumerne una tranquilla e dirmi: “Vai, caro”. Quel “caro” non me lo dimenticherò mai, rappresenta per me una prova di come si possa essere allo stesso tempo severi ma molto umani. Per la cronaca, qualche anno più tardi il professor Gentile divenne rettore dell’Università degli Studi di Milano. Quando lo seppi provai orgoglio per aver conosciuto una persona così importante. Quando, ancora qualche anno più tardi, lessi sui giornali che era morto, mi dispiacque.

Dopo quella bocciatura, mi rassegnai all’idea che avrei potuto ricevere presto la “cartolina” di richiamo al servizio militare, la “naja”, prima di laurearmi. E così avrei anche interrotto l’attuale esperienza lavorativa. Prima, però, pensai di giocare un’altra carta. Da qualche anno mi sottoponevo periodicamente ad esami del sangue per tenere sotto controllo i valori del fegato, e non erano perfetti. Quindi chiesi una visita all’Ospedale Militare di Baggio (si chiamava così quello di Milano) e lì mi sottoposero a un prelievo del sangue. Ricordo che, subito dopo il prelievo, mi si offuscò la vista e mi sentii svenire. Mi fecero sdraiare su un lettino e dopo dieci minuti passò tutto. Ringraziai il dottore e l’infermiere, entrambi militari, perché erano stati premurosissimi. I risultati confermarono che i valori erano, benché di poco, fuori dalla norma. Fui dichiarato “T.N.I. 180 gg”, brutto acronimo che significava “temporaneamente non idonei per sei mesi”. 

Per tornare alla mia situazione degli anni 1982 e 1983, che cose ricordo con particolare affetto? Nel 1982, dopo il primo anno da giornalista, che continuavo a ripetermi (e a dire anche ad altre persone) era un lavoro che mi era arrivato “non cercato” e che non intendevo continuare dopo la laurea, avevo iniziato a prendere gusto per questa professione. La rivista in cui lavoravo, “Pubblicità Domani”, si rivolgeva agli operatori della pubblicità (in agenzie, aziende, editori), che scoprii essere un mondo pieno di persone interessanti e che richiedeva l’integrazione di attività molto diversificate e tutte ricche di temi che mi incuriosivano e affascinavano: dal marketing alle strategie di comunicazione, dalla creatività alla produzione di spot, alla pianificazione dei media. Inoltre, la maggior parte di queste persone con cui entravo in contatto - soprattutto manager di grandi agenzie o fondatori di strutture più piccole, direttori creativi, direttori media, responsabili pubblicità di importanti aziende italiane e multinazionali - esprimeva simpatia, stima e spesso volontà di mentorship nei miei confronti, come giovane giornalista volonteroso, perspicace ed empatico.

Nel 1982, due eventi importanti, diversi fra loro, catturarono la mia attenzione e mi portarono ad “abbeverarmi” quotidianamente al lavoro giornalistico svolto da colleghi molto più esperti di me su testate nazionali e in televisione: il crack del Banco Ambrosiano (con la morte del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra) e i Mondiali di Calcio in Spagna, vinti dall’Italia nella finale contro la Germania. 

Del 1982 e del 1983 ricordo sempre, come occasioni di esperienze molto intense (soprattutto belle, ma anche qualcuna non piacevole), le vacanze con amici del quartiere rispettivamente in Spagna e a Vieste, in Puglia. Della prima ricordo soprattutto il calore - oltre quello meteo - con il quale gli spagnoli ci salutavano, quando ci vedevano, dicendoci: “Italiani, campeones do mundo”. E poi la bellezza dei panorami delle colline dell’Andalusia, della città di Malaga, dove eravamo campeggiati, e delle uscite serati a Torremolinos. Ovviamente ci fermeranno anche a Barcellona, dove ero stato da solo nel 1978. 

Di Vieste, cittadina di origine del padre di due dei miei amici con cui ero in vacanza, ricordo la simpatia dei ragazzi e delle ragazze che ho conosciuto, il fascino dei vicoli dove la sera andavamo a comperare il moscato fatto in casa da una signora, le gradinate dove poi andavamo a sederci la sera (dove ci veniva spesso a salutare una bambina piccola del posto, vestita un po’ poveramente, che non parlava italiano ma solo dialetto) e un grande trabucco. Quasi sempre questo era la meta dell'ultima parte della serata. Da lì mi piaceva osservare il mare, che si estendeva davanti a noi nella notte, con increspature argentate dalla luce della luna che potevano essere causate da piccole onde o da pesci che saltavano fuori dall’acqua per tornarci subito. E cercavo di immaginarmi le terre lontane, invisibili dietro l’orizzonte. 

Io in Spagna nell'estate 1982


Autobiografia da adulto - Cap. 9 - Responsabilità

 Come forse ho già scritto, molti fatti avvenuti nella mia vita fra il 1981 e il 1983 ( e inizi 1984), non sono più facilmente databili, nella mia memoria, a un anno preciso di questo triennio. Continuerò, quindi, a raccontarli senza pretendere esattezza cronologica. Già ho parlato della visita in Italia del presidente della Soka Gakkai Internazionale, Daisaku Ikeda, che mi ha visto coinvolto h24 per qualche giorno (ed è stata una bella, profonda, indimenticabile esperienza), del secondo rapporto sessuale della mia vita e di altre prime esperienze erotiche con l’altro sesso, del viaggio in Scozia, e del processo che ho subito (per fatti del 1978) e dal quale sono uscito assolto “con formula piena” per non aver commesso il fatto (o almeno non ricordarlo con esattezza).

Dal punto di vista della pratica buddhista, in questo periodo di tempo che precede la partenza, nel febbraio 1984, per il servizio militare, oltre alla già citata visita del presidente Ikeda, ricordo come fatti più rilevanti il successo nella conversione - almeno per un certo periodo di tempo - di alcuni giovani e l’assunzione prima della responsabilità di un gruppo e, quindi, di quella di settore. 

La seconda, seguita a circa poco più di un anno dalla prima (tra il 1982 e il 1983), mi portò, dopo pochi mesi, a prendere drastiche decisioni circa il mio modo di trascorrere il tempo libero, di sera e nei fine settimana, abbandonando alcuni passatempi derivati dal passato e la frequenza di alcuni amici del quartiere - per la correttezza molto “in gamba” - con cui avevo ripreso ad uscire dopo qualche anno (erano quelli con cui avevo stretto rapporti per un certo periodo nel 1978). Questa mia decisione improvvisa e perentoria, durò in realtà per alcuni mesi: un giorno rividi uno di questi amici, che mi chiese il motivo per cui avevo da un giorno all’altro rotto i rapporti, e dopo che glielo spiegai, mi rimproverò dicendo che avrei potuto risolvere i problemi anche continuando a vederci e che mi ero comportato male. Dovetti ammetterlo e credo che mi scusai. 

Da allora ripresi a frequentarli pur continuando a impegnarmi il più possibile nella mia responsabilità all’interno dell’organizzazione buddhista. Che condividevo con un viceresponsabile - che però non era sempre disponibile come me - e una responsabile giovane donna, con la quale mi sentivo tutti i giorni e con la quale riuscimmo a creare un settore molto grande, con gruppi sparsi su Milano (e uno a Bolzano), e che totalizzava oltre il centinaio di presenze alle riunioni di discussione, le quali allora si tenevano a cadenza quindicinale.

Nel frattempo, anche a livello lavorativo, mi ritrovai a dover raddoppiare la mia responsabilità e il mio impegno. Come ho già scritto, quando iniziai a lavorare nella redazione del mensile Pubblicità Domani (edito da New International Media) nel settembre 1980, mi trasferii dal corso di laurea in fisica (dove non avevo ancora sostenuto alcuno degli esami del primo anno) a quello di lettere moderne, sempre all’Università degli Studi di Milano. Il primo anno riuscii a frequentare tutte le mattine, poiché il mio accordo con l’editore (che come forse ho già detto, apparteneva - come la sua compagna - alla cerchia degli amici e conoscenti di mio zio Miro Cusumano, fratello di mia madre e pittore astratto), prevedeva che io lavorassi tutti i giorni dalle 14.30 alle 18.30. Ciononostante, però, sia perché il lavoro mi assorbiva molto mentalmente sia perché l’attività buddhista era molto intensa (e su base pressoché  giornaliera), in quel primo anno non riuscii a dare che un solo esame, peraltro con un voto basso (20 in geografia umana). 

Un pomeriggio, appena arrivai in redazione (in via Revere 16), mi dissero che durante la mattinata era arrivata la polizia, che aveva perquisito tutti i locali. La ragione era che la persona che era stata incaricato a tempo pieno per coordinare l’attività redazione (e di cui io ero il subordinato diretto nel pomeriggio) si era trovata coinvolta in un’indagine legata al mondo delle Brigate Rosse, anche se lui non era un terrorista, ma probabilmente conosceva da anni qualcuno che apparteneva nelle BR per averlo frequentato in anni ancora più lontani come semplice militante di sinistra. L’editore, per evitare problemi futuri, aveva ritenuto di dire al collega di non venire più. Nel frattempo aveva deciso di chiedere a me se me la sentivo, dal giorno dopo, di svolgere io anche i compiti di quella persona. Io accettai. Questo, però, segnò la fine della frequenza alle lezioni in università e l’inizio della mia attività lavorativa a tempo pieno anche negli anni a venire.

Un altro evento importante di quel periodo è stata una malattia di mia madre. Da qualche tempo aveva iniziato ad avere frequenti episodi di diarrea. Giorno dopo giorno avevo notato che il suo volto diventava più emaciato e che perdeva forze. A un certo punto presi la decisione di costringerla a farsi visitare da un buon medico gastroenterologo, che individuai io stesso. Quindi la portai da lui nel suo studio, in zona Porta Vigentina, e questi le consigliò di farsi ricoverare al più presto. Il ricovero avvenne, forse, il giorno dopo stesso. 

All’ospedale San Paolo, i medici si diedero molto da fare per cercare di dare un nome alla patologia. Nei primi giorni si parlò di sprue, ma poi questa diagnosi venne esclusa. Invece di qualche giorno, il ricoverò si prolungò per settimane. Io andavo a trovarla tutti i giorni. La vita in famiglia era cambiata. La maggiore delle mie sorelle si era presa in carico dei compiti di nostra madre, e notai che mi stirava i vestiti. Nostro padre non riusciva a capacitarsi di quanto stava avvenendo. Per fortuna eravamo una famiglia numerosa. Un giorno, la mamma entrò in una specie di stato comatoso e non fu esclusa la possibilità di morte. Io avvisai i miei amici buddisti. Rimasi, con altri parenti al capezzale di mia madre, che dopo qualche ora, si risvegliò. Il volto mi appariva più disteso di prima. Disse che aveva sognato che stava cacciando via qualcosa. Allora richiamai una mia amica e responsabile buddista e le raccontai l’avvenuto. Lei mi disse che, nelle ore più critiche e prima che mia madre si risvegliasse, molti praticanti avevano pregato per me e mia mamma. Il ricovero proseguì poi per ancora qualche tempo. Quando la ripresa fu più consolidata, mia madre venne dimessa con una probabile diagnosi di morbo celiaco. Da allora cominciò a seguire la dieta per celiachia, facendosi procurare gli alimenti a base di farina in farmacia.

Autobiografia da adulto - Cap. 8 - Effetti giudiziari

 Insomma, il triennio dal 1981 al 1983, è stato un periodo di costruzione e ridiscussione continua del mio essere. Al 1981 ho già dedicato due capitolo: uno in cui mi sono soffermato soprattutto sul progresso della mia pratica buddista all'interno della Soka Gakkai, alla visita in Italia del presidente Ikeda, al viaggio estivo in Olanda Inghilterra e Scozia, e l'altro sull'evoluzione del mio rapporto con la sessualità. Concludo una prima (magari ci ritornerò in futuro) rievocazione di quell'anno, corrispondente al mio raggiungimento del ventunesimo anno di vita (a 21 anni una volta si diventava maggiorenni, sono tre settenni eccetera). Nei prossimi capitoli tornerò su fatti che probabilmente potrebbero risalire sempre al 1981, oppure essere avvenuti nel successivo (1982) e in quello ancora seguente (1983). Ritengo che fra questi anni via siano molte continuità, mentre la vera cesura avverrà nel 1984 con il servizio militare.

Più o meno a metà nella seconda metà del 1981, dopo la visita del presidente Ikeda (ma non sono sicuro se prima o dopo l'estate), succede che a casa mia arriva una lettera di un avvocato. La riceve mia madre, che essendo casalinga, era a casa quando arrivò. L'avvocato scriveva di essere stato nominato mio difensore di ufficio in un processo che mi vedeva imputato, insieme ad altre undici persone, per fatti avvenuti all'interno del liceo scientifico Einstein di Milano nel 1978. Le accuse erano tre: interruzione di pubblico ufficio, occupazione abusiva e porto d'armi improprie. Risulterà - secondo quanto mi fu detto da non ricordo più chi - stralciata (e poi probabilmente archiviata) quella di porto d'armi da guerra. Sembrò evidente che per queste ultime si intendevano non mitra o cannoni, ma bottiglie Molotov. Nel 1978 io avrei compiuto questi reati insieme ad altre persone non più da studente dell'Einstein (che avevo lasciato alla fine del 1976, per trasferirmi al Sesto Liceo Scientifico Donatelli di viale Campania), ma da esterno.

Almeno una delle altre persone coinvolte era un ex studente dell'istituto tecnico commerciale (allora ragioneria) Verri di Milano, situato nello stesso isolato e costruito insieme all'Einstein. Gli altri erano militanti (o ex) del Comitato Antifascista (CAF) Vittoria; organizzazione che negli anni Settanta - quando l'avevo conosciuta io - aveva sede in via Arconati, ma che, nell'anno di cui sto parlando, si trovava in via Cadore.

Un po' giorni dopo l'arrivo della lettera, fui chiamato da uno dei capi del CAF per incontrarmi con lui alla sede di via Cadore. Io mi ricordavo bene di questa persona, di forse cinque anni (o qualcosa di più) più grande di me, e ne avevo una grande stima. Lui mi disse che insieme ad altri imputati avevano deciso di non utilizzare l'avvocato d'ufficio proposto dal Tribunale ma di rivolgersi a un altro (mi sembra un avvocatessa) che aveva già esperienza nella difesa di militanti di sinistra. Io gli dissi che la mia famiglia aveva deciso di rivolgersi ad un altro avvocato di fiducia, che aveva trovato mio padre e che mi sembra fosse vicino al movimento di Comunione e Liberazione (questo non lo dissi al mio interlocutore, viste le posizioni distanti fra il suo, e anche mio ex, movimento e CL). 

Il compagno cercò di convincermi a seguire la strada scelta da lui e dagli altri, che avrebbe anche garantito una coerenza di linea difensiva, ma io dovetti dirgli che preferivo rispettare la scelta della mia famiglia. Che, peraltro, mi sembrava poter portare a migliori risultati processuali. Mi sembra che il costo del mio avvocato fosse (pagava mio padre, perché ancora non guadagnavo molto) di 400 mila lire, mentre quello dell'avvocato scelto dagli altri undici coimputati sarebbe stato - diviso fra tutti - inferiore. Andando via dell'incontro non potei non sentirmi un po' in colpa per due motivi: il primo era che non ero stato solidale con gli altri; il secondo era che mi sembrava di beneficiare, borghesemente, di una situazione economica favorevole. Fu una delle prime volte che credo di aver preso delle decisioni che mi avrebbero, probabilmente, alienato delle amicizie e fatto apparire egoista.

Tornando ai fatti contestati dall'accusa, io ero sicuro di aver partecipato, negli anni successivi al mio allontanamento dall'Einstein (fu infatti così: io non volevo andarmene, ma fu consigliato caldamente ai miei di trasferirmi in un altro liceo per non avere grane... e come si vede non bastò), a una incursione nel liceo come quella oggetto del processo, ma non ero sicuro che si trattasse proprio di quella, a seguito della quale, ero stato denunciato. E se la denuncia fosse stata presentata in conseguenza di un altro fatto simile, ma in cui io non ero coinvolto, ma chi mi aveva denunciato, sbagliando, pensava di avermi visto? 

Siccome in quel periodo io ancora andavo a lavorare in redazione la mattina, perché ancora frequentavo lezioni del primo anno di Lettere all'Università Statale, decisi, uno o due volte, di andare alla biblioteca comunale di via Sormani a cercare, su quotidiani dell'epoca dei fatti contestati, informazioni su questi ultimi. Non ne trovai e, nel frattempo, confermai a me stesso che sicuramente ero stato protagonista di un evento della stessa natura di quello che aveva dato origine al processo, ma che, visto che non mi ricordavo esattamente di aver partecipato a quest'ultimo, non mi sarei di certo autoaccusato (né avrei rivelato che avevo compiuto gli stessi reati forse in un'altra occasione).

Nei giorni successivi, con l'avvicinarsi della prima udienza (in totale furono tre), parlai con altre persone di quanto stava avvenendo. Il primo fu ovviamente l'avvocato di fiducia incaricato dai miei, il quale mi suggerì di dire: "Sì, quella mattina ero fuori dall'Einstein, ma perché avevo appuntamento con una mia amica con cui volevo mettermi insieme (o ero già insieme, ndr). Però non sono entrato nella scuola". In pratica ammettevo la mia presenza presso il mio vecchio liceo la mattina dei fatti, ma negavo il coinvolgimento nell'incursione e avrei così fatto supporre che mi i miei accusatori, vedendomi fuori dall'edificio, avessero pensato che poi vi fossi anche entrato". Io non ero molto convinto di questa linea difensiva; temevo che, alla fine, la memoria di aver compiuto effettivamente gli stessi reati che mi venivano contestati forse in un altra occasione (ma in realtà anch'io ero propenso a pensare che fosse quella volta), mi avrebbe tradito, unendosi a un senso di colpa per quanto avevo comunque compiuto. Però dissi al mio legale che avrei seguito tale linea.

Sempre in quei giorni, siccome avrei dovuto assentarmi dal lavoro, dissi alla persona che il mio editore e il mio direttore avevano incaricato, a tempo pieno, di coordinare la rivista con il mio aiuto part time, il motivo per cui avrei avuto bisogno di qualche permesso di assenza. Lui si dimostrò molto comprensivo, anzi solidale (per non dire complice, con affettuosità), e mi disse: "Non preoccuparti, ti copro io le spalle". La persona che mi aveva introdotto al buddhismo (si dice " fare shakubuku"), invece, mi disse: "Cerca le persone che ti hanno denunciato o che testimonieranno contro di te. Dì loro che sei dispiaciuto di quanto è successo, che sei cambiato. E vedrai che, recitando (la nostra forma di preghiera, ndr.) per superare questa difficoltà, andrà tutto bene". Io però decisi sì di recitare per affrontare neglio questa difficoltà che si presentava nella mia vità, come retribuzione karmica, a qualche anno di distanza, ma non di cercare i miei accusatori e scusarmi con loro.

Ebbene, al termine della terza e ultima udienza, in cui come in quelle precedenti erano venuti ad assistere i miei genitori e le sue sorelle (non so dire se solo per interesse famigliare o anche per dare l'impressione che eravamo una famiglia per bene), fui interrogato dal pretore (non erano reati per i quali fosse necessaria la presenza di tre giudici; bastava uno solo monocratico). Lui mi chiese subito: "Lei quella mattina è entrato nella scuola e ha compiuto i fatti di cui si sta parlando". Io restai pochi secondi zitto, pensando, e poi risposi: "Non ricordo". intanto guardai il mio avvocato e vidi che scuoteva la testa in segno di disappunto, perché non stavo seguendo la linea di difesa concordata. Allora il pretore tornò alla carica: "Non può dire non ricordo. Deve ammettere o negare". Quindi io: "Allora nego". L'interrogatorio finì così.

La mia nuova linea si rivelò vincente. Infatti, poco dopo il pretore chiamò a testimoniare, a mio carico,  un ex studente di un anno o due più di me, che negli anni in cui andavo all'Einstein era il leader degli studenti che si opponevano all'attività dei militanti di sinistra consistente nel deviare l'attività scolastica da quella che, secondo loro, le gerarchie scolastiche, e la maggior parte dei genitori, dovesse essere: studiare e basta: niente scioperi, picchetti, autogestioni o cose del genere. Con lui infatti, avevo avuto solo cattivi rapporti. Ero sicuro anche che fosse stato lui l'autore del testo di un volantino che, quando ero in prima o seconda, era stato distribuito a firma Studenti Indipendenti, per contestare comportamenti degli studenti di sinistra contrari, secondo loro, al diritto degli altri di partecipare alle normali attività didattiche. In quel volantino c'era una frase in cui, in minuscolo, era utilizzata la parola "cervelli" che, era evidente a tutti, suggeriva me ("cervelli che pensano male e agiscono peggio".

Il mio ex compagno di scuola, interrogato dal giudice, quando gli fu fatto il mio nome, disse: "Cervelli non c'era. Lo conoscevo e mi ricorderei di averlo visto". Quindi il pretore gli chiese: "Quindi non c'era?". Come mia somma sorpresa il testimone rispose: "No, per me non c'era". Quando venne la volta del mio ex preside, Enrico Giorgiacodis", anche a lui il magistrato fece la stessa domanda rivolta all'ex compagno di scuola. Il preside rispose: "Cervelli era un mio alunno. Me lo ricordo bene. Se ci fosse stato quella mattina me lo ricorderei". Quando il pretore gli fece notare che sotto la denuncia c'era la sua firma, il professore Giorgiacodis disse: "Ma tanta acqua è passata sotto i ponti da allora". Al che, se non ricordo male, il giudice lo liquidò con un rimprovero per aver sottoscritto una denuncia che poteva comunque ledere una persona. 

Non infierì però così forte come, invece, fece nei confronti dell'ex presidente dell'associazione dei genitori Libera, che era apertamente contraria a ogni forma di attività politica all'interno della scuola, rappresentava soprattutto genitori con tendenze di destra. Il suo presidente, A.M., era diventato un'istituzione all'Einstein. Da parte di noi studenti di sinistra si pensava che fosse dominante anche nei confronti dello stesso preside. Di certo lo sosteneva, se non addirittura sobillava. E mentre Giorgiacodis, in quelle poche occasioni in cui avevo potuto parlare direttamente con lui in presidenza, mostrava una certa stima nei miei confronti (cosa di cui non mi dimenticherò mai), e una volta mi disse addirittura che io avrei apprezzato la lettura degli Annali di Tacito, A.M. ostentava decisamente antipatia nei miei confronti. Sentimento ricambiato. 

Tornando al processo, il giudice gli chiese perché aveva chiesto al preside di presentare la denuncia sui fatti di quel giorno, e si soffermò sul mio nome. A.M. , se non ricordo male, prima mi accusò e poi cadde in contraddizione. E forse anche lui tentò di ridimensionare la gravità dei fatti. Ricordo precisamente che il pretore lo rimproverò molto e che lui aveva una faccia umiliata e, come si suol dire, dovette ritornare al suo posto con la coda fra le gambe. Alla fine, su dodici imputati, io, l'unico ex studente del liceo teatro dei fatti, fui l'unico a essere assolto con formula piena, un altro paio o tre furono assolti per insufficienza di prove, e gli altri furono condannati con pene di alcuni mesi con beneficio di sospensione condizionale.

Io nel 1978
Io nel 1978


Autobiografia da adulto - Cap. 7 - Questioni di sessualità

 Del 1981 ho già avuto modo di raccontare vari eventi importanti, quali l'inizio di nuove amicizie con ragazzi conosciuti per caso ai Navigli e che ho introdotto al Buddhismo di Nichiren Daishonin, la visita a Firenze e Milano del presidente della Soka Gakkai Internazionale (SGI) Daisaku Ikeda e le vacanze estive in Olanda e in Gran Bretagna (Inghilterra e Scozia) con i ragazzi di cui sopra.

Del 1981 mi ricordo con piacere della seconda volta in cui ho avuto, in vita mia, un'avventura sessuale completa con una ragazza. Come ho già raccontato, la prima in assoluto l'avevo vissuta nella primavera o estate del 1979, ma era stata un'esperienza "sui generis", in quanto ero stato portato da alcuni amici (i quali sapevano che ero ancora vergine) a casa di una loro amica disponibile e io ero in uno stato di non piena lucidità. Quindi, benché, dopo molti tentativi, siamo riusciti ad avere un rapporto completo, le sensazioni - benché piacevoli - non erano state quelle che avrei potuto attendermi. 

Dopo la mia conversione al Buddhismo, alla fine del 1979 e il cambiamento di frequentazioni, mi ero trovato in altre situazioni in cui era coinvolto il lato sessuale della vita. Una donna amica di miei amici, di qualche anno più grande di me, aveva provato più volte a invitarmi a casa sua, anche per fare sesso, ma non avevo accettato per un paio di motivi principali: non mi piaceva e non mi sentivo pronto per avere una relazione di coppia, che temevo anche potesse limitarmi nella mia libertà. Nell'estate successiva, durante un breve viaggio a Firenze con un mio amico, la ragazza con cui si era messo da poco ed alcune amiche di questa, ho finito una sera per trovarmi sul letto di una di loro semplicemente per chiacchierare (e forse giocare a carte). 

Provando una certa attrazione per lei (che aveva quattro anni meno di me) ho iniziato a divenire abbastanza ardito, trovando anche da parte sua una crescente complicità. Dopo un po' ci siamo spogliati, ma purtroppo lei aveva le mestruazioni, quindi abbiamo fatto molto petting ma non abbiamo avuto un rapporto completo. Poi ci siamo addormentati. La mattina mi sono svegliato con lei che aveva dormito con la sua testa sul mio petto. Questa scena mi ha fatto provare una sensazione bellissima e la ricordo ancora con molta tenerezza. La sera dopo io mi sentivo stanco e non eccitato. Mi sono sdraiato su un divano nella sala dell'appartamento in cui ci trovavamo (vicino agli Uffizi). Poco dopo lei è venuta da me e mi ha detto che, se volevo, mi poteva offrire "asilo politico" nel suo letto. Io però ho declinato. Negli anni successivi mi sono pentito di questa scelta.

Una dimostrazione eclatante della mia goffaggine con le donne è stata anche questa, in cui non è coinvolto il lato sessuale. Durante una serata in compagnia di mio zio Miro a casa di suoi amici artisti nel quartiere Brera di Milano, avevo incontrato una ragazza della mia età. Subito ci eravamo fatti notare reciprocamente questa circostanza, perché eravamo gli unici giovanissimi, mentre gli altri presenti nella casa erano tutti dell'età dei nostri genitori. Siamo stati per un po' da soli in una stanza. Io avevo trovato una chitarra e suonavo, mentre lei mi ascoltava. Non ricordo che avessimo parlato molto. Comunque la trovavo molto carina. 

Qualche settimana o mese dopo, quando ancora frequentavo l'università la mattina e il pomeriggio andavo a lavorare in redazione, sono andato a mangiare nella mensa dell'ateneo. C'era un tavolo vuoto e mi sono messo lì con il vassoio preso al self-service. Dopo qualche minuto si è seduta di fronte a me una ragazza con il suo vassoio. Io l'ho riconosciuta: era quella della serata in Brera. Non so se lei mi abbia riconosciuto a sua volta. Io non ebbi il coraggio di chiederle se si ricordava di me, di noi, e lei nemmeno iniziò a parlarmi. Passammo una - almeno per me - imbarazzante mezz'ora a mangiare senza scambiarci una parola. Poi ci lasciammo senza, mi sa, neanche salutarci. Anche di questa esperienza ho portato il rimorso per sempre.

Ma torniamo alla "seconda volta". In questo caso, era quasi sicuramente il 1981 o al massimo gli inizi del 1982, un sabato sera ci siamo trovati a casa di un nostro amico praticante io e altri amici buddhisti (fra i quali uno di quelli con cui ero andato in Scozia). C'era una ragazza di un due o tre anni più grande di me che avevo conosciuto alcuni giorni o settimane prima. Era carina ed estroversa. Aveva simpatia per me. A un certo punto della serata, eravamo seduti per terra in sala. Io e lei ci trovavamo uno di fronte all'altra. Vedevo le sue mutandine e questo di fece eccitare e diventare sempre più intraprendente, al punto che - non ricordo con esattezza chi lo propose per primo - andammo in una camera da letto. In quella stanza c'era due letti singoli. Su uno eravamo sdraiati io e lei e su un altro il mio ex compagno di viaggio in Scozia con la proprietaria di casa. La presenza di loro non ci dette alcun fastidio e viceversa. Anzi, ci incoraggiavamo in un certo senso. La mia amica era più esperta di me e quindi guidò le danze. Fu un'esperienza molto piacevole e ricca, e senza i problemi della prima volta nel 1979. Ho sempre considerato, di fatto, questa come la vera prima avventura sessuale normale della mia vita. 

Poi lei mi accompagnò a casa in auto. Prima di lasciarmi fece un gesto che significava che ci saremmo sentiti per telefono. Quel segno, però, visto attraverso il vetro del portone, mi fece sentire come se fossi in trappola. Tuttavia, uscimmo insieme un'altra serata, senza fare nulla. Quella volta lei volle che io la accompagnassi a casa guidando la sua macchina e poi mi pagò (ancora guadagnavo pochissimo al lavoro) un taxi per tornare a casa. Ricordo che il tassista comprese la situazione e, durante il viaggio fino a destinazione, chiacchierammo sulle relazioni fra uomo e donna. Nei giorni successivi, però, crebbe il mio timore di essermi infilato in una storia di cui non ero convinto e pian piano smisi di sentirmi con quella ragazza. La rividi ancora, insieme ad altri amici, e ciò fu motivo di imbarazzo. Venni anche un po' rimproverato dall'amica che ci aveva fatto conoscere per averla fatta soffrire.

Continuai fino ad almeno dopo il servizio militare (1984-1985) ad vivere situazioni inconcludenti con l'altro sesso. I fattori erano un mix di timidezza, autocontrollo nel non voler sfruttare il carisma che mi derivava dalla mia responsabilità nell'ambiente buddhista per attrarre a me delle ragazze giovani e carine che mi piacevano, timore di legarmi con donne più grandi di me (ce n'erano anche nel lavoro) che mi sembrava cercassero di avere delle avventure con il sottoscritto, e, last but not least altre due circostanza: la prima era che cercavo, dopo il lavoro e l'attività religiosa, di studiare per dare qualche esame all'università; la seconda, forse, era che dovevo ancora svolgere il servizio militare. Questo credo che costituisse uno spartiacque psicologico fra il momento attuale e quello che sarebbe stato il mio futuro negli anni successivi a una desiderata laurea e all'assolvimento degli obblighi di leva militare. Non può non avere avuto un ruolo anche una certa inibizione verso il tema delle conquiste sessuali già emerso durante le preadolescenza e l'adoloscenza, anche a causa di un'educazione un po' conservatrice sulla sessualità.

Da un punto di vista lavorativo, benché mi piacesse abbastanza l'attività giornalistica che svolgevo (anche per gli stimoli che permetteva di avere, occupandomi della vita del mondo pubblicitario, come redattore in una rivista specializzata su questo tema), non pensavo che avrei voluto fare il giornalista tutta la vita. Credevo che, forse, la laurea in lettere mi avrebbe aperto altre strade, come quella di diventare uno sceneggiatore, lavori che in quel momento mi attraevano. O al limite anche un copywriter pubblicitario. 

In questa situazione, mi impegnavo nel lavoro e nell'attività buddhista, nonché in famiglia (in quel periodo mia madre non stette bene e fu ricoverata per alcuni mesi). Frequentavo ragazze che mi piacevano, ma non osavo corteggiarle in modo efficace. Una sera, durante una gita in Liguria con amici, mi capitò di condividere una stanza di una casa che ci avevano prestato con una ragazza che mi attraeva molto. Anche un mio amico aveva provato ad essere lui a prendere il mio posto, ma io ero stato più deciso. Nonostante le ipotesi che gli altre stavano facendo su quanto poteva avvenire nella nostra stanza, in realtà io e quella ragazza ci sistemammo ciascuno su uno dei due letti singoli disponibili, e chiacchierammo fino a che non decidemmo che fosse giunta l'ora di dormire. 

A volte ero io a non rendermi conto che potessero esserci ragazze che mi desideravano e con le quali avrei almeno potuto provare. Un week-end a Bolzano, ero ospite di una famiglia di due fratelli, un maschio e una femmina. La ragazza, una sera, si mise a piangere, e il fratello mi disse che era innamorata di me. Io ero però, già da altre fine settimana trascorsi a Bolzano, attratto inutilmente da un'altra ragazza, spigliata, giovanissima maestra. E speravo di mettermi un giorno con lei. Così non avevo colto eventuali segnali che potevano venirmi da quella che era effettivamente interessata a me, e che tra l'altro era anche carina e buona. A ben pensarci, ora mi mi ricordo che, anche quella volta di Firenze, tra i motivi che mi avevano portato a non accettare l'invito della ragazza con cui avevo "giocato" la notte prima, c'era il fatto che aveva iniziato ad attrarmi un'altra loro amici, rossa di capelli, con la pelle diafana, e molto vivace. La quale, però, non mi filava. Mi aveva, però, lusingato dicendomi che avevo cucinato un sugo buonissimo. Non avevo seguito una ricetta precisa, ma avevo messo nella passata di pomodoro tutte le spezie che avevo trovato nella credenza.


Io in Andalusia nell'estate 1982
Io in Andalusia nell'estate 1982

Autobiografia da adulto - Cap. 6 - Viaggio in Scozia

 Il 1981 non è per me caratterizzato solo dalla importantissima esperienza del primo incontro - sebbene non personalizzato - con il presidente della SGI Daisaku Ikeda.

A poco più di un anno dal mio cambiamento di vita, rispetto al periodo 1975-1979, non tutto era completamente archiviato. Durante un piccolo ritorno all'indietro, ho avuto modo di fare un'esperienza molto significativa. Mi trovavo in via Torricelli, a Milano, vicino al locale La clinica, e stavo suonando la chitarra. A un certo punto mi si avvicina un ragazzo della mia età circa e mi chiede se possiamo suonare un bluen insieme. Lui ha con sè un armonica a bocca. Dopo aver finito di suonare, io inizio a parlargli della mia pratica buddista. Subito lui reagisce dicendo: "Ah! Voi siete i bodhisattva!". Dopo un po' io lo invito a venire ad una nostra riunione. Gli detto un indirizzo, un giorno e un orario. Lui scrive.

Dopo una settimana circa, io mi ero completamente dimenticato di quel ragazzo. Vado a una riunione in casa di un giapponese che vive in una casa di ringhiera in via Vigevano, vicino alla Darsena e al naviglio Grande. A un certo punto si sente bussare e poi entrano nella stanza un gruppo di alcuni ragazzi. Erano il giovane che avevo conosciuto alla Clinica e altri suoi amici.

Nelle settimane successive, lui e gli altri iniziano a praticare e a venire a recitare anche casa del nostro amico che offre casa (per le recitazioni) in via Ripamonti. Con quel ragazzo e altre tre suoi amici, ad agosto, andremo poi in vacanza in auto in Scozia.

Partiamo, come da me suggerito, da casa mia prima dell'alba dopo aver riposato. La mattina presto passiamo la dogana fra l'Italia e la Svizzera senza problemi, nonostante avremmo potuto averne. Trascorriamo la prima notte in Germania, non ricordo se in un campeggio o all'aperto. Poi arriviamo ad Amsterdam. Lì ci accampiamo nel campeggio in cui io ero stato con la mia famiglia nel 1975. Purtroppo, al primo caffé che decidiamo di farci con la moka e un fornellino che avevamo portato dietro, io mi dimentico di mettere l'acqua nella caffettiera e così bruciamo il filtro. Fine dei caffé all'italiana fatti con la moka. Nel campeggio conosciamo un paio di ragazze straniere. Passiamo un po' di tempo con loro. Mi resta impressa la frase di una di loro, secondo la quale il nostro inglese era un po' divertente ("funny". Capisco che all'estero si studia l'inglese più seriamente che in Italia.

Dopo aver passato un paio di giorni, o tre, ad Amsterdam (ed essere stati in alcuni locali e al club Paradise, dove abbiamo assistito a un concerto di Jim Capaldi, ex Traffic), ci trasferiamo a Delft, dove andiamo a trovare dei ragazzi olandesi che i miei amici avevano conosciuto l'estate prima in Grecia. Qui alloggiamo in un caseggiato per giovani, in cui, ad ogni piano, c'erano tanti monolocali e cucine comuni. Poi ci rechiamo a Zeebrugge a prendere il traghetto per Dover, in Inghilterra.

A Londra alloggiamo in un ostello. Qui conosciamo un ragazzo. I miei amici lo invitano a proseguire il viaggio con noi. Io non lo dico, ma non sono d'accordo. Sono geloso dei miei amici e preferirei continuare il viaggio solo fra di noi: io, i due che avevano iniziato a praticare e un loro amico, che non conoscevo e che abitava ad Affori, e che dorme in tenda con me fin dall'inizio del viaggio. Ad ogni modo, non dico nulla e accetto di buon grado che ora siamo in cinque. Alla fine va bene così: ad ogni sosta io continuo a dormire con il ragazzo di Affori e il nuovo amico dorme con gli altri due.

Nel frattempo, mi ero dimenticato di dire che, fin dal passaggio in Svizzera, si era rotto il motorino di avviamento della macchina. E così, dopo ogni volta che la spegnevamo, dovevamo spingerla per farla ripartire. Un giorno, visto che faceva sempre più fatica a ripartire, dobbiamo cercare un meccanico in Inghilterra, Ne troviamo uno gentilissimo, che si offre di ospitarci a dormire in una stanza di una casa semicostruita di sua proprietà. Prima di lasciarci lì scrive su un foglio che ci sta ospitando lui e lo firma. Quindi, se fosse passata la polizia, non avremmo avuto problemi.

Un giorno arriviamo in Scozia. La prima sosta è a Edimburgo. Sebbene i miei amici non siano interessati, un giorno decido di visitare da solo la città. Vado a vedere un museo e poi mi reco sulla collina di un parco da cui si vede tutto il panorama di Edimburgo. Qui incontro tre signore anziane con cui mi intrattengo in una piacevole chiacchierata in inglese.

Nei giorni successivi arriviamo fino a Inverness. Una sera sostiamo, dopo averci fatto una bella bevuta di birra in un pub, sulla riva del lago di Lochness. Io, ubriaco fradicio, guardo verso il lago e sfido il drago a venire fuori. Lungo la strada del ritorno sostiamo in una città sulla riva dell'Oceano Atlantico, dove veniamo massacrati dalle zanzare (moschitoes). Poi ripassiamo da Londra - dove lasciamo il nostro nuovo amico, con cui non ho mai veramente simpatizzato - e torniamo in Olanda. Qui, passiamo un'altra serata al Paradise e poi puntiamo verso l'Italia, dove decidiamo di entrare dalla dogana di Piaggio Valmara, sul lago Maggiore. Alla dogana veniamo fermati a lungo dalla polizia di frontiera. Infine rientriamo a Milano.

Informatica: i miei due articoli più recenti per ZeroUno

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A presto un nuovo lungo articolo su una categoria di software applicativi strategici per le aziende

Autobiografia da adulto - Cap. 5 - Un anno denso

 Alcune teorie di cui ho sentito parlare, affermano che ogni sette anni circa, avvengono importanti cambiamenti nella vita di una persona. In effetti, nel 1981, l’anno in cui ho compiuto 21 anni, sono avvenuti molti fatti importanti l’uno dopo l’altro. 

A livello di amicizie, ho avuto modo di frequentare con una certa assiduità non solo una sola compagnia, ma più giri di persone contemporaneamente. Punto fermo era il mio migliore amico da quando avevamo sette anni, e che spesso andavo a trovare a tarda sera se, tornando in quartiere da altre attività, vedevo che accesa la luce della sua cucina. 


La maggior parte delle sere (non capitava quasi mai che non uscissi), le trascorrevo con gli amici del quartiere che praticavano il Buddismo come me. Come l’anno precedente, di solito ci trovavano sia prima che dopo cena: prima per recitare Gongyo (il nostro rituale mattutino e serale) in una casa e poi per andare a trovare qualche membro della nostra organizzazione o semplicemente per bere una birra (solitamente alla Clinica, una birreria sui Navigli). Chi non vedevo ormai più - se non di sfuggita al bar che fungeva da punto di ritrovo dei nostri giri nel quartiere - erano gli amici della seconda metà degli anni Settanta di cui ho scritto molto nell’autobiografia giovanile. Alcuni di loro avevano preso definitivamente una strada autodistruttiva, davanti alla quale, in pratica, io mi ero solo per poco affacciato, abbandonandola grazie alla pratica del Buddhismo di Nichiren Daishonin e la Soka Gakkai. 


In primavera, quasi tutti noi membri di quest’ultima, sia a Milano sia in altre città, abbiamo iniziato a preparare la prima visita in Italia del nostro presidente e maestro Daisaku Ikeda, da noi chiamato anche Sensei. Noi di Milano e di San Donato Milanese (città dell’hinterland, tra l’altro vicina al mio quartiere Vigentino, dove si era sviluppato, a partire dal 1975, l’allora più grande gruppo di giovani praticanti della provincia) abbiamo iniziato a fare preparativi che ci tenevano occupati diverse sera alla settimana. Durante i weekend, poi, ci trovavamo spesso con i membri di Bergamo e di Torino, con i quali avevamo deciso di realizzare uno breve spettacolo di canti e danze popolari da eseguire a Firenze, dove alla presenza di Sensei si sarebbe tenuto un Garden Party in una grande villa storica. Io ero stato scelto per ballare la Monferrina insieme ad altre coppie e dovevo allenarmi a danzare insieme a una ragazza di Torino, con cui sviluppai anche un’amicizia. Inoltre ero stato incaricato di organizzare il viaggio da Milano a Firenze e ritorno noleggiando due pullman. Nonostante la mia inesperienza (avevo solo 21 anni, dopotutto), riuscii sia a concordare tutto con una società di trasporti privati sia a prenotare circa sei o sette macchine da utilizzare nei giorni in cui il presidente Ikeda si sarebbe fermato a Milano. In questo contesto vissi un momento di trepidazione quando, recandomi alla sede della società di autonoleggio con gli altri “autisti” per ritirare le auto, mi chiesero la carta di credito. Io a malapena sapevo di che cosa si trattasse, e non ce l’avevo. Gli addetti allora non potevano consegnarci le auto. Tutto si risolse nel giro di un’oretta, quando ci raggiunse nell’ufficio il padre di un membro (un manager di una grande azienda) che aprì un portafoglio pieno di carte di credito e face così da garante. Le auto le parcheggiammo tutte nel garage dell’hotel Hilton, dove si sarebbe stabilito tutto lo staff del presidente Ikeda e i responsabili italiani della Soka Gakkai che non abitavano a Milano.


Non tutto, per quanto riguarda l’attività di cui ero responsabile, andò senza imprevisti. La società di noleggio pullman mandò due mezzi molto diversi. Il prima, che doveva partire all’alba con le persone che dovevano fare un certo tipo di attività di protezione e supporto (che chiamiamo sokahan, se maschi, e byakuren, se femmine) era un vecchio autobus, mentre il secondo, su cui viaggiavo io, e che era partito dopo, erano moderno. In pratica, quando noi con quest’ultimo arrivammo a poche decine di chilometri da Firenze, trovammo che l’altro mezzo si era guastato, ed era parcheggiato sulla corsia di emergenza dell’autostrada. Tutti i ragazzi che erano partiti prima di noi erano anche loro sparsi sulla corsia ad aspettarci. Per fortuna riuscii a convincere l’autista del mio pullman a far salire tutti e - stipati come sardine, metà seduti e metà in piedi - arrivammo al Garden Party. L’evento fu molto bello, anche se per via di tutte le attività che dovevo seguire, non me lo godetti molto da spettatore e tutto mi sembrò passare molto velocemente. Per il ritorno, la ditta dei pullman ci inviò, in sostituzione di quello che si era rotto, un altro mezzo più piccolo di quanto sarebbe stato necessario. Sentendomi responsabile di quanto era successo, io decisi di viaggiare su quest’ultimo. Alcuni, purtroppo, dovettero sedersi sul pavimento del corridoio. Ma i guai, fortunatamente non gravi, non erano finiti. Dopo esserci fermati a una stazione di servizio, ripartimmo senza fare l’appello e lasciammo giù due o tre ragazze. Allora non c’erano i telefonini. Quando ci accorgemmo, non potemmo fare altro che fermarci alla stazione di servizio successiva e aspettare gli eventi. Quando arrivammo nel parcheggio, le nostre amiche erano già lì ad aspettarci, perché avevano fatto l’autostop e con l’auto ci avevano messo meno tempo di noi.


Fortunatamente nei giorni successivi andò tutto bene. Si ravvisò la necessità che uno di noi dello staff trasporti dormisse all’hotel Hilton per essere disponibile 24 ore su 24 in caso di necessità. Io ottenni dal mio posto di lavoro il permesso di assentarmi per quattro giorni e detti la mia disponibilità. Mi fu assegnata una stanza in cui dormivo insieme a un italiano, che da un po’ di anni viveva in Giappone, e che era venuto in Italia con il seguito di Sensei come uno degli interpreti (anche se c’erano quelli italiani). Era un personaggio simpatico, più vecchio di me, già abituato a girare fra gli alberghi. La prima mattina mi convinse ad andare a fare colazione al ristorante dell’albergo: io non sapevo nemmeno che le colazioni erano incluse. E mi incoraggiò a mangiare tutto quello che potevo. Poi mi insegnò a farmi da solo il nodo alla cravatta. Fu un ulteriore passo in avanti nella mia revisione estetica avvenuta in occasione dell’inizio del lavoro, prima, e della visita di Sensei, poi. Per la prima volta dopo pochi altri avvenimenti precedenti della mia vita, infatti, avevo dovuto mettermi una vestito e tagliarmi i capelli (che poi, fino al servizio militare, subito dopo ripresi a tenere lunghi). Fra gli eventi per me belli che si verificarono nei giorni in cui il presidente Ikeda si fermò a Milano vi furono: l’accompagnare con l’auto, e due giapponesi che abitavano a Milano, la moglie di Sensei da parrucchiere prima e a una riunione con donne praticanti poi (in quell’occasione la signora Taneko Ikeda, visto che ero nel corridoio della casa, mi invito a fare Gongyo con loro e mi fece addirittura condurre Gongyo); l’accompagnare, insieme ad altre auto, il presidente Ikeda (per il quale avevamo noleggiato una limousine, che era anche preceduta da due vigili urbani motociclisti) alla Mondadori di Segrate, dove era atteso dall’allora amministratore delegato Mario Formenton ( fu quella la prima volta che entrai nella sede della casa editrice, dove molti anni dopo sono stato assunto per alcuni anni); un meeting con il nostro maestro in una sala dell’Hotel Hilton, dove ci diede un grande incoraggiamento a “mirare verso venti anni di pratica”.


Autobiografia da adulto - Cap. 4 - Lavoro, studio e attività

 Lunedì 3 settembre 1980 ho fatto il vero debutto nel mondo del lavoro, dopo l’esperienza di alcune settimane nell’estate 1974, quando insieme ad alcuni amici avevamo lavorato in una tipografia del nostro quartiere alla periferia sud di Milano, pagati in nero mille lire l’ora. In quell’occasione avevo svolto compiti da operaio come inscatolamento di materiale stampato, spostamento di bancali nel magazzino, carico e scarico di camion.

Per ironia della sorte, questa volta tornavo nel mondo dell’editoria in un’azienda che si serviva di tipografie. E, già nei primi giorni, dovendo svolgere un ruolo di “jolly”, oltre a scrivere qualche notizia, fare qualche intervista, effettuare ricerche iconografiche - compiti comunque redazionali - ho iniziato anche a tenere rapporti con i fornitori: grafico impaginatore, fotocomposizione, fotolito e stampatore. Mansioni che mi piacevano, anche perché mi permettevano di passare del tempo in luoghi di lavoro diversi, con persone con cui riuscivo a stringere rapporti di amicizia e da cui imparavo cose nuove e interessanti che servivano a rendere effettivamente fruibile ai lettori il lavoro di noi giornalisti. Non ringrazierò mai abbastanza l’opportunità che ho avuto di non dovermi limitare a lavorare in redazione, andare a fare interviste o partecipare a conferenze stampa, ma di poter vedere come si realizzavano le pellicole di foto e testi, come si montavano questa pellicole in pagine per impressionare le lastre, e come, con queste lastre, le macchine litografiche producevano le stampe che poi dovevano essere tagliate e rilegate in legatoria. Dopo sei anni, insomma, sono tornato a sentire l’odore degli inchiostri, dei solventi e della carta in mezzo al quale avevo passato delle giornate nell’estate 1974. E a risentire il rumore delle macchine per la stampa, con in sottofondo i richiami fra gli addetti o le musiche che uscivano da qualche radio o registratore.

In redazione era un’altra cosa. Siccome realizzavano un mensile (Pubblicità Domani) e un settimanale (Pubblico) rivolti agli operatori del mondo pubblicitario (agenzie, uffici pubblicità di aziende, concessionarie di editori e così via), i ritmi erano più tranquilli e si poteva scambiare anche qualche chiacchiera tra una telefonata e l’altra o la scrittura di qualche articolo o una rubrica. Allora usavamo solo macchine per scrivere manuali. A pensarci bene, anche queste facevano un certo rumore, ma più gentile e quasi ipnotico. La sede della casa editrice era situata in un ex grande appartamento al secondo di un palazzo molto vecchio situato in via Revere a Milano, vicino al Parco Sempione. In realtà, nello stesso appartamento, c’erano anche un paio di altre riviste, pubblicate da editori differenti. Una si chiamava Weekend, e ci occupava di località di vacanze e viaggi, e l’altra era Musica Viva, diretta da Lorenzo Arruga, un famoso critico musicale. Il personale della nostra casa editrice non era numerosissimo: poco più di una decina di persone fra direttore, direttore editoriale, redattori, commerciali e amministrativi. Io, insieme alle ragazze della contabilità e la centralinista (che avevano fra i 16 e i 20 anni), ero uno dei più giovani: non ancora ventunenne. Ma anche gli altri, fatta salva la signora che si occupava degli abbonamenti, avevano fra i trenta e i quarant’anni. La maggior parte di noi fumava (io compreso). Allora non c’erano ancora leggi antifumo negli uffici. La maggior parte di chi non fumava non si lamentava. Ci si avvelenava, quindi, allegramente, di fumo attivo e passivo. Però devo dire che non ho sentito di nessuno dei miei ex colleghi che si siano ammalati di cancro a polmoni. Detto questo, oggi è giusto che non si fumi più negli uffici.

Al lavoro andavo il pomeriggio. La mattina, a partire da novembre, avevo iniziato a frequentare le lezioni del primo anno di Lettere Moderne all’Università Statale, in via Festa del Perdono. Poi mangiavo alla mensa e quindi, raggiunta a piedi piazza del Duomo, da qui prendevo l’autobus 60 fino a Largo Quinto Alpini, su cui terminava la via Revere. Poche decine di metri ed entravo nel vecchio portone del palazzo. Nel tardo pomeriggio, spesso uscivo prima delle 18.30 concordate come fine giornata lavorativa, per passare dalla fotocomposizione o dalla tipografia. Fra le mie mansioni, fra l’altro, oltre a quelle strettamente giornalistiche o di collegamento con fornitori e collaboratori esterni, vi erano allora anche la correzione di bozze. Un’esperienza, questa, che mi è stata utilissima, almeno per tre motivi: per perfezionare la mia conoscenza dell’ortografia e della grammatica; per apprezzare i diversi stili di scrittura di altri giornalisti, e quindi acquisire maggiore consapevolezza delle peculiarità del mio; e per farmi una cultura più ampia possibile delle tematiche di cui ci occupavamo. Cultura che poi mi veniva utile quando dovevo essere io a effettuare interviste e scrivere articoli. 

Dopo gli ultimi lavori in redazione, o le ultime commissioni presso qualche fornitore, non rientravo quasi mai subito a casa: quasi tutti i pomeriggi si concludevano con qualche attività legata alla pratica buddhista nella Soka Gakkai. Nei primi mesi del 1981, inoltre, mi era stata affidata la corresponsabilità di uno dei gruppi in cui erano stati suddivisi i praticanti di Milano. In ogni caso, se non avevo una riunione con questo gruppo, o non dovevo andare a trovare qualche suo membro, una volta rientrato nel mio quartiere Vigentino mi ritrovavo a recitare Gongyo (la nostra pratica mattutina e serale) con le persone con cui avevo iniziato a praticare. Poi andavo a cena a casa e quindi uscivo nuovamente con i membri e amici del quartiere per andare a bere sui Navigli o a visitare qualcuno. Non si può dire - anche se non praticavo alcuno sport - che non facessi una vita movimentata.

Autobiografia da adulto - Cap. 3 - Avvio al lavoro

Intorno alla primavera del 1980, ormai le mie routine di vita erano completamente cambiate rispetto a quelle degli ultimi anni Settanta. Vivevo ancora in famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli (un fratello e una sorella più giovani di me), ma passavo la maggior parte delle mie giornate e serate fuori casa. Le lezioni universitarie alla facoltà di Fisica (Università Statale di Milano) che frequentavo (ero iscritto al primo anno di corso) si tenevano tutte il pomeriggio. Così, la mattina mi potevo alzare con comodità intorno alle nove, quindi, dopo colazione, recitavo Gongyo (le preghiere del Buddhismo di Nichiren Daishonin che avevo abbracciato l’anno precedente) e poi ripassavo le materie che stavo seguendo.

Dopo un pranzo veloce, con l’autobus 95, preso in via Quaranta, e quindi il filobus 93, che partiva da piazza Gabrio Rosa, raggiungevo l’università, sita in via Celoria. Al termine delle lezioni tornavo nel mio quartiere Vigentino, dove tutti tardi pomeriggi, alle 18.30, noi buddhisti della zona ci trovavamo per fare insieme Gongyo sera, guidati da un nostro amico che ci aveva tutti introdotti a questa religione negli ultimi anni Settanta. E la sera? Chi di noi voleva, ci davamo appuntamento allo storico bar Frison, in via Ripamonti, e da lì partivamo per andare, solitamente, a casa di un responsabile buddhista che abitava in via Lancetti, in zona Maciachini. Altre volte andavamo in qualche locale sui Navigli, dove spesso l’amico che ci aveva convertito suonava la con un gruppo blues importante del momento, oppure andavamo ad ascoltare qualche concerto in qualche teatro o parco di Milano o dell’Hinterland. 

Con l’arrivo delle belle giornate, altre volte, ci ritroviamo la sera sulla piazza della chiesa Madonna di Fatima e stavamo lì alcune ore sulle gradinate a suonare e conversare. In quel periodo ho avuto spesso l’occasione di accompagnare, con la mia chitarra, il nostro amico, che era senza dubbio uno dei migliori chitarristi blues del momento a livello italiano. Io suonavo gli accordi e lui cantava e suonava le parti soliste. Ogni tanto mi chiedeva di provare a “svisare”, ma non mi sentivo in grado e quindi continuavo ad accompagnarlo nelle parti ritmiche, ma intanto imparavo ugualmente molto da lui.

Un giorno di primavera, dopo un po’ di tempo che non lo facevo, andai a trovare mio zio materno Miro Cusumano, uno dei più noti pittori astrattisti italiani dell’epoca, a casa sua. Quel pomeriggio c’era anche la moglie Paola Errichelli, autrice teatrale, critica e traduttrice. Con entrambi gli zii, fin da bambini, avevo sviluppato un legame di confidenza e affetto molto forte, anche se potevano anche molti mesi fra i nostri incontri. Con loro potevo parlare di politica, di questioni esistenziali e - soprattutto con Paola - di scrittura e tendenze sociali e culturali del momento. Fin da quando ero preadolescente, lei mi incoraggiava a scrivere e, quando le mostravo qualcosa, se lo portava a casa per leggerlo. Quel pomeriggio parlai a entrambi dell’esperienza buddhista che avevo iniziato da qualche mese, dei benefici che avevo ottenuto praticando questa religione e della possibilità che potesse essere utile anche a loro. Purtroppo, quella fu l’ultima occasione in cui vidi la zia Paola: dopo poco tempo si trasferì a Roma, dove morì nel 1981.

Nei mesi successivi, decisi di andare a trovare e uscire più spesso con lo zio Miro. Lui mi fece conoscere molti amici pittori, scultori, letterati, o comunque intellettuali. Fra quelli che ricordo maggiormente, anche per averli incontrati più spesso, ci sono il poeta Giancarlo Majorino e gli artisti Gianni Brusamolino, Ferdinando Chevrier, Alberto Croce Gianfranco Motton e Carlo Nangeroni. Insieme, questi e altri artisti formavano per me un affascinante e stimolante bohème in cui mi sentivo a mio agio perché, nonostante fossi l’unico ventenne, mi sentivo comunque accolto e trattato da pari a pari, a volte anche con il tipico affetto che le persone più grandi sviluppano per una persona molto più giovane.

Nel frattempo, avvicinandosi l’estate, mi capitò in quei mesi di fare anche alcune brevi gite di due o più giorni, sia con amici buddhisti e non, sia con mio zio. Con alcuni dei primi, andai un paio di volte a Firenze, dove in quel periodo era iniziate una forte propagazione del nostro buddhismo fra i giovani e le loro famiglie. Devo dire che mi trovai molto bene con i ragazzi fiorentini che praticavano come me, tutti calorosi, pieni di interessi, aperti a fare amicizia. Ovviamente, mi affascinò anche la città in quanto tale. Da allora rimasi molto affezionato a Firenze. Un’altra bella gita di quel periodo la fece invece con lo zio Miro. Andammo a Bormio a trovare una famiglia di suoi amici. Lui era architetto e lei insegnante. Avevano anche una bambina di quattro o cinque anni straordinariamente intelligente e simpatica, con la quale mi successe di fare qualche discorso in cui si dimostrava “competente” quasi come un’adulta. In quell’occasione credo che ci fosse anche qualche altra persona amica e, fra le altre cose, mangiammo e bevemmo molto bene.

Nel frattempo, purtroppo, la mia preparazione ai primi esami all’università procedeva a fatica, complici soprattutto le lacune che mi ero portato dietro dagli ultimi due anni di liceo scientifico in analisi matematica e geometria. Ricordo che mio padre, che era direttore di agenzia alla Banca Commerciale, chiese a una insegnante di matematica sua cliente se potesse darmi un aiuto, ma questa rispose che non se la sentiva di fare ripetizione a uno studente universitario (forse perché ormai alcune parti che si imparano solo all’università non se le ricordava più bene). 

Sentendo che alcuni miei amici del quartiere avevano iniziato a fare lavori di tre mesi come autisti delle guardie mediche della Croce Rossa, verso luglio decisi di provare anch’io a fare questa esperienza invece di passare tutta l’estate in vacanza. Così avrei anche guadagnato qualche cosa, per non dipendere finanziariamente solo dalla famiglia. Al colloquio in una sede della Croce Rossa in zona Sempione non andò tutto liscio. Il selezionatore mi chiese di indicarmi via Novara su una grande cartina di Milano appesa a una parete. Io ero convinto di conoscere molto bene la città, perché durante l’adolescenza avevo sempre girato molto fra i vari quartieri, ma per rispondere riuscii a indicare solo la zona dove ricordavo che si trovasse la via, ma non il punto preciso. Me ne andai senza sapere se il colloquio fosse andato bene, perché mi dissero che mi avrebbero fatto sapere successivamente l’esito. Dopo qualche giorno, quando ormai pensavo che non mi avrebbero preso, mi chiamarono per dirmi che, di lì ad alcuni giorni o poche settimane (non ricordo bene) avrei preso servizio.

In attesa di iniziare a lavorare, però, un giorno di luglio mio zio Miro mi portò nella sede di una casa editrice fondata da alcuni suoi amici e che cercava un ragazzo in grado di svolgere alcune mansioni redazionali, dallo scrivere qualche articolo a cercare foto, andare in tipografia a portare pezzi da comporre e così via. Arrivati in redazione, io e mio zio entrammo nella stanza del direttore, che aveva più o meno la stessa età di mio zio e che si dimostrò subito molto affabile. Anzi, devo dire che rimasi molto affascinato dal carisma e dalla simpatia che emanava. Dopo un colloquio di una ventina di minuti, mi disse che avrei potuto iniziare a lavorare agli inizi di settembre, mezza giornata, da lunedì a venerdì. In questo modo avrei potuto anche continuare a frequentare l’università.

Nei giorni seguenti, presi due importanti decisioni. La prima fu, visto che non ero più convinto di continuare a frequentare Fisica (l’avevo scelta più per interesse filosofico che veramente scientifico), di iscrivermi a Lettere Moderne, che ritenevo anche più affine con il nuovo tipo di lavoro - il giornalismo, e l’editoria in generale - che mi era stato offerto; la seconda, quella di comunicare alla Croce Rossa che non avrei più preso servizio (peraltro non avevo ancora firmato un contratto). Scelsi invece di andare, forse per l’ultima volta, a trascorrere le vacanze estive con la famiglia nel campeggio di Ballabio, in Valsassina. In questo modo avrei potuto stare qualche settimana con gli amici che mi ero fatto lì negli ultimi anni, e che negli anni a venire avrei visto molto meno. 

Prima della vacanza in Valsassina, comunque, era previsto anche un corso estivo del nostro buddhismo all’hotel La Torre di Trevi, in Umbria. Come la maggior parte dei giovani, anch’io fui coinvolto nello staff dei soka-han (maschi) e delle byakuren (femmine). Il suo compito era quello di garantire che tutto si svolgesse in modo fluido e nella massima sicurezza. Noi soka-han facevamo dei giri di controllo all’interno dell’hotel di notte, e con le byakuren, durante il giorno, dovevamo indirizzare le persone verso l’auditorium dove si svolgevano le riunioni principali e assicurarci che ci fosse tutto quanto fosse necessario per lo svolgimento dei meeting. Era un’attività che ci permetteva di seguire il corso, ma nello stesso tempo dedicare quel momento della nostra vita a sostenere le persone e proteggere l’attività. Inoltre ci avrebbe consentito di stabilire forti legami fra di noi, anche se venivano da città diverse.

Dopo il corso a Trevi, la vacanza in campeggio in Valsassina fu molto lunga e bellissima. Nei primi giorni, ebbi più volte l’occasione di raccontare ai miei amici della mia pratica buddhista e dell’esperienza del corso in Umbria. Facemmo spesso escursioni sui monti intorno alla Valsassina. Passammo anche lunghi pomeriggi nel campeggio stesso, durante i quali, quasi sempre, suonavo e cantavo tutto il mio repertorio di canzoni di cantautori italiani o di artisti e gruppi pop internazionali. Nel gruppo di amici, c’era sempre la ragazza con la quale c’era una storia più platonica che fisica nel vero senso della parola, ma della quale ero molto “cotto”. Una storia che iniziava e finiva sempre con l’inizio e la fine della vacanza.





Mobilità sostenibile: mio articolo su strategie Eni

 Un tema molto attuale e affascinante. Permette di parlare di come cambiaranno i mezzi di trasporto dal punto di vista delle modalità di acquisto o utilizzo in condivisione; di nuove tipologie di propulsione; dei biocarburanti. Il tutto visto attraverso l'ottica della grande azienda energetica italiana fondata da Enrico Mattei, con attività in mezzo mondo.

https://www.ilgiornale.it/news/economia/eni-investe-e-accelera-sulla-mobilit-sostenibile-2087031.html

Autobiografia da adulto - Cap. 2 - Primi mesi del 1980

 Il mio ingresso negli anni Ottanta è quello di un giovane molto cambiato rispetto a quello dell’adolescenza. Nel giro di pochi mesi, dalla ripresa della pratica buddhista nella Soka Gakkai, avvenuta a settembre 1979, il mio modo di vivere le giornate, gli amici con cui passo la maggior parte del tempo, persino il mio modo di vestire, si sono modificati. Non sono più un mezzo (se non totale) frikkettone. Mantengo poche abitudini trasgressive del mio essere precedente, mentre riprendo e riparto da quelle più costruttive, mettendo al centro il rispetto di me stesso, per la mia dignità, per la mia salute, per il mio futuro e per le altre persone.

Da novembre 1979 frequento il primo anno del corso di laurea in Fisica dell’Università Statale di Milano, in via Celoria. Durante i primi giorni dell’anno accademico incontro in facoltà il mio compagno di banco del biennio del liceo scientifico, che avevo frequentato al liceo Einstein. Era dai primi mesi del 1976 che non lo vedevo più. Un pomeriggio, mentre facciamo una passeggiata nel giardino della facoltà, gli parlo del Buddhismo di Nichiren Daishonin. Rimane meravigliato quando gli faccio ascoltare dei pezzi del Gongyo, i due capitoli del Sutra del Loto di Shakyamuni che recitiamo la mattina e la sera. Sono scritti in cinese antico e ormai li so a memoria. 

Le lezioni che seguo sono fisica (tenute dal professor Ugo Facchini, autore anche del libro di testo), analisi I, geometria e chimica. Qualche volta frequento qualche lezione di informatica, dove si studia il linguaggio Fortran, e una o due volte faccio capolino - se non ricordo male - a delle lezioni di russo. A causa delle lacune che mi erano rimaste in matematica dagli ultimi anni del liceo, a causa delle mie frequenti assenze per motivi prima politici e poi di vita ribelle, faccio molta fatica a seguire le lezioni di analisi e geometria. Inoltre il mio stato generale di salute non è dei migliori a causa delle intemperanze degli anni precedenti. Spesso mi accorgo di stare per addormentarmi a lezione o di essermi veramente assopito.

Per un certo periodo mi siedo sempre vicino a un ragazzo e una ragazza. Lei la trovo carina e ci faccio anche un pensiero. Ma durante la prima lezione dopo le vacanze natalizie, mentre siamo seduti tutti e tre vicini, con lei in mezzo, sento che loro si dicono di essersi pensati entrambi durante le ferie. Capisco che si stanno per mettere insieme e infatti così avviene. Per un po’ di tempo continuiamo lo stesso a seguire insieme le lezioni. Dopo un po’, invece, decido di smettere di fare quello che regge la candela. 

Qualche volta, il mio amico che avevo conosciuto nel 1978-1979 al biennio di recupero quarta e quinta liceo, e con cui ho vissuto molte delle vicende personali del 1979, viene a cercarmi in facoltà. Lui frequenta il vicinissimo Politecnico, corso di laurea in ingegneria elettronica. Anche il mio migliore amico da quando avevamo 7 anni frequenta lo stesso corso e una volta li faccio anche conoscere. Ma tutto finisce lì. Mentre il mio migliore amico continuo a frequentarlo come sempre (anche perché abitiamo nello stesso condominio), l’altro, man mano che passano i primi mesi del 1980, lo perdo sempre più di vista. L’ultima volta deve averlo incontrato una sera, con la sua nuova fidanzata. Andammo a fare un giro in macchina dopo cena. 

Domenica 3 febbraio, una bellissima giornata sole invernale, insieme a una ragazza e a una donna, ricevo il Gohonzon, un mandala iscritto da Nichiren Daishonin e l’oggetto di culto di noi praticanti il suo Buddhismo. Da qualche settimana avevo avvertito i miei genitori che avrei portato a casa questo Gohonzon. Nota divertente, all’inizio mio padre, o entrambi i genitori, avevano capito che si trattasse di una persona, forse per la lontana somiglianza della parola Gohonzon e bonzo. Ma subito avevamo chiarito. Quello che invece, il giorno dell’apertura dell’oggetto di culto in un altarino sistemato sopra il mio letto, non si erano aspettati, è che alla cerimonia avessi invitato molte persone. Dopo pranzo della domenica 3 febbraio, suonarono al citofono e iniziarono a salire - parte in ascensore e parte a piedi lungo le scale (abitavamo al quinto piano), una trentina di praticanti. C’erano anche dei membri americani che si trovavano di passaggio a Milano. Mentre stavano sistemandosi in ginocchio nella mia stanza, in corridoio mio padre mi disse: “Questa è un’invasione”. Ma era un rimbrotto non troppo severo. Finita la cerimonia, anzi, mio padre parlò serenamente qualche minuto con il signor Kanzaki, che mi aveva aperto il Gohonzon. E qualche giorno dopo mi disse: “Non so perché, ma comunque, da quando è arrivato in casa quell’oggetto, il clima in casa è più tranquillo”.  Ciò mi fece molto piacere. Comunque, dopo un po’ di tempo, tramite la persona che mi aveva introdotto alla pratica Buddhista, mi arrivò il consiglio del signor Kanzaki di non essere troppo insistente con il parlare del Buddhismo ai miei genitori. Aveva capito che avevo la tendenza ed essere un po’ fanatico e che potevo diventare troppo assillante e intollerante.

Per me l’affidamento del Gohonzon fu un momento chiave della mia vita. Ora, per praticare davanti all’oggetto di culto, non era più necessario andare a casa di altri: anzi, potevo invitare io delle persone a vederlo a casa mia e a recitare di fronte ad esso. Ad ogni modo, non smisi di sfruttare ogni occasione possibile per andare a recitare a casa di altre persone. Tutti i pomeriggi, prima di cena, noi praticanti del quartiere Vigentino ci trovavamo a celebrare la cerimonia di Gongyo sera a casa di un membro che abitava in via Ripamonti. Poi ognuno andava a cenare a casa sua. Verso le 21, chi voleva di noi, si ritrovava. L’appuntamento era al solito bar che frequentavamo tutti da diversi anni. Quel locale mi aveva visto passare momenti belli e momenti brutti ormai dal 1977 in avanti. Di solito ora andavamo in zona Maciachini a casa di un responsabile (la persona che aveva introdotto al Buddhismo chi poi lo aveva fatto a me). Lì recitavamo, guardavamo qualche filmato proveniente dal Giappone con un proiettore, passavamo qualche ora a parlare. Una volta invitai lì anche il mio amico del 1978-1979, che ebbe l’occasione di recitare e parlare con il signor Kanzaki. Ma poi non iniziò a praticare, pur rimanendo sempre molto rispettoso della pratica.

Autobiografia da adulto - Cap. 1 - Rinascita

 L’autunno del 1979, che da un punto di vista esistenziale era iniziato più come un inverno, si è trasformato in una primavera. Durante l’estate avevo toccato i punti più bassi di un modo di vivere che avevo inaugurato l’anno precedente all’insegna del definitivo disimpegno politico, ma anche di uno sblocco deciso dei freni inibitori nei confronti di esperienze fortemente autodistruttive. Nella primavera - questa volta in senso reale - dell’anno, avevo però avuto la possibilità - con il mio primo inizio della pratica del Buddhismo di Nichiren Daishonin - di interrompere il viaggio verso il basso che avevo iniziato esattamente un anno prima. Ma, affascinato dalle prospettive di esperienze fuori dall’usuale offerte dalla direzione deviante che avevo preso, e non potendo andare contemporaneamente in due direzioni opposte, avevo scelto per interrompere il cammino spirituale iniziato insieme ad altri giovani del mio quartiere e della mia città all’interno del movimento della Soka Gakkai. 

Una sera di fine agosto (o primi di settembre), però, mentre mi trovavo al bar del quartiere che costituiva il punto di ritrovo di noi ex frequentatori della casa occupata di piazza dell’Assunta, ho incontrato un amico con il quale avevo praticato nei mesi precedenti, e che era già diventato membro della Soka Gakkai nel 1978. Vedendomi da solo e non proprio messo bene dal punto di vista psicologico e fisico, mi ha chiesto se volevo andare con lui in una birreria sui Navigli. Arrivati là, mentre parlavamo davanti a due boccali della mia situazione, lui mi ha detto: “Se vuoi cambiare vita, l’unico modo è tornare a praticare”. Io non mi sono affatto messo sulla difensiva; anzi, gli ho risposto che avrei seguito il suo consiglio. Dal giorno dopo ho ricominciato a recitare sia da solo sia a casa sua, alla mattina, sia a casa di un altro nostro amico, nel tardo pomeriggio. Il ragazzo che mi aveva convinto a riprendere la pratica non abitava lontano in linea d’aria da casa mia, ma per arrivare a casa sua si doveva passare su un fiumiciattolo (la roggia Vettabbia) camminando in equilibrio su un tubo. Lui, appena si alzava la mattina, mi telefonava (allora esistevano solo i telefoni fissi), e quindi io uscivo di casa, camminavo qualche centinaio di metri fino al tubo, superavo la Vettabbia ed arrivavo subito alla sua abitazione. Poi, durante il giorno, non uscivo da casa mia fino al tardo pomeriggio, quando arrivava l’ora di raggiungere tutti gli altri nell’appartamento in via Ripamonti dell’altro nostro amico per recitare tutti insieme. Dopocena, infine, mi recavo al solito bar del quartiere da dove, quasi sempre, partivamo per andare a casa di un altro nostro compagno di fede che abitava in zona Maciachini. 

Da allora non ho quasi mai più saltato le preghiere del mattino e della sera e tutte le riunioni che venivano organizzate a livello di Milano o di Nord Italia.



Prossimi progetti per autobiografia ed altro

 Due giorni fa ho concluso la stesura della mia autobiografia relativa al periodo che va dalla nascita, il 10 gennaio 1960, alla fine del 1979. Considerato che quanto ho scritto ha occupato ben 40 capitoli, ho deciso di ridenominare quanto ho prodotto (pubblicato solo su questo blog) Autobiografia giovanile.

Come avrà notato che ha avuto la gentilezza di leggerla, il lavoro non è scritta come se fosse un romanzo (benche realistico). Non ho usato né i nomi veri delle persone coinvolte né nomi fittizi, per il semplice fatto che non ho fatto in tempo a pensare quale nome sarebbe stato migliore per identificare ciascun protagonista. Il principale obiettivo di queste mie autobiografie è lasciare, per chi vorrà conoscermi meglio da oggi in avanti, qualche ricordo della mia vita. Il secondo è rivolto a me: scrivendo ho avuto modo di far riemergere fatti, persone e risvolti psicologici, che mi hanno permesso di riflettere ancora di più su me stesso. Non escludo, un giorno, di rileggere quanto ho scritto, migliorarlo, integrarlo, sfrondarlo di eventuali parti ridondanti, e attribuire nomi fittizi (per rispetto della privacy di chi ho conosciuto) alle persone e a certi di cui ho parlato senza identificarli.

Penso di scrivere ancora due parti della mia autobiografia nel prossimo futuro. La prima sarà relativa agli anni che vanno dalla fine del 1979 - che coincide anche con l'inizio dell'università, l'impegno nella pratica buddista abbracciata quell'anno, l'abbandono di alcune abitudini errate acquisite negli ultimi anni precedenti - a quando mi sono sposato nel settembre 1989. Nella seconda cercherò di lasciare informazioni e spiegazioni di quanto è avvenuto nel periodo in cui ho iniziato, con la mia ormai ex moglie, a creare una famiglia e ho iniziato una seconda fase della mia carriera come giornalista, fino al momento attuale.

Parallelamente alla continuazione della mia autobiografia, sull'onda di un nuovo approccio alla scrittura diverso da quello legato al mio mestiere di giornalista, mi piacerebbe cimentarmi con qualche progetto di tipo letterario. A questo fine sono aperto anche a raccogliere opinioni e suggerimenti.

Autobiografia giovanile - Cap. 40 - Verso l'età adulta

 A metà primavera circa del 1979,interruppi, dopo pochi mesi che avevo iniziato, di praticare il buddismo di Nichiren Daishonin e di frequentare i nuovi amici della Soka Gakkai. Per qualche giorno avevo pensato che avrei potuto continuare pur mantenendo il mio stile di vita sregolato e, sotto certi aspetti, ormai sempre più anche autolesionista. Ma alla fine cedetti e archiviai quell’esperienza come una delle diverse vissute negli anni precedenti. Avevo già smesso, dopo pochi mesi, anche di frequentare la palestra di yoga. Non mi sembrava di fare progressi in quella disciplina: in particolare, quando alla fine dovevamo passare molti minuti sdraiati in uno stato di rilassamento, io non riuscivo a raggiungere questo stato: per lo meno non come avrei voluto. 

Fra i temi che avevo archiviato già nella seconda metà del 1978 c’era la politica. Dopo non più di due o tre cortei, a cui avevo preso parte nella prima metà, portandomi dietro qualcuno degli amici del Collettivo Politico Vigentino (Cpv), che avevo fondato nelle seconda metà del 1977 con l’idea di creare un punto di riferimento dell’area dell’Autonomia anche nel mio quartiere (ma in realtà non fu mai un soggetto politico bensì una compagnia di amici), dalla primavera del 1978 la militanza politica aveva smesso di fare parte del mio bagaglio esperienziale. Non frequentai più il Circolo Giovanile Romana-Vigentina di Corso Lodi. 

Fra la fine del 1978 e l’inizio del 1979, quando ormai gli amici con cui mi vedevo erano nuovamente gli ex-Cpv (dopo che per qualche mese mi avevano emarginato), i nuovi amici del quartiere con cui avevo iniziato a uscire quell’anno, e i miei due nuovi amici fra i compagni di scuola all’Unione Professori, ebbi solo una volta l’occasione di rivedere delle persone del Circolo Giovanile Romana-Vigentina a un concerto di gruppi rock studenteschi che si tenne nell’aula magna del Settimo liceo scientifico. In particolare, nell’atrio dell’aula magna, mentre eravamo entrambi su di giri, fui avvicinato ad uno di questi miei ex compagni di attività politica, che mi rinfacciò di avere smesso di andare alla casa occupata di Corso Lodi 6 in un momento in cui l’impianto elettrico che avevo installato (peraltro, devo avere aggiunto io, con l’intervento decisivo di un altro di loro, che di lavoro faceva l’elettricista) aveva cominciato a saltare spesso. E si lamentò per il fatto che loro si trovavano in varie occasioni a cercare di risolvere queste interruzioni di corrente, che non colpivano solo la loro sede al piano terreno, ma anche gli appartamenti delle famiglie dei piani soprastanti. Trovai questo ragazzo particolarmente arrabbiato con me, il che mi colpì relativamente perché, anche in passato, non era mai stato uno che mi sembrava avermi in simpatia, tranne forse qualche rara occasione. Ma dietro quel parlarmi in tono così esasperato, quella sera mi sembrò esserci anche un malessere psicologico che non c’entrava con me ma che riguardava lui solo. Diversi mesi più tardi mi ritornò, questo mi tornò in mente quando seppi la notizia che quel ragazzo si era suicidato lanciandosi da un terrazzino condominiale a un piano molto alto del palazzo in cui viveva in zona Corvetto.

Fra il 1977 e il 1979, comunque, io ero uno dei tanti adolescenti che si erano avvicinati alla militanza politica, nelle formazioni più estreme, nell’”ultima coda” del ‘68 (così me la definì, qualche anno dopo, un giornalista che poteva essere mio padre) e che poi si erano progressivamente disimpegnati per perseguire stili di vita differenti in cui la ricerca di sensazioni forti, a costo di infrangere limiti imposti dal buon senso comune e dal rispetto della salute, faceva la parte del leone. E questo avveniva tanto a sinistra quanto a destra. Lo posso affermare perché, agli inizi della primavera 1979, più o meno nello stesso periodo in cui stavo ancora sperimentando la pratica del buddismo, mi ritrovai ad aggiungere alla mia cerchia di amicizie anche ragazzi della mia età che, solo fino a un paio d’anni prima, erano stati militanti dell’estrema destra. Giovani con cui, noi dell’altra parte, ci odiavamo e che in qualche occasione avremmo potuto scontrarci fisicamente al punto da causare delle tragedie. Devo però dire che, nonostante io allora mi ritrovassi con persone che ce l’avevano “a morte” con i fascisti, dentro di me non ho mai sentito realmente il desiderio di fare del male a qualcuno per via di idee politicamente opposte. E non ho mai giustificato, per esempio, l’uccisione, nel 1975, di Sergio Ramelli, un giovane di destra di Milano. Il suo omicidio, così come quelli, da parte di neofascisti, dei “compagni” Claudio Varalli (1975) e Gaetano Amoroso (1976; cugino di un mio compagno di classe delle medie), mi sembravano tutti assurdi. 

Ma in quegli anni frequentavo ugualmente chi la pensava in maniera diversa sull’inutilità e l’atrocità di certi atti violenti, perché comunque condividevo con loro altri obiettivi della lotta politica. Il giorno in cui rapirono Aldo Moro, così, durante un’assemblea studentesca straordinaria al Donatelli, intervenni giustificando l’azione delle Brigate Rosse e fui sommerso di fischi. Ma sicuramente, qualche settimana più tardi, non approvai l’uccisione del politico. Su questo punto condivisi il titolo di prima pagina, a caratteri cubitali, dell’edizione del giorno dopo di Lotta Continua (quotidiano che acquistavo quasi tutti i giorni in quel periodo), che condannava senza appello l’omicidio di Moro.

Come iniziai a frequentare degli ex potenziali nemici da combattere? Un sabato pomeriggio della primavera 1979 mi ritrovai con uno dei miei due amici compagni di classe con cui uscivo ogni tanto. Ci trovavamo in Piazza Vetra, allora già in realtà una parte del Parco delle Basiliche, che era un luogo noto per la presenza di spacciatori di droghe di ogni tipo. Io e il mio amico venimmo all’improvviso accerchiati da un gruppo di militanti di estrema sinistra con i fazzoletti rossi a coprire parte della faccia e i classici manici di piccone con un pezzo di stoffa rossa arrotolati a mo’ di bandiera. Fra i primi di loro che notai ci fu una ragazzina apparentemente di prima liceo, ma che poteva dimostrare anche dodici anni. Aveva uno sguardo determinato ma non feroce. Forse mi sembrò come potevo essere io un po’ di anni prima, nel 1975. Lui era in prima fila ma non parlò. Si rivolsero a noi altri più grandi, i quali qualificarono il gruppo come una ronda contro lo spaccio dell’eroina. Io invece dissi che ero un compagno, e feci qualche nome di un gruppo antifascista che avevo frequentato negli anni precedenti e che loro conosceva. Così ci lasciarono andare. 

Dopo un po’ di passi, vidi che il mio amico aveva gli occhi arrossati. Mi disse che era stato fortunato che ci fossi io e che, se ci avessero chiesto di mostrare i nostri documenti, lui forse sarebbe stato picchiato. Mi spiegò che, prima di allora, non mi aveva raccontato del suo passato nel Fronte della Gioventù perché, sapendo che io ero stato un compagno e forse lo ero ancora, non voleva “rovinare la nostra amicizia”. Io gli dissi subito che perché quello che era passato era passato, che noi potevamo essere amici anche se avevamo avuto esperienze diverse. Dopo quell’episodio continuammo il pomeriggio e la sera insieme ad altri suoi amici, tutti “ex fasci”, maschi, della nostra età. Alcuni, come me e il mio amico, erano impegnati a prepararsi per la “matura” (l’esame di maturità). 

Tutti divennero miei amici da quel giorno. Quella sera decidemmo di girare per Milano ammassati nella macchina dei miei (la Opel Kadett familiare). A una certa ora, all’incrocio fra via Ferrari e via Farini, facemmo un piccolo incidente stradale con un’altra macchina. In quel momento scoprii il carattere ancora focoso di alcuni di loro, che collegai anche con il tipo di militanza politica che avevano praticato. Prima di me scesero subito dalla mia macchina e andarono a litigare con il guidatore dell’altra. Quasi certamente aveva torto lui, ma anch’io ero stato piuttosto distratto. Comunque sia, io e l’altro guidatore ci scambiammo i dati e, nei giorni successivi l’assicurazione di mio padre ci mandò i fogli della constatazione amichevole da compilare. I miei nuovi amici si offrirono come testimoni a mio favore pochi giorni dopo ci rivedemmo per firmare tutti insieme il documento. 

Da quel weekend iniziai a trascorrere tutti i fine settimana con quella compagnia, mentre nello stesso periodo smettevo di frequentare i buddisti e di praticare. Ricordo che - memore del “tradimento” della nostra amicizia effettuato nei miei confronti l’anno prima da alcuni dei miei amici ex-Cpv e altri che si erano uniti a noi nel 1978 - un giorno chiesi al mio compagno di classe e amico di dirmi che cosa avevano detto di me i suoi amici. Lui mi disse che erano contenti di avermi conosciuto. Nelle settimane successive anch’io feci conoscere qualche mio amico al mio compagno di classe. Infatti, nei giorni infrasettimanali continuavo a frequentare il bar Frison, dove mantenevo i miei rapporti di amicizia con diversi giri di persone con cui mi uscivo dagli anni precedenti e qualcuno nuovo. Un giorno presentai a questo compagno di scuola anche il mio migliore amico di sempre. Per l’occasione menzionai il fatto che tutti e tre avevamo in comune la passione per l’elettronica. Per la verità io non mi dedicavo più a questo hobby, così come a quello della radio CB. Anzi, un giorno chiesi e ottenni dal mio compagno di scuola che prendesse lui tutti i componenti elettronici che mi erano rimasti, compresi quelli che mi aveva regalato l'ingegnere parente acquisito che, in passato, mi aveva fatto ripetizioni di matematica.

Fra i nuovi amici che mi feci in quei mesi in quartiere, ce ne furono alcuni che negli anni passati erano stati simpatizzanti per l’estrema destra, ma che ora vivevano anche loro una vita sregolata. Un pomeriggio uscimmo insieme io, uno di questi e il mio compagno di classe, che si affezionò alla persona che avevo portato io. Ma poi avemmo poche occasioni di uscire di nuovo tutti insieme. Intanto era riapparso anche quello del quartetto della fine 1976 che, agli inizi del 1978, era rimasto nel gruppo Cpv, o ormai ex-Cpv, e che poi non avevo più visto per lungo tempo. Con lui avevo sempre avuto un legame personale molto forte, soprattutto da dopo la festa contro il Concordato al Palalido nel febbraio 1978.

Però nei fine settimana uscivo sempre con la compagnia del mio compagno di scuola, e qualche volta ci raccontavamo a vicenda qualche episodio accaduto in passato, quando militavamo su fronti politici opposti. Un pomeriggio accadde un’altra volta un episodio simile a quello che era successo a me e al mio compagno di classe in Piazza Vetra. Questa volta ci trovavamo nei giardinetti di Piazzale Susa. Arrivò un gruppo di compagni, impegnati credo in una ronda antifascista, che riconobbero alcuni dei miei amici. Prima che potesse avvenire qualcosa di brutto, io dissi ai compagni che io avevo frequentato un comitato antifascista, feci il nome di alcuni di quel comitato che loro conoscevano bene e li assicurai che ora i ragazzi con cui ero lì non facevano più parte di nessun gruppo di estrema destra. Tutto si risolse e ci lasciarono in pace. 

Un giorno di una settimana, il mio compagno di classe mi disse che lui e altri nostri amici avevano deciso che dovevo conoscere una loro amica con cui tutti avevano fatto l’amore (forse il termine fu “sesso”) la prima volta. Mi disse che proprio in quei giorni c’era stato un altro dei nostri amici, che era anche lui vergine come me. Così, il sabato sera successivo, andammo a casa di questa loro amica, i cui genitori erano fuori per il fine settimana, e iniziammo a festeggiare. Io e il mio compagno di classe, mentre eravamo entrambi su di giri, ci sdraiammo sul letto matrimoniale con questa ragazza, che aveva anche lei la nostra età e che io avevo già identificato come una ragazza tranquilla e verso la quale io non nutrivo un giudizio negativo per il fatto che avesse scelto di avere rapporti promiscui con più ragazzi, anche contemporaneamente. Anche gli altri nostri amici erano nella stessa stanza seduti su alcune poltrone. C’era un giradischi e io proposi di ascoltare l’album Ummagumma dei Pink Floyd con le luci spente. Ero curioso di vedere quale reazione avrebbero avuto gli altri, ma soprattutto la ragazza sotto le lenzuola con me e il mio amico più intimo in quel periodo, ascoltando il punto del brano Careful with that axe, Eugene in cui avviene l’assalto con l’ascia e la vittima urla. E forse desideravo anche che, grazie alle luci spente, si raggiungesse la situazione giusta perché la ragazza iniziasse a fare qualcosa con me. 

Come infatti accadde. Mentre andava la musica sentii che con il suo piede sinistro iniziò a carezzare il mio destro. Anch’io risposi facendo lo stesso movimento nei suoi confronti. Poi iniziammo a praticare del petting, durante il quale una volta urtai con la mia mano quella del mio amico, e lui si scusò e mi lasciò campo libero. Quindi con molta fatica, dato che non ero lucidissimo, riuscimmo ad avere un rapporto completo. Già dal giorno successivo o un paio dopo la ragazza mi telefonò a casa per dirmi che si era trovata molto bene con me, che ero stato molto dolce, e che le sarebbe piaciuto rivedermi. Io accampai qualche scusa per non fissare un appuntamento. Anch’io le volevo bene e le ero anche grato per avermi fatto vivere quella prima esperienza, ma non mi sentivo attratta da lei. La rividi solo un pomeriggio insieme agli altri nostri amici, ma non accennammo più a quanto era avvenuto.

Intanto si avvicinavano gli esami di maturità. Gli scritti erano previsti per i primi giorni di luglio 1979. Qualche settimana prima, il mio compagno di classe e amico mi invitò ad andare nella casa in montagna della sua famiglia a studiare insieme. Nei primi giorni ci fu anche la sua ragazza, poi restammo da soli. Avevamo anche portato su due chitarre, e così continuai a insegnargli qualche nuovo accordo e ogni tanto potemmo suonare insieme. Io improvvisavo e lui mi accompagnava. Devo dire che allora - come si era dimostrato quando suonavo sulle gradinate della chiesa con il mio amico chitarrista blues - non avevo imparato a suonare scale e riff. E così le mie improvvisazioni erano molto limitate. Ricordo che mangiavamo quasi sempre pasta aglio e olio e peperoncino o pasta alla carbonara come primi e cotolette come secondo. Studiavamo molte ore, ma soprattutto di notte fino a poco prima dell’alba. Lui si impegnava soprattutto con matematica, io invece con italiano. Mi rilessi, forse tutti i tre volumi del Compendio di storia della letteratura italiana di Natalino Sapegno, che ancora conservo gelosamente. 

Al nostro rientro affrontammo gli esami di quarta e quinta da privatisti presso il Liceo Scientifico L. Bottoni di Milano. Trovai quel periodo come un tunnel che non finiva mai. Per lo scritto di italiano scelsi una traccia di attualità incentrata sul problema della crisi energetica di quell’anno (nota come seconda crisi petrolifera). Esordii affermando che il problema mi preoccupava relativamente ,perché auspicavo un modello di società diversa, in cui non ci sarebbe stato molto bisogno di carburanti fossili. Una società non capitalista e molto ambientalista. Scrissi così tanto che non feci in tempo a copiare in bella tutto il testo e invitai la commissione a finire la lettura dalla brutta. Il giorno dopo ci fu lo scritto di matematica. La mia preparazione migliore si fermava al programma di terza liceo. Avevo sì studiato qualcosa, ma non ero preparato a fondo sugli argomenti relativi alle funzioni trascendenti (esponenziali, logaritmi, trigonometria) e all’analisi (derivate e integrali). Per riuscire a finire un po’ più di metà del compito riuscii a farmi aiutare un pochino dal mio amico nei bagni, così come io gli avevo dato dei suggerimenti il giorno prima durante lo scritto di italiano. Gli orali andarono più facilmente, anche se due materie che erano state estratte per me per l’orale - storia dell’arte e geografia astronomica - non mi ero preparato bene. Lo dissi sinceramente subito prima delle interrogazioni. Trovai per fortuna due commissari comprensivi. Il professore di storia dell’arte mi chiese di parlargli di un argomento che mi piaceva e io scelsi l’Impressionismo, sul quale avevo un po’ di conoscenze, acquisite più che altro per interesse personale. Il docente di geografia astronomica, invece, mi chiese la forza gravitazionale. Per fortuna ebbi l’intuizione che avesse qualche analogia con la legge di Coulomb, che avevo studiato bene nel programma di fisica, e riuscii così a dirgli la formula giusta. Finiti tutti gli orali ebbi la bella sorpresa di essere stato promosso, anche se con un voto basso (38/60), ma non il più basso (36/60) con cui si diplomò qualche altro nostro amico. Il mio amico con cui mi ero preparato e l’altro nostro compagno di classe con cui eravamo usciti quell’anno scolastico furono promossi anche loro con due votazioni leggermente superiori alla mia. Noi tre fummo gli unici promossi di tutta la classe, il che mi dispiacque per gli altri che si erano dati da fare ma non erano riusciti a diplomarsi.

Dopo gli esami ripresi a frequentare sia il mio compagno di classe e i suoi amici, sia il gruppetto dell’ex-Cpv. Con quest’ultimo, l’11 luglio 1979, andai a sentire un concerto di B.B. King al velodromo Vigorelli di Milano. Uno dei nostri amici, quello con cui avevo sempre legato di meno, anche se ci conoscevamo dall’infanzia e abitavamo nello stesso condominio, rimase così entusiasta che ci trascinò tutti alla ricerca dei camerini dopo potevamo trovare B.B. King e la sua band. Li trovammo e riuscimmo ad entrare, senza essere fermati da nessuno, in una saletta dove erano tutti riuniti. B.B. King fu molto gentile e forse anche divertito. Ci facemmo scattare da qualcuno delle foto insieme al bluesman e agli altri musicisti. Mi sono sempre chiesto se da qualche parte del mondo esistono ancora quelle foto o almeno i loro negativi.

Qualche giorno dopo, il mio amico del quartetto di amici del 1976, un altro di quelli che si erano aggiunti a noi più tardi,  e con cui avevamo fondato il Cpv, ed io ci recammo in una casa sul lago di Como del primo. Poche ore dopo che ci eravamo sistemati io ho iniziato ad avere un disturbo neurologico. Non ricordavo più dove eravamo, chi c’era effettivamente (un mio amico si accorse che dicevo che c’era mio padre in un’altra stanza) e poi chi fossi io e chi erano loro. Ero cosciente solo che erano bravi con me. Uno o due giorni dopo mi tornò la memoria e rientrammo a Milano. 

Poi, come tutti gli anni, raggiunsi la mia famiglia al Camping Grigna di Ballabio. Lì mi rilassai e mi ripresi bene. C’erano gli amici di tutti i sessi, tutte le età, tutte le provenienze e tutti i modi di vivere diversi di sempre. Per qualche giorno portai su un amico del gruppo del mio compagno di classe, che aveva avuto dei diverbi in famiglia ed era voluto andarsene via di casa. Di giorno stava con me e la mia compagnia, mangiava con noi, e di notte dormiva nella nostra macchina. Poi tornò a Milano dalla famiglia. Io mi rimisi - sempre per modo di dire, ossia quasi esclusivamente platonico - con la ragazza di cui ero sempre stato un po’ innamorato. Un’altra, più grande, invece, una sera mi propose di andare a dormire nella sua roulotte con lei ma io declinai l’invito perché ero troppo perso per quella con cui, però, non combinavo molto. 

Forse, essendomi già tolto la soddisfazione di aver avuto un rapporto sessuale completo prima dell’estate - anche se l’esperienza era stata molto pregiudicata dal mio stato mentale del momento - non mi interessava fare di nuovo sesso. Sospinto anche dalla malinconia per l’avvicinarsi dei rientri dalle vacanze (e la mia ragazzina non mi aveva assicurato che ci saremmo rivisti prima dell’estate successiva) quei giorni scrissi anche una poesia, un sonetto, triste, in cui associavo l’arrivo dell’autunno e del maltempo con la fine della giovinezza e l’incombere dell'età adulta. Questa era simboleggiata, più che dalla fine del liceo e l’inizio dell’università, dal fatto che il 10 gennaio 1980 avrei compiuto 20 anni. Le poche persone a cui fece leggere la poesia - che peraltro non era l’unica scritta su un certo quadernetto in quegli anni - la trovarono abbastanza ben scritta ma ingenua.

Al rientro a Milano, la vita riprese esattamente come l’avevo lasciata prima, con le stesse abitudini e le stesse frequentazioni. Aumentarono quelle con gli amici del quartiere che si erano uniti al quartetto iniziale con la nascita del Cpv. Con alcuni di loro, il 9 settembre, andammo in auto a Bologna a sentire un concerto di Patti Smith. Riuscimmo a trovare un posto nel prato dello stadio molto vicino al palco. Il concerto mi piacque, e mi restai estasiato soprattutto durante una canzone in cui Patti Smith eseguì, a pochi metri da dove mi trovavo, dei lunghi assoli con il sax soprano. Quello strumento mi piaceva molto. E per la cronaca non era la prima volta che lo sentivo suonare dal vivo, poiché nel 1978, poco tempo dopo che avevo conseguito la patente di guida, insieme a mio fratello e al mio caro amico con cui abbiamo passato molto tempo insieme da soli fra la fine del 1976 e gli inizi del 1977, eravamo andati una sera a Cremona ad ascoltare un concerto del jazzista Steve Lacy. Ma, mentre quest’ultimo avevo fatto molta fatica ad ascoltarlo, perché si trattava di free jazz, gli assoli di sax soprano di Patti Smith mi penetrarono nella testa e nel cuore con piacere, e non mi sarei mai stancato di ascoltarli.

Durante il resto del mese, il gruppo di amici ex Cpv cominciò a sciogliersi. Mio fratello era già tornato a frequentare dei nostri amici di infanzia. Io continuai a verdermi con gli altri e un giorno chiesi, all’amico con cui avevo sempre legato di meno, come mai prima dell’estate mi avevano cercato, dopo un periodo in cui mi avevano emarginato. Lui mi rispose che si erano accorti che io stavo incamminandomi su una strada pericolosa con altri miei amici e che temevano che avrei compiuto qualche passo eccessivo che poi avrebbero potuto iniziare a compiere anche loro. Insomma, in qualche modo avevano cercato di stringere nuovamente i nostri legami per cercare tutti insieme di salvarci da un destino fatale. Io presi atto di questa confessione, che però non ritenni una conferma di un disamore nei miei confronti. Mi resi conto che anch’io avevo posto delle cause per il comportamento scostante che loro avevano avuto verso di me. A partire da quello di ritenermi un po’ più colto e intelligente. 

Purtroppo, però, verso quella strada pericolosa io avevo continuato ad andare ugualmente e anche loro avevano iniziato a incamminarsi. Dopo quel dialogo, io continuai ancora per un po’ di tempo a frequentare il mio ex compagno di scuola e altri ragazzi del quartiere. Intanto mi ero iscritto alla facoltà di Fisica dell’Università Statale di Milano, con l’obiettivo di diventare un astrofisico e scoprire i misteri dell’universo. Sia il mio ex compagno di scuola con cui avevo passato buona parte dell’anno, sia il mio migliore amico dall’infanzia (che andavo a trovare di tanto in tanto a casa sua la sera tardi), si iscrissero invece a Ingegneria Elettronica al Politecnico di Milano. 

Una sera, mentre mi trovavo seduto a un tavolino del bar Frison in attesa di qualche amico con cui passare la serata, arrivò da solo uno dei miei amici più grandi con i quali avevo iniziato a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin fra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Mi chiese se volevo andare con lui alla birreria La Clinica di via Torricelli, sui Navigli. Accettai l’invito. Quando fummo là, si fece raccontare da me come stavo vivendo in quel periodo. Chiunque mi avesse guardato bene capiva che non scoppiavo di salute, né fisicamente né psicologicamente. Mi disse che se volevo risolvere una volta per tutte la situazione l’unica alternativa era ricominciare a praticare. Accettai anche questa proposta e dal giorno dopo inizia a frequentare lui e gli altri buddisti della zona tutti i giorni. Questo mio amico mi disse anche che, se mi sentivo in pericolo se fossi uscito di casa durante il giorno, era meglio se restavo a casa e poi uscissi con loro nel tardo pomeriggio e la sera. Così smisi per qualche tempo di vedere gli amici di prima. 

Una sera, il nostro amico chitarrista blues mi portò a casa della persona che gli aveva parlato per la prima volta del buddismo e a me sembrò che fosse quasi un buddha in persona, tanto era felice e convinto delle cose che diceva. Sempre a casa di quel ragazzo, che allora aveva 28 anni come il mio amico chitarrista, una di quelle sere incontrai un giapponese di trentasei anni, che praticava circa sedici anni. Abitava da qualche anno in Italia e risiedeva a Bergamo. Spesso, prima di tornare dalla sua famiglia, si fermava a Milano per incontrare dei giovani praticanti. Il giapponese mi lasciò parlare a lungo, mi fece alcune domande, si prese anche qualche appunto, e alla fine, con una voce calma e in grado di toccare il cuore mi disse: “Devi avere più rispetto di te”. Quelle parole mi fecero capire quale era stato il mio problema più grande di quegli ultimi anni. Qualche settimana più tardi, portai sempre in quella casa il mio ex compagno di classe, con cui ogni tanto avevamo iniziato a incontrarci all’università fra una lezione e un’altra: Fisica non era distante dal Politecnico. Anche in quell’occasione c’era il responsabile giapponese. Per almeno una mezz’ora recitammo Daimoku (la frase che riteniamo rappresentare la Legge mistica universale). Anche il mio amico lo fece con noi. Poi il giapponese parlò un po’ anche con lui. Lui però non decise di iniziare a praticare e dopo di allora ci rivedemmo sempre meno frequentemente, anche se ho continuato a pensare a lui molto spesso. (fine)

(pubblicazione riservata - Riccardo Cervelli 2022)



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