Autobiografia da adulto - Cap. 7 - Questioni di sessualità

 Del 1981 ho già avuto modo di raccontare vari eventi importanti, quali l'inizio di nuove amicizie con ragazzi conosciuti per caso ai Navigli e che ho introdotto al Buddhismo di Nichiren Daishonin, la visita a Firenze e Milano del presidente della Soka Gakkai Internazionale (SGI) Daisaku Ikeda e le vacanze estive in Olanda e in Gran Bretagna (Inghilterra e Scozia) con i ragazzi di cui sopra.

Del 1981 mi ricordo con piacere della seconda volta in cui ho avuto, in vita mia, un'avventura sessuale completa con una ragazza. Come ho già raccontato, la prima in assoluto l'avevo vissuta nella primavera o estate del 1979, ma era stata un'esperienza "sui generis", in quanto ero stato portato da alcuni amici (i quali sapevano che ero ancora vergine) a casa di una loro amica disponibile e io ero in uno stato di non piena lucidità. Quindi, benché, dopo molti tentativi, siamo riusciti ad avere un rapporto completo, le sensazioni - benché piacevoli - non erano state quelle che avrei potuto attendermi. 

Dopo la mia conversione al Buddhismo, alla fine del 1979 e il cambiamento di frequentazioni, mi ero trovato in altre situazioni in cui era coinvolto il lato sessuale della vita. Una donna amica di miei amici, di qualche anno più grande di me, aveva provato più volte a invitarmi a casa sua, anche per fare sesso, ma non avevo accettato per un paio di motivi principali: non mi piaceva e non mi sentivo pronto per avere una relazione di coppia, che temevo anche potesse limitarmi nella mia libertà. Nell'estate successiva, durante un breve viaggio a Firenze con un mio amico, la ragazza con cui si era messo da poco ed alcune amiche di questa, ho finito una sera per trovarmi sul letto di una di loro semplicemente per chiacchierare (e forse giocare a carte). 

Provando una certa attrazione per lei (che aveva quattro anni meno di me) ho iniziato a divenire abbastanza ardito, trovando anche da parte sua una crescente complicità. Dopo un po' ci siamo spogliati, ma purtroppo lei aveva le mestruazioni, quindi abbiamo fatto molto petting ma non abbiamo avuto un rapporto completo. Poi ci siamo addormentati. La mattina mi sono svegliato con lei che aveva dormito con la sua testa sul mio petto. Questa scena mi ha fatto provare una sensazione bellissima e la ricordo ancora con molta tenerezza. La sera dopo io mi sentivo stanco e non eccitato. Mi sono sdraiato su un divano nella sala dell'appartamento in cui ci trovavamo (vicino agli Uffizi). Poco dopo lei è venuta da me e mi ha detto che, se volevo, mi poteva offrire "asilo politico" nel suo letto. Io però ho declinato. Negli anni successivi mi sono pentito di questa scelta.

Una dimostrazione eclatante della mia goffaggine con le donne è stata anche questa, in cui non è coinvolto il lato sessuale. Durante una serata in compagnia di mio zio Miro a casa di suoi amici artisti nel quartiere Brera di Milano, avevo incontrato una ragazza della mia età. Subito ci eravamo fatti notare reciprocamente questa circostanza, perché eravamo gli unici giovanissimi, mentre gli altri presenti nella casa erano tutti dell'età dei nostri genitori. Siamo stati per un po' da soli in una stanza. Io avevo trovato una chitarra e suonavo, mentre lei mi ascoltava. Non ricordo che avessimo parlato molto. Comunque la trovavo molto carina. 

Qualche settimana o mese dopo, quando ancora frequentavo l'università la mattina e il pomeriggio andavo a lavorare in redazione, sono andato a mangiare nella mensa dell'ateneo. C'era un tavolo vuoto e mi sono messo lì con il vassoio preso al self-service. Dopo qualche minuto si è seduta di fronte a me una ragazza con il suo vassoio. Io l'ho riconosciuta: era quella della serata in Brera. Non so se lei mi abbia riconosciuto a sua volta. Io non ebbi il coraggio di chiederle se si ricordava di me, di noi, e lei nemmeno iniziò a parlarmi. Passammo una - almeno per me - imbarazzante mezz'ora a mangiare senza scambiarci una parola. Poi ci lasciammo senza, mi sa, neanche salutarci. Anche di questa esperienza ho portato il rimorso per sempre.

Ma torniamo alla "seconda volta". In questo caso, era quasi sicuramente il 1981 o al massimo gli inizi del 1982, un sabato sera ci siamo trovati a casa di un nostro amico praticante io e altri amici buddhisti (fra i quali uno di quelli con cui ero andato in Scozia). C'era una ragazza di un due o tre anni più grande di me che avevo conosciuto alcuni giorni o settimane prima. Era carina ed estroversa. Aveva simpatia per me. A un certo punto della serata, eravamo seduti per terra in sala. Io e lei ci trovavamo uno di fronte all'altra. Vedevo le sue mutandine e questo di fece eccitare e diventare sempre più intraprendente, al punto che - non ricordo con esattezza chi lo propose per primo - andammo in una camera da letto. In quella stanza c'era due letti singoli. Su uno eravamo sdraiati io e lei e su un altro il mio ex compagno di viaggio in Scozia con la proprietaria di casa. La presenza di loro non ci dette alcun fastidio e viceversa. Anzi, ci incoraggiavamo in un certo senso. La mia amica era più esperta di me e quindi guidò le danze. Fu un'esperienza molto piacevole e ricca, e senza i problemi della prima volta nel 1979. Ho sempre considerato, di fatto, questa come la vera prima avventura sessuale normale della mia vita. 

Poi lei mi accompagnò a casa in auto. Prima di lasciarmi fece un gesto che significava che ci saremmo sentiti per telefono. Quel segno, però, visto attraverso il vetro del portone, mi fece sentire come se fossi in trappola. Tuttavia, uscimmo insieme un'altra serata, senza fare nulla. Quella volta lei volle che io la accompagnassi a casa guidando la sua macchina e poi mi pagò (ancora guadagnavo pochissimo al lavoro) un taxi per tornare a casa. Ricordo che il tassista comprese la situazione e, durante il viaggio fino a destinazione, chiacchierammo sulle relazioni fra uomo e donna. Nei giorni successivi, però, crebbe il mio timore di essermi infilato in una storia di cui non ero convinto e pian piano smisi di sentirmi con quella ragazza. La rividi ancora, insieme ad altri amici, e ciò fu motivo di imbarazzo. Venni anche un po' rimproverato dall'amica che ci aveva fatto conoscere per averla fatta soffrire.

Continuai fino ad almeno dopo il servizio militare (1984-1985) ad vivere situazioni inconcludenti con l'altro sesso. I fattori erano un mix di timidezza, autocontrollo nel non voler sfruttare il carisma che mi derivava dalla mia responsabilità nell'ambiente buddhista per attrarre a me delle ragazze giovani e carine che mi piacevano, timore di legarmi con donne più grandi di me (ce n'erano anche nel lavoro) che mi sembrava cercassero di avere delle avventure con il sottoscritto, e, last but not least altre due circostanza: la prima era che cercavo, dopo il lavoro e l'attività religiosa, di studiare per dare qualche esame all'università; la seconda, forse, era che dovevo ancora svolgere il servizio militare. Questo credo che costituisse uno spartiacque psicologico fra il momento attuale e quello che sarebbe stato il mio futuro negli anni successivi a una desiderata laurea e all'assolvimento degli obblighi di leva militare. Non può non avere avuto un ruolo anche una certa inibizione verso il tema delle conquiste sessuali già emerso durante le preadolescenza e l'adoloscenza, anche a causa di un'educazione un po' conservatrice sulla sessualità.

Da un punto di vista lavorativo, benché mi piacesse abbastanza l'attività giornalistica che svolgevo (anche per gli stimoli che permetteva di avere, occupandomi della vita del mondo pubblicitario, come redattore in una rivista specializzata su questo tema), non pensavo che avrei voluto fare il giornalista tutta la vita. Credevo che, forse, la laurea in lettere mi avrebbe aperto altre strade, come quella di diventare uno sceneggiatore, lavori che in quel momento mi attraevano. O al limite anche un copywriter pubblicitario. 

In questa situazione, mi impegnavo nel lavoro e nell'attività buddhista, nonché in famiglia (in quel periodo mia madre non stette bene e fu ricoverata per alcuni mesi). Frequentavo ragazze che mi piacevano, ma non osavo corteggiarle in modo efficace. Una sera, durante una gita in Liguria con amici, mi capitò di condividere una stanza di una casa che ci avevano prestato con una ragazza che mi attraeva molto. Anche un mio amico aveva provato ad essere lui a prendere il mio posto, ma io ero stato più deciso. Nonostante le ipotesi che gli altre stavano facendo su quanto poteva avvenire nella nostra stanza, in realtà io e quella ragazza ci sistemammo ciascuno su uno dei due letti singoli disponibili, e chiacchierammo fino a che non decidemmo che fosse giunta l'ora di dormire. 

A volte ero io a non rendermi conto che potessero esserci ragazze che mi desideravano e con le quali avrei almeno potuto provare. Un week-end a Bolzano, ero ospite di una famiglia di due fratelli, un maschio e una femmina. La ragazza, una sera, si mise a piangere, e il fratello mi disse che era innamorata di me. Io ero però, già da altre fine settimana trascorsi a Bolzano, attratto inutilmente da un'altra ragazza, spigliata, giovanissima maestra. E speravo di mettermi un giorno con lei. Così non avevo colto eventuali segnali che potevano venirmi da quella che era effettivamente interessata a me, e che tra l'altro era anche carina e buona. A ben pensarci, ora mi mi ricordo che, anche quella volta di Firenze, tra i motivi che mi avevano portato a non accettare l'invito della ragazza con cui avevo "giocato" la notte prima, c'era il fatto che aveva iniziato ad attrarmi un'altra loro amici, rossa di capelli, con la pelle diafana, e molto vivace. La quale, però, non mi filava. Mi aveva, però, lusingato dicendomi che avevo cucinato un sugo buonissimo. Non avevo seguito una ricetta precisa, ma avevo messo nella passata di pomodoro tutte le spezie che avevo trovato nella credenza.


Io in Andalusia nell'estate 1982
Io in Andalusia nell'estate 1982

Autobiografia da adulto - Cap. 6 - Viaggio in Scozia

 Il 1981 non è per me caratterizzato solo dalla importantissima esperienza del primo incontro - sebbene non personalizzato - con il presidente della SGI Daisaku Ikeda.

A poco più di un anno dal mio cambiamento di vita, rispetto al periodo 1975-1979, non tutto era completamente archiviato. Durante un piccolo ritorno all'indietro, ho avuto modo di fare un'esperienza molto significativa. Mi trovavo in via Torricelli, a Milano, vicino al locale La clinica, e stavo suonando la chitarra. A un certo punto mi si avvicina un ragazzo della mia età circa e mi chiede se possiamo suonare un bluen insieme. Lui ha con sè un armonica a bocca. Dopo aver finito di suonare, io inizio a parlargli della mia pratica buddista. Subito lui reagisce dicendo: "Ah! Voi siete i bodhisattva!". Dopo un po' io lo invito a venire ad una nostra riunione. Gli detto un indirizzo, un giorno e un orario. Lui scrive.

Dopo una settimana circa, io mi ero completamente dimenticato di quel ragazzo. Vado a una riunione in casa di un giapponese che vive in una casa di ringhiera in via Vigevano, vicino alla Darsena e al naviglio Grande. A un certo punto si sente bussare e poi entrano nella stanza un gruppo di alcuni ragazzi. Erano il giovane che avevo conosciuto alla Clinica e altri suoi amici.

Nelle settimane successive, lui e gli altri iniziano a praticare e a venire a recitare anche casa del nostro amico che offre casa (per le recitazioni) in via Ripamonti. Con quel ragazzo e altre tre suoi amici, ad agosto, andremo poi in vacanza in auto in Scozia.

Partiamo, come da me suggerito, da casa mia prima dell'alba dopo aver riposato. La mattina presto passiamo la dogana fra l'Italia e la Svizzera senza problemi, nonostante avremmo potuto averne. Trascorriamo la prima notte in Germania, non ricordo se in un campeggio o all'aperto. Poi arriviamo ad Amsterdam. Lì ci accampiamo nel campeggio in cui io ero stato con la mia famiglia nel 1975. Purtroppo, al primo caffé che decidiamo di farci con la moka e un fornellino che avevamo portato dietro, io mi dimentico di mettere l'acqua nella caffettiera e così bruciamo il filtro. Fine dei caffé all'italiana fatti con la moka. Nel campeggio conosciamo un paio di ragazze straniere. Passiamo un po' di tempo con loro. Mi resta impressa la frase di una di loro, secondo la quale il nostro inglese era un po' divertente ("funny". Capisco che all'estero si studia l'inglese più seriamente che in Italia.

Dopo aver passato un paio di giorni, o tre, ad Amsterdam (ed essere stati in alcuni locali e al club Paradise, dove abbiamo assistito a un concerto di Jim Capaldi, ex Traffic), ci trasferiamo a Delft, dove andiamo a trovare dei ragazzi olandesi che i miei amici avevano conosciuto l'estate prima in Grecia. Qui alloggiamo in un caseggiato per giovani, in cui, ad ogni piano, c'erano tanti monolocali e cucine comuni. Poi ci rechiamo a Zeebrugge a prendere il traghetto per Dover, in Inghilterra.

A Londra alloggiamo in un ostello. Qui conosciamo un ragazzo. I miei amici lo invitano a proseguire il viaggio con noi. Io non lo dico, ma non sono d'accordo. Sono geloso dei miei amici e preferirei continuare il viaggio solo fra di noi: io, i due che avevano iniziato a praticare e un loro amico, che non conoscevo e che abitava ad Affori, e che dorme in tenda con me fin dall'inizio del viaggio. Ad ogni modo, non dico nulla e accetto di buon grado che ora siamo in cinque. Alla fine va bene così: ad ogni sosta io continuo a dormire con il ragazzo di Affori e il nuovo amico dorme con gli altri due.

Nel frattempo, mi ero dimenticato di dire che, fin dal passaggio in Svizzera, si era rotto il motorino di avviamento della macchina. E così, dopo ogni volta che la spegnevamo, dovevamo spingerla per farla ripartire. Un giorno, visto che faceva sempre più fatica a ripartire, dobbiamo cercare un meccanico in Inghilterra, Ne troviamo uno gentilissimo, che si offre di ospitarci a dormire in una stanza di una casa semicostruita di sua proprietà. Prima di lasciarci lì scrive su un foglio che ci sta ospitando lui e lo firma. Quindi, se fosse passata la polizia, non avremmo avuto problemi.

Un giorno arriviamo in Scozia. La prima sosta è a Edimburgo. Sebbene i miei amici non siano interessati, un giorno decido di visitare da solo la città. Vado a vedere un museo e poi mi reco sulla collina di un parco da cui si vede tutto il panorama di Edimburgo. Qui incontro tre signore anziane con cui mi intrattengo in una piacevole chiacchierata in inglese.

Nei giorni successivi arriviamo fino a Inverness. Una sera sostiamo, dopo averci fatto una bella bevuta di birra in un pub, sulla riva del lago di Lochness. Io, ubriaco fradicio, guardo verso il lago e sfido il drago a venire fuori. Lungo la strada del ritorno sostiamo in una città sulla riva dell'Oceano Atlantico, dove veniamo massacrati dalle zanzare (moschitoes). Poi ripassiamo da Londra - dove lasciamo il nostro nuovo amico, con cui non ho mai veramente simpatizzato - e torniamo in Olanda. Qui, passiamo un'altra serata al Paradise e poi puntiamo verso l'Italia, dove decidiamo di entrare dalla dogana di Piaggio Valmara, sul lago Maggiore. Alla dogana veniamo fermati a lungo dalla polizia di frontiera. Infine rientriamo a Milano.

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Autobiografia da adulto - Cap. 5 - Un anno denso

 Alcune teorie di cui ho sentito parlare, affermano che ogni sette anni circa, avvengono importanti cambiamenti nella vita di una persona. In effetti, nel 1981, l’anno in cui ho compiuto 21 anni, sono avvenuti molti fatti importanti l’uno dopo l’altro. 

A livello di amicizie, ho avuto modo di frequentare con una certa assiduità non solo una sola compagnia, ma più giri di persone contemporaneamente. Punto fermo era il mio migliore amico da quando avevamo sette anni, e che spesso andavo a trovare a tarda sera se, tornando in quartiere da altre attività, vedevo che accesa la luce della sua cucina. 


La maggior parte delle sere (non capitava quasi mai che non uscissi), le trascorrevo con gli amici del quartiere che praticavano il Buddismo come me. Come l’anno precedente, di solito ci trovavano sia prima che dopo cena: prima per recitare Gongyo (il nostro rituale mattutino e serale) in una casa e poi per andare a trovare qualche membro della nostra organizzazione o semplicemente per bere una birra (solitamente alla Clinica, una birreria sui Navigli). Chi non vedevo ormai più - se non di sfuggita al bar che fungeva da punto di ritrovo dei nostri giri nel quartiere - erano gli amici della seconda metà degli anni Settanta di cui ho scritto molto nell’autobiografia giovanile. Alcuni di loro avevano preso definitivamente una strada autodistruttiva, davanti alla quale, in pratica, io mi ero solo per poco affacciato, abbandonandola grazie alla pratica del Buddhismo di Nichiren Daishonin e la Soka Gakkai. 


In primavera, quasi tutti noi membri di quest’ultima, sia a Milano sia in altre città, abbiamo iniziato a preparare la prima visita in Italia del nostro presidente e maestro Daisaku Ikeda, da noi chiamato anche Sensei. Noi di Milano e di San Donato Milanese (città dell’hinterland, tra l’altro vicina al mio quartiere Vigentino, dove si era sviluppato, a partire dal 1975, l’allora più grande gruppo di giovani praticanti della provincia) abbiamo iniziato a fare preparativi che ci tenevano occupati diverse sera alla settimana. Durante i weekend, poi, ci trovavamo spesso con i membri di Bergamo e di Torino, con i quali avevamo deciso di realizzare uno breve spettacolo di canti e danze popolari da eseguire a Firenze, dove alla presenza di Sensei si sarebbe tenuto un Garden Party in una grande villa storica. Io ero stato scelto per ballare la Monferrina insieme ad altre coppie e dovevo allenarmi a danzare insieme a una ragazza di Torino, con cui sviluppai anche un’amicizia. Inoltre ero stato incaricato di organizzare il viaggio da Milano a Firenze e ritorno noleggiando due pullman. Nonostante la mia inesperienza (avevo solo 21 anni, dopotutto), riuscii sia a concordare tutto con una società di trasporti privati sia a prenotare circa sei o sette macchine da utilizzare nei giorni in cui il presidente Ikeda si sarebbe fermato a Milano. In questo contesto vissi un momento di trepidazione quando, recandomi alla sede della società di autonoleggio con gli altri “autisti” per ritirare le auto, mi chiesero la carta di credito. Io a malapena sapevo di che cosa si trattasse, e non ce l’avevo. Gli addetti allora non potevano consegnarci le auto. Tutto si risolse nel giro di un’oretta, quando ci raggiunse nell’ufficio il padre di un membro (un manager di una grande azienda) che aprì un portafoglio pieno di carte di credito e face così da garante. Le auto le parcheggiammo tutte nel garage dell’hotel Hilton, dove si sarebbe stabilito tutto lo staff del presidente Ikeda e i responsabili italiani della Soka Gakkai che non abitavano a Milano.


Non tutto, per quanto riguarda l’attività di cui ero responsabile, andò senza imprevisti. La società di noleggio pullman mandò due mezzi molto diversi. Il prima, che doveva partire all’alba con le persone che dovevano fare un certo tipo di attività di protezione e supporto (che chiamiamo sokahan, se maschi, e byakuren, se femmine) era un vecchio autobus, mentre il secondo, su cui viaggiavo io, e che era partito dopo, erano moderno. In pratica, quando noi con quest’ultimo arrivammo a poche decine di chilometri da Firenze, trovammo che l’altro mezzo si era guastato, ed era parcheggiato sulla corsia di emergenza dell’autostrada. Tutti i ragazzi che erano partiti prima di noi erano anche loro sparsi sulla corsia ad aspettarci. Per fortuna riuscii a convincere l’autista del mio pullman a far salire tutti e - stipati come sardine, metà seduti e metà in piedi - arrivammo al Garden Party. L’evento fu molto bello, anche se per via di tutte le attività che dovevo seguire, non me lo godetti molto da spettatore e tutto mi sembrò passare molto velocemente. Per il ritorno, la ditta dei pullman ci inviò, in sostituzione di quello che si era rotto, un altro mezzo più piccolo di quanto sarebbe stato necessario. Sentendomi responsabile di quanto era successo, io decisi di viaggiare su quest’ultimo. Alcuni, purtroppo, dovettero sedersi sul pavimento del corridoio. Ma i guai, fortunatamente non gravi, non erano finiti. Dopo esserci fermati a una stazione di servizio, ripartimmo senza fare l’appello e lasciammo giù due o tre ragazze. Allora non c’erano i telefonini. Quando ci accorgemmo, non potemmo fare altro che fermarci alla stazione di servizio successiva e aspettare gli eventi. Quando arrivammo nel parcheggio, le nostre amiche erano già lì ad aspettarci, perché avevano fatto l’autostop e con l’auto ci avevano messo meno tempo di noi.


Fortunatamente nei giorni successivi andò tutto bene. Si ravvisò la necessità che uno di noi dello staff trasporti dormisse all’hotel Hilton per essere disponibile 24 ore su 24 in caso di necessità. Io ottenni dal mio posto di lavoro il permesso di assentarmi per quattro giorni e detti la mia disponibilità. Mi fu assegnata una stanza in cui dormivo insieme a un italiano, che da un po’ di anni viveva in Giappone, e che era venuto in Italia con il seguito di Sensei come uno degli interpreti (anche se c’erano quelli italiani). Era un personaggio simpatico, più vecchio di me, già abituato a girare fra gli alberghi. La prima mattina mi convinse ad andare a fare colazione al ristorante dell’albergo: io non sapevo nemmeno che le colazioni erano incluse. E mi incoraggiò a mangiare tutto quello che potevo. Poi mi insegnò a farmi da solo il nodo alla cravatta. Fu un ulteriore passo in avanti nella mia revisione estetica avvenuta in occasione dell’inizio del lavoro, prima, e della visita di Sensei, poi. Per la prima volta dopo pochi altri avvenimenti precedenti della mia vita, infatti, avevo dovuto mettermi una vestito e tagliarmi i capelli (che poi, fino al servizio militare, subito dopo ripresi a tenere lunghi). Fra gli eventi per me belli che si verificarono nei giorni in cui il presidente Ikeda si fermò a Milano vi furono: l’accompagnare con l’auto, e due giapponesi che abitavano a Milano, la moglie di Sensei da parrucchiere prima e a una riunione con donne praticanti poi (in quell’occasione la signora Taneko Ikeda, visto che ero nel corridoio della casa, mi invito a fare Gongyo con loro e mi fece addirittura condurre Gongyo); l’accompagnare, insieme ad altre auto, il presidente Ikeda (per il quale avevamo noleggiato una limousine, che era anche preceduta da due vigili urbani motociclisti) alla Mondadori di Segrate, dove era atteso dall’allora amministratore delegato Mario Formenton ( fu quella la prima volta che entrai nella sede della casa editrice, dove molti anni dopo sono stato assunto per alcuni anni); un meeting con il nostro maestro in una sala dell’Hotel Hilton, dove ci diede un grande incoraggiamento a “mirare verso venti anni di pratica”.


Autobiografia da adulto - Cap. 4 - Lavoro, studio e attività

 Lunedì 3 settembre 1980 ho fatto il vero debutto nel mondo del lavoro, dopo l’esperienza di alcune settimane nell’estate 1974, quando insieme ad alcuni amici avevamo lavorato in una tipografia del nostro quartiere alla periferia sud di Milano, pagati in nero mille lire l’ora. In quell’occasione avevo svolto compiti da operaio come inscatolamento di materiale stampato, spostamento di bancali nel magazzino, carico e scarico di camion.

Per ironia della sorte, questa volta tornavo nel mondo dell’editoria in un’azienda che si serviva di tipografie. E, già nei primi giorni, dovendo svolgere un ruolo di “jolly”, oltre a scrivere qualche notizia, fare qualche intervista, effettuare ricerche iconografiche - compiti comunque redazionali - ho iniziato anche a tenere rapporti con i fornitori: grafico impaginatore, fotocomposizione, fotolito e stampatore. Mansioni che mi piacevano, anche perché mi permettevano di passare del tempo in luoghi di lavoro diversi, con persone con cui riuscivo a stringere rapporti di amicizia e da cui imparavo cose nuove e interessanti che servivano a rendere effettivamente fruibile ai lettori il lavoro di noi giornalisti. Non ringrazierò mai abbastanza l’opportunità che ho avuto di non dovermi limitare a lavorare in redazione, andare a fare interviste o partecipare a conferenze stampa, ma di poter vedere come si realizzavano le pellicole di foto e testi, come si montavano questa pellicole in pagine per impressionare le lastre, e come, con queste lastre, le macchine litografiche producevano le stampe che poi dovevano essere tagliate e rilegate in legatoria. Dopo sei anni, insomma, sono tornato a sentire l’odore degli inchiostri, dei solventi e della carta in mezzo al quale avevo passato delle giornate nell’estate 1974. E a risentire il rumore delle macchine per la stampa, con in sottofondo i richiami fra gli addetti o le musiche che uscivano da qualche radio o registratore.

In redazione era un’altra cosa. Siccome realizzavano un mensile (Pubblicità Domani) e un settimanale (Pubblico) rivolti agli operatori del mondo pubblicitario (agenzie, uffici pubblicità di aziende, concessionarie di editori e così via), i ritmi erano più tranquilli e si poteva scambiare anche qualche chiacchiera tra una telefonata e l’altra o la scrittura di qualche articolo o una rubrica. Allora usavamo solo macchine per scrivere manuali. A pensarci bene, anche queste facevano un certo rumore, ma più gentile e quasi ipnotico. La sede della casa editrice era situata in un ex grande appartamento al secondo di un palazzo molto vecchio situato in via Revere a Milano, vicino al Parco Sempione. In realtà, nello stesso appartamento, c’erano anche un paio di altre riviste, pubblicate da editori differenti. Una si chiamava Weekend, e ci occupava di località di vacanze e viaggi, e l’altra era Musica Viva, diretta da Lorenzo Arruga, un famoso critico musicale. Il personale della nostra casa editrice non era numerosissimo: poco più di una decina di persone fra direttore, direttore editoriale, redattori, commerciali e amministrativi. Io, insieme alle ragazze della contabilità e la centralinista (che avevano fra i 16 e i 20 anni), ero uno dei più giovani: non ancora ventunenne. Ma anche gli altri, fatta salva la signora che si occupava degli abbonamenti, avevano fra i trenta e i quarant’anni. La maggior parte di noi fumava (io compreso). Allora non c’erano ancora leggi antifumo negli uffici. La maggior parte di chi non fumava non si lamentava. Ci si avvelenava, quindi, allegramente, di fumo attivo e passivo. Però devo dire che non ho sentito di nessuno dei miei ex colleghi che si siano ammalati di cancro a polmoni. Detto questo, oggi è giusto che non si fumi più negli uffici.

Al lavoro andavo il pomeriggio. La mattina, a partire da novembre, avevo iniziato a frequentare le lezioni del primo anno di Lettere Moderne all’Università Statale, in via Festa del Perdono. Poi mangiavo alla mensa e quindi, raggiunta a piedi piazza del Duomo, da qui prendevo l’autobus 60 fino a Largo Quinto Alpini, su cui terminava la via Revere. Poche decine di metri ed entravo nel vecchio portone del palazzo. Nel tardo pomeriggio, spesso uscivo prima delle 18.30 concordate come fine giornata lavorativa, per passare dalla fotocomposizione o dalla tipografia. Fra le mie mansioni, fra l’altro, oltre a quelle strettamente giornalistiche o di collegamento con fornitori e collaboratori esterni, vi erano allora anche la correzione di bozze. Un’esperienza, questa, che mi è stata utilissima, almeno per tre motivi: per perfezionare la mia conoscenza dell’ortografia e della grammatica; per apprezzare i diversi stili di scrittura di altri giornalisti, e quindi acquisire maggiore consapevolezza delle peculiarità del mio; e per farmi una cultura più ampia possibile delle tematiche di cui ci occupavamo. Cultura che poi mi veniva utile quando dovevo essere io a effettuare interviste e scrivere articoli. 

Dopo gli ultimi lavori in redazione, o le ultime commissioni presso qualche fornitore, non rientravo quasi mai subito a casa: quasi tutti i pomeriggi si concludevano con qualche attività legata alla pratica buddhista nella Soka Gakkai. Nei primi mesi del 1981, inoltre, mi era stata affidata la corresponsabilità di uno dei gruppi in cui erano stati suddivisi i praticanti di Milano. In ogni caso, se non avevo una riunione con questo gruppo, o non dovevo andare a trovare qualche suo membro, una volta rientrato nel mio quartiere Vigentino mi ritrovavo a recitare Gongyo (la nostra pratica mattutina e serale) con le persone con cui avevo iniziato a praticare. Poi andavo a cena a casa e quindi uscivo nuovamente con i membri e amici del quartiere per andare a bere sui Navigli o a visitare qualcuno. Non si può dire - anche se non praticavo alcuno sport - che non facessi una vita movimentata.

Autobiografia da adulto - Cap. 11 - Idoneo alle armi

 La vacanza a Vieste, purtroppo, si concluse con un fatto spiacevole. Una sera decidemmo di recarci in un luogo situato sulle pendici di una...